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Il mio militare

Ero militare di leva e, dopo i primi difficili mesi, fui trasferito a Modena ad un reggimento di stanza in quella città. Ormai era passato un bel po’ di tempo da quando ero giunto al reggimento e ricordavo i primi giorni, quando ero spaventato per tutte le voci che circolavano relativamente al nonnismo e ai terribili scherzi che si diceva capitassero ai nuovi arrivati. A me non mi era mai successo niente di grave, anche perché ero stato con gli occhi bene aperti per evitare spiacevoli inconvenienti.
L’esperienza mi avrebbe insegnato, invece, che, se da quel lato non avevo avuto niente da temere avrei, al contrario, fatto delle esperienze che ancora oggi mi paiono preziose: avrei conosciuto una parte di me che fino ad allora avevo represso e che in quell’ambiente sarebbe esplosa trionfante.
Ma andiamo per ordine.
Subito dopo il rancio delle 12, mi aggiravo per la grande camerata in cerca di qualcuno con cui scambiare quattro chiacchiere, quando sentii dei gemiti provenire da pochi passi più in là. Mi chinai per guardare su una delle brande che, dalla mia visuale, rimaneva parzialmente coperta dagli altri letti a castello.
Vidi una montagnola che si agitava, coperta da un lenzuolo. Da sotto il lenzuolo provenivano gemiti e sospiri. Io sono curioso per natura e in più, in quel caso, avevo l’impressione che si facesse del male a qualcuno.
Mi precipitai e sollevai il lenzuolo.
Rimasi di stucco. Sotto c’erano quattro o cinque giovani, completamente nudi, con le membra intrecciate tra loro, che si agitavano sfregando i membri turgidi e formidabilmente eretti sui corpi dei compagni. Vidi in un lampo cosce pelose e robuste avvinghiate tra loro, ventri premuti sui ventri, bocche che succhiavano e lingue che leccavano.
La mia intrusione parve fermare per un attimo l’agitazione di quei corpi. Io ero restato immobile, sconvolto da quello che vedevo, con ancora un lembo del lenzuolo in mano.
“Che cavolo fai?” urlò una voce.
“Ma guarda che bel bambino!” riprese un altro. “Accomodati pure”
Sentii una mano che mi agguantava per il polso. Un’altra mano mi toccò sulla patta e mi accorsi che ero in erezione.
“Ah, senti che bella lepre abbiamo stanato” disse quello che mi palpava. Mi sentii tirar giù e caddi in mezzo al groviglio di corpi che si era aperto come per accogliermi. Ma io feci forza sulle braccia e sulle gambe schizzando di nuovo in piedi. Mi misi a correre come un disperato mentre qualcuno diceva “Ma dove vai? Dai, vieni qui, mica ti mangiamo”
E un altro “Ma lascialo andare, quell’imbranato!”
Io corsi fuori dalla camerata e mi rifugiai nelle latrine. Ero accaldato e sudato, ansimavo come se avessi corso per qualche chilometro. Sentivo il cazzo ancora duro e dritto dentro alle mutande ed entrai in uno dei cessi per sistemarlo meglio.
Davanti a uno dei lavandini c’era un ragazzo biondo, di un biondo intenso. Aveva la pelle ambrata e decisi che doveva essere del sud.
Il cesso era chiuso da un battente a persiana, con le stecche scostate l’una dall’altra in modo che potevo vedere fuori e, mentre mi abbassavo i pantaloni per sistemarmi l’uccello impigliato dolorosamente nella stoffa delle mutande, vidi che il bel ragazzo si spogliava ammucchiando i vestiti per terra. Si toglieva la camicia, i pantaloni, la maglietta. Ora portava addosso solo un paio di slip bianchi piuttosto vecchi e ciondolanti. Il suo corpo era bellissimo. Armonioso, perfetto, degno di una statua di Fidia. Restai immobile ad ammirarlo. I pettorali ben disegnati, le areole del petto rosate, nè troppo grandi nè troppo piccole, il ventre piatto, le cosce slanciate e al contempo muscolose. Il ragazzo si stava sfilando anche le mutande. Si chinò nel gesto di togliersi gli slip, che sfilò dai piedi sollevandoli uno dopo l’altro. Stava di spalle rispetto a me e potevo osservarne le natiche dal bel disegno. Era davanti a uno specchio e potevo vederne la figura per intero dal retro, e il petto, il ventre ed i primi riccioli del pube riflessi nello specchio. Mi accorsi che la mia mano destra aveva cominciato ad andare su e giù sul mio sesso eccitatissimo. Guardavo il giovane dio che mi stava di fronte completamente esposto e, senza rendermene conto, mi masturbavo. Bastava che sentisse un gemito o un fruscio, bastava che si voltasse e, probabilmente, mi avrebbe scoperto. Ma non pensavo, in quel momento. Io non ero consapevole, ancora, dell’attrazione che i maschi esercitavano su di me. Non avevo mai fatto all’amore con un uomo, fino ad allora e, se me lo avessero chiesto, avrei risposto senza esitazioni di essere eterosessuale. In quel frangente, però, non mi ponevo questioni. La mia mano pareva viaggiare da sola.
