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Ego te absolvo

è una storia vera. Quando? Non credo sia importante. Dove? La citazione di alcuni luoghi lo lascia intendere. Altrimenti basta navigare in internet. La storia? Eccola.
Avevo avuto l’incarico di occuparmi dell’inizio della realizzazione di un nuovo insediamento industriale. Durata prevedibile, più o meno sei mesi continuativi. Successivamente interventi sporadici. Avevo visitato la zona solo un paio di volte, ma sempre molto velocemente, dalla mattina alla sera. Difficoltà? Le solite organizzative e tecniche, anche in considerazione della quasi totale assenza di cultura industriale, localmente. Per me la vera difficoltà erano le intromissioni dei politici, che del resto non potevi mandare a quel paese, in quanto la realizzazione dipendeva da una chiara volontà politica. Chi mi aveva preceduto, per il minimo di logistica necessaria, era riuscito a realizzare una certa di sistemazione dei pur necessari uffici, e una specie di ‘foresterià, allestendo alcuni minialloggi in una nuova palazzina che in origine era destinata ad alloggi popolari. Erano stati capaci anche di dar vita a una ‘mensa aziendalè. Una cucina, un paio di locali con alcuni tavoli, ed erano stati chiamati a curarla del personale locale: una cuoca, una aiutante cuoca, due cameriere, un uomo tuttofare. I ‘raccomandantì, essenziali e omnipresenti, avevano garantito professionalità e operosità, e devo dire che in questo caso avevano promesso bene. Eravamo in pochi, al massimo una dozzina, e preparavano dei pasti veramente gustosi, molti ispirati alla gastronomia del posto. Poiché, in qualche modo, rappresentavo il top management, all’inizio non mi è stato facilissimo convincere la cuoca che lasciavo totalmente a lei il compito del menu giornaliero. Io non avevo nessuna dimestichezza con problemi di ristorazione. Ed ho fatto bene. Veramente una cuoca in gamba. E cameriere brave e volonterose. In genere giovani mamme di famiglia, che, se li avevano, lasciavano i pargoli alle nonne e loro lavoravano. In un certo senso ero orgoglioso di quella mensa che, tutto sommato, era una famiglia un po’ eterogenea, affettuosamente curata, almeno nel vitto, sempre variato, con generi freschi e di ottima qualità, e preparati espressamente. Niente di precotto o congelato. Non vi dico i latticini. Non ne avevo mai assaggiato di simili, né ebbi modo di assaporarli in seguito. E il pane? Tutto sommato eravamo nella zona del grano duro, dei forni a legna. Per motivi di lavoro avevo avuto modo di conoscere Vittorio Conti, ingegnere, della società che aveva avuto l’appalto di alcuni lavori, e per ricambiare l’ottima cena che mi aveva offerto nella casa dove abitava con la moglie Carla, e la piccola Dorina, chiesi alla cuoca, Luisa, se potevo invitarli a cena, e lei ne fu entusiasta: avrebbe preparato qualcosa di speciale e di caratteristico. Vittorio Conti doveva trascorrere in zona almeno un paio d’anni, e s’era sistemato abbastanza benino. Aveva locato un grazioso appartamento mobiliato, in un edifico di recente costruzione, e si era fatto raggiungere dalla biondissima e giovane Carla, che aveva si e no 28 anni, e dalla graziosa Dorina, di 4. Lui ne aveva 35, torinese, uscito dal politecnico con lode, e subito inserito nella progettazione e realizzazione di impianti industriali. Malgrado l’età, aveva una notevole esperienza, affinata anche in impianti simili a quello che stavamo realizzando, sia in Italia che all’estero. Avevamo stretto subito una cordiale amicizia e, cosa non usuale tra rappresentante della committenza e controparte, c’eravamo sorpresi a darci del tu. Del resto, io avevo solo un paio d’anni più di lui. Riuscii persino a persuadere Carla a chiamarmi per nome, e, grazie a una bambolina e a certe caramelle al miele, Dorina mi chiamava zio Paolo. La cena preparata da Luisa raccolse plausi e richiesta di ricette. Luisa, però, non volle svelare l’indirizzo del caseificio, e si limitò ad assicurare che di quando in quando avrebbe fornito la tavola di casa Conti, per il mio tramite. Vinello bianco, fresco, frizzante. Finimmo la serata da Vittorio, chiacchierando del più e del meno, e Carla ci raggiunse dopo aver