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Livia (racconto lesbo)

Avevo tutto dalla vita o, almeno così pensavo. Laureata a pieni voti, un marito socio di uno studio legale ben avviato, la cattedra di letteratura nel miglior liceo della città. A trent’anni mi sentivo pienamente realizzata.
Il liceo era lo stesso dove qualche anno prima mi ero diplomata e tornarvi da docente mi riempiva di soddisfazione.
Peccato che i miei genitori non c’erano più li avrebbe sicuramente resi felici sapere che avevo realizzato in pieno le loro aspettative.
I ragazzi mi temevano per la mia severità ma c’era da parte mia un grande affetto nei loro confronti sono sempre stata convinta che nella vita non si raggiungono dei risultati apprezzabili senza applicarsi seriamente.
In particolare ho sempre tenuto molto al rispetto delle regole e alla buona educazione.
Per questo fui abbastanza infastidita quando a metà anno fu trasferita nella nostra classe Livia.
Pur provenendo da una ottima famiglia aveva un atteggiamento strafottente e provocatorio che mi aveva costretto più di una volta a prendere provvedimenti disciplinari.
In più accumulava assenze su assenze ed era praticamente impossibile stabilire con lei il ben che minimo rapporto di collaborazione.
Dopo un paio di mesi decisi di affrontare la questione con lei in maniera definitiva, se questa volta non cambiava registro l’avrei allontanata dalla scuola.
Quella mattina arrivai in classe decisa a chiarire la questione una volta per tutte ma Livia era assente così mi rivolsi alla classe.
“Ho bisogno di parlare con Livia se qualcuno di voi dovesse vederle può pregarla di degnarci della sua presenza.” 
Quel pomeriggio mi fermai fino a tardi a correggere i compiti e preparare la lezione per il giorno successivo quando sentii dei passi nel corridoio.
Livia entrò in aula professori con la sua solita aria strafottente.
“Professoressa mi hanno detto che mi cercava?” 
Mi alzai in piedi e l’apostrofai “Se non te ne sei accorta questa è una scuola e c’è l’obbligo della frequenza oltre quello di impegnarsi a studiare…”
Si era avvicinata mentre le parlavo e la cosa mi infastidì ulteriormente, non amo che la gente mi si avvicini troppo ma lei fece di più, con fare deciso mi infilò la mano sotto la gonna e la poggiò fra le mie gambe.
Rimasi di stucco. Ero furibonda, volevo ucciderla stavo per urlare ma mi mancò il fiato. La sua mano intanto si muoveva provocandomi ondate di piacere e vergogna.
“Ora può anche cacciarmi se vuole” mi sussurrava all’orecchio “Basta che chiami qualcuno e mi manderanno via per sempre. Non è questo che vuole?”
Mi scoprii incapace di reagire mentre quella mano mi provocava un orgasmo acuito dalla paura e dal senso di vergogna.
Quando tolse la mano sentii gli umori colarmi fra le gambe. Ero distrutta.
Livia si allontanò e quando fu sulla porta si girò e guardandomi fissa negli occhi disse.
“E non dire che non ti è piaciuto perché sappiamo tutti e due che non è vero”.
Ero in condizioni pietose, a fatica chiamai un taxi e mi feci portare a casa.
Per tutta la sera rimuginai su quanto successo e soprattutto sulla mia reazione.
Perché non avevo reagito? Potevo schiaffeggiarla o chiamare qualcuno invece ero stata completamente soggiogata da quel piccolo mostro. Il giorno dopo mi recai a scuola decisa a porre fine alla carriera scolastica di Livia.
Naturalmente era assente così mi ripromisi di agire non appena fosse rientrata.
Passarono alcuni giorni poi un pomeriggio, sempre in aula dei professori, sentii i suoi passi in corridoio. 
Mi si gelò il sangue. Cercai di reagire, di darmi un contegno. Ma quando apparve sulla porta i miei propositi vendicativi si dissolsero.
“Buona sera professoressa” esordì in modo provocatorio.
“Hai preso la scuola per un albergo…” volevo essere arrabbiata ma evidentemente non fui convincente.
“Non sia sempre arrabbiata” continuò lei in tono canzonatorio”ci sono altre cose nella vita oltre la scuola”.
