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Un grosso affare

Da qualche mese ho realizzato il sogno della mia vita: un uomo che disponga totalmente di me e che finalmente mi faccia essere me stesso. Nel paese dove vivevo regnava l’ignoranza e se si fosse scoperta la mia natura di gay sarei stato marchiato a fuoco. Tentai anche il suicidio per la disperazione, andando a sbattere contro un albero con la mia vettura, ma non riuscii a morire. Me la cavai giustificando l’incidente con un colpo di sonno. Ma in ospedale maturai la convinzione di andarmene. Un brutto colpo fu la morte di mia madre. Mio padre era morto sul lavoro anni prima, e quindi ero solo. Vendetti tutto quello che avevo in paese e andai a cercar lavoro a Roma. Con i soldi che avevo ricavato mi comprai un appartamentino e mi impiegai come cassiere in un ingrosso di materiali termici, dove il principale badava solo a che si lavorasse e non faceva domande: l’ideale per me che tenevo il mio segreto.

Conobbi il mio padrone in un club per gay, che frequentavo per conoscere altri uomini, finchè, per arrotondare, non decisi di intrattenervi i clienti più danarosi. In pratica mi prostituivo. Una sera venne un uomo che rimase affascinato dal mio corpo, completamente privo di peli, dai miei capelli color grano, dai miei vent’anni. Pagò il doppio degli altri per avermi, mi condusse in una stanza e mi fece suo fino all’alba. Non so dire quante volte mi riempì della sua sborra nel culo, nella bocca, addosso, e mi possedette con il suo cazzone e con tutti gli attrezzi di cui la stanza era equipaggiata, ma so solo che, dopo essere stato dominato come avevo sempre desiderato, sarei stato pronto ad esaudire qualsiasi suo desiderio. Così, quando mi disse “Tu sei troppo bello per questo posto. Devi essere solo mio. Verrai da me”, non esitai a rispondergli, gettando via qualsiasi dignità: “Oh, sì. Se vuoi lascerò anche il lavoro e sarò il tuo schiavo, la tua puttana personale… “. “Non ce! n’è bisogno. Ogni giorno, finito di lavorare, verrai a casa mia, dove sarai la mia cameriera. Quando torno la casa dovrà essere in ordine e da quel momento sarai comandato in tutto e per tutto da me… te la senti? “. “Quando si comincia? “. “Da stasera. Vieni, ti porto a casa”.

La casa mostrava chiaramente che il mio padrone era un facoltoso uomo d’affari, che svolgeva affari principalmente con stranieri. Non chiedetemi che affari facesse, non l’ho mai capito. So solo che quando era a casa non parlava di affari, dedicandosi a tutte le tecniche di sottomissione del suo schiavo.

Mi mostrò le varie camere e gli sgabuzzini: mi disse che non gli piacevano gli uomini sporchi, quindi, quando rientravo a casa dovevo farmi il bagno e girare nudo con il gonnellino da cameriera. Poi mi mostrò la stanza dove sarei stato umiliato e schiavizzato secondo i suoi (e i miei) desideri: tutte le sere, dopo cena, che dovevo servire rigorosamente alle otto, mi dovevo far trovare lì dentro, completamente nudo e depilato.

Nel corso delle settimane, il processo di schiavizzazione nei miei confronti progredì con successo, perché avevo sempre desiderato sottomettermi ad un uomo che mi imponesse la sua volontà: non vedevo l’ora, al lavoro, che arrivasse l’uscita per poter offrirmi nudo al mio padrone, felice di obbedirgli qualsiasi cosa mi chiedesse.

Addirittura mi offrì, in segno di ospitalità, ad alcuni suoi amici: mi dispiaceva un po’, perché volevo che solo lui spadroneggiasse su di me, ma sapevo che teneva a quelle amicizie… fu la notte di Capodanno, la più bella che abbia mai vissuto. Ormai il trattamento era terminato, e il padrone sapeva che avrebbe potuto fare quel che voleva del suo umile e sottomesso schiavo. Così, mi fece mettere a pecorina sulla tavola da pranzo apparecchiata, mi mise un grosso cazzo finto nel culo e mi disse: “Questa notte sarai il dessert”. Dopo la cena fui l’oggetto di piacere di sette maschi contemporaneamente, il padrone e i suoi sei amici. Ricevetti sette sborrate contemporanee proprio mentre scoccava la mezzanotte. Non ero mai stato al centro di un’orgia modello gang-bang e, ancora sporco, dissi al mio padrone “Grazie per il regalo… “. “Ti è piaciuto? Te lo sei meritato perché sei stato bravo”. “Col tuo permesso, posso pulire i loro cazzi? “, dissi poi, avendoci preso gusto. “Certo, t! e lo sei meritato, te l’ho detto. E tanti auguri. ”

Passai così a prendermi in bocca, uno alla volta, i loro cazzi e a slinguarli per bene, finchè non furono puliti.