messo a letto la bambina. ^^^ Le cose andarono così per un certo tempo. Mi sembrava di aver trovato una nuova casa. Ormai ci trascorrevo quasi ogni momento libero. Del resto, quando andavo in cantiere, nella valle, a qualche chilometro dalla città, quasi sempre mi incontravo con Vittorio e lui, immancabilmente, mi invitava a cena, raccomandandomi di non portare niente… Di solito, dopo aver trascorso qualche ora in cantiere salivamo al paese vicino, dove lui aveva un paio di locali, cortesemente messi a sua disposizione dal Comune, in uno storico palazzo locale, Palazzo D’Amato, con un portale monumentale e un bellissimo cortile interno. Poi, ognuno per suo conto tornava alla propria abitazione, nel capoluogo, e la sera ero a casa sua! I tempi non ci consentivano di riposare il sabato. E quella sera Vittorio, a cena, non nascose il suo disappunto per doversi precipitare in sede, dove era stata indetta una riunione per il lunedì mattina. Gli seccava lasciare sole moglie e figlia. Mi disse che contava moltissimo su di me, e che mi affidava il suo tesoro, la sua famiglia, e che la curassi come se fosse mia, come se fossi lui. Lo rassicurai, e gli dissi di stare tranquillo. Si sarebbe fatto sentire telefonicamente. Del resto sperava di essere di ritorno il mercoledì sera. Aveva prenotato per la domenica sera, da Palese, alle 19, 10. Non c’era volo diretto, prima a Fiumicino e poi a Caselle! Mentre Vittorio era andato a prendere del vino fresco, Carla mi disse.
“Perché non lo accompagniamo noi, a Palese? ”
“Certo, e possiamo anche andare a riprenderlo, al ritorno. Pure Dorina? ”
“Io ne sarei contenta. Così vede gli aeroplani, saluta il papà. Ti dispiace? ”
“Assolutamente no. ”
“Magari, quando rientriamo ti fermi a cena, così la casa non mi sembrerà terribilmente vuota…”
“Non sarà tardi per la cena di Dorina? ”
“Io credo solo di poco, credo che saremo a casa per le otto e trenta. ”
“Anche prima, se è per questo. ” Vittorio rientrava col vino.
“Cosa state complottando. ”
“Nessun complotto” -disse Carla- “ma ti comunichiamo le nostre decisioni. ”
“Cioè? ”
“Ti accompagniamo noi a Palese, e viene anche Dorina. Partenza alle sedici e trenta” -mi guardò interrogativamente, feci un cenno di assenso- “stabilito! ” Si alzò e andò a dare un bacio sulla guancia del marito, mentre lui riempiva i bicchieri. Faceva abbastanza caldo, fuori, ma l’ambiente era climatizzato. ^^^ La settimana precedente avevamo assistito ai festeggiamenti in onore della Madonna della Bruna, che dopo i riti religiosi veri e propri, termina con una manifestazione del tutto singolare. Ogni anno viene allestito un folcloristico e coloratissimo carro, sul quale sono costruite immagini, sacre e profane, in variopinta cartapesta. Veri piccoli capolavori artistici. Una volta giunto nella grande piazza. Il carro viene preso d’assalto dalla folla dei partecipanti, che lo distruggono. Ogni anno si ripete questo insolito ed unico rituale: ognuno cerca di afferrare una piccola immagine di cartapesta, un frammento, per conservarlo con devozione nella propria casa o nel luogo di lavoro e mostrarlo con fierezza agli amici. Avevamo assistito, sorpresi e curiosi, a questo assalto, da una finestra degli uffici della Banca d’Italia, invitati dal direttore. Dorina volle scendere in piazza, andare vicino ai pochi resti del carro, sempre contornati da una calca incredibile. Vittorio se la mise a cavalcioni sulle spalle. Andammo giù tutti, lo seguimmo Carla ed io. Non era facile attraversare quella massa umana. Carla era dinanzi a me, la presi per i fianchi, per non farla allontanare da me. Faceva ancora molto caldo, si soffocava, sentivo il suo bel sederino che premeva su me… proprio lì… si muoveva, nel camminare a piccolissimi passi. I fianchi erano morbidi, caldi. Il ‘top’ lasciava scoperta una parte, dove erano le mie mani, le mie dita. Si, avevo sempre ammirato Carla, l’ho sempre considerata un bel tocco di biondina, ma quello strofinio era proprio eccitante. Chissà se si era accorta di quando andava accadendo nei miei pantaloni. Ad un tratto si fermò, si voltò. Ora erano le sue tette a premere sul mio petto. Non avevo tolto le mani dai fianchi. Mi guardò, alzò il volto. Era rossa, sudata.