Il ragazzo si stava lavando. Usava il lavandino per fare delle abluzioni all’intero corpo, data la mancanza di docce.
Alzò una gamba posandola sul bordo del lavandino e restando in precario equilibrio. Vidi che si passava il sapone tra le palle e si sciacquava meticolosamente. Si girò e ora potevo vederlo anche di fronte. Aveva un pene ben formato, in semierezione per le pulizie vigorose che gli aveva dedicato, e due testicoli che pendevano graziosamente. Anche i ricci del pube erano biondi, di un biondo ramato e meno chiaro di quello dei capelli.
Ora il ragazzo cercava di lavarsi in mezzo alle chiappe e stava in una posizione sbilanciata, con la testa rivolta parzialmente indietro, e le natiche spinte sul lavandino, il ventre contratto e il busto spinto in avanti. Era bellissimo e mi venne in mente che mi sarebbe piaciuto essere io a lavarlo, passandogli una mano saponosa tra le natiche superbe. A quel pensiero sentii arrivare l’orgasmo. Fiotti di sperma schizzarono fuori bagnando la porta del cesso. Vidi il mio seme colare viscido sulle stecche della porta, mentre ansimavo esausto.
Il ragazzo doveva aver sentito qualcosa, perché si era raddrizzato e guardava dalla mia parte.
Non potendo fare altrimenti, mi sono tirato sù i pantaloni e sono uscito cercando di assumere un’aria indifferente.
Il ragazzo mi ha guardato, un lieve sorriso aleggiava sulla sua bocca e gli occhi pure sorridevano. Verdi, aveva anche gli occhi verdi, notai.
“Fatta una sega?” mi disse inaspettatamente.
Io arrossii e balbettai qualcosa senza senso imboccando contemporaneamente l’uscita.
Ancora sconvolto per quello che mi era successo, camminavo veloce lungo il corridoio, quando incontrai Franco.
Franco era un ragazzo dell’Alto Adige, alto e biondissimo, con cui avevo fatto amicizia fin dal primo giorno in cui ero arrivato al reggimento. Lavorava in fureria e per questo era una delle prime persone che avevo incontrato in caserma. Mi aveva guardato con i suoi occhi chiari e mi aveva sorriso. Io avevo risposto al sorriso, avevamo scambiato quattro parole, ma poi ci eravamo incontrati di nuovo a mensa e ci eravamo trovati simpatici a vicenda. Lui mi aveva detto che al reggimento si sentiva solo, non aveva fraternizzato con nessuno, un po’ per la sua aria da straniero, un po’ perché trovava insulsi la maggior parte dei soldati. Eravamo usciti assieme un paio di sere, eravamo andati al cinema, insomma si stava profilando una buona amicizia.
Non appena ci incrociammo, Franco mi rivolse la parola. “Marco, stasera vieni a trovarmi in fureria. Ho avuto il permesso di dormire lì e ci tengo una brandina.”
“Dormi in fureria?” dissi io. ” Dormi da solo? Che fortunato!”
Lui sorrise con la sua bocca tutta denti e aggiunse “Sì, ho tutto l’ufficio a disposizione. Allora vieni a fare quattro chiacchiere?”
Risposi affermativamente e lo seguii con lo sguardo mentre, indaffarato, entrava nell’ufficio del tenente. L’averlo incontrato mi aveva calmato ed ero tornato sereno come al mio solito. Mi piaceva quel ragazzo, era colto e simpatico. Non era bello nel senso tradizionale della parola, ma la sua faccia era gradevole e la sua alta e magra figura aveva un che di sensuale che, inconsapevolmente, mi attirava.
