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Stupida ma sexy (racconto lesbo)

Stavo leggendo per prepararmi per l’ultima lezione quando quella rossa con più tette che cervello si è seduta al banco vicino a me.
“Ciao, mi chiamo Aurora, tu come ti chiami?”
“Debora” ho detto mettendo giù di malavoglia il libro e guardandola sospettosamente.
Aurora mi ha teso la mano, io l’ho presa nella mia e l’ho trattenuta un momento prima di permetterle di ritrarla.
“Piacere di conoscerti” ha detto per prima. “Cosa frequenti?”
“Storia.”
“Io non ho ancora scelto, è così difficile scegliere, non è vero? Voglio fare questo, voglio fare quello e non riesco mai a decidermi” e faceva girare un ricciolo di capelli rossi tra le dita.
“Huh Uh.”
Aveva grandi occhi blu ed una spruzzatina di lentiggini sul naso. I capelli rossi erano un po’ crespi ma quello che veramente attirò la mia attenzione era la stretta camicia di seta bianca tesa sui suoi grandi seni, io ho una passione per le grandi tette. Sotto aveva una gonna nera e lunga e le gambe erano accavallate sotto di lei sulla sedia. Anche dopo questa breve conversazione io ero del parere che fosse un’idiota, uno di quei marmocchi universitari irritanti che tentano di trovare marito, non una laurea. Tutto quello che poteva offrire al mondo erano le sue grandi tette ed i suoi capelli rossi; ma allora perché dannazione stava parlando con me?
“Comunque” ha proseguito Aurora “Ho perso le prime tre settimane di lezione, mi sono lasciata col mio ragazzo e, sai come è… Ero molto sconvolta. Stavo chiedendomi se…”
“Ti stavi chiedendo se potevi avere una copia dei miei appunti” ho spiattellato.
“Proprio così!” ha riso. “Avevo capito che eri intelligente solo guardandoti!”
E questo era sufficiente per chiarirmi perché mi stava parlando, aveva bisogno di aiuto, così cercava di diventarmi amica, la sanguisuga. Ed io mi stavo chiedendo se aveva pensato che ero intelligente perché ero giapponese? O Aurora si era confusa perché sembravo occidentale? Perché io sembro occidentale. È un piacere sembrare occidentale. Porto i capelli neri molto corti ed indosso jeans e camicie di flanella. Chiunque con un po’ di cervello poteva dire di me “È una giapponese occidentale molto mascolina.”
Ma guardando nei blu occhi innocenti di Aurora ho capito che non aveva idea che io ero lesbica. Probabilmente ecco perché ho deciso, da quel momento, che dovevo averla. La sua innocenza mi aveva colpita, avevo deciso di fargliela perdere.
“Sei stata fortunata a chiederlo a me perché… Vedi, mio fratello ha frequentato questo corso l’anno scorso, ed io ho tutti i suoi appunti, ha tenuto anche una copia dei testi d’esame. Sembra che il professore insegni ogni anno la stessa roba, per cui quelle note sono preziose. Se vuoi potremmo andare a casa mia, dopo la lezione ed io potrei darti gli appunti di mio fratello per farteli fotocopiare. Io sto a soli cinque minuti da qui.”
Io sono stata sempre una bugiarda.
Gli occhi di Aurora si sono accesi di avidità, qualsiasi cosa le permettesse di ragionare era una buona cosa.
“Davvero? Wow! Sarebbe eccezionale! Lo faresti veramente per me?”
“Sicuro” ho detto “Sono sicura che potremo metterci d’accordo su come potrai ripagarmi.”
“Oh, certamente!” Ha strillato Aurora con allegria. “Farei qualsiasi cosa
per quegli appunti!”
In quel momento è arrivato il professore ed è iniziata la lezione.
Aurora ha passato le due ore a scarabocchiare ritratti di unicorni e fiori sul suo quaderno, io lanciandole sguardi furtivi e facendo piani per la sua conquista; ho giurato a mie stessa che alla fine della notte la sua lingua sarebbe sprofondata nella mia fica.
Quando finalmente il professore si è deciso a finire la lezione, mi sono alzata come se mi fossi dimenticata di lei.
