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La mia prima volta con Elisabetta (racconto lesbo)

Ultimamente, navigando “senza meta” e per curiosità (inizialmente, poi via via con volontà e con tanta libidine…) nei vari siti web, mi sono imbattuta in centinaia di racconti (alcuni discreti, molti mediocri, la maggior parte “senza infamia e senza lode”…). Dopo averne letti una trentina (ma solo cinque o sei, mi sono piaciuti…) mi sono decisa a “scendere in campo” pure io. Amo molto le disfide (anche se non sono nata a Barletta…) e per tale motivo, gradirei il giudizio di voi lettori (meglio ancora se di voi amate lettrici…).      E’ doverosa una mia pur breve presentazione: mi chiamo Arianna, ho diciotto anni, (anzi, quasi 19), sono alta un metro e settantacinque, occhi blu, capelli castano scuri, seno terza misura, vita e fianchi rispettivamente 59 e 90 centimetri. Nel giudizio che “mi appiopperete”, vorrei che consideraste che è la prima volta che scrivo un racconto (assolutamente reale !) che mi riguarda …molto da vicino.  
“Il fatto” è avvenuto circa due anni or sono. A quel tempo, avevo sedici anni (ovviamente…) e ancora andavo a scuola. Era giugno, e quel pomeriggio insieme ad Elisabetta, decidemmo di andarcene un po’ in giro in bicicletta. Per la verità, siccome i miei erano in vacanza, avevo timore a lasciare casa disabitata. Però, allo stesso tempo, volevo prendere il sole. Il tempo era buono ed avevamo deciso di farci una passeggiata in centro. Elisabetta, abitando nell’immediata periferia di Roma, mi raggiunse sotto casa. Avevamo deciso di andare a prendere il sole, sui prati del Circo Massimo. Il viaggio d’andata andò liscio come l’olio. Avevamo portato anche le stuoine per prendere il sole. Tanto per non fare niente, solo del “taglia e cuci”, iniziammo a parlare dei ns. rispettivi ragazzi e di quelli della ns. comitiva. Non disdegnando, nella futile dissertazione, i divi del calcio, della musica, della televisione e del cinema. Verso le sei, abbronzate e, soprattutto assetate, decidemmo di tornarcene a casa. Ma decidemmo di cambiare il percorso, rispetto a quello dell’andata. Inforcammo le ns. biciclette e ci avviammo. Ma, dopo neanche cinquanta metri, proprio nel bel mezzo di un incrocio trafficatissimo… scoppiò il copertone della ruota di dietro della bici di Elisabetta. Prese dal panico (gli automobilisti, prendendoci per delle stupide, ce ne dissero di tutti i colori…) attraversammo di corsa l’incrocio e decidemmo di legare la bicicletta della mia amica ad un palo e di tornarcene in due sulla mia. Saremmo tornate il giorno dopo a riprenderla. Dopo aver legato la bicicletta ad un palo, ci abbeverammo ad una fontanella lì vicino, anche per stemperare la calura. Ma, proprio mentre stavo montando in sella per ripartire, Elisabetta da dietro, mi lanciò una busta piena d’acqua. Mi bagnò da cima a fondo. Non che la cosa mi fosse sgradita, ma non volendo dargliela vinta, ripresi la busta e, dopo averla riempita di nuovo, gliela tirai. Ormai eravamo pari. Io completamente bagnata di dietro e lei davanti. Essendoci tolte il top dei costumi, praticamente le magliette ci si erano attaccate come una seconda pelle. Decidemmo che io avrei guidato e pedalato ed Elisabetta si sarebbe sistemata sul manubrio. Per non affaticarci, ci saremmo alternate. Comunque ripartimmo. Poco dopo, all’altezza dell’Isola Tiberina, Elisabetta ricominciò a scherzare. Infastidita, non tanto da Elisabetta, quanto dal traffico e dagli sfottò degli automobilisti, gli dicevo di smettere. Ma… si rivelarono, parole al vento. Elisabetta, imperterrita, continuava. Io ancora più inquieta: “Elisabetta, stiamo in due su una bicicletta, la strada è sconnessa, ci sono le macchine. Se continui a fare la stronza così, prima o poi cadiamo e ci facciamo male !” Mi ribattè: “Scusami ma non riesco a stare ferma. Mi piace troppo provocarti. Ci provo un gusto…”
“OK. Se continui ti do uno schiaffo”
“Provaci e vedrai… ” mi rispose.
