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Barbara e la matrigna (racconto lesbo)

Ho compiuto da poco diciotto anni e otto mesi. I mesi li conto, non vedo l’ora di diventare grande.
La odio.
Sì la odio, non la supporto, lo urlerei al mondo intero.
Stamattina ne ha combinato un’altra.
Mi ha detto con quella voce da stronza:
“Perché non dai un’accorciata ai capelli… non vedi che sono troppo lunghi?”
È anche stronza quindi tra l’altro.
Parlo della compagna di mio padre, quella che vorrebbero che chiamassi mamma.
Piuttosto preferirei morire che farlo.
È da tre mesi che abita in questa casa, ed è da tre mesi che io non vivo più.
Dunque: mio padre si separa dalla mia vera madre; non so chi, forse il giudice o forse loro, decidono che io debba rimanere con lui, mentre il fratellino di quattro anni con lei.
Così noi rimaniamo a vivere nell’attuale casa, mentre la mamma ed il fratellino vanno ad abitare dai nonni, su in Toscana.
Nonostante la mamma mi manca da matti, la vita con il babbo è stupenda, piacevolissima.
Qualche notte dormiamo persino insieme nello stesso letto, è lui a chiedermelo ma io volevo farlo da parecchio tempo.
E questo non accadeva da quando ero piccola.
Divento una vera donnina di casa come dice lui.
Dopo la scuola sbrigo alcune faccende che Filippa, la donna di servizio, non ha eseguito.
Il babbo è magnifico, unico, da quando viviamo da soli, infatti, non mi ha più rimproverata o sgridata.
Gli voglio un mondo di bene.
Ma ecco che succede il casino, l’imprevisto, l’imprevedibile, il patatrac.
Una sera.
Prima di rientrare a casa mi telefona annunciando che ci sarà un’ospite con noi per cena.
Chiedo di chi si tratta.
“È una collega di lavoro… aspetta che te la passo…”
“Pronto…”
“Sì.”
“Ciao, sono Paola… tu dovresti essere Barbara, tuo padre mi ha parlato molto di te… che fai studi?”
“No… sto parlando al telefono…”
“Che spiritosa… adesso ti ripasso il babbo… ciao ciao, a più tardi.”
Chissà chi è, come sarà, che vuole.
Apro la porta ed ecco che la vedo.
Lei è davanti, il babbo dietro, la testa sorridente sporge dalla spalla della donna.
Ci sono i colpi di fulmine classici, quelli in cui un incrocio di sguardi ed è attrazione, e poi ci sono i colpi di fulmine rari, quelli negativi, quelli in cui cioè un incrocio di sguardi determina l’odio, la repulsione.
Appena la vidi la odiai.
Il suo aspetto è maestoso, è quasi più alta addirittura del babbo: non troppo magra, ha i capelli biondi, di quella tonalità chiara che usano talvolta le donne che si prostituiscono per adescare, colpendoli maggiormente, gli uomini.
Ha un viso da capra: occhi grandi e blu, naso lungo, stretto, labbra sottili, zigomi sporgenti… viso oblungo… sì, una capra, una vera capra.
Ha delle cosce lunghissime che sembrano due travi, ed un seno non molto grande.
Di quest’ultimo quello che mi colpisce di più sono i capezzoli; ce li ha enormi: cosa mette mette, reggiseno o no, spuntano sempre fuori attraverso i vestiti o dalle magliette colorate che usa.
Messe accanto, di certo non sembriamo “madre” e “figlia”, ma sorelle o amiche di diversa età.
Ci somigliamo in poco. Io ho i capelli scuri lisci, molto lunghi, il corpo sottile e quasi senza seno, e ho gli occhi scuri.
Dopo una settimana da quella cena, il babbo mi annuncia che Paola starà d’ora in poi con noi.
È la mia fine.
Il mondo mi crolla addosso.
Va via la corrente elettrica sul più bello.
M’insapono la testa, ed al momento di togliere lo shampoo non esce acqua dal rubinetto. Terribile.