“Uh, Debora?” ha detto una vocina dietro di me.
Mi sono girata e l’ho guardata, poi ho finto di ricordare.
“Ah già!” Ho detto abbastanza forte perché le persone attorno a noi potessero sentire. “Tu vuoi venire a casa mia!”
“Sì” ha detto mite Aurora. “Ti sei dimenticata?”
“Mi dispiace, sì.”
C’era della gente intorno a noi ed un paio di loro hanno fissato Aurora, le loro espressioni dicevano “Anche la rossa e lesbica?”
“Sei proprio sicura di voler venire da me?” Ho stuzzicato, gigionando per il nostro pubblico. “Tu mi conosci appena.”
“Beh, sì” Ha detto Aurora, agitata e confusa. “Sì, non ti conosco, ma… Cosa? Voglio dire, io posso avere fiducia in te e… Sì, voglio venire a casa tua. Tu me l’hai chiesto, non è vero?”
“Sì, ti ho chiesto di venire da me, va bene” ho detto con un accenno di seduzione nella voce.
Un ragazzo ha nitrito al mio tono, ma Aurora mi fissava assente, completamente dimentica.
“Bene… allora andiamo?” ha chiesto mite.
“Va bene, se è quello che vuoi.”
Le ho preso la mano e lei, ancora confusa, non si è ritratta e mi ha permesso di
Condurla fuori dall’aula.
Come poteva quella rossa essere tanto sciocca?
Le ho tenuto la mano per tutti i cinque minuti necessari per raggiungere il mio
Appartamento, la sua reazione a quel fatto sembrava ilare. Mi sembrava di leggerle nel cervello mentre tentava di attribuire l’azione al fatto che ero “giapponese” o che si trattasse solo di una dimostrazione di amicizia.
“Ci siamo” ho detto aprendo la porta; ho acceso le luci e mi sono diretta verso il divano. “Siediti. Vuoi qualche cosa da bere? Un succo di frutta?”
“Sì, grazie.”
Sono ritornata con un bicchiere colmo di succo d’uva, quando Aurora si è girata per prendere il bicchiere dalla mia mano tesa, ho finto di perdere la presa ed il succo d’uva si è rovesciato sulla sua costosa camicia di seta. È un vecchio trucco!
“Ohmiodio!” Ha strillato Aurora saltando in piedi. “Ohmiodio, la mia camicia!”
Io ho fatto schioccare la lingua e ho scosso la testa. “Come sei imbranata.”
“Cosa dici? Me l’hai versato addosso! La mia camicia! Oh, è di seta ed è rovinata!”
“Non essere così melodrammatico. Mio zio esegue lavaggi a secco, io so come porre rimedio. È sufficiente metterla a bagno un po’ nell’acqua calda. Toglitela e dammela. Lascia che ci pensi Debora.”
La faccia lentigginosa di Aurora è diventata rossa e la sua bocca si è aperta e chiusa senza che uscisse alcun suono.
“Su, su, siamo due ragazze, non è vero? Inoltre, più aspetti e meno ci sono probabilità che io possa salvare la tua camicia. Affrettati.”
Con mani tremanti Aurora ha sfilato la camicia dalla gonna e ha slacciato i bottoni, se l’è tolta e me l’ha data. Aveva un reggiseno bianco di merletto e due belle tette lo riempivano, la valle che le separava era bella e profonda. Avrei potuto perdermi in quei seni. Il reggiseno sembrava parte di un completo comprato in una boutique. Un regalo di un vecchio amico, forse?
“Accidenti, il succo è finito anche sul reggiseno, è meglio che tu mi dia anche quello.”
“Cosa? Il reggiseno? No!”
“Aurora, è un reggiseno di seta, evidentemente costoso e resterà macchiato. Non essere stupida, vuoi che si rovini?”
“Mmmm… ” si guardava il reggiseno pensando. “N… no… Non posso toglierlo.”
“Perché no, dannazione?”
Lei mi fissava incredula, a bocca aperta. “Non hai una camicia da prestarmi, o…?”
