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La fotografa (racconto lesbo)

E fu ‘ il giorno in cui decisi di imparare a vivere. Lavoravo come fotografa, e avevo buone referenze, da questo punto di vista non avrei avuto difficoltà, così affittai un monolocale mobiliato in una città vicina, al centro, via S. Biagio: una palazzina bassa, un po’ anonima, ma dall’aspetto sano per via dei glicini che ne ornavano la cancellata.
I primi giorni uscii poco. Telefonavo a casa almeno una volta al giorno per rassicurare i miei, senza però lasciare il mio recapito.
“Quando torni” mi chiedevano con insistenza. Non ne avevo la minima idea. Decisi di evitare anche questi momenti di agonia telefonica. E cominciai a guardarmi intorno.
Di giorno andavo in giro a contattare agenzie, col mio book e la macchina inseparabile. Poi tornavo a casa. Avevo già conosciuto i vecchietti del primo piano col loro barboncino, che avevo pure fotografato per scellare la nostra amicizia. E al terzo piano abitavano tre studenti di medicina, rumorosi e festaioli, però simpaticissimi, del tipo che quando arrivavi con la spesa si precipitavano sulle compere per aiutarti a salire, cosicché nessun inquilino aveva il coraggio di lamentarsene.
Ma la vicina di fronte, secondo piano porta b, quella era veramente un mistero. Capelli cortissimi biondi, un corpo androgino e la voce rauca e secca… non che mi avesse mai rivolto la parola, no! Solo, la sentivo salutare le ragazze che andavano a trovarla (tante..) sul pianerottolo.
Ero curiosa, ma mi sembrava poco opportuno andarle a chiedere una tazza di zucchero per rompere il ghiaccio. E probabilmente usava dolcificante nel suo caffè…..

Fino alla sera in cui , dallo spioncino della mia porta , la vidi baciare quella ragazza coi capelli rossi che avevo già incontrato per le scale altre volte. La teneva stretta a sé con una mano, e l’altra era infilata sotto la minigonna della rossa, che si contorceva silenziosa. La luce fuori si spense e non si preoccuparono di riaccenderla. Io, sudata e bagnata, mi accoccolai contro la porta, nella speranza di udire ancora qualcosa.
Niente. Sembrava che niente stesse succedendo là fuori. Così andai a letto col corpo in subbuglio.

La mattina dopo mi svegliai in ritardo , avevo un appuntamento di lavoro.
Mi vestii velocemente, e nel chiudere la porta… la sua si aprì. Ero di spalle alle prese con la serratura, ma potevo sentire il suo sguardo su di me. Mi sentii nuda improvvisamente, e gravitazionalmente pesante. Mi girai con uno sforzo pauroso; la vidi come se fosse la prima volta : usava un top nero e un paio di pantaloni di cuoio anch’essi neri. Era leggermente appoggiata allo stipite, con un sorriso indecifrabile, e mi guardava fisso. Balbettai un “buongiorno” che rimase senza risposta. Feci le scale a quattro a quattro, corsi alla fermata dell’autobus, ero in panico, non sapevo cosa mi stesse succedendo. Era come se quello sguardo mi si fosse incollato alla pelle, e per un magico processo tutte le particelle del mio corpo si fossero risvegliate. Nell’autobus pieno di gente, ogni casuale sfioramento mi provocava brividi intensi. Così passò la mattina, intensamente insensata.

Tornai a casa sperando di incontrarla. Ma la sua porta non si aprì. Era venerdì e avvertivo davanti a me un fine settimana interminabile. Sentivo un ‘attrazione senza limiti per quella donna, la sentivo senza poterla giustificare, e cercavo un modo per andare a bussare a quella porta, mi lambiccavo il cervello da ore, e non avevo nessun’idea.

Seduta davanti al tavolo della cucina, i piatti da lavare, i resti della cena del giorno prima sul fornello, passai il pomeriggio quasi immobile, alzandomi solo ogni tanto per andarmi a stendere sul letto. Ma non potevo dormire, non potevo mangiare. Sentivo ancora il suo sguardo sul mio corpo, come se fosse la carezza sfocata che avevo sorpreso quella notte segretamente. E finalmente, rumori sul ballatoio…era lei che tornava a casa. Sola. Tintinnio di chiavi, il mio cuore che batteva all’impazzata, io dietro la porta, io scivolando lungo la porta, io stesa per terra cercando il contatto gelato col pavimento, e il sesso che mi bruciava.