Con oggi il babbo è fuori da tre giorni.
Starà via per due settimane in tutto.
Ormai tra me e lei è guerra aperta: io la odio, lei mi odia (o almeno credo).
Ma lei è più debole di me, questo lo capisco dal fatto che è sempre prima lei quella che vuol fare pace.
Alle sedici, dopo avere dormito un po’, mi sveglio e vado nella sua (loro) stanza.
Trovo la porta socchiusa e la spingo piano.
Si apre quel tanto che mi permette di guardare dentro.
Quello che vedo mi lascia senza fiato: un paio di cosce aperte con le gambe piegate, un
oggetto di plastica rosso, che una mano che passa da sotto la coscia, fa entrare ed uscire dal suo fiore aperto.
Alzo un po’ gli occhi e vedo il suo seno.
Ha la testa dall’altra parte del letto che gli penzola giù, che quindi non posso vedere da dove sono.
Con cautela richiudo la porta.
Ritorno in camera mia.
Sono turbatissima.
Ho davanti come una fotografia quello che ho visto.
Mi sdraio sul letto.
Ho la tentazione di toccarmi quel punto che mi dà tanto piacere, ma l’odio per quello che me lo ispira è troppo frenante.
Sto impazzendo, un sentimento mai provato prima.
Forse è un miscuglio di sensazioni, d’emozioni note che lo originano, facendone venire fuori uno nuovo.
Chi mi salva?
Lei. Bussa alla porta.
Ritorno alla realtà.
“Sì?”
“Posso entrare?”
“Che vuoi?”
“Ti devo dire una cosa…”
Penso che forse mi ha visto mentre la guardavo.
“Dilla…”
“Ma dai, fammi entrare…”
“La porta non è chiusa a chiave… entra.”
Entra.
La guardo, ha indosso un reggiseno nero e degli short di stoffa – tipo quella degli asciugamani di spugna – blu scuri.
“Ma non senti caldo… perché non ti spogli… sempre in jeans e maglietta!”
“Sei venuta per dirmi come al solito cosa devo o non devo fare? Se è così, te ne puoi andare… lasciami in pace.”
“Scusa, come vuoi stare stai… a te non si può dire niente che subito t’incavoli… sei suscettibile oltre misura.”
“Sono quella che sono…”
“Ti va di farci compagnia… di giocare un po’?”
“No… ho sonno.”
È come se non avesse ascoltato quest’ultima frase, perché si avvicina e si siede sul lettino su cui sto.
Non avevo mai visto il suo corpo seminudo così da vicino.
Le guardo il petto, il braccio, l’addome, le gambe.
Ha una bellissima pelle, bianca, levigata.
Un odore di sudore mi arriva alle narici.
Altre volte l’avevo avvertito, ma questa volta è più intenso, più corposo più penetrante.
Mi giro e mi metto supina, con le mani incrociate tra la nuca e il cuscino.
Lei prende più spazio e si sistema con la coscia della gamba piegata vicino al mio petto e con il busto parallelo al guanciale.
Muovo gli occhi dal lampadario fino ai suoi.
Ci fissiamo.
“Ti piace il solletico?”
“Boh…”
Si muove, si alza e poggia i ginocchi sul letto.
Poi fa passare un ginocchio da sopra la mia vita e si mette seduta a cavalcioni sul bacino.
Per la prima volta ci guardiamo e sorridiamo entrambe.
Poi con uno scatto fulmineo porta le sue mani sui miei fianchi e prende a solleticarli.
Sbuffo, rido a crepapelle, mi contorco, cerco di divincolarmi dai suoi delicati pizzicotti.
Va avanti per parecchio, ormai ho le lacrime agli occhi, non ho più fiato.
“Smettila ti prego!” riesco a dire singhiozzando.
Lei capisce che ha raggiunto il limite e si ferma.
Anche lei è ansante.
Mi riprendo, sempre con il suo sguardo puntato sul mio.
Ha le guance rosse, ed i capelli spettinati.
“Adesso se vuoi puoi farlo a me… anche se t’avverto io non soffro il solletico.”