“Aurora” ho sospirato “Dammi quel dannato reggiseno, OK? Cosa diavolo c’è?”
Sembrava agitata ed imbarazzata, incerta su cosa fare. Ha fatto una pausa, poi si è girata e si è sganciata il fermaglio. Bingo! Tenendo un braccio piegato sul torace e restando girata si è tolta il reggiseno “succoso”. Il suo tentativo di nascondere le tette enormi con il piccolo braccio era comico. Le morbide curve bianche debordavano qualsiasi cosa facesse. I miei occhi ingoiavano i suoi seni.
Ho afferrato il reggiseno dalla sua mano distesa e mi sono affrettata fuori della stanza. Ho lasciato cadere il reggiseno e la camicia nel lavandino dopo averci messo dell’acqua calda e del sapone, dopo di che ho agitato il tutto. C’erano dei fazzoletti di carta, li ho presi e mi sono precipitata di nuovo in soggiorno. Aurora ora era seduta sul divano, curva a coprirsi con le mani i seni.
“Prendi” le ho detto tendendole i fazzoletti per asciugarsi.
Non sapeva cosa fare, non voleva togliere una mano dalla tetta e mostrarmela, così si limitava a fissare i fazzoletti di carta.
“P… per cosa?” Ha chiesto.
“Per pulire, stupida. Hai sparso il succo d’uva dappertutto sul pavimento. Su, prendi i fazzoletti e pulisci.”
Aurora ha tolto la mano destra dalla tetta ed io ho visto un capezzolo scuro, rosso, gonfio che lei ha cercato rapidamente di nascondere col braccio sinistro. Io sono avanzata per migliorare la visuale.
“Non sono stata io a versare il succo, sei stata tu” Ha detto.
“Sì, è vero, ma pulisci tu.”
Si è messa in ginocchio tentando di mantenere coperto il torace e contemporaneamente pulire. C’è voluta tutta la mia forza di volontà per non ridere. Aurora ha strappato i fazzoletti di carta tentando di farlo con una mano sola. Le sue tette tentavano di liberarsi come se avessero una volontà propria. Pulendo con una mano e coprendosi con l’altra la sua faccia era diventata rossa come una barbabietola. L’essere lei a carponi mi permetteva di vedere bene; un paio di lacrime le rigavano il viso ma questo mi ha eccitato ancora di più. Alla fine è riuscita ad asciugare e mi ha dato i fazzoletti di carta sporchi. Poi si è seduta di nuovo sul divano coprendosi meglio che poteva.
Io ho lasciato cadere i fazzoletti usati sul pavimento.
“Non voglio essere crudele, Aurora ma quanti anni hai?”
“P… perché? Ne ho ventuno.”
“Io venticinque. È il tuo primo anno di università?”
Lei ha accennato col capo.
“Io sono al terzo. Siamo delle donne adulte ambedue, c’è realmente bisogno di nascondermi i tuoi seni come se fossimo delle adolescenti? Abbiamo tutt’e due i seni, i tuoi sono solo un po’… più grossi dei miei.”
Lei ha fremuto alla parola ‘più grossi’, come sapevo che avrebbe fatto.
“È… ” ha balbettato. “Io non posso… Io…”
“Guardami” Ho detto.
La sua faccia era rossa di vergogna, ha alzato lo sguardo dal pavimento fino ad incrociare i miei occhi. Era così patetica ed adorabile, rossa in viso, umiliata, spaventa ed un po’ piangente. Tutte le cose che amo in una donna.
Mentre mi guardava stupita lentamente mi sono tolta la camicia lasciandola cadere sul pavimento; ho portato le mani alla mia schiena e ho sganciato il reggiseno. Le mie tette delle dimensioni di limoni sono balzate fuori, i miei piccoli capezzoli rosa erano eretti. Sono rimasta là in piedi senza fare nulla per coprirmi.
“Ti piace?” Ho afferrato allegramente le mie tette e le ho scosse.
“Ora siamo ambedue in topless. OK? Sono seni. Non è una gran cosa. Gesù Cristo, sii adulta.”