Mi sfidava. Infatti, subito dopo Ponte Garibaldi, iniziò a tapparmi gli occhi, per non farmi vedere la strada. Cercai più volte di farla ragionare, ma inutilmente. Per poco non tamponammo una macchina in sosta. Era ora di cambiare. Mi sarei vendicata.
Per tenermi in equilibrio, poggiai la mano sinistra sulla sua spalla e con la destra le ricambiavo il… fastidio. Iniziai con gli occhi, poi con i capelli, con la bocca, con le braccia. Aveva un po’ di difficoltà ma, incredibilmente, riusciva a tenere la strada. Non ci stavo ! Non potevo e né volevo dargliela vinta ! Giammai !!! Così, mi venne in mente di pizzicarle i capezzoli. Glieli tirai. Elisabetta, lanciò un urlo e sbandando cademmo sul marciapiede ed Elisabetta si sbucciò un ginocchio. Pianse, per scusarmi e consolarla, con      dell’acqua le detersi, con dell’acqua fresca, la ferita. Per arginare l’uscita di sangue, legai al ginocchio il fazzoletto con cui mi ero fatta la coda di cavallo. Legandolo molto stretto, riuscii a frenare l’emorragia. Poi me la strinsi al petto e gli diedi un bacio, sulla guancia. In quello stesso istante, smise di piangere. Nuovo cambio. Tornai a pedalare ed Elisabetta sul manubrio. Stavo facendo uno sforzo sovraumano. Subito dopo Ponte Sisto, intravidi una luce diversa nei suoi occhi, notai che le si erano inturgiditi i capezzoli.
I suoi occhi erano diventati lucidi, illanguiditi. Pensavo avesse riprese a piangere, ma non gli lacrimavano. Ci guardammo negli occhi per tre o quattro secondi. Poi, dovendo controllare la strada, distolsi lo sguardo. Tornai a guardarla negli occhi, e constatai che continuava a fissarmi. Pensai che se la fosse prese per la ferita che le avevo procurato. Al semaforo, accostando sulla destra ed appoggiandomi al marciapiedi le chiesi scusa: “Elisabetta, scusami ancora per il ginocchio. Però se tu non mi avessi provocato, io non mi sarei vendicata. E’ colpa tua. Comunque ti chiedo ancora perdono. Appena arriviamo a casa te lo disinfetto meglio.”
“No, no, non è colpa tua Laura, non ce l’ho con te. Hai ragione è solo colpa mia. Ma ti giuro che non ce l’ho con te.”
Scattò il verde e ripresi a pedalare. Ma il suo sguardo fisso non smetteva. Non ne capivo il perchè. Al semaforo seguente, inaspettatamente, mi diede un bacio. Ma non sulla guancia, come glielo avevo dato io. Sulla bocca. Rimasi esterrefatta. Senza parole. Mi sentii una sensazione strana. Mi girava la testa. Ero emozionata, in fin dei conti anche questa era una “prima volta”. Per qualche minuto entrambe rimanemmo mute, però lei continuava a fissarmi. Adesso, però neanche io distoglievo lo sguardo dai suoi splendidi occhi verdi. Ora anche io la fissavo. Non capivo perchè, però lo facevo. Inconsciamente, volevo sfidarla. Un’altra volta.
Essendomi un po’ stancata, Le proposi di svoltare per Piazzale Flaminio ed entrare così a Villa Borghese. Poichè la strada è in salita, decidemmo di continuare a piedi. Elisabetta, non so quanto involontariamente, mi prese la mano. Lo aveva fatto già altre volte. E’ consuetudine in noi donne, questo tipo di atteggiamento. Però in quel momento, lo interpretai in maniera diversa. Non mi sbagliai !
