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Teresa e Isabella (racconto lesbo)

“Non posso aspettare,” gemette Isabella.
Si torcevate mani sul viso.
Sono caduta in ginocchio davanti a lei, ho contemplato lo splendore, il ciuffo.
Esitavo, e il mio viso andava in avanscoperta. Isabella diede un colpo di forbici con le gambe.
“Sto guardando, sono senza fiato” dissi.
Abbiamo aspettato.
Il sesso ci montava alla testa.
Un numero incalcolabile di cuori batteva nel suo ventre, sulla mia fronte.
“Sì, sì… Più piano. Più piano, ti dico… Più in alto. No… più in basso. Lì… Ci sei quasi… Sì… Sì… è quasi lì… Più in fretta, più in fretta, più in fretta” diceva.
La mia lingua cercava nella notte salata, nella notte vischiosa, sulla fragile carne.
Ho guardato i suoi peli dorati nell’angolo delle sue dita, ho sentito in me il fremito dei muscoli della sua mano.
Il dito girava.
Fra poco vomiterò le delizie del suo orgasmo.
Il suo collo si tendeva, il suo viso era sempre più lontano.
I suoi occhi si spalancarono: Isabella vedeva il suo paradiso.
“Sì, sì… Fino a stasera, se occorre” disse.
Mi dedicavo a lei con tanta eccitazione che la carne era irreale.
Pensavo troppo vicina al sesso, che volevo darle quello che desiderava..
Il mio spirito era prigioniero della carne, la mia abnegazione era sempre più grande.
Se non avevo più saliva, la facevo. […] Il mio sforzo, il mio sudore, il mio ritmo mi eccitavano.
La perla voleva quello che anch’io volevo.
Scoprivo il piccolo sesso virile che possediamo.
Un eunuco diventava coraggioso.
“Sto per venire, amor mio. E bello: sto per venire. E troppo bello. Continua. Non fermarti, non fermarti. Sempre, sempre, sempre…”.
Isabella mi trascinò in mezzo al letto, mi inforcò, mi sollevò, mi fece spalancare le braccia.
Mi montavi: non era una novità.
Era un carico di ricordi.. Incontrandoti ho trovato un senso per il mio niente.
Isabella segava le mie spalle, si puntellava sulle gambe, mi dava la scalatura, si apriva, si sprofondava, aspirava, si dondolava e mi dondolava.
Le vegliatrici si rianimavano, la piovra ricominciava il suo lavoro di agganciamento.
“Non andar più via” dissi.
Notte, ventre del silenzio.
Isabella si sollevava, lenta, lenta, le sue labbra intime si richiudevano sulla mia anca. Isabella oscillò.
Cercai la sua mano, la misi sulla mia schiena, la feci scendere più in basso delle reni, la lasciai sull’orlo dell’ano.
“Sì” disse Isabella.
Pazientavo, mi raccoglievo.
“E la prima volta,” disse Isabella. Il timido entra, Isabella parla:
“Il mio dito ha caldo, il mio dito è felice”.
Il dito inquieto non osava.
L’ascoltavamo, sentivamo la voluttà.
Il dito non può non essere importuno nel fodero troppo stretto.
Mi contraevo per incoraggiarlo.
Mi contraevo per imprigionarlo.
“Più lontano, voglio più lontano” gemette Isabella, con la bocca schiacciata sulla mia nuca.
Faceva forza, cercava l’impossibile.
Ancora la falange, ancora la prigione.
Eravamo alla mercé del dito troppo piccolo.
Il peso sulla mia schiena significava che il dito non rinunciava.
Il dito furioso bussava e ribussava.
Avevo contro le mie pareti un’anguilla impazzita che affrettava la propria morte. I miei occhi ascoltavano, le mie orecchie vedevano: Isabella m’inoculava la sua brutalità.
Il dito attraverserà la città, perforerà i mattatoi.
Soffrivo per il bruciore, soffrivo, più ancora; per i nostri limiti.
Ma il dito ostinato risvegliò la carne, i colpi mi risvegliarono.
Ero ubriaca profondamente, sentivo un formicolio di spezie, mi allargavo fino alle anche.
“Il letto si muove troppo” disse Isabella.
La carne dilaniata ringraziò, il piacere severo si propagò nei petali.
Gocce di sudore caddero dalla fronte di Isabella sulla mia schiena.
“Non ti muovere.
Voglio restare in tè” disse Isabella.
Svernavamo.
Mi contraevo di nuovo.
“Oh sì” disse Isabella.
L’aspiravo, lo respingevo, lo cambiavo in sesso di cane, rosso, nudo.
Saliva fino all’esofago.
Sentivo Isabella farsi leggera, seguire la salita, approfittando del riflesso.
Il dito uscì da una nube, entrò in un’altra nube.
Il mio ardore coinvolse Isabella, un sole folle turbinò nella mia carne.
Il corpo di Isabella salì un calvario sulla mia schiena.
Fui tesa di ubriachezza.
Le mie gambe vennero meno nel loro paradiso.
I miei polpacci dissetati maturavano.
Ero ammollita fino all’ineffabile putredine, non finivo più di sprofondare di felicità in felicità nella mia polvere.
Il dito di Isabella uscì con metodo e lasciò alle ginocchia pozze di piacere.
Mi lasciò.
La sua partenza, lenta nave di armonie.
Avevamo ascoltato la fine dell’accordo.

 

FINE

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