Aurora ha riso nervosamente e lentamente ha tolto le mani dalle tette; è rimasta piegata ma io ho potuto dare una bella occhiata al suo davanti.
Bianchi, rotondi, sodi, grossi come palle da softball, con areole della dimensione di due euro. I capezzoli erano rosso scuro e sporgevano in fuori come mignoli. Non ne potevo più di succhiarli.
“Io, io non ho mai…” Ha balbettato. “Neppure in palestra lo faccio… Non mi piace essere nuda… Neppure davanti a donne. È… Ho questi enormi seni e è… Mi sembra che tutti me li guardino sempre! Pensano che sia stupida perché ho seni grossi.”
Più casualmente che potevo mi sono seduta vicino a lei sul divano. “È veramente così brutto quando le persone li fissano?”
“N… no. Um, beh qualche volta lo è… Può… far male. Ma, altre volte. Io… Talvolta… Mi piace essere guardata.”
“Chinati di nuovo” ho ordinato. “Fammi vedere queste belle tette.”
Aurora ha fatto esitante come le avevo detto. Ora i suoi seni erano esposti completamente e sporgenti. Due sfere di carne morbide e sexy sovrastate da capezzoli rosso ciliegia. Mi sono sentita l’acquolina in bocca.
“Ti da fastidio quando ti guardo i seni?” Ho chiesto. “Ti sconvolge?”
“N…no. Beh, un po’. Ma… Non, proprio. Non è come se tu fossi un ragazzo.”
Ho riso e lei è sembrata confusa. Dio mio, era una tale piccola idiota adorabile.
“Posso toccarli?” Ho detto improvvisamente.
“Cos…?”
“Posso toccare i tuoi seni?”
Aurora si è curvata rapidamente cercando ancora una volta di nascondersi.
“N…no, que… Quello.. Sarebbe… Perché vorresti farlo?”
“Aurora, perché sta giocando così? Qual’è il tuo gioco?”
“Cosa… Di cosa parli?”
“In una classe piena di persone mi hai praticamente pregata di portarti a casa mia, ti sei fatta cadere il succo d’uva addosso, ed ora stai fingendo di non sapere cosa siamo.”
“Io non… io… C…cosa, cosa siamo?”
“Lesbiche” Ho detto enfatizzando ogni sillaba della parola.
“Oh… Oh Dio, Debora mi dispiace, ma… Ma io non sono… C’è stato un… Io non sono…”
“Sta tranquilla e smettila di nascondermi le tette.”
“Ma Debora, io…”
“Fai come ti ho fottutamente detto” ho ringhiato.
Aurora ha tolto le mani dalle tette e mi ha fissato a bocca aperta. Sembrava spaventata, perduto, ma troppo stordita per fuggire.
Mi sono chinata e le ho toccato delicatamente i seni accarezzandoli.
“Belli” ho detto soddisfatta. “Sode, probabilmente le migliori tette che abbia mai visto.”
“Non f… farlo, non farlo” ha detto tentando debolmente di spingere via le mie mani.
Ho afferrato le sue mani e gliele ho portate ai fianchi. Abbassando la faccia alle sue tette, ho fatto scivolare un capezzolo nella mia bocca e l’ho succhiato. La carne si è corrugata sotto la mia lingua ed Aurora ha emesso un piccolo lamento, era difficile dire se fosse un lamento di piacere o paura. O ambedue. Lottava solo debolmente.
“Le persone mi guardano” ho detto “e sanno che io sono lesbica. Lo capiscono subito. E tu stai tentando di dirmi… ” Ho fatto una pausa per succhiarle rumorosamente le tette. “… che non lo sapevi?”
“Io, io non lo sapevo” Ha detto tra i gemiti.
“Non ti sei chiesta perché quel ragazzo ha riso quando hai detto che volevi venire a casa mia?”
Le ho lasciato andare per un momento il polso sinistro, lei non ha fatto nessuna
mossa per spingermi via, così ho messo una mano sul suo seno, l’ho preso e l’ho schiacciato.
“Io… Io non sapevo perché rideva.”
“Rideva perché ha pensato che tu fossi lesbica, che tu mi stessi implorando di portarti a casa mia per poterti fottere. Pensava che tu fossi lesbica come me.”