Mi afferrò ai fianchi, non riuscii a divincolarmi. Mi alzò la gonna e con fare sicuro mi abbassò le mutandine.
Fui assalita dalla paura, la porta era aperta e, per quanto a quell’ora c’era poca gente in giro, qualcuno sarebbe potuto entrare. Sarebbe stato uno scandalo, come riuscire a spiegare la situazione.
Mi ripresi quando sentii la sua lingua fra le mie gambe allora la libidine si impadronì di me.
Anche questa volta Livia si allontanò dopo avermi procurato un orgasmo travolgente acuito dalla paura.
“Alla prossima volta, professoressa.”
Mi ripresi a fatica, quando uscii dall’istituto notai gli sguardi dei custodi sicuramente meravigliati del mio aspetto stravolto.
Mi presi qualche giorno di riposo. Volevo pensare un po’ a me stessa e analizzare quanto successo.
Dovetti confessare a me stessa che mai in vita mia avevo provato emozioni così forti. Non con mio marito con il quale il sesso era poco più di un dovere. Altre storie non ne avevo avute presa come ero dai miei doveri.
Ero stata soggiogata da una ragazzina diciottenne che però aveva molta più esperienza di me, sembrava che sapesse di me cose che io neanche immaginavo.
Mi si gelava il sangue ogni volta che pensavo al pericolo corso in sala professori. Decisi che non mi sarei più fermata il pomeriggio. Dovevo a tutti i costi evitare occasioni così pericolose. Sarebbe stata la fine della mia carriera e anche della mia reputazione.
Quando suonarono alla porta sobbalzai, non aspettavo nessuno. Mio marito non sarebbe tornato fina a sera ed era il giorno di riposo della signora  che faceva le pulizie.
Guardai dallo spioncino. Era lei.
Non volevo aprirle la porta ma la mia mano si mosse autonomamente.
“Ciao professoressa. Ho saputo che stavi male e sono venuta a trovarti. Mi fai entrare?” 
Mi spostai per farla passare.
“Non dovresti essere a scuola?” mi guardò con un sorriso di compatimento.
Mi sentivo fremere, sapevo che si sarebbe avvicinata e che le sue mani e la sua bocca avrebbero fatto di me quello che volevano.
Si avvicinò infatti  e le sue mani mi sfiorarono un paio di volte, ma non successe niente. Sentii salirmi dentro il desiderio impellente di sciogliermi fra le sue braccia.
Livia invece sembrava indifferente, mi girava intorno, parlava e mi osservava.
Poi all’improvviso mi attirò a se.
“Non vedi l’ora vero?”
Cercai di negare.
“Non si dicono le bugie. Si sente nell’aria la tua voglia di essere scopata.”
Abbassai la testa piena di vergogna, lei prese per il mento e mi tirò su.
“Ammettilo, non aspetti altro? Potresti mandarmi via ma non lo fai non vedi l’ora che ti metta le mani fra gambe?”
Sconfitta assentii con la testa.
“Voglio sentirtelo dire.”
Cercai di ribellarmi ma Livia non mollava.
“Se non te lo sento dire me ne vado.”
“No. Non farlo” implorai “Voglio che mi tocchi… che…” e scoppiai a piangere.
Mi accarezzò la testa “Su calmati adesso.” Mi baciò dolcemente sulle labbra.
“Però anche tu devi fare qualcosa. Non è giusto che io ti dia piacere e tu invece te ne stai chiusa nella tua corazza. Non trovi?”
Fui scandalizzata dalla sua richiesta. Mai avevo immaginato di fare quelle cose ad una donna.
Incurante del mio stupore Livia prese la mia mano e se la portò fra le gambe.
Sentii la sua carne viva. Provai un misto di stupore e repulsione. Mi divincolai con forza.
“Vedi sei un’egoista vuoi le cose solo per te” e così dicendo se ne andò sbattendo al porta.
Scoppiai in un pianto dirotto.
Ero sopraffatta da emozioni contrastanti, vergogna, desiderio, repulsione.
Passai dei giorni d’inferno. Ormai non potevo più nascondere il fatto che desiderassi Livia più di ogni altra cosa e mi rammaricai del mio comportamento da stupida egoista.. Se si fosse ripresentata l’occasione non mi sarei più tirata indietro.