“Se non lo soffri allora che piacere c’è?”
Si alza.
“Vado a farmi una doccia.”
“No aspetta… non te n’andare.”
“Perché?”
Non so di preciso il perché l’ho detto.
E adesso?
Poi mi viene in mente la visione e spontaneamente:
“Ti devo confessare una cosa…”
“Cosa…”
“Poco fa ti ho vista…”
“Poco fa quando?”
“Quando eri sul tuo letto… con le gambe aperte… che ti…”
Vedo il suo viso cambiare espressione, scorgo un leggero compiacimento mascherato da un’ipocrita smorfia di disappunto.
“La colpa è mia che non ho chiuso la porta…” dice senza guardarmi.
Si risiede e si sdraia accanto a me chiedendomi di farle un po’ di posto.
Nessuno delle due dice nulla.
Poi mi giro, quel silenzio è insopportabile.
Di sorpresa porto le mani sotto le sue ascelle.
Scatto e mi dispongo a cavallo sul suo addome.
“E tu eri quella che non soffriva il solletico!”
Ride e si dimena a più non posso.
Per poco non mi fa perdere l’equilibrio facendomi cadere dal letto.
Però non ne è coinvolta come poco fa io.
Smetto.
Ci guardiamo negli occhi.
Poi succede qualcosa in lei.
Abbassa le palpebre, rimane così per qualche secondo, atteggia la bocca ad una smorfia di sorriso riapre gli occhi ed infila le mani sotto la mia maglietta, portandole sotto le ascelle. Inizio a ridere ed a ritrarmi.
Lei di forza mi “disarciona”, e per poco nuovamente non cado giù dal letto. Rimaniamo ferme.
Esce le mani e se le porta al naso.
“Ti piace l’odore del tuo sudore…”
“Alle volte.”
“Hai un ottimo odore.”
Anch’io porto le mani al naso e le annuso.
Sento su di loro il suo caratteristico odore in maniera concentrata.
“Perché mi odi?”
“Boh… non so… alle volte è più forte di me.”
Io lo so il vero motivo del mio odio: la gelosia.
Lei per mio padre è quello che non sono io.
“Adesso mi odi?”
“No, adesso no… adesso sto bene con te, ed è per questo forse che ti ho chiesto di rimanere.”
“Ce lo diamo un bacio?”
“Sì.”
Mi avvicino e la bacio sulla guancia.
“Non così… aspetta ecco… qui, in bocca.”
Mi riavvicino e la bacio sulla bocca.
“Non così… apri la bocca che ti faccio vedere.”
Schiudo le labbra ed allargo le mascelle.
“Non così, è troppo… guarda…” dice sorridendo.
La guardo, dispone le labbra in una posizione come se volesse pronunciare una o.
Copio quello che fa lei.
Si avvicina e le nostre labbra si toccano.
Poi mi sento scivolare dentro qualcosa e capisco dopo un istante che è la sua lingua.
Me la infila sempre più dentro.
Il contatto è piacevole, quasi mi solletica.
La muove dentro, avvolge ripetutamente la mia che rimane ferma, poi me la esce e la succhia con le labbra.
La riporta dentro, quando passa la sua sul palato, avverto un leggero formicolio che mi fa sorridere.
Ci stacchiamo.
“Non hai mai dato un bacio del genere?”
“No, come questo mai.”
“Ti è piaciuto?”
“Sì e no.”
“Ti ha fatto schifo?”
“No, il solletico.”
Mi guarda e sorride.
“Perché non ti spogli?”
Mi tolgo i jeans e la maglietta, rimanendo in mutandine.
Lei si alza dal letto e si leva prima gli short e poi il reggiseno slacciandolo con le mani da dietro le spalle.
Le vedo il pelo della sua cosina.
L’ha nero nero e folto, mi mette quasi un senso di paura il vederglielo, contrariamente alle altre volte, così da vicino.
Poi gli occhi mi vanno sui capezzoli: ne rimango incantata, rapita, sono più enormi e scuri di quel che credevo.