Ho premuto contro le sue tette spingendole contro la mia faccia con le due mani.
“Io non sono, non… una l… lesbica.”
Mi sono alzata dal divano e mi sono allontanata lei. “Scopriamo quello che sei. Alzati!”
“Perché?”
“Fallo!”
Come in sogno Aurora si è alzata in piedi e mi ha guardato in modo assente.
“Togliti la gonna.”
“N…no. Io…”
“Sei imbarazzata?” Ho detto con un ghigno. “Timida? Non vuoi che veda la tua fica? Smetti di fare la dannata bambina, togliti quella dannata gonna.”
“Io… Io non voglio…”
“Ne sei assolutamente sicura?” Ho chiesto. “Andare all’università non è solo frequentare le lezioni, è anche sperimentare cose nuove, e questo è nuovo per te. Quindi pensaci, se uscirai da quella porta non saprai mai come sarebbe stato con una lesbica, passerai il resto della vita a chiederti cosa hai perso, credimi. A cinquant’anni rimpiangerai ancora il giorno in cui non hai fottuto con un’altra donna. Sei sicura di voler andare via, mezza nuda, senza camicia, con le tette al vento che tutti possono vedere?”
“Oppure” Ho continuato “Potresti chiudere la tua stupida bocca e potresti toglierti la tua fottuta gonna.”
Fra di me ho cominciato a contare sino a dieci. Ho pensato che arrivata a dieci le avrei dato una delle mie camicie e l’avrei spedita via. Volevo prenderla con le buone, non volevo importunarla oltre, sono cattiva ma non sono un mostro.
Quando sono arrivata a sei Aurora si è sbottonata la gonna e l’ha fatta cadere al pavimento. È rimasta di fronte a me con indosso nient’altro che un tanga bianco.
“Quindi, cosa significa?” L’ho stuzzicata.
“Io… Io non…”
“Significa che vuoi fottere?”
“Io non… so.”
“Sei eccitata?” Ho chiesto. “La tua fica è bagnata? I tuoi capezzoli sono duri?”
Aurora è riuscita a borbottare “Io non…” e poi è precipitata nel silenzio.
Sono avanzata e ho messo una mano sulla parte anteriore delle sue mutande.
Aurora ha emesso un sospiro di sorpresa, era troppo spaventata per opporsi. Io ho fatto scivolare un dito nel suo pube e ho aperto le pieghe della fessura; era bagnata, molto bagnata. Ho tolto la mano dalle mutandine e me la sono portata al naso.
“Sai cos’è?” Ho chiesto strofinando il bagnato tra le dita.
Aurora ha scosso la testa.
“Questo significa che ti piace. Ti senti umiliata, vero, stupida?”
“S…sì” ha piagnucolato.
L’ho afferrata per i capelli rossi, ho tirato la sua bocca alla mia ed l’ho baciata. Dapprima è stato come baciare un manichino, la mia lingua ballava da sola. Poi lentamente ha risposto, mescolandosi con me, la sua lingua ha incontrato la mia, le sue braccia mi hanno avvolto e mi hanno tirato a lei. È stata una delle cose più eccitanti che abbia mai provato in vita mia sentendo quel freddo, rigido rifiuto cambiarsi in caldo, lussurioso desiderio.
Ho fatto scivolare le mani lungo la schiena e ho abbrancato il suo piccolo culo. Lei ha baciato con più forza spingendosi ulteriore nella mia bocca mentre le sue mani accarezzavano in cerchi frenetici il mio nudo didietro. La mia bocca si è staccata dalla sua e lei ha ansato con occhi selvatici ed impazziti. Non aveva idea di quello che stava facendo o se veramente voleva essere lì. Ho afferrato il tanga e gliel’ho tirato sulle gambe; lei è uscita dalle mutande senza che glielo chiedessi.
Quando mi sono allontanata di un passo da lei per guardarla, ho visto che tentava ancora di coprirsi.
“Non farlo, voglio vederti, appoggiati al muro, apri un po’ le gambe. Fammi vedere come sei.”