Mi alzai di scatto. Mi guardai allo specchio, ero pallidissima, infilai un vestitino e i sandali… e prima che me ne accorgessi, il mio dito premeva il campanello della sua casa.
Lei aprì e sorrise. Come se mi aspettasse.
“Entra” mi disse. Entrai in una sala spoglia e bianca, pochi mobili di legno, tanti libri, un computer, una scrivania piena di carte e schizzi, un grande specchio dietro essa.
“Siediti” mi indicò una sedia di ferro battuto, e lei prese posto sul divano di fronte a me. Non sapevo cosa dire. La rigidità della sedia mi lasciava ghiacciata e dura. Lei mi guardò e mi disse:
” Credo di sapere perché sei qui. Ma voglio sentirlo da te”.
Silenzio.
Mi mordevo il labbro inferiore e non osavo guardarla.
“Se non vuoi parlarne” disse lei “torna a casa e non farti male”.
L’ultima cosa che volevo era tornare a casa.
“Aiutami” riuscii a dire, penosamente.
“Aiutarti…… bene, ti aiuterò. Mi vuoi, vero? Ma non é facile avermi. Sono una persona esigente. Cosa sei disposta a darmi?” lei continuava a sorridere.
Accese una sigaretta.
“io…” iniziai.
Poi ammutolii di nuovo. Tre, quattro, cinque minuti.
” Cosa vuoi da me? Dimmelo o vattene”.
La durezza di quest’affermazione mi fece affiorare le parole in gola.
“io…. voglio fare l’amore.”
“Ah…. hai la fichetta bagnata, eh? La vicina lesbica ti fa effetto? E come mai? Mi sembri una ragazza così innocente…. racconta, raccontami della tua fica. Sei bagnata? Dimmi che la tua fica è tutta aperta e gocciolante…” Usava certe parole con naturalezza ed io morivo di vergogna.
Non accennava ad alzarsi né a venirmi vicino.
“si, …sono bagnata”
“lo voglio sentire cosí, amore : ho la fica tutta aperta”
“ho… la fica tutta aperta….”
“e voglio una lingua che mi asciughi”
“non posso dirtelo…. non so parlare….non ci riesco”
..Brividi freddi per la schiena. Era un gioco. Era un gioco difficilissimo, tenere i ritmi che lei mi imponeva. Chiudevo gli occhi per forzarmi a ripetere quello che voleva dicessi. Ero sempre più eccitata.
Volevo gridarglielo, prendimi, fammi, leccami, succhiami, penetrami, ma non ne ero capace. Ero pietrificata dal desiderio.
“si , ti voglio” riuscì a ripetere meccanicamente.
“E cosa farai per avermi, mia cara? Il sesso è uno scambio… e tu così inerte…o allora….”

Si alzò e sparì nella stanza a fianco. Interminabile attesa. Quando tornò aveva in mano un lungo foulard di seta nera . Io ero incapace di reagire.
“Alzati” disse imperativa. Mi alzai quasi di scatto, come liberata da un incantesimo. Lei prese le mie mani un minuto tra le sue e mi guardò fissamente.
” Ricorda: nel momento in cui vorrai andare, non avrai che da dirmelo…”
Passò il foulard morbido nei miei polsi, lo annodò stretto e con decisione. Mi spinse verso il grande specchio che troneggiava dietro la scrivania, e annodò l’altro capo del foulard ad un gancio che pendeva dal soffitto, e che probabilmente era stato un supporto per le piante. Sentivo il profumo freddo della sua pelle in quei suoi movimenti, ero stordita. Mi vedevo specchiata e legata come se fosse un’altra me sconosciuta, il vestito scompostamente tirato sul davanti, e lei da dietro cominciò a sbottonarmelo piano. Parlava senza pudore del mio culo, del mio petto, tastava, lisciava, ed io silenziosamente mi aprivo, la mia espressione cambiava. Quando mi sfiorò la fica ero al limite della sopportazione. Lei sembrava godere esteticamente… Poi prese un righello dalla scrivania, e cominciò a battere piano sulle mie natiche….. poi più forte, in maniera cadenzata. Dapprima sentii un dolore ottuso e inaspettato…ma ogni volta che alzava la mano per colpirmi, qualcosa in me si scioglieva, i gemiti affioravano, la fica mi batteva all’impazzata….
“ti piace? Questo culo rosso sarà il prezzo da pagare … o vuoi che smetta?”
“NO!” urlai, finalmente….
“prendimi, ti prego… infila le tue dita…. ti prego, continua…. battimi, sono tua, non lo vedi? Voglio annusarti… toccarti leccarti succhiarti… liberami le mani…. avvicina il tuo petto….”
Lei tirò i miei slip in fretta e mi prese. Brutalmente. Scoprì il petto e lo infilò nella mia bocca. Venni quasi istantaneamente: un orgasmo intensissimo, un tremito prolungato, una sensazione fino allora mai provata. Allora lei mi liberò le mani, e con furia quasi vendicativa strappai i suoi abiti e la toccai e la annusai tutta, rotolammo per terra, era bagnatissima e turgida, venne nelle mie mani in un movimento impetuoso e torrenziale, i fianchi impazziti, e io godetti di nuovo di quel corpo di cui ero stata privata per tanti minuti, ma forse mesi, forse anni….

Rimanemmo per terra, in silenzio, a guardarci…. Già sapevo che per lei le parole, quelle definitive, non erano importanti. E che spiegazione non c’era e non ci sarebbe mai stata. Il mio corpo preso si era sentito così stranamente leggero…. e adesso sapevo quanto il più grande piacere poteva essere doloroso, quanto il dolore poteva essere piacevole. Lei mi aveva liberato dal peso della coscienza. Non avevo più limiti. Solo lei, vicina, e quest’odore penetrante dei nostri corpi mischiati. Dormii.

FINE

About Hard stories

Scrivo racconti erotici per hobby, perché mi piace. Perché quando scrivo mi sento in un'altra domensione. Arriva all'improvviso una carica incredibile da scaricare sulla tastiera. E' così che nasce un racconto erotico.

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