“Togliti anche quelle.”
“No, queste no… non voglio.”
“Vuol dire che le leverò io allora.”
Non ho nessuna forza da opporre, credo che mi abbia fatto un incantesimo.
S’inginocchia sul tappeto disteso ai piedi del letto, mi prende per le gambe e me le gira, facendomi poggiare i piedi sul tappeto e quindi mettendomi seduta.
Con le dita prende e abbassa le mutandine. Io, alzando il sederino, l’aiuto a toglierle.
Appena l’ha fatto le allarga, prende la parte che sta infilata in mezzo alle gambe e se la porta al naso, chiude gli occhi e rimane in quel modo per qualche secondo, respirando.
“Ti sei mai toccata?”
“Cosa intendi?”
“Ti sei mai toccata questo?”
Si avvicina, porta il dito lungo alla bocca, e lo passa sulla lingua.
“Apri le cosce che ti faccio capire.”
Le allargo, mi guardo i peli che prima non avevo e che mi stanno crescendo moltiplicandosi: sono molto diversi dai suoi, più radi, più sottili, più chiari, forse un giorno mi diventeranno come i suoi.
“Questo… te lo sei mai toccato?”
Ha appoggiato il dito proprio sul punto che alle volte strofino.
“No, mai…” mentisco.
“Adesso t’insegno qualcosa allora.”
Così dicendo avvicina la bocca al mio fiorellino, toglie il dito e mi inizia a leccare la zona intorno a quel punto e subito dopo il punto stesso.
Sento un gran piacere crescere, più piacere di quando me lo tocco io.
Va avanti per qualche minuto.
Poi lascia il punto e dice: “Ti piace?”
“Insomma.”
“Distenditi. Adesso ti faccio provare qualcosa che non hai mai provato prima… comunque credo che ti piaccia, hai la fighetta bagnata.”
Abbasso la schiena sul letto.
Sento che riprende a leccare.
Stavolta più velocemente e con la lingua che preme di più.
È stupendo.
“Ti piace?”
“Sì, continua ti prego…”
Riprende, sento che sto per arrivare al massimo del piacere, mi porto il pollice in bocca e lo succhio, stringo le gambe sulla sua testa, il movimento della lingua si fa ancora più veloce, non mi controllo più: il piacere arriva a sconvolgermi, a prendermi tutta, a farmi gridare.
Ho molte contrazioni al ventre, in quel momento non penso più a niente, ascolto le sensazioni che il corpo mi trasmette.
Alla fine allargo le gambe, liberandola.
Apro gli occhi, alzo il capo e la guardo.
Ha il contorno della bocca bagnato e respira velocemente.
“Ti è piaciuto?”
“Sì.”
Esce la lingua e la passa sulle labbra e dove c’è la zona bagnata. Restiamo dopo nude, sdraiate sul letto a parlare.
Non la odio più, mi sento incantata da lei.
“Ma cosa c’infilavi nel fiore poco fa?”
“Ah… quello, il fallo di plastica.”
“È bello farlo con quello? Più bello che farlo con il dito o con la lingua?”
“Non è che è più bello, dipende da come una è abituata a farlo… ma tu ancora certe cose non le puoi capire… quando farai certe esperienze allora sì che capirai.”
“Me lo fai fare con quello?”
“Sei piccola ancora…”
“No non sono piccola… ti odio quando mi dici che sono piccola.”
“Ma… mica vorrai che sia io a sverginarti? Ho capito bene?”
“Sverginarmi? E poi come fai ad essere sicura che io sia vergine?”
“Sai che con te è difficile andare d’accordo… perché alzi la voce? Scusami allora, volevo dire che credo che tu sia vergine siccome non sei mai uscita con un ragazzo da quando sono in questa casa, ecco tutto.”
“No, non sono vergine… no, non riesco a mentirti sono vergine, e con ciò?”
“Tu sei troppo tosta, avrei dovuto sospettarlo… dunque vuoi che io ti svergini.”
“Sì, perché no? Hai paura?”