Da quella sera amai il padrone e decisi che sarei anche andato a battere per strada per amore suo.

Ma non fu necessario. Sapeva di avere dentro casa, tutte le sere, l’oggetto del suo desiderio, e più ero umiliato più godevo, e non aveva bisogno di chiedermi prove d’amore.

Una sera tornò a casa prima del solito: trovò ancora qualcosa in disordine e andai nella stanza per ricevere la giusta punizione: “Perdonami se non è tutto ancora ordinato, se vuoi puniscimi perché me lo merito”, gli dissi. Ma non voleva punirmi. “Lo so che non è ancora in ordine, finisci con calma e poi torna qui. Non ti punirò, non te lo meriti. Sei sempre stato uno schiavo così arrendevole che quasi mi dispiace non poterti punire qualche volta… “. “Ma non hai bisogno di un motivo. Puoi punirmi quando vuoi, a tuo giudizio… “. “Tu devi essere il mio schiavo, ma come padrone devo essere corretto. Devi amarmi, non temermi. Devi sapere che una punizione, se ti arriva, è giusta. Non posso punirti senza motivo… e stasera non ce n’è motivo. Sono arrivato prima e non mi aspettavi… “. Come lo amavo!

Finii di riordinare e di pulire, impeccabilmente come al solito, e poi andai nella stanza che preferivo, quella dove si compiva la mia umiliazione.

Mi porse un pacco. “Scartalo, è tuo”, mi disse. Lo scartai. C’era dentro un grosso fallo ricoperto di cuoio, con tante venature. Il fondo era piatto. Ai suoi bordi tre anelli, da cui partivano tre catenelle. “Ho tre ospiti di riguardo, questa sera, e devo concludere un affare con loro. Ho detto loro che, per suggellare l’affare, potranno averti tutta la notte. Dunque non farmi fare brutte figure, mi raccomando”. “Non mancherò. Obbedirò a loro come se fossero ordini tuoi”. “Bene, preparati. Niente gonnellino, stasera. Servirai così”. E nel dir questo mi fece girare, mi infilò il grosso cazzo nel culo e, prese le catenelle, le fece scivolare intorno alla mia vita e le fissò. Non poteva più uscire, e avrei servito a tavola mentre quell’immensa nerchia mi sodomizzava. “Il fondo è piatto, così se sei stanco in cucina ti puoi sedere. Con il movimento ti aprirà per bene il culo e sarai pronto per il dopocena. Non so cosa ti faranno, ma so che non mi deluderai… ” Annuii. Poco dopo a! rrivarono i tre ospiti del mio padrone. Distinti, eleganti, la prima cosa che fecero fu spogliarsi e chiedermi un pompino. Durante il pompino controllavano il cazzo finto nel culo, muovendolo per assestarlo bene ed allargarmi ancora, se mai ce ne fosse bisogno.

Dopo la cena mi fu ordinato di recarmi in camera e di mettermi alla pecorina sul lettino; qualche minuto dopo fui raggiunto dagli altri tre. Quello che mi sembrò il più esperto mi sganciò le catenelle e sfilò il cazzo. Prontamente mise due dita nel culo ancora aperto e lo tenne divaricato. Poi si fece passare la punta di una cannula e la infilò dentro il buco, e tolse le dita.