Continuando a piedi, Elisabetta mi indicò una fontanella. “Andiamo a bere, ho sete !” Dopo aver bevuto, le volli controllare la ferita. Era tutto a posto. Eravamo stanche e decidemmo di riposarci dieci minuti. Per l’immane fatica, io ero sfinita e, ad occhi chiusi mi stesi sull’erba. Elisabetta invece era rimasta seduta. La posizione prona e gli occhi chiusi, mi stavano facendo tornare le forze. Proprio in quel frangente… un altro bacio. Era Elisabetta. Questa volta, a differenza del primo, non fu fuggevole.
Con la lingua, cercò di aprirsi un varco tra le mie labbra. Non so quanto involontariamente, ma non mi opposi. Vista la mia “disponibilità”, mi salì a cavalcioni, ed incurante che qualcuno ci potesse scoprire, continuò a baciarmi. Eravamo semi nascoste da un cespuglio fino ai fianchi. Comunque, anche se ci avessero visto, non so se ci saremmo fermate… La voglia era tanta… Elisabetta, senza mollare la mia lingua e le mie labbra, iniziò a palparmi…
La voglia aumentava tumultuosamente. In lontananza, sentii alcune voci che si avvicinavano. Impaurita, mi liberai dall’abbraccio della mia amica e scattai in piedi, mi voltai per vedere a chi appartenessero quelle voci. Erano due mamme con i rispettivi figli. Elisabetta, presa com’era dalla libidine, sulle prime non si era accorta di nulla.
Ci siamo ricomposte in fretta e furia. Non volevamo farci vedere in quella posizione. Rimontammo in bicicletta per tornare a casa. Per far più presto iniziai a pedalare come Pantani… In meno di venti minuti eravamo a casa. La mia.
Elisabetta chiamò casa sua ed alla madre, raccontò tutti gli imprevisti di quel funesto (almeno fino a quel momento…) giorno. Ovviamente, escluse i particolari piccanti…
Nella conversazione, le disse anche che, per quella notte, a causa della sbucciatura e per non lasciarmi sola, avrebbe dormito a casa mia. Secondo me, aveva un’altro motivo… voleva continuare quanto ci era stato, inopinatamente interrotto a Villa Borghese. Ma… ora, anche io lo desideravo.
Nel frattempo, mentre lei era al telefono, le procuravo i cerotti, le garze, il disinfettante e quant’altro le potesse occorrere. Intanto, Elisabetta toltasi la maglietta, l’aveva stesa per farla asciugare. Per tutto il tempo in cui stava telefonando, mi sono messa ad osservarla. Aveva un corpo stupendo, una vera statua. Slanciata, con i capelli biondi fino alla vita, le gambe lunghe come due pertiche, un culo molto sodo con le chiappe ben divise come due metà di una stessa mela. Gli short, di colore bianco, le erano attillati come una seconda pelle. Aderivano così perfettamente, che a prima vista potevano sembrare una vera pelle. Non c’era ombra di cellulite, tutto molto armonioso. La pelle, così liscia, sembrava come una buccia di pesca, solo l’abbronzatura faceva sembrare il contrario. Solo i seni alti e dritti, con il loro colore eburneo, contrastavano col resto del corpo. I capezzoli scurissimi con le aureole molto larghe, (segno evidente di una notevole carica erotica) svettavano come due chiodi. Ero rimasta incantata ad ammirarla, come ipnotizzata, estasiata. Già altre volte avevo ammirato il corpo di un’altra donna… ma adesso lo stavo facendo in modo diverso. Il vederla nuda, e la mia attrazione per il suo corpo, mi convincevano sempre di più che tutte e due, avevamo le stesse intenzioni. Volevamo continuare !!!