Verso le nove di sera bussai alla porta della fureria e poco dopo sentii la chiave che girava e Franco, che si era chiuso dentro, fece capolino invitandomi a entrare. Aveva scostato di poco la porta ed era rimasto nascosco dal battente ma, una volta entrato, lo vidi e sgranai tanto d’occhi. Era praticamente nudo, portava solo un paio di slip bianchi molto ridotti. Sorrise vedendomi imbarazzato per la sua nudità e si scusò “E’ molto caldo e mi sono spogliato, tanto ci chiudiamo dentro e nessuno mi vede”.
“Io ti vedo” pensai. Ma non dissi niente e mi sedetti su una sedia. Franco era allegro e ben presto la conversazione assunse i soliti toni spigliati e divertenti. Prendevamo in giro gli ufficiali facendo loro il verso, e ironizzavamo sulla loro prosopopea, parlavamo di quello che ci era capitato nella giornata e io a un certo punto cominciai anche a recitare una poesia in tedesco che ricordavo a memoria e che anche Franco, che il tedesco lo parlava come prima lingua, conosceva bene. Il fatto che io conoscessi un po’ di tedesco era stato uno dei motivi per cui avevo subito legato con Franco.
Franco si alzò stirandosi e mettendo così in evidenza il suo bel corpo. Gli slip sembravano sempre più piccoli e mi trovavo ad osservarli sempre con più insistenza.
“Vai vai, che la sai lunga!” replicò Franco. E poi aggiunse “Ti dispiace se mi stendo sulla brandina? Sposta la sedia e vienimi vicino”.
Io obbedii spostandomi accanto alla sua branda, mentre lui si distendeva e mi guardava fisso con i suoi occhi chiari. Ci fu un istante di silenzio. Vedevo tutto il suo corpo di fronte a me, quasi mi venisse offerto, il suo corpo senza peli, solo con una lieve peluria biondissima sulle gambe e due ciuffi che spuntavano da sotto le ascelle. Notai, con un tuffo al cuore, che da sopra l’elastico degli slip era visibile l’attaccatura dei peli pubici. Credo di essermi eccitato e di avere provato l’impulso irresistibile di scostare quel piccolo indumento di cotone per scoprire il triangolo dei peli ricci e affondarvi le dita. Ma mi trattenni. Il corpo di Franco era molto bello, con un’ossatura robusta che sorreggeva tutta l’impalcatura di quel magnifico corpo giovanile. Le cosce erano lunghe e snelle e ora distinguevo al loro interno, in alto, una peluria un po’ più scura, soffice, che prima non avevo notato. L’ombelico era scoperto e anche da lì si dipartiva una sottile freccia di peluzzi biondi che puntavano verso i segreti racchiusi nell’interno degli slip. Il petto, largo e ornato da due capezzoli che avrei voluto mordere, era assolutamente privo di peli, il volto era allungato e caratterizzato da una bocca grande sempre imbronciata, ma che ora mi sorrideva in modo provocante. Vidi una mano del mio amico che scorreva lungo il corpo toccando il seno, poi il fianco, il ventre, per fermarsi sul pube stringendo lievemente quel che aveva raccolto in pugno. Franco mormorò, con la sua voce più sensuale “E allora?”
“E’ tardi, devo andare, ciao”, balbettai scappando verso la porta che aprii d’un lampo.
Ero sconvolto ed ero arrabbiato. Arrabbiato con lui? No, sapevo che ero arrabbiato con me stesso, terribilmente arrabbiato. Corsi in camerata e mi spogliai di furia. Solo allora mi accorsi di avere una tremenda erezione e mi affrettai a coprirmi con il lenzuolo. Quella notte dormii malissimo, svegliandomi più o meno ogni ora. Al mattino seguente ci aspettava una levataccia preché il reggimento partiva per fare il campo. Saremmo restati una decina di giorni accampati in campagna, per effettuare delle esercitazioni.
Sapevo che se non riposavo un po’, al mattino sarei stato distrutto e mi aspettava una giornata faticosa, ma non potevo farci niente. Il mio cervello continuava a lavorare, a rimuginare e andava anche mostrandomi quel che sarebbe potuto succedere e che non era successo. Colpa mia, colpa mia.
Il mattino successivo la sveglia fu anticipata a un’ora impossibile, grazie alla partenza per il campo.