“Ma insisti, dici vero? Ma tu sei matta!”
“Guarda che per me è indifferente essere vergine o meno… non sono mica come le mie amiche io… quelle bambine piene di paura… sai, io ti ho raccontato una bugia, non è la prima volta che provo il piacere… l’orgasmo credo che si dica… l’ho fatto altre volte… lo faccio già da alcuni mesi… in classe certe volte guardo i giornaletti pornografici… e poi alle volte vi ho spiati te e il babbo la notte e so certe cose.”
“Lo sospettavo… altrimenti avresti mostrato più stupore, timore, e forse ci sarebbe voluto molto più tempo per farti godere. E che ci hai visto fare sentiamo? Da dove ci guardi?”
“Quasi ogni notte vengo a guardarvi. Lo faccio dal buco della serratura.”
“Per questo non si trova più la chiave! L’hai tolta tu?”
“Sì.”
“Ti piace guardarci?”
“Sì e no.”
“Perché sì e no?”
“Perché poi odio andarmene e non guardarvi più. E poi penso che il tuo piacere sia più bello del mio.”
“Che ci hai visti fare?”
Noto che è la seconda volta che lo chiede, che curiosità.
“Ho visto ad esempio l’uccello scuro di papà che ti entrava come il coso rosso. Poi tu che glielo lecchi. Poi quando lui ti succhia questi…” indico i capezzoli
“…e poi l’altra sera, prima che lui partisse… che hai voluto farti mettere l’uccello dentro il culo, almeno così gli hai detto.”
“Questo l’hai visto?”
“No, non si vedeva quasi niente, però sentivo tutto.”
L’ho messa con le spalle al muro, credo che stavolta non sa più che pesci pigliare.
La guardo, si è accarezzata i capelli, portandoli all’indietro ed adesso mi guarda.
Per un po’ reggo il suo sguardo, poi non ce la faccio più, e se non voglio arrossire devo per forza guardare il lampadario di cristallo appeso al soffitto.
Rompe il silenzio dicendo con voce calma e bassa:
“Hai mai provato tu a metterti qualcosa lì?”
“No, mai, ti giuro.”
Anche questa volta mentisco.
Due volte mi sono infilata un pennarello ma non mi è piaciuto per niente.
“E quando ci guardi che fai?”
“Niente, che vuoi che faccia.”
“Tu al posto di chi vorresti essere di me o del babbo?”
“Di nessuno dei due… ma perché mi fai queste domande difficili?”
Smettiamo di parlare.
Ascolto il suo respirare con il naso.
“Che ne diresti adesso di fare a me quello che io ho fatto a te?”
Ci penso un po’, poi dico con decisione:
“Io lo faccio… ma tu mi svergini?”
“Cosa? Ma sei matta?”
“Dai… tanto non lo saprà nessuno.”
“No, impossibile.”
“Se lo fai farò tutto quello che vorrai in futuro.”
Dico questo, sapendo che lei non accetterà mai. Ma mi sorprende dicendo:
“Io lo farei ma… anzi sì, lo faccio… anche se in fondo rappresenta una prima volta anche per me, vale a dire è la prima volta che lo faccio a qualcuno e poi dato che non ci tieni… spero almeno così di aumentare la già bassa stima che hai di me… però mi devi promettere di non dirlo a nessuno.”
Ma era quello che volevo?
Penso proprio di sì, però non le dovevo dire:
“Farò tutto quello che vuoi”.
“Sì, te lo prometto, non lo saprà mai nessuno… hai paura che lo scopra il babbo?”
“Sì sì.”
“Ti ripeto allora che ti prometto di non dirlo a nessuno, contenta?”
Mi alzo e subito impaziente mi avvicino al suo grande fiore.
Lei allarga le gambe e quindi posso vedere che l’ha realmente grandissimo.
Gli sta tutto aperto. M’inginocchio e piegando la schiena sono lì davanti.
Lei se lo allarga con le mani e mi dice:
“Ecco, devi carezzare questo coso qua… sai come si chiama?”
“Clitoride, vero?”