Prese un’asta, di quelle che si usano per le flebo, e vi mise una borsa con dell’acqua che uno dei tre aveva fatto bollire in cucina. Poi collegò un catetere alla borsa, l’appese all’asta e attaccò l’altra estremità del catetere alla cannula ben piantata nel mio culo. Poi aprì la valvola. Mi sentii l’acqua bollente entrare nelle viscere. “Urgh”, feci. “La pulizia innanzitutto”, disse il padrone, che stava scattando delle foto-ricordo. Iniziavo a sentirmi bene, tuttavia. Avevo tre uomini a cui fare da schiavo, e quella che subivo era una delle loro piccole perversioni. Mentre i miei intestini si riempivano d’acqua, iniziai a prendere, uno alla volta, i loro cazzi in bocca. Ritardai volutamente i loro orgasmi, perché quella cannula che pompava acqua calda nelle viscere mi mandava in estasi, ma quando anche il terzo mi ebbe sborrato in faccia, fu il turno di scaricarmi. Mi fu messo un secchio sotto il culo, e quando la cannula fu estratta, vi vuotai il contenuto dell’intestino. “! Ancora non ci siamo”, disse quello che mi aveva preparato il clistere. Fecero bollire altra acqua calda e, di nuovo, mi ripresi il clistere nel culo e i cazzi in bocca. Al terzo clistere l’acqua uscì pulita. Peccato, ci avevo preso gusto…

“Passiamo all’esame, ora”. Sempre quello del clistere si mise un guanto e si lubrificò la mano. Il mio culo, cedevole per i mesi di tortura a cui era stato sottoposto, si aprì quasi subito. La mano vi sprofondò oltre il polso, e la mia dolce tortura anale ebbe inizio. Fin dal clistere ero preparato a quel momento, e ora ero al centro dell’attenzione, felice che il padrone fosse soddisfatto di me. Fin da quando mi sottomisi al padrone sognavo cose come queste: stare nudo mentre qualcuno rovistava nei miei visceri, per amare chi mi torturava. Speravo solo che l’ispezione fosse lunga per essere costretto a stare in quella posizione così umiliante… La mano scavò nel mio viscere, poi fu ritratta. Nel frattempo anche gli altri due avevano messo il guanto, e fui ispezionato a lungo da entrambi. L’ispezione durò un’ora buona, nel corso della quale rimasi fermo e sottomesso alle loro penetrazioni. Poi uno dei tre disse: “Prendi una torcia, che vorrei vedere meglio… “. Due di loro si! misero ai lati e, dopo avermi messo ciascuno quattro dita nel culo, tirarono ciascuno dalla loro parte. Il terzo illuminò dentro. “Niente da dire”, disse al mio padrone. “La tua puttana è proprio sana. Si vede che la tratti bene… “. Andavo loro a genio, quindi. “Un’ultima cosa”, disse. Entrò con tutte e due le mani unite nel buco e, facendosi forza sulla punta delle dita, lo allargò finchè non lanciai un urletto di dolore. “Bene, resiste parecchio la puttanella. Vediamo se le piace essere il nostro cesso… “. Era quello che speravo… Montò sul lettino e mi riaprì il culo con le mani al limite dello sfibramento. Poi gli altri due vennero vicini al buco aperto e iniziarono a pisciarci dentro. Mugolai di piacere, all’idea di essere il loro cesso. Fui grato mentalmente al padrone che mi umiliava così. Alla fine della pisciata, dissero: “Adesso vediamo la tua puttana come ci fa godere”. E detto ciò, quello che credetti essere il più anziano dei tre mi prese per i fianchi e mi fe! ce scivolare il suo grosso cazzo nel buco del culo, ormai spalancato e pronto ad accoglierlo servilmente. La bocca mi fu chiusa dai due cazzi residui: ad ogni sborrata nello sfintere corrispondeva un cambio di posizione dei tre, e così per due ore ricevetti sborrate nel culo dai cazzi che poi, con la lingua, dovevo far tornare duri perché potessero riempirmi ulteriormente le budella. Ero il loro dessert, e la loro sborra era la farcitura. Oramai l’ultimo residuo di dignità era sparito. Ero quello che sognavo di essere: un oggetto, un giocattolo in mano ai miei padroni. La mia volontà era annientata, ed ero felice di dover fare quello che un altro aveva deciso per me. Ti amo, padrone, pensai mille volte. Sono totalmente tuo, tutto tuo… Così passivo non mi ero sentito mai, e sognavo di andare avanti fino all’indomani mattina, quando, dopo l’ennesima sborrata, i tre decisero che, per il momento, poteva bastare. Presero da una valigia che si erano portati un cazzo di dimensioni ! mostruose, di cui mi fecero dono. “A condizione”, dissero, “che ora ti ci sieda sopra e te lo faccia sparire in pancia”. “Ma davvero è mio? “. “Sì, se fai come ti diciamo”. Detto fatto, lo misi in piedi per terra, allargai le gambe, mi tenni aperte le chiappe e ci volai sopra. Sentii aprirmi le viscere. “Bravo. Adesso fai su e giù finchè non ti ordiniamo di smettere. Dobbiamo parlare con il tuo padrone. ” Il padrone mi scattò una foto mentre, a gambe larghe, mi cavalcavo quel palo, e poi si mise a parlare con i tre. Dio, come sono puttana, pensai. Manda via quei tre e poi ti faccio vedere che schiavo sono…