Lavorammo tutto il giorno a caricare e scaricare i camion, poi il viaggio e un tratto a piedi, carichi come muli e, infine, costruimmo le tende dove per qualche tempo avremmo abitato. In ogni tenda alloggiavano sei militari ma, stranamente, noi eravamo solo in cinque. Quando arrivò il momento di coricarci, stendemmo i nostri sacchi a pelo sui giacigli approssimativi che avevamo preparato e ci stendemmo esausti. Non avremmo faticato certo a prender sonno. Infatti il silenzio calò rapidamente fra noi e già stavo addormentandomi, quando la tenda si aprì ed entrò il sesto soldato. Cercò di fare meno rumore possibile. Lo sentii mormorare “Scusate” e poi sentii qualcuno che si sistemava accanto a me che ero a un’estremità della tenda.
“Ehi, com’è che arrivi solo ora?” chiesi.
“Avevo da fare” fu la risposta.
“Ma chi sei?”. Nella tenda, piazzata sotto gli alberi di un boschetto, era già buio pesto e non si vedeva un accidente.
“Forse ci siamo già incontrati” mi disse la voce del soldato che nel frattempo si stava stendendo accanto a me con un sospiro di sollievo.
“Davvero?” replicai io mezzo addormentato.
Un improvviso lampo di luce mi colpì in faccia. “Ehi! ma che fai?”
“Guardavo se era vera l’impressione che avevo avuto. Sì, sei proprio tu.”
La luce della torcia elettrica si spense e lui continuò “Sei tu che mi ammiravi mentre mi lavavo, no?”
Io sobbalzai. Ora ero completamente sveglio. “Ma come ti viene in mente… che vuoi dire?” balbettai.
“Ma dai, mica mi scandalizzo se ti sei fatto una sega guardandomi”. Lo sentii ridacchiare. Io non sapevo che dire, ero imbarazzato, ma stavo anche eccitandomi.
“Ma che vai immaginando. Sei presuntuosetto.” Cercai di scherzare. Poi aggiunsi “Ma come ti chiami?”
“Mi chiamo Augusto” rispose lui.
” Ma che nome importante, che hai!”
“I miei genitori questo mi hanno messo. Vuoi sapere perché mi lavavo con tanta cura?”
“Dimmelo, se ci tieni. Ogni tanto mi lavo anch’io, sai?”
“Avevo un appuntamento con il mio amante”
Stavamo bisbigliando ed eravamo con le facce rivolte uno verso l’altro, piuttosto vicini. “Hai un amante?” dissi stupito dalla sua indifferenza nel rivelare una cosa tanto personale.
“Hai capito bene”. Poi, dopo un attimo di silenzio, aggiunse “Senti, vuoi realizzare qualcuna delle fantasie che ieri sera il tuo cervellino formulava guardandomi? Io sono qui.”
La sua faccia era vicinissima alla mia e sentivo il suo alito spirarmi sul volto. Ero scandalizzato, ma anche terribilmente attratto da Augusto. Il suo bel corpo ambrato era lì, steso accanto a me e lui spudoratamente mi faceva quelle dichiarazioni. Avevo perso l’occasione offertami da Franco, avrei rifiutato anche quella? Ma non riuscii a rispondere. Cominciavo anche a sudare per l’imbarazzo. Il mio silenzio, però, deve essere stato interpretato da Augusto come un assenso, perché sentii la sua bocca avvicinarsi alla mia e, dopo un attimo, sentii le sue labbra sulle mie. Un uomo mi stava baciando! Sentivo la morbidezza delle sue labbra e la sensazione che provavo mi piaceva. Restai immobile, lasciandomi baciare. Il suo alito era dolce e dopo un poco provai anch’io a premere le labbra sulle sue. Allora lui aprì la bocca e cominciò a toccarmi con la lingua. Erano rapidi tocchetti come se bussasse a una porta per farsi aprire. Io aprii un varco scostando le labbra e la sua lingua si unì alla mia. Era una sensazione di intimità che mi turbava ma mi piaceva moltissimo. Cercai di rispondere imitandolo e così le nostre lingue cominciarono un balletto toccandosi e ritraendosi. Anch’io, timidamente, introdussi la mia lingua dentro la sua bocca e lui la risucchiò in modo molto lascivo aspirandola con forza. Era la simulazione simbolica di un atto più intimo ancora, un atto che lui forse desiderava e a cui io, ancora, non avevo rivolto il pensiero.