“Sì.”
L’ha tutta bagnata.
Mi avvicino e ne sento l’odore, è diverso da quello del sudore della sua pelle, somiglia molto a quello mio in quel posto: è però più intenso.
Gli tocco il clitoride che è un po’ più grande del mio, con un dito, ed inizio a muoverglielo.
“Più velocemente… succhiamelo con le labbra… ti va di farlo?”
Schiudo le labbra e glielo prendo tra esse, il cuore mi batte molto forte.
“Adesso succhialo, fai come se stessi ciucciando un ciuccio.”
Faccio come dice lei.
“Più forte… più forte.”
Aumento l’aspirazione.
È come se stessi succhiando un ditino.
Sento che il suo fiato si fa breve e rapido, allora accelero.
Alzo gli occhi per guardarla ma senza staccare le labbra dal clitoride: vedo che muove la testa a destra ed a sinistra.
Vado avanti per un bel pezzo.
Le labbra mi cominciano ad irrigidire per via di quella posizione innaturale.
Inizio ad essere stanca, ma non voglio smette, ci devo riuscire a farle provare il piacere, l’orgasmo.
Il ritmo si fa frenetico, ma ancora nulla.
Sono sudata, ansante, ma più ansante e lei.
Mi viene voglia, e così mi porto una mano sul mio fiore scosciandomi e toccandomelo.
Mi rendo conto che il ritmo del mio dito sulla zona che mi dà piacere è molto più veloce di quello delle labbra.
Sono tentata di toccarglielo con la mano libera, ma non devo, voglio farle provare l’orgasmo proprio come lei poco fa ha fatto con me.
Lascio il mio fiorellino ormai bagnato e mi dedico con impegno al suo.
Ormai il suo stato è quasi un soffrire.
“Più veloce, dai… dai che ce la fai.”
Ricorro allora alla lingua.
Glielo schiaccio e poi con la punta glielo muovo sempre più rapidamente.
Sono quasi disperata, non so cos’altro fare.
Ma finalmente riesce ad avere l’orgasmo: è lungo, interminabile (credo che duri qualche minuto).
Poi mi prende per la fronte e mi alza la testa allontanandomi dal suo fiore.
“Sì, ci siamo riuscite.”
Piano mi tiro su, ho dolore sul collo e sulla schiena.
“Sei stata bravissima.”
Questo suo complimento mi fa piacere, credo che sia sincero.
“Però non te l’ho fatto avere subito l’orgasmo.”
“Subito? Perché subito… più ci vuole a raggiungerlo più forte è il piacere che alla fine esso dà… per questo sei stata bravissima.”
“È la prima volta che mi sento importante nelle cose del sesso.”
“Spero per te che non sia l’ultima! Scusami, ma adesso devo andare a fare pipì… vai nella stanza da letto che io ti raggiungo tra poco… prima però fai pipì pure tu.”
Sto per alzarmi quando lei mi prende per il braccio e mi ferma.
“Hai delle tettine stupende, fattele guardare… non ti avevo mai vista nuda.”
Le guarda, picchietta con un dito le punte, e le guarda ancora. Poi mi lascia andare.
“Se tu vorrai potremo diventare amanti… sempre se non mi odi.”
“Non credo che ti odierò più dopo oggi.”
In bagno faccio pipì.
Seduta sul vaso penso a chi ha fatto il primo passo verso l’altra.
Forse lei che è venuta a trovarmi in cameretta, o forse io che l’ho spiata.
Di certo se lei non avesse preso l’iniziativa a quest’ora saremmo come prima.
Ma è pur vero che se non mi colpiva quel che ho visto, forse l’avrei rifiutata.
Non so se lavarmi il fiore, ma lei non me lo ha detto, quindi forse non ce n’è di bisogno.
La trovo seduta sul lettone, con le gambe accavallate e tra le mani l’oggetto rosso.
“Aspetta che adesso vengo.”
Mi distendo sul letto.
Così emozionata e tesa non lo ero stata mai, neppure quando per la prima volta mi sono avviata a spiarli, o quando so che debbo essere interrogata a scuola.