“Andiamo via, Paolo… andiamo via… mi sento soffocare… usciamo da questa ressa… non ce la faccio. ”
“Vieni, appoggiati a me. ” Le passai il braccio intorno alla vita, la sostenni. La mano le sfiorava il seno, a pelle, era senza reggipetto. Con molti sforzi, quasi di peso, la trascinai verso il portone della banca, riuscimmo a raggiungerlo. Finalmente. Mi guardò, con occhi dolcissimi. La mia mano era sempre lì.
“Grazie, Paolo… senza te sarei svenuta, caduta…” Sentì che stavo per sfilare la mano.
“Ti prego, sorreggimi ancora… non ce la faccio…” Entrammo nel portone, la sollevai, così, in braccio, la portai verso l’ascensore. Armeggiai per aprirlo, entrammo. Era aggrappata al mio collo. Spinsi il bottone, al piano dove eravamo stati, nell’abitazione del direttore, bussai, ci aprirono, andai nel salotto, la deposi sul divano. Carla si guardò intorno. Le era stato portato un bicchiere d’acqua, lo bevve, tutto. Sorrise in giro.
“Grazie, sto molto meglio…” Le chiesero se volesse sdraiarsi un po’. Rifiutò, assicurò che stava benissimo, ora. Dopo un po’ tornò Vittorio con la bambina che brandiva, fiera, un minuscolo pezzo di cartapesta. ^^^ Siamo a domenica. Giorno della partenza di Vittorio. Rimasi a pranzo da loro. Niente di elaborato. Un’insalata di riso, roast-beef, macedonia di frutta con gelato, e un ottimo caffè. Come avevamo stabilito, poco prima delle cinque del pomeriggio, caricata la piccola valigia di Vittorio nel portabagagli, ci avviammo verso Palese. Carla volle che sedessi davanti, a fianco al marito, lei e Dora sarebbero stati sul sedile posteriore. Traffico molto tranquillo. Vittorio scelse le strade nazionali, senza allungare il percorso per raggiungere l’autostrada. Del resto, fino all’aeroporto c’erano meno di 70 chilometri. Infatti, parcheggiammo che erano le diciotto. Ancora un’ora per la partenza dell’aereo. Rapido check-in, e c’era tempo per il gelato più volte chiesto da Dorina. Voleva un cono, con i gusti che avrebbe scelto lei: fragola e limone. Noi sedemmo in un angolo del bar, per fortuna climatizzato, e ordinammo del caffè freddo, molto buono, non la solita acqua nera che servono in certi esercizi… Dieci minuti prima della partenza, l’altoparlante rinnovò l’invito all’imbarco immediato dei passeggeri per Roma. Uscita numero uno. Vittorio abbracciò la moglie, baciò Dorina, che gli si era avvinghiata al collo, una vigorosa stretta di mano a me, e ancora, sorridendo, la raccomandazione:
“Paolo, le affido a te! Mettiti al mio posto! ” Un cenno di saluto e mise la borsa sul nastro trasportatore, attraversò il metal-detector. Andammo alla vetrata. Dalla scaletta Vittorio si voltò a salutarci. L’aereo decollò in perfetto orario. Ci avviammo all’auto. Dorina si strofinava gli occhi. La mamma la sistemò sul sedile posteriore, sdraiata, con la sua giacca di cotone ripiegata sotto la testa, legandola alla meglio con le cinture di sicurezza. Poi venne a sedere accanto a me. Mi guardò, mi sorrise, mi pose la mano sulla gamba. Affettuosamente.