Per un po’ continuammo a baciarci, poi sentii una sua mano che mi carezzava il corpo e che si soffermava sulle natiche palpandole. Eravamo stesi di fianco e ci avvicinammo fino a premere i ventri l’uno sull’altro. Ora anch’io avevo iniziato a toccarlo ed esploravo il suo bel corpo quasi nudo carezzandolo. Sentii che si accostava sempre più fino ad incollarsi al mio corpo con il suo. Poi sentii che si allontanava e si sfilava le mutande e allora anch’io lo feci, imitandolo. Tornammo ad accostarci. Ora i nostri sessi erano eretti e premevano l’uno sull’altro. Non mi ero reso conto di quanto fossi eccitato, ma ora, sentendo il suo cazzo che turgido e durissimo si strusciava sul mio, persi tutta la mia timidezza e avvinghiai le gambe attorno ai suoi fianchi. Presi ad agitare il bacino come se lo stessi chiavando e colpivo il suo ventre con il mio cazzo premendo con tutte le mie forze. Lui rispondeva ed era come se i nostri corpi cercassero di penetrarsi per alleviare il desiderio che ci spronava. Intanto continuava a baciarmi sugli occhi, sulla bocca, sul mento mentre io rispondevo leccandogli la faccia e lasciandomi baciare. La danza che avevamo iniziato produsse il suo effetto e giunsi ben presto al culmine liberatorio spruzzando il mio seme in molti getti che restarono racchiusi nella morsa dei nostri corpi che non si scioglievano. Appena dopo un attimo, anche lui venne e sentii come un “flop” quando iniziò a bagnarmi con la sua sborra. Ora tra i nostri ventri c’era una gran quantità di sperma ed eravamo veramente impiastrati ben bene. Restammo ancora uniti a baciarci, poi ci scostammo. “Tieni un fazzolettino” mi disse lui gentile.
“Ci vorrebbe un telo da bagno” risposi scherzando.
Lo sentii ridacchiare. “Ma non penserai che sia finita qui!” aggiunse.
“Spero di no” risposi. “Ma non se ne accorgeranno gli altri?”
“Dormono come marmotte. Ma sai che non mi hai ancora detto come ti chiami?”
“Mi chiamo Marco. Un nome romano anche il mio, come vedi.”
Intanto cercavamo alla meglio di ripulirci. Ora ci eravamo spogliati completamente ed eravamo nudi. Vedevo il suo corpo come una macchia un po’ più chiara nell’uscurità che ci avvolgeva. Avrei voluto guardarlo, ma con gli altri che ci dormivano accanto, non era possibile. Allora cominciai ad esplorare il suo corpo con le mani. Gliele passai sul volto, sui capelli, poi scesi sul torace che non aveva molti peli e presi a stuzzicargli i piccoli capezzoli eretti e lo sentii sospirare di piacere. Poi scesi a toccare il ventre che era piatto ed elastico. Evitai la zona del pube e passai alle natiche che erano rotonde, piccole e bellissime, come sapevo per averle ammirate la sera precedente. Le palpavo agguantandole a piene mani e Augusto deve aver sorriso della mia insistenza, ma stava fermo, lasciandomi fare. Io continuavo ad esplorare, come se prendessi possesso di quel corpo che tanto mi aveva affascinato e che ora potevo toccare a mio piacere. Provai anche ad inserire una mano, di taglio, all’interno della fessura delle sue natiche e sentii che, in quel posto intimo, Augusto era umido forse di sudore. Toccai anche il suo buchetto ma poi, come se non potessi più aspettare, mi precipitai ad afferrargli il cazzo che, lo sapevo, era restato per tutto il tempo eretto e palpitante. Sentii in mano quello che avevo intuito: un membro solido, dalla circonferenza di tutto rispetto, un po’ arcuato come il corno di un rinoceronte. Sentii Augusto gemere piano, mentre lo toccavo masturbandolo. Poi lo sentii sussurrare ” Così mi fai venire”.
Allora lo lasciai, ma mi sollevai cercando di non fare rumore , mi misi a cavalcioni su di lui con la testa verso i suoi piedi e mi chinai fino a prenderglielo in bocca.
Il suo cazzo aveva un buon sapore. La cappella era umida e sapeva di salato, mentre dai peli del pube potevo aspirare un odore pungente che mi attirava, tanto che mi ficcai in gola tutto quello che potevo, per affondare il naso tra il triangolo dei peli. Sentivo, intanto, che Augusto mi stava toccando masturbamdomi dolcemente e poi sentii la sua lingua che mi leccava. Stavamo facendo un sessantanove e trovavo la cosa straordinariamente eccitante. Mi ingozzavo affondando il suo bel cazzo giù per la gola e sentivo il piacere che si sprigionava dal mio membro succhiato abilmente dalla sua bocca. Ero diventato frenetico, volevo assaggiare il suo sperma, volevo sentirlo spruzzare in fondo alla mia gola e volevo che lui gustasse il mio.