Ritorna, con sopra il braccio piegato, una tovaglia gialla e nell’altra mano l’oggetto rosso e un tubetto, forse di pomata.
“Sentirò dolore? Mi hanno detto che fa male…”
“Dipende, comunque come lo farò io penso di no.”
Non so se lo dice solo per tranquillizzarmi.
“Come mi devo mettere?”
“Distenditi e allarga le gambe.”
“Supina?”
“Sì, supina.”
Mi situo con la schiena sul letto e con le gambe allungate e aperte.
“Devi promettermi che non guarderai quello che io faccio… d’accordo?”
“Sì, non ti preoccupare… allora ti giuro che non guardo.”
“Mettiti questa tovaglia piegata in due sotto il sedere.”
La prendo e la dispongo come dice lei.
Svita il tappo del tubetto e fa uscire una pomata bianca, trasparente, tipo gel per capelli.
“Cos’è?”
“Un lubrificante, questo ti aiuterà a rendere più piacevole la penetrazione.”
Distribuisce il “lubrificante” come lo chiama lei, sulle dita e lo spalma sul tubo di gomma.
“Sono pronta… eccomi.”
Sale sul letto e si mette in mezzo alle mie gambe.
“Togliti il cuscino da sotto la testa.”
Lo faccio, lo metto di fianco a me.
Mi tocca il fiore, me lo apre e sento che con le dita mi ci spalma sopra la pomata trasparente.
Poi sento l’oggetto che m’aspettavo fosse più freddo, che mi entra dentro.
Tocca con il dito scivoloso il punto del piacere e lo muove.
Dopo del tempo, lo sfregamento comincia a fare effetto.
Sento che sto per avere l’orgasmo, mi viene di alzare la testa e guardare ma non lo faccio.
Muovo le gambe, vorrei chiuderle, ma lei com’è messa, con le cosce me lo impedisce.
Ansimo, mi porto il pollice dentro la bocca e lo succhio, emetto dei gridolini ed inizio a godere.
Quando sono presa dalle sensazioni indescrivibili, sento una lieve fitta di dolore proprio dentro il fiore, proprio dove nasce il piacere, che mi fa trasalire: è lei che ha infilato l’oggetto di plastica dentro. Non so se in quell’istante dare più retta al piacere o al dolore.
Ma subito il pizzicore termina, e ho ancora delle contrattazioni al ventre dovute al piacere.
Mi calmo, ritorno alla normalità mentre lei fa scivolare fuori l’oggetto.
Questo mi provoca una lieve sensazione di bruciore dentro il fiorellino, quando l’ha tirato tutto fuori però poi passa.
“Ecco, adesso sei grande… non sei più vergine.”
Alzo la testa e poi la schiena aiutandomi con le braccia, e vedo alcune macchie di sangue sulla tovaglia, non mi stupisco, sapevo che doveva uscire del sangue, me l’avevano detto, e poi sinceramente credevo che sarebbe stato di più, meglio così.
“Ti brucia dentro?”
“No… aspetta… no.”
Con impeto l’abbraccio e la stringo forte dicendo:
“Ti voglio bene… scusa per come mi sono comportata… perdonami…”
Inizio a piangere a dirotto, ed anche lei lo fa.
La notte dormiamo assieme nel letto grande.
Mi ha assicurato che tra qualche giorno ci daremo ancora piacere, e che prima dovrò aspettare che la ferita guarisca.
Mi chiede se mi va di succhiargli i capezzoli un po’, rispondo di sì.
È davvero bello averli in bocca e succhiarli.
Lei me lo lascia fare per tutto il tempo che voglio.
Mi addormento con un suo grosso capezzolo dentro le labbra socchiuse.

 

FINE

About Hard stories

Scrivo racconti erotici per hobby, perché mi piace. Perché quando scrivo mi sento in un'altra domensione. Arriva all'improvviso una carica incredibile da scaricare sulla tastiera. E' così che nasce un racconto erotico.

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