Finita la telefonata, si sedette sul tavolo della cucina ed io ai suoi piedi, cercavo di disinfettarle meglio la ferita. Finita l’opera, Elisabetta, mi prese la testa fra le mani e, fissandomi dritta negli occhi, mi attirò verso di sè. Tutta l’azione sarà durata non più cinque secondi, ma a me parevano cinque anni. Nè io, nè lei distogliemmo lo sguardo. Entrambe lo volevamo. Per me, era la prima volta. Per la verità, molto spesso, guardando films o riviste hard, oppure leggendo di altre avventure saffiche, mi ci ero immedesimata. Probabilmente, lo facevo più per gioco che per vero desiderio. Ora invece ne ero la co-protagonista.
Le labbra si toccarono… si bramavano… si desideravano …si cercavano. Poi schiudendosi, toccò alle lingue. Sembravano due serpentelli, due aspidi che si combattevano… Intanto, senza staccarsi da me, iniziò a palparmi il seno.
Dapprima, sopra alla maglietta, …poi insinuando la mano sotto, continuò “nature”.  
A quel punto anche io mi diedi da fare col suo seno. Glielo afferrai con foga, volevo trasmetterle la mia bramosia. Poi, tirando fuori il lato femminile del rapporto, glielo carezzai con dolcezza. I capezzoli turgidissimi, mi solleticavano il palmo della mano e, trasmettevano sensazioni bellissime su di lei. A quel contatto, si irrigidiva come se il suo corpo fosse percorso da una scarica elettrica. Mi piaceva procurarle quelle “scosse erotiche”. Ormai eccitata e facendomi coraggio (ero in ballo e… volevo ballare), scesi direttamente con la lingua a titillarle i capezzoli. Altre scosse, a ripetizione. Con la mano, era intanto scesa dal mio seno agli short. Solo un bottone, una lampo ed un pezzo di lycra, la separava dal…”mio scrigno”. Me li aprì senza alcuna difficoltà.
Allargai leggermente le gambe ed i pantaloncini, scesero ai miei piedi. Quindi, slacciò i cordoncini del costume, ed anche quest’ultimo, si ritrovò sul pavimento, tra le mie caviglie. Notavo in lei, un modo di fare molto deciso, da vera esperta. Credo che non fosse la prima volta che lo faceva con una donna. Non gliel’ho mai chiesto. Dopo avermi denudata, mi strinse a lei. Il contatto, …le scintille. Di piacere. Capezzoli contro capezzoli, ventre contro ventre, labbra contro labbra, lingua contro lingua. L’una contro l’altra. Si faceva a gara a chi dava più piacere all’altra. La situazione, si stava …facendo bollente. Scese dal tavolo, mi prese per mano e, senza neanche chiedermelo, si diresse in camera mia. In un fulmine, ci buttammo sul letto. Io per prima, a cosce spalancate.   Ne avevo troppa voglia. Elisabetta davanti a me, con estrema calma: “Ti piace eh …porcellina… Adesso, mentre io mi spoglio, tu ti masturbi. Voglio vedere …quanto mi desideri. Voglio vederti smaniare…”
” Sì, è vero, mi piace tantissimo. Non so neanche perchè stia qui con te a fare certe cose. Non lo so però mi piace, da morire. Spicciati non resisto più. Ti voglio ! ” non riuscivo più neanche a rendermi conto di quello che stavo dicendo.
Non pensavo neanche che qualcuno dei vicini potesse sentirci, non me ne importava niente !
“Se proprio mi desideri così tanto, allora dimostramelo!” fu la sua replica.
“Dimmi come devo fare per dimostrartelo. Farò qualsiasi cosa.”
“Allora se sei così determinata, vieni qui davanti a me. In ginocchio, con le mani dietro la schiena, mi devi togliere i pantaloncini ed il costume. Solo con i denti ! Niente mani !!!”