Tornai a scuola nella speranza di rivederla ma come al solito era assente. Chiesi più volte di lei. Quando tornò a scuola mi evitava, la cercavo con lo sguardo ma lei faceva finta di non vedermi.
Sperimentai quei giorni tutta la crudeltà di cui è capace una donna.
Credevo di impazzire ma proprio quando pensavo di non poter resistere oltre suonò alla mia porta.
Mi gettai fra le sue braccia. I baci si mischiarono alle lacrime di gioia.
Guidata dall’istinto la mia bocca cercò la sua figa.
Ci trasformammo in due furie nude in mezzo alla stanza cercavamo di impossessarci l’una del corpo dell’altra.
Fu un pareggio di passione sfrenata, le mie mani non si stancavano di percorrere il suo corpo, impazzivo al profumo della sua intimità, più e più volte la mia lingua aveva percorso le pieghe morbide della sua carne viva.
Ci salutammo a  malincuore promettendoci altre giornate come questa.
Quella sera a cena guardando mio marito mi resi conto di essere innamorata di Livia, non mi importava nulla di lui e, per la prima volta in vita mia, mi sentii felice.
Seguirono giorni bellissimi, era primavera e io e Livia ci rincorrevamo fra un appuntamento clandestino e l’altro. Cercavamo di essere discrete ma forse non ci riuscimmo.
Intanto io ero rifiorita tutti si complimentavano per il mio aspetto.
Si avvicinavano le vacanze estive e, a differenza degli altri, ero preoccupata per le difficoltà che avrei incontrato nel vedere Livia.
Insieme facemmo mille progetti ma il  destino decise per noi.
A maggio Livia non venne più a scuola e non dette più sue notizie. Dalla segreteria mi comunicarono che l’allieva aveva lasciato la scuola perché la famiglia si era trasferita all’estero.
Credetti di impazzire, cercai di avere sue notizie fui molto insistente con il personale amministrativo e sicuramente qualcuno cominciò a sospettare qualcosa.
Improvvisamente mi crollò il mondo addosso, le voci divennero più insistenti, mio marito cominciò a chiedermi spiegazioni, i miei colleghi cominciarono a prendere le distanze.
Il preside mi convocò, fu molto gentile, non volle entrare nella mia vita privata ma, per il buon nome della scuola, mi chiese di lasciare la scuola.
Caddi in uno stato di depressione, il divorzio, l’abbandono della scuola mi scivolarono addosso quasi senza che me ne accorgessi.
Lasciai senza problemi la casa coniugale e, grazie ad alcuni amici, trovai un monolocale in un altro quartiere.
La mia vita trascorse per alcuni mesi nella più totale indifferenza. Rimpiangevo Livia e il nostro amore, non riuscivo a capire come il destino potesse darti tanto per poi togliertelo all’improvviso.
Arrivai a maledire Livia per avermi fatto scoprire me stessa. Fu a quel punto che come per un’illuminazione capii che non avevo perso niente, che la mia vita fino ad allora era stata una recita.
Non avevo cercato di realizzare i miei desideri ma quelli che, in buonafede, mi avevano imposto i miei genitori. Credevo che fossero anche i miei ma non era così.
Io non volevo diventare una moglie, non amavo gli uomini, impazzivo per il corpo di una donna.
Quella notte segnò la mia rinascita.
Avrei vissuto la mia vita come la volevo io non gli altri.
Mi alzai dal mio letto e mi guardai attentamente allo specchio, lentamente mi spogliai e guardandomi nuda e mi trovai bella.
Per la prima volta feci l’amore con me stessa.
Sono passati dieci anni e sono stati anni felici, ho trovato lavoro in una piccola casa editrice e ho una compagna a cui sono legata da un amore tenerissimo.
Qualche volta di notte pensò a Livia con rimpianto e gratitudine.

FINE

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Luce bassa, notte fonda, qualche rumore in strada, sono davanti al pc pronto a scrivere il mio racconto erotico. L'immaginazione parte e così anche le dita sulla tastiera. Digita, digita e così viene fuori il racconto, erotico, sexy e colorato dalla tua mente.

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