Augusto si dava da fare anche con le mani e mi accarezzava le chiappe. Lo sentivo anche brancicare alla cieca attorno al mio buchetto, ma gli avrei permesso qualsiasi cosa, in quei momenti. In effetti non ci negammo niente. Io venni per primo imbrattandogli tutta la faccia, credo, perchè lui, dopo il mio primo schizzo, smise di succhiarmelo estraendolo dalla bocca. Mentre venivo in lunghi spruzzi liberatori, sentii che anche lui stava eiaculando, ma io volli inghiottire tutto il suo seme e ne sentii il sapore acido e metallico. Lo tenni in bocca fino alla fine succhiando e Augusto continuò ad alzare e abbassare il bacino come se mi chiavasse. Mi abbandonai su di lui, affondando il volto tra le sue cosce. Avevo le sue palle sul mento e dedicai anche a loro qualche leccatina. Poi mi alzai girandomi e tornai a distendermi su di lui con la bocca sulla sua bocca. Ma eravamo stanchi e in breve ci appisolammo abbracciati l’uno all’altro.
Non so per quanto tempo dormii. A un certo punto sentii di nuovo la sua bocca che mi baciava sul collo e, poi, la sua lingua che mi percorreva tutto il corpo scendendo verso il basso. La sentii indugiare sulle palle e cercare di insinuarsi ancora più sotto. Augusto mi sollevò le gambe e affondò il volto tra le mie chiappe. Mi sentii leccare proprio lì, sul buchetto e non potei fare a meno di emettere un gemito di piacere. La sua lingua scavava, insinuandosi e sprofondando e io provavo un piacere mai provato. Sentivo la voglia di appartenergli completamente, dovevo concedere ad Augusto tutto quello che desiderava, questo sarebbe stato anche il mio piacere. Sentii che i miei muscoli si rilassavano e cedevano alla spinta di un suo dito. Ora aveva un dito dentro di me e mi stava forzando anche con un secondo dito. Sentivo male, mi faceva male e glielo sussurrai. Lui ritrasse il secondo dito e prese a ruotare quello che era restato dentro. Ma provavo dolore. Avevo un buchetto molto stretto che non era abituato ad un simile trattamento. Allora Augusto riprese a leccarmi. Ora sì che era piacevole. Poi sentii che mi sollevava ancora di più le gambe e se le poggiava sulle spalle. Prese a premere il suo cazzo sul mio ano cercando di inserirsi. Sentivo un bruciore del demonio e, benché volessi assecondare i desideri di Augusto, continuavo a sussurrare “Ahi, ahi, smettila”.
Ma lui mi carezzava le gambe e continuava a premere il suo sesso cercando di penetrarmi. “Ecco, ecco” lo sentii mormorare “ci siamo”.
E, in effetti, parte della punta del suo cazzo doveva essere entrata. Cominciò allora ad estrarla e a spingere di nuovo, ogni volta un po’ più a fondo, ma di pochi millimetri. Io sentivo sempre più male, ma stringevo i denti, sperando che facesse presto, che le mie difese cedessero per poterlo sentire tutto dentro di me. Augusto accelerava i colpi e, a un tratto, venne. Sentii il suo sperma che mi bagnava. Era venuto, per così dire, “bussando alla porta”.
Io mi rilassai guardandolo. Era bellissimo, madido di sudore, con i capelli biondi attaccati alla fronte e la faccia che esprimeva sensualità e desiderio.
Mi resi conto, a un tratto, che lo vedevo. Non era più buio, tre o quattro torce elettriche erano puntate su di noi.
Volsi la testa e mi accorsi che ciascuno dei nostri compagni di tenda aveva una torca accesa stretta in una mano e il cazzo nell’altra.
Sentii una voce che gridava “Ragazzi, che spettacolo!” e un’altra “A quando il bis?”
Mi sentii morire, ma Augusto scoppiò in una risata così contagiosa che anch’io non potei fare a meno di unirmi a lui e anche tutti gli altri ci fecero eco.

FINE

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Mi piace partecipare al progetto dei racconti erotici, perché la letteratura erotica da vita alle fantasie erotiche del lettore, rispolverando ricordi impressi nella mente. Un racconto erotico è più di una lettura, è un viaggio nella mente che lascia il segno.

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