“Home? ”
“OK madam. ” La stessa strada di prima, sempre poco il traffico. Carla volse il viso verso me, con un’aria che non sapevo interpretare. Tra l’ansioso e il vago, quasi canzonatorio.
“Se non era per te, Paolo, sarei caduta per terra, in mezzo a quella folla scalmanata… per fortuna mi hai sorretto… grazie…”
“Figurati, Carla, era il meno che potessi fare. Come stai? ”
“Bene, adesso… ma non ci crederai… stavo perfino meglio quando mi sorreggevi, le tue mani, che sentivo sulla mia pelle, mi davano sicurezza, coraggio, serenità… E… ti ho sentito anche quando eri dietro di me… Mi sembra che non ti sia del tutto indifferente…” Ora il suo sguardo era ansioso, impaziente. Mi domandai se dovessi prendere le sue parole come una ‘avancè, come un ‘invitò, usando il linguaggio del poker. C’era solo un mezzo per saperlo. ‘Andare a vederè o anche ‘rilanciarè. Io ero sicuro del mio ‘assò. Allungai la mano, la misi sulla sua coscia calda, sulla stoffa di cotone a fiori del suo leggero vestito di cotone. Su, quasi all’inguine.
“No, non mi sei indifferente, tutt’altro… sono fortemente attratto da te, dalla tua bellezza…” E strinsi la mano. Lei vi pose sopra la sua, con una lieve carezza.
“L’ho capito… me l’hai fatto chiaramente capire…”
“Ed io? Ti sono completamente insignificante? ” La sua carezza si fece più insistente. Scosse la testa, guardando dinanzi a sé, la strada. Conducevo senza fretta. Dorina era assopita, la vedevo nello specchietto retrovisore. Sospirò profondamente.
“Tu mi sconvolgi… purtroppo…”
“Purtroppo? ”
“Sono sposata, Paolo, c’è Dorina…”
“E con ciò? Dorina dorme… Vittorio è lontano…”
“Ma è mio marito…” La mia mano la carezzava dolcemente. Sempre sulla stoffa.
“Carla, certi impulsi, che nascono spontanei, prepotenti, sono del tutto naturali. Quello che é illogico e devastante é il soffocarli. Ed è pericoloso, perché prima o poi esplodono, distruggono…” Sentivo che tremava sotto la mia carezza. La voce non era ferma, sicura.
“Allora? ”
“Non puoi opporti alla corrente del fiume, dei sentimenti, delle pulsioni. Devi lasciarti trasportare da essa… ti porterà alla calma del lago… del mare…”
“Ma può travolgerti, sommergerti, devastarti…”
“C’è un vecchio proverbio che dice: ‘piegati, giunco, che l’onda passerà’! ” Mi guardò con occhi duri.