Timidamente ha fatto come le ho detto appoggiandosi al muro, si è messa le mani ai fianchi e ha aperto le gambe. Sulla sua fica c’erano morbidi ed esili peli rossi. Una vera rossa, non ne avevo mai dubitato. Il suo corpo aveva tutte le curve mature di carne pallida, lattea, qui e là c’erano lentiggini che punteggiano la sua pelle come una costellazione di stelle ruggini.
“Sei bella” ho detto.
La sua faccia ancora una volta è diventata rossa; arrossiva così facilmente, ne sono stata gelosa, non ricordavo l’ultima volta che ero arrossita.
“Voltati, fammi vedere il culo” ho comandato.
Si è girata lentamente allargando i piedi e si è chinata verso il muro. Il suo culo era largo e morbido, bianco come il chiaro di luna. Mi sono tolta rapidamente il resto dei vestiti e poi mi sono appoggiata alla sua schiena, circondandola con le braccia ed abbrancandole le tette. Aurora ha emesso un lamento quando le ho stuzzicato i capezzoli tra le dita e le succhiavo il collo come un vampiro. Una forte stretta ai seni e lei si è lamentata pressoché precipitando sulle ginocchia.
Ho strisciato la mano giù per la sua schiena, gliel’ho fatta scivolare tra le chiappe, giù alla fica. Per alcuni secondi gli ho arruffato il pube e poi vi ho fatto scivolare dentro un dito. Mentre giocherellavo con la sua fessura, Aurora si è girata leggermente ed ha spinto di nuovo il suo culo verso di me, disperata del fatto che gli stessi pompando la fica. Anche mentre lo faceva sembrava inconsapevole delle sue azioni; il suo cervellino diceva di no, ma la michetta diceva di si.
Naturalmente la stuzzicavo, lasciando che le mie dita turbinassero dentro le pieghe della sua micia, evitando tutti i punti sensibili, portandosi poi allegramente sul suo clitoride scivolando nella fica e pompandola.
“Ti sto facendo diventare lesbica” gli ho bisbigliato nell’orecchio. “Non vorrai più un uomo dopo quello che ti avrò fatto, vorrai figa giorno e notte. Sto per farti apprezzare il gusto della micia. Capisci?”
“Sì” si è lamentata.
“Le donne ti faranno bagnare da ora in poi, la tua bocca si inumidirà al pensiero della crema di fica sulla tua lingua. Penserai ad ogni ragazza dell’università nuda nel tuo letto, fantasticherai giorno e notte sul tirar via la mutandine di una donna e seppellire il viso nel suo tumulo.”
“Sì.”
L’ho presa per mano e l’ho trascinata nella mia camera da letto, l’ho gettata sl letto. È rimasta là abbandonata come era caduta, senza guardarmi. Strisciando sul letto le ho allargato le gambe e le ho guardato la fica. Le labbra erano notevolmente rosa a confronto della carne bianca e pallida che le circondava, le ho accarezzate con le dita facendole rabbrividire tutto il corpo.
“Se ti succhio la fica, poi tu succhierai la mia” ho detto. “Hai capito?”
“S… sì.”
Mi sono tuffata sul suo inguine colpendo piano la piccola fessura calda con la lingua. Gli umori della ragazza uscivano ed inzuppavano le lenzuola. Sono partita dalla cima della micia per scendere alla base, stuzzicando morbidamente, aumentando poi freneticamente la leccata, Aurora sobbalzava sotto di me, gemendo e singhiozzando. Le mie guance erano bagnate dei suoi umori sessuali mentre le fottevo il buco con la lingua, poi mi sono concentrata sul clitoride. Le sue mi schiacciavano la testa tentando di tenermi attaccata al suo bottone. Ho deciso di accontentarla, ho messo tutta la bocca sul piccolo punto rosa e l’ho colpito ripetutamente con la lingua. Ben presto i suoi gemiti e lamenti dono cresciuti, si è irrigidita e poi ha gridato il mio nome mentre il suo corpo si inarcava ed è venuta tremando per la liberazione.