Ancora più eccitata per la proposta, feci come mi ordinò. Appena in ginocchio, prima di iniziare, per cercare di capire come fare, mi trovai con il naso davanti ai suoi short. Respirai, a pieni polmoni, quell’afrore intenso. Volevo godermela in tutti i sensi, con tutti i sensi. Con molto piacere, constatai che, questa mia idea, fu apprezzata moltissimo anche da lei. Mi afferrò la nuca e mi spinse con forza la faccia contro i suoi pantaloncini.          Ero contentissima che avesse apprezzato la mia fantasia. Poi, in ginocchio, come mi aveva ordinato, iniziai a denudarla. Con i denti afferrai i bordi dei pantaloncini e tirai per cercare di toglierglieli. Ma, per rendermi più difficile l’opera, serrò le cosce cosicchè facessi più fatica. Lo stesso fece con il costume. Per vendicarmi, però, quando toccò all’ultimo indumento, oltre alla stoffa, gli presi anche alcuni peli.
Lanciò un urlo.   …Chi la fa, l’aspetti…  
Ancora più infoiata, mi buttò sul letto ed iniziò a leccarmi tutta. Sulla faccia, sugli occhi, sulle labbra, sui seni, sul ventre, per finire poi, …sulla fica.
Non tralasciava nulla. Ormai, per il piacere che stavo provando, mi sembrava di vivere su di un altro pianeta. Poco dopo, messasi a 69, ha voluto che le ricambiassi il piacere. Ed io ero così contenta di poterlo fare… Volevo dimostrarle che anche io potevo essere alla sua altezza. Iniziò a leccarmi la pussy di buona lena, ogni slinguata era una goduria. Però, a differenza delle leccate che ricevevo dai miei coetanei uomini, ora godevo in maniera molto più sostanziosa. Anch’io cercavo di fare lo stesso con lei.
Elisabetta, essendo una ragazza come me, sapeva dove “colpire” meglio per farmi godere più intensamente. D’altronde, anche per gli uomini, succede la stessa cosa. Un pompino fatto da un gay, è più godurioso di quello eseguito dalla più esperta delle bocchinare. Elisabetta, sapeva “colpire” così bene, il piacere era così intenso …che venni subito. In pochissimi minuti, forse meno di cinque. Per la foia, bevve tutti i miei umori.
“Arianna, ora tocca a me !” E, con la bocca ancora intrisa dei miei “succhi” mi diede un bacio. Volli iniziare proprio dalla sua bocca, leccai tutti i miei umori direttamente dal suo viso, era la prima volta che li assaggiavo così. Poi, messasi a cavalcioni sopra la mia faccia, mi invitò ad iniziare. Cercai di mettere in pratica, nel miglior modo possibile, quanto avevo letto e visto su riviste e films. Chiaramente, essendo una novizia, non so se avessi svolto l’opera “a puntino”. Si strusciava sopra il mio viso, si (e mi) pizzicava i capezzoli, sbuffava, smaniava, insomma, mi dimostrò ampiamente che stava godendo anche lei. Ad un certo punto, la sentii irrigidirsi tutta, mi premette la pussy talmente sulla bocca che ebbi quasi paura di soffocare. Fu, proprio in quel momento, che un …”fiume in piena”, quasi mi faceva affogare. Era il segno più tangibile che ero “riuscita nell’impresa”… Volendo ricambiarla in tutto e per tutto, riuscii a non perderne neanche una goccia. Eravamo ormai esauste, ma …sempre eccitate. Ci facemmo la doccia insieme, ci toccammo ancora, continuammo anche dentro la vasca da bagno.
Quando ormai eravamo veramente “alla frutta” (e, forse anche oltre…) accendendo la tele, ci accorgemmo che erano ormai le sette di sera. Sempre nude, apparecchiammo la tavola ed io preparai da mangiare. Volendo ricordare quella giornata particolare, mandai Elisabetta a comprare una candela rossa al casalinghi sotto casa. La vidi rivestirsi con la mia maglietta ed i miei hot-pants, ma senza nulla sotto.