“Quindi… una botta e via? ”
“Ho detto onda, non cavallone… e l’onda si ritrae ma poi torna, sempre, all’infinito. ” Ero riuscito, intanto, a intrufolare la mano sotto la gonna… sulla pelle calda e accapponata, percorsa da un fremito, dall’elettricità. Taceva, seguitava a guardare la strada, poi si voltò per vedere Dorina. Seguitava a dormire, placida, tranquilla. Scorgevo il tremore delle sue narici… La mano proseguì, ostinata, salì sul ventre piatto, s’infilò nelle mutandine… incontrò i prato serico del suo pube riccioluto… seguitò ancora… lei si distese un po’, spostando il bacino in avanti… rovesciò il capo indietro… dischiuse appena le gambe… le mie dita erano tra le sue grandi labbra… vellicavano il piccolo clitoride palpitante… avvertivano l’umida impazienza della vagina… vi si infilarono… il suo grembo sussultava sempre più inarrestabilmente… gemeva…. Si agitava… mise la sua mano sulla mia… strinse…. Forte…. Dette quasi in un urlo… Temevo che i miei pantaloni non avrebbero resistito alla violenza della mia eccitazione.
“Paolo… non devi… non… Paolo…. Paolooooooo! ” E l’orgasmo la travolse. Non immaginavo che quella biondina, quella bambolina, potesse così facilmente a raggiungere il piacere. Rimase così, con la mia mano stretta tra le sue gambe e trattenuta dalla sua, la testa china, i capelli dinanzi agli occhi chiusi, il respiro che andava lentamente quietandosi. Per qualche minuto che mi parve una eternità. Si raddrizzò, lentamente. Mi guardò con gli occhi pieni di pianto, le labbra tremanti… Sfilai piano piano la mano da quella deliziosa morsa… per rimetterla sul volante, malgrado fosse intrisa della sua linfa vischiosa. La prese tra le sue, la portò alla bocca, la baciò. Mi guardò con un sorriso affascinante… promettente…
“Siamo pazzi, Paolo, pazzi. ” Le cinsi le spalle, si avvicinò a me, teneramente. Poi, si allontanò, guardò dietro. Dorina stava stiracchiandosi. Aumentai la velocità. Non ci volle molto per raggiungere la sua abitazione. Parcheggiai dietro l’edificio. Presi in braccio Dorina, che ormai era ben sveglia. Carla mi precedette, aprì il portone, l’ascensore. Salimmo nel suo appartamento. Non sapevo se congedarmi o….
“Entra Paolo. La cena sarà in tavola tra mezz’ora. Prima faccio cenare Dorina e la metto a letto. Se vuoi rinfrescarti sai dov’è il bagno. ”

Avevo bisogno d’una doccia. Fredda. Mi limitai a mettere la testa sotto il getto della doccia. Asciugatomi, andai nel salotto, accesi la televisione. Erano circa le nove della sera. Carla apparve. Serena, tranquilla, radiosa. Indossava una semplice vestaglia, rosa, tenuta chiusa da una cintura di stoffa, di colore un po’ più scuro. Ai piedi, sandali aperti, con le unghie dei piedini accuratamente ricoperte d’uno smalto corallo chiaro. Capelli sciolti, appena un leggero strato di rossetto sulle labbra. Gli occhi, color smeraldo, erano splendenti. Aveva due bicchieri.
“Un aperitivo, Paolo? ” Mi ha teso un bicchiere, alzato il suo. Abbiamo bevuto. La guardavo senza sapere come dovessi comportarmi. Sempre col suo bicchiere nella mano, ancora mezzo pieno, sedette sulle mie ginocchia. Si riempì la bocca del liquido arancione, avvicinò le sue labbra alle mie, le dischiuse col tocco umido della sua lingua, spruzzò il sorso di aperitivo nella mia bocca, e la tenne chiusa con un lungo bacio. Quella donna era ammaliante. Con una semplicità disarmante, come se avessimo una focosa relazione chissà da quanto tempo. Poggiò il bicchiere vuoto sul tavolino, mi abbracciò. Stretto. Baci sempre più insistenti, passionali, ardenti, eccitanti, sensuali, stimolanti. Le mie mani, nella vestaglia, la cercavano, la frugavano, carezzavano le sue piccole tette e il bocciolo dei suoi capezzolini. Ad un tratto si sciolse dall’abbraccio, dolcemente.