Mi sono tolta da lei e l’ho squadrata da capo a piedi, la sua pelle, normalmente bianca e pallida era rossa, non solo la faccia, ma anche il collo ed il torace. E stava piangendo, piangendo di felicità. Dovevo averle rotto un blocco emotivo perché stava ridendo e piangendo istericamente.
“Io… Era… Io…”
“Taci” ho detto dolcemente e mi sono alzata dal corpo; lei ha tentato di afferrarmi per trattenermi, tenermi abbracciata a se ma io ho spinto via le sue mani. Per me non era amore, per me era solo chiavare una piccola idiota. Mi sono alzata sul letto e ho piantato i piedi ai lati del suo viso, poi mi sono seduta delicatamente col culo sulle sue tette. Le mie mani erano afferrate alla testata del letto per non schiacciarla troppo.
“Aurora, ti presento la mia fica.”
I suoi occhi si sono puntati sul mio inguine peloso e nero, ed i suoi occhi blu si sono allargati in un misto di paura e desiderio.
“Ma, io… Posso…”
“La prossima volta che muoverai la lingua, non sarà per parlare, la userai per fottere. Tu hai una fica e sono sicura che conosci tutte le aree notevoli per il piacere. Clitoride, buco, labbra. Dovrai toccarle tutte prima di passare al piatto forte, va bene?”
Mi sono inginocchiata stando a gambe divaricate sulla sua faccia, ingabbiando la sua testa tra le mie cosce. Sembrava così vulnerabile e perduta, e non riusciva togliere gli occhi dalla mia micia.
Faticavo a non ridere, ho abbassato l’inguine alla sua bocca e, tenendo le mani sulla testata del letto, ho cominciato a strofinarlo sulla sua faccia.
Lei ha messo le mani sul mio culo e ha mosso la lingua pigramente; quando ha trovato la fiducia, ha tirato fuori completamente la lingua e ha tirato giù il mio culo per seppellirsi nella mia micia. È bastato un minuto ed era diventata affamata di fica.
Ho fatto scivolare la fessura sulla sua faccia scendendo sino al mento, spingendo indietro la sua testa come ad un pony. La sua lingua ballava sul mio
clitoride, si è spostata e poi ha ricominciato a ballare. Le sue unghie scavavano nel mio culo.
“Succhiala” mi sono lamentata “Succhia piccola cagna di lesbica. Fotti, sì… Piccola… fotti… puttana. Ora sei la mia cagna, il mio giocattolino, io posso fare qualunque cosa voglia di te… La mia piccola cagna rossa… Sì, oh fotti, oh… Stupida fica, sei mia, tu e le tue tettone, lecca… Sì, tu puttana. Lesbica. Stupida troia… Oh merda… Oh…. Sì!”
E poi sono venuta, impiastricciandole la faccia di umori caldi di micia. Lei li ha bevuti impazientemente. Oh, come era andata lontano in un tempo tanto breve!
Aurora ha passato la notte nel mio letto, perché lo voleva o perché non aveva una camicia da mettersi, non so. Abbiamo dormito intrecciati l’una nell’altra.
Mi sono svegliata per prima e così ho avuto la possibilità di togliere lentamente la dal suo corpo sdraiato e poter vedere la sua carne. Quelle tette… mio dio, erano perfette; non potevo resistere, le ho prese tra le mani e le ho schiacciate.
Aurora si è svegliata, ha sorriso nervosamente e ha spinto via le mie mani. Non ho opposto resistenza. Perché no? Io avevo trovato quello che volevo. Lei ha tirato il lenzuolo su di se, di nuovo imbarazzata; la timidezza è un’abitudine difficile da superare.
“Che ore sono?” ha chiesto.
Ho indicato la sveglia all’altro lato del letto.
“Oh, dio!” ha ansato. “Già le dieci? Io, io devo andare, ho una… prova alle undici e…”
“Non sei una buona bugiarda.”
“C… cosa…”
“Via, pensi che ci caschi?” Ho chiesto e poi l’ho imitata: “Oh per le stelle! Che ora è? Ho un appuntamento con la signora Fichi questa mattina e devo andare! È stato bello chiavare e succhiare con te, dobbiamo farlo ancora. Ta… Ta…!”