“Voglio sentirmi i tuoi odori ancora addosso…” un’altro bacio e scese. Quando tornò, mi accorsi che ne aveva comprato una confezione da dieci ! (Solo la notte, capii il perchè…)
Io, non sapendo dove mia madre tenesse le bugie, girai sottosopra un bicchiere e facendoci colare della cera, fissai la candela. Non sarà stato il massimo della raffinatezza, però contava il pensiero. Mangiammo, tutto il tempo, fissandoci negli occhi, come due innamorati. Finita la frugale cena, andammo in salotto per riposarci un attimo e guardare la televisione. Poi, verso le dieci, ci preparammo per andare in discoteca.
Non avendo dietro i suoi vestiti, le prestai un tailleur mio. Tanto avevamo le stesse misure. Chiamammo un taxi che ci portò davanti ad un locale nei pressi di Piazza Euclide. In discoteca, avendo riscosso un notevole successo (raramente, si vedono due ragazze da sole) in poco tempo eravamo circondate da pretendenti. Avendo la casa disposizione,       avremmo potuto anche finire in altro modo la nottata, ma non volendo rompere quell’incantesimo, ci rinunciammo. Trovammo anche due cavalieri (pure carini, se non ricordo male) che si sarebbero offerti per “il dopo discoteca”. Passammo una gradevole serata in loro compagnia, ma poi nulla di più. La pomiciata che ci “offrirono” sotto casa, ci sarebbe servita per quando, da lì a poco, saremmo rimaste da sole…
Non volendoci perdere di vista, ci chiesero anche il numero di telefono. Evitando, chiaramente, di dargli quello vero, gli diedi quello della segreteria della scuola che allora frequentavamo. Prendemmo l’ascensore, salimmo al piano. Elisabetta, per la voglia, per fare più in fretta, iniziò a spogliarsi già in ascensore. Io, per la stessa ragione, aprii la porta di corsa. Appena entrate, buttammo per terra soprabiti, borsette, chiavi e ci dirigemmo velocissime in camera da letto. Questa volta, era quella dei miei genitori. Volevo stare più comoda. Fu una notte ancora più eccitante del pomeriggio appena passato. Elisabetta si scatenò !!! Mai avevo visto un rapporto sessuale tra due umani più “animalesco” di quello che stavo vivendo con Lei… Forse solo nei film… Ma, giuro, mai dal vivo.. Mi sovviene “IL POSTINO SUONA SEMPRE DUE VOLTE” (quello con Jack Nicholson e Jessica Lange, per farvi un’idea…) ma Lei mi sembrava ancora più selvaggia di Jack…. Il che è tutto dire…
Non ebbi tregua, volle penetrarmi con le candele, sia davanti che di dietro. Mi morse dappertutto. Le labbra, i capezzoli, il seno, la pussy, le natiche… Non lasciò nulla di incompiuto !!! Alla fine mi ritrovai piena di lividi e vuota di forze, ma decisamente soddisfatta !!!   Penetrò la mia delicata pussy dapprima con un dito, poi con due ed infine con quattro tutte insieme…. A letto era una furia… sembrava un cane randagio che non voleva farsi catturare dall’accalappiacani. Alla fine, ebbe l’ardire di dirmi: “Peccato che non siamo a casa mia, sole solette, sennò ti avrei fatto provare i miei giocattolini… ” (Per la precisione dovetti aspettare solo una decina di giorni, se non ricordo male, per provare i suoi giocattolini… Maxi vibratori e doppi falli di dimensioni considerevoli… Ma, questa è un’altra storia, magari da raccontare in futuro…)