“Adesso a cena, caro… a cena… ci vuole dopo… l’aperitivo! ” Non avevo proprio voglia di cenare. Piluccai qualcosa, bevvi una coppa di vino frizzante. Un cucchiaio di gelato… Così, del resto, fece anche lei. Ogni tanto i nostri sguardi si incrociavano. C’era un silenzio perfino imbarazzante. Al termine, disse che lasciava tutto così, l’indomani sarebbe venuta Franceschina, la donna, ci avrebbe pensato lei. Comunque, dovendo giungere dal paese, non sarebbe stata lì prima delle undici! Mi tese la mano. Tornammo verso il divano del salotto. Sedetti. Andò al mobile bar. Prese una bottiglia, due ballon.
“Cognac? ”
“Si, grazie… ma poco…” Ne versò nei bicchieri. Venne a sedersi accanto a me. Accese la TV. Cronaca sportiva. Le cinsi la vita. Si rincantucciò al mio fianco. La mano sul suo piccolo seno. Rimase così, con la testa sulla mia spalla. Guardava la TV, ma non so se seguiva cosa trasmettevano. La carezzavo teneramente. Si rannicchiò ancora di più. Tirando su le gambe. Sembrava più una bambina che una donna fatta. Una bambolina, splendida, irresistibile. Decisi che avrei lasciato a lei ogni iniziativa. Anche se l’eccitazione montava sempre più. Dopo un po’ sentii un lieve ronfare, come le fusa di una gattina… ricordai la poesiola imparata a scuola, all’asilo… Pussy cat, Pussy cat, oh where have you been… gattina, gattina, oh dove sei stata… In effetti, però, pensavo non tanto al ‘cat’ quanto alla bella ‘pussy’ che avevo vicino. Sì, Carla era veramente un bel tocco di fi…. gliola, di pussy. Ad un tratto trillò il telefono. Guardai l’orologio. Le dieci e mezzo. Svegliai Carla con un bacio, le porsi il ricevitore.
“Pronto…Vittorio? .. Ciao… sei già a casa? Qui tutto bene… Paolo è ancora qui… guarda la TV… OK, te lo saluto io…Ciao. ” Mi guardò sorridente.
“OK. Ho dormito un po’, vero? ”
“Si! ”
“Ho russato? ”
“Hai fatto le fusa…”
“Andiamo a letto? ” Si alzò, mi tese la mano. Quell’andiamo ebbe un effetto fantastico. Poneva fine ad una attesa titubante, e faceva nascere una prospettiva eccitante e impaziente. Invece, non dovevo essere impaziente. Mi ero comportato bene, fino a quel momento. Non m’ero mostrato precipitoso, ma dolce e sereno. Entrammo nella sua camera da letto. In quel letto lei e Vittorio…. Mi sorpresi ad alzare le spalle… Lo sapevo. Ma che scoperta facevo! Del resto, Vittorio non mi aveva detto di mettermi al suo posto? Era quello che mi accingevo a fare! Lei mi guardò, sorridendo.
“Ti serve un pigiama? ” Scossi la testa. Il suo volto era luminoso, raggiante, beato…
“Io vado in quel bagno… tu puoi andare nell’altro… di fronte…” Dopo cinque minuti, ero a letto. Non sapevo da che parte lei preferiva stare. Mi misi a destra, guardando il letto… Ero nudo, col lenzuolo fino alla vita. Dopo qualche minuto entrò lei, ancora con quella vestaglia, ma poggiata sulle spalle. Andò dall’altra parte, la lasciò cadere… stava per entrare nel letto..