“Cosa vuoi dire?” Ha chiesto sporgendo le labbra.
“Perché ti sei eccitata” ho detto dandogli un pizzicotto alla guancia. “Quindi cos’è questa fretta? Perché vuoi andare così presto?”
“Debora… Mi sono… veramente divertita, sai? Ma… Ma io…”
“Ma cosa?”
“Tu… non… dire… a… tutti che noi… perché, come t… tu hai detto…” Le parole si precipitavano fuori da lei freneticamente “L’università è un periodo di esperienza, ma io non sono un lesbica, non realmente. Io voglio dire, tu sei l’unica donna, io mai… io mai…”
“Fottuto” ho detto.
“Ebbene, sì. E, ed lo faccio… mi piace… i ragazzi. Voglio dire, io sono stata solamente con ragazzi, e… Tu sei bella, ma…”
“Sei patetica.”
“Cosa?”
“Smettila di piagnucolare.”
Ho dato uno strattone alla coperta mettendo ancora una volta in mostra il suo corpo nudo. Aurora ha emesso uno strillo acuto e ha tentato di nascondersi col cuscino. L’ho afferrata per un polso e l’ho trascinata in bagno.
“Siediti” ho comandato spingendola sulla toletta.
Per il momento si è seduta, nuda, senza fare alcuno sforzo per nascondersi. “C… cosa stai…”
“Zitta!”
Ho preso dall’armadietto dei medicinali una forbice, poi mi sono rivolta ad Aurora con le forbici in mano.
“Non dirò a nessuno che mi hai fottuta, non dirò che sei lesbica. Ma quando andrai via di qui, dovrai sembrare una lesbica, capisci?”
Le lacrime scivolavano per il suo viso, ma lei non ha lottato, l’umiliazione l’aveva piegata. Le ho tagliato i capelli corti ed a foggia maschile come i miei, poi, come contrastare, le ho regolato il pube mentre era di fronte a me a gambe aperte; vedevo che la stimolazione le faceva sbavare la fica.
“Ora dobbiamo vestirti in maniera che chiunque capisca che sei una lesbica.”
Dall’armadio della camera da letto ho scelto la camicia di flanella più da macho che sono riuscita a trovare, una cosa che probabilmente portano solo i tagliaboschi, e gliel’ho fatta mettere. Poi ho trovato un paio di jeans neri e glieli ho dati. Lei se li è messi senza una parola. Avevo un vecchio paio di stivali e l’ho aiutata ad allacciarseli.
“Vuoi una tazza di caffè prima di andare via?” Ho chiesto.
“S… sì.”
Mentre preparavo il caffè si è seduta al tavolo della cucina senza dire niente. Si passava continuamente le mani nel suo nuovo taglio di capelli, come se non potesse credere che era realmente accaduto. Ho messo una tazza di caffè di fronte a lei e lei lo ha bevuto.
“Vuoi un toast o qualche cosa d’altro?”
“N… no, grazie.”
Quando ha finito di bere il caffè, l’ho accompagnata alla porta del mio appartamento, l’ho baciata con forza sulle labbra e le ho accarezzato il culo. “Fatti vedere, bella.”
È uscita da casa mia come una sonnambula.
“Oh!” lei ansato quando è stata nell’atrio. “E gli appunti?”
Ho riso e gli ho chiuso la porta in faccia.
Ogni tanto vedo Aurora alle lezioni, non parliamo molto; lei si tiene a rispettosa distanza ed accenna verso di me col capo quando le faccio un cenno di saluto. So che potrei sfotterla di nuovo se volessi, tutto quello che dovrei fare sarebbe chiederglielo. Ma non sarebbe lo stesso. Ora tiene i capelli corti e si veste in jeans, camicie di flanella e stivali. Come un muratore, ma con grandi, grandi tette.

FINE

About Esperienze erotiche

Mi piace partecipare al progetto dei racconti erotici, perché la letteratura erotica da vita alle fantasie erotiche del lettore, rispolverando ricordi impressi nella mente. Un racconto erotico è più di una lettura, è un viaggio nella mente che lascia il segno.

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