Qualche ora dopo, ci addormentammo abbracciate una all’altra, e così ci risvegliammo il mattino dopo. Verso le dieci del giorno seguente, dopo aver fatto colazione, decidemmo di prendere il sole in terrazza. Non parlammo affatto di quello che era successo; anche per non far sapere i cazzi nostri ai miei vicini pettegoli… Non avendo nulla per pranzo, scendemmo per fare la spesa. Elisabetta, tanto per non smentirsi, comprò così tante zucchine e carote che sarebbero bastate per tre mesi… Tornate a casa, dalla sporta, prese due carote. Dopo averle accuratamente pelate e lavate, se le introdusse nella sua profumatissima ed eccitantissima fica. Per tutto il pranzo, se le tenne dentro; “al calduccio” come aggiunse lei.. Per tutta la durata del pranzo, non pensai che alle due carote ed alla sua amatissima fica. Solo alla fine, dopo il caffè, aggiungendo: “DULCIS IN FUNDO… ” mi invitò a degustarmi la sua delizia… Mi invitò a mangiare le carote ancora intrise dei suoi umori, direttamente dalla fonte. Dovevo tirargliele fuori solo con la lingua, con le labbra, con i denti. Senza, ovviamente, le mani. Mi sembra pleonastico aggiungere che continuammo a fare l’amore come il pomeriggio e la notte seguente… Tanto per non smentirsi, anche quella notte, si scatenò. Dopo aver preso dal frigo un salame lungo una trentina di centimetri, mi scopò con quello !!! Anzi per la precisione, “ci scopammo con quello…” Alla fine del “round”, mi propose di divorarci, seduta stante, quel salume. Io avrei dovuto sfamarmi con quello intriso dei suoi umori e lei con l’altra parte… (Forse a qualcuno farà anche ribrezzo quello che vi sto raccontando… Ma tant’è !) Le zucchine fecero la stessa fine delle candele della notte precedente e delle carote “pomeridiane”… Quel pomeriggio ( e la successiva notte bollente…), si rivelarono i secondi di una lunga serie di altri che si sarebbero ripetuti per altri due anni, senza peraltro abbandonare i      rispettivi boy-friends. Anzi, qualche tempo dopo, proprio insieme a loro, durante una vacanza in Sardegna, in una sera in cui ci ritrovammo oltre modo brilli, ci capitò di riaccoppiarci. Durante i rapporti, i ns. ragazzi di allora, ci proposero lo scambio dei partners e nello svolgersi degli accoppiamenti, ci ritrovammo abbracciate a slinguazzarci senza tregua. Lì per lì, non ci chiesero nulla, ma il giorno dopo, fummo costrette ad attribuire quella performance alla sbronza. Decidemmo che dovesse rimanere un ns. segreto, e così è rimasto fino ad oggi. Ancora oggi mi domando come abbiano fatto i vicini a non accorgersi di nulla ! Per fortuna… Sai che scandalo se lo avessero saputo i miei… “La loro unica figlia”, “la prediletta della casata”, quella ragazza che “aveva tutto ciò si possa desiderare a quell’età”, “quella che prendeva sempre ottimi voti a scuola e che i professori prendevano da esempio”, “quella che tutte le famiglie avrebbero voluto avere per figlia o almeno per nuora”, ebbene costei SCOPERTA A LETTO CON UN’ALTRA DONNA. ULULANTE DI GODURIA E CON LA MENTE OTTENEBRATA DAGLI ORGASMI CHE LE PROCURAVA UNA DEPRAVATA DI PERIFERIA… Vi lascio solo immaginare lo scandalo che sarebbe successo; per quanto tempo ne avrebbero parlato fuori della chiesa dopo la messa mattutina della domenica ? Magari dopo essersi
fatto il segno della croce ? Che, “Solo a parlarne, già si fà peccato… non ti dico poi a farlo…” Questo, probabilmente avrebbero detto tra loro, le bigotte e i rispettivi consorti bigotti più di loro ! (Magari, se ne avessero avuto la possibilità, al dunque, mi avrebbero rivoltata come un calzino…)
Questa mia esperienza con Elisabetta, mi è rimasta impressa nella mente. Ho frequentato anche altre donne, ma lei la ricordo con più affetto, forse perchè è stata la prima. Se ci fosse qualche altra ragazza che mi volesse conoscere, non deve far altro che scrivermi. Risponderò, sicuramente, a tutte. La mia e-mail, è: ariasol81.yahoo.it Gli uomini, si astengano dal farlo, …il mio cestino è capiente…

FINE

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