“No, ti prego, Carla… fatti vedere… sei bellissima, eccezionale, fantastica… vieni da questa parte…” Scalza, sorridente, a piccoli passi, girò intorno al letto. Era a fianco a me, che m’ero seduto, ammirandola. Un personale molto più bello e attraente di quanto svelassero i vestiti. Perfetto. Minuto, elegante, con spalle meravigliose, piccolo seno, modellato splendidamente, e le fragole dei capezzoli visibilmente eretti; ventre piatto, fianchi rotondi e sodi, braccia, gambe, tornite paradisiacamente; il triangolo biondo rame del suo pube che mi stava facendo impazzire. Allungai la mano, mi tese la sua, la attirai a me. Mai vista una bambolina del genere, affondai il volto nei ricci serici del suo grembo, ne aspirai il profumo, la lingua, curiosa, volle assaporare il nettare che stillava dal suo sesso… La tenni così… Poi, si sciolse dolcemente dall’abbraccio… alzò il lenzuolo… mi venne accanto… Certamente aveva veduto la testimonianza del mio desiderio incontenibile. Niente di eccezionale, vi assicuro, ‘aurea mediocritas’ avrebbe detto Ovidio. Baciai Carla sulle labbra, scesi a suggerle i capezzoli…
“Ti voglio, Paolo… adesso… subito… ti voglio…” Si mise supina. Un corpicino stupendo, l’avrei mangiata di baci… Mi guardava… aveva tirato su le ginocchia, le dischiuse, offrendo ai miei occhi sbarrati l’incantevole visione del suo sesso. Rosa, meraviglioso, incorniciato d’oro… Mi misi tra le sue gambe, sorreggendomi sulle ginocchia, su una mano… prese il glande, turgido e bramoso, lo condusse all’ingresso della sua rorida vagina, inarcò la schiena, si avvicinò. Lentamente, molto lentamente, iniziai a penetrarla… Era calda, pulsante, ma stretta come mai ne avevo incontrate nella mia vita…. Deliziosamente stretta… che andava allargandosi al passaggio del glande, stringendosi subito su lui, fasciandolo, carezzandolo… Ero così preso da quel nuovo, sconosciuto piacere voluttuoso, che non mi accorsi che dovevo fermarmi: ero al ‘non plus ultrà. I nostri movimenti erano in perfetta sincronia, armonici, come frutto di antica consuetudine, affinamento raggiunto con l’esperienza… Balzava sotto di me…. Mi accoglieva e si allontanava, con le gambe strette sul mio dorso… Una sensazione meravigliosa, nuova, mai sperimentata… e stavamo scalando insieme, verso la vetta del piacere più travolgente che conoscessi… insieme…. Era lei a sussurrarmi, con affanno, con volto rapito, estasiato, il suo, il nostro godimento…
“Insieme amore… sei bello… splendido… eccomi tesoro… ti sento…. Eccomi…. Aspettami…. Eccomi…. Adesso… adesso…. Adessooooooo… sì…. Si…. Così…. ” E il suo orgasmo fu accolto e accompagnato dalla più esuberante invasione del mio seme che mai m’era capitata prima di allora… E lei lo mungeva, il mio sesso, freneticamente, golosamente, avidamente… fino all’ultima goccia, e mi strinse in sé… a lungo… Non si calmò subito… Le mie carezze, i miei baci, accompagnarono teneramente il lento ritorno alla normalità… si fa per dire… perché non abbandonava la forte presa del mio fallo, in lei… Poi giacemmo, supini, spossati, ma non esauriti… Carla, interessata, volle accertarsi della mia… disponibilità… Voltò il viso verso me, mi sussurrò nell’orecchio che non aveva mai conosciuto un appagamento del genere, un’onda così travolgente, un orgasmo che l’aveva disfatta, ma già era pronta, mi assicurò…
“Ed anche tu…sei…. rifiorito…” Si mise a cavallo a me… Dalla sua vagina stillavano ancora gocce che testimoniavano la nostra voluttà… e questo facilitò il suo inebriante e delizioso impalamento… si fermò un po’… chiuse gli occhi… rovesciò il capo… e la sua fu una cavalcata che, partita al passo, si trasformò presto in trotto, e quindi in galoppata sempre più impetuosa, appassionata, irrefrenabile, trascinante… fin quando un lungo gemito, sempre crescente, e l’ultimo sussulto, non coronarono il palpitante raggiungimento del traguardo. E fu anche questa volta accolta dal dilagare in lei del tiepido calore del mio seme. Non finì lì. Ad un certo punto, tra le mie braccia, con la testa sul mio petto, i lunghi capelli sciolti, si assopì… Guardai l’orologio. Le cinque! Cercando di non farla svegliare, la deposi dolcemente sul materasso, sgusciai dal letto, andai nel bagno, mi ripulii alla meglio. Mi vestii.. Quando tornai in camera, stava stiracchiandosi, con gli occhi semichiusi.
“Vai via? Mi lasci? ”
“Alle sei viene a prendermi l’autista, a casa mia, vado, gli devo dare alcuni documenti da far portare in cantiere…”
“Torni? ”
“Si. ”
“Subito. Ti aspetto… abbiamo ancora tante cose da…. Dirci…” Mise giù la testa, ripiombò nel sonno. Non era mio proposito tornare… ero uno schifoso traditore… Vittorio mi aveva affidato la sua famiglia… sua moglie… ed io… Che bastardo ero stato. Si, Carla era divinamente incantevole, insuperabile, ma… era la moglie di Vittorio. Per andare a casa dovevo passare dinanzi alla chiesa di San Francesco, quella a fianco della Banca d’Italia. Stava aprendo in quel momento. Un sacerdote, anziano, un po’ grassoccio, si affacciò dalla porta, dette uno sguardo alla piazza. C’era solo una vecchina che stava avviandosi alla chiesa, Tra poco ci sarebbe stata la prima Messa del mattino. Mi venne un’idea. Chissà se riuscivo a liberarmi di questo macigno che m’opprimeva la coscienza. Avevo tradito Vittorio! Salii le scale, entrai. Il vecchio sacerdote si fermò, si voltò, mi guardò.
“Reverendo, vorrei confessarmi…”
“A quest’ora? Devo celebrare… è una cosa lunga? Grave? ” Mi guardò fisso.
“Lunga no, padre, ma grave… almeno per me…”
“Venite…” Si avviò verso la Sacrestia, vi entrò, mise una stola viola, andò a sedere in un angolo, vicino a un inginocchiatoio. Mi fece cenno di inginocchiarmi. Disse qualche parola, sottovoce.
“Da quanto tempo non vi confessate? ”
“Da parecchio, padre, non ricordo. ”
“Ditemi…” Brevemente, gli confessai cosa avevo fatto, come mi sentissi un verme, per aver tradito un amico, fatto l’amore con sua moglie… una donna sposata… No, io ero scapolo… Mi ascoltò, guardando ogni tanto verso la chiesa.
“Allora.. figlio mio… niente altro? ”
“E cosa di peggio potevo fare? ”
“Ma vi sentite pentito? ”
“Certo! ”
“Promettete di non ripeterlo più? ”
“Certo. ”
“Dite l’atto di dolore… se non lo ricordate leggete il foglietto sull’inginocchiatoio. ” Lessi sottovoce, lui pronunciò poche parole, che non compresi, fece il segno di benedizione…
“Ego te absolvo…. ”
“Andate, e ricordatevi la promessa. ” Lo guardai, stupito.
“La penitenza, padre? ”
“Dite tre pater, ave, e gloria allo Spirito Santo, perché vi illumini e vi mostri la retta via. Andate, ora, devo celebrare. ” Mi avviai all’uscita. Confuso, irritato, indignato… Non potevo crederci, quindi la penitenza era quella! Tutta lì, per quello che avevo fatto. Scesi le scale, lentamente, mi avviai verso la casa di Carla. Avevo lasciata quella splendida creatura che mi aveva fatto impazzire dal piacere. Mi aveva detto che mi avrebbe aspettato. Mi aveva sussurrato di tornare presto. Alzai le spalle. Per tre pater, ave e gloria, valeva la pena tornare da lei! FINE

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Scrivo racconti erotici per hobby, perché mi piace. Perché quando scrivo mi sento in un'altra domensione. Arriva all'improvviso una carica incredibile da scaricare sulla tastiera. E' così che nasce un racconto erotico.

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