“Credo che l’affare si possa fare. Le nostre piantagioni brasiliane hanno bisogno dei vostri macchinari, e i vostri argomenti”, e guardò dalla mia parte, “sono stati convincenti. Ho le carte di là, firmiamo? “. “Volentieri… “. Rimasi dieci minuti buoni a fare su e giù su quel cazzo, poi tornarono tutti da me. “Sei stato bravissimo”, mi disse il padrone, “e dobbiamo festeggiare. Però non abbiamo il secchiello per lo champagne… “. Mi guardò. “Vorresti essere così gentile da rimetterti sul lettino? “. Prontamente lo feci. “Allargati il buco del culo, per favore. Come sai fare tu. ” Obbedii. “Ti aspetto, padrone” gli dissi, aspettando il suo grosso cazzo. Ma non voleva quello, non ancora. Prese una bottiglia di champagne che aveva portato dalla cucina, e me la piantò nel culo infilandola dal fondo. Poi fece saltare il tappo. Ero io il suo cestello… brindarono con lo champagne che usciva dal collo della bottiglia sparita quasi del tutto nel mio budello. Sorrisi, felice. Mi senti! vo veramente la puttana del mio padrone. Potevo fare da cesso e anche da bar, adesso. Ma non lo vedi che sono tuo senza riserve, pensai? Sono un frocio che ha voglia di essere l’oggetto delle tue cose più porche. Guarda come sono spalancato solo per te, lo sto facendo solo per te. Il tuo frocio, la tua puttana, il tuo schiavo, il tuo tutto. Non hai bisogno di lavorare, sei pieno di soldi. Resta a casa con me e fammi tuo schiavo ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni a settimana. Usami come cesso, bar, tavolo da pranzo, quello che ti pare. Insultami e umiliami, fammi sentire una nullità che non esiste senza te…

“Un po’ di champagne anche per la tua puttana, che ne pensi? Se l’è meritato, è grazie a lei che s’è fatto l’affare… “. “Certo, perché no? “. Mi sfilarono la bottiglia dal culo, ma non mi versarono in un bicchiere lo champagne. Mi fecero rimettere a pecorina, posizione in cui il mio culo fu aperto con uno speculum, che di norma è riservato alla fichetta delle donne. L’acciaio freddo dello speculum sulle pareti bollenti del mio culo mi piacque. La rotellina fu girata al massimo. Il padrone stappò per me una bottiglia nuova, che passò a quello dei tre che ci sapeva più fare con gli attrezzi. Versò il contenuto della bottiglia direttamente nel mio buco del culo, e sentii il freddo del liquido e il frizzare delle bollicine. La versarono tutta. Il mio padrone fece l’ultima foto-ricordo di quella sera: c’erano i miei tre padroni di quella sera intorno a me, che mostravo il mio culo martoriato e slabbrato, aperto dallo speculum, e uno dei tre che vi versava lo spumante.

Dopo il piscio, le sborrate e lo champagne ormai il mio budello era pieno. Fui io a chiedere un clistere, che mi fu fatto con grande gentilezza. Quando tutto fu finito e i tre se ne furono andati chiesi al padrone: “Mi sono comportato bene? “. “Certamente. Anche per merito tuo l’affare è andato in porto, ed era un grosso affare, più grosso di quelli che ti sei goduto tu.. “. “Padrone, posso masturbarmi? ” chiesi, poi. Ero eccitato dalla serata e volevo venire, ma dovevo chiedere il permesso al padrone. “No. Non hai ancora finito. Io sì, tu no… “. “Dimmi, cosa devo fare? “. “Niente. Ho qui un regalo per te. “. Chiamò in direzione della porta: “Manuel! … “. Entrò un ragazzo nudo, avrà avuto diciott’anni da poco. Era il più bel mulatto che avessi mai visto. Anche lui depilato, aveva due occhi azzurri che per poco non svenni.

“Ti presento Manuel. è il mio nuovo schiavo, me l’hanno regalato loro tre. Viene dal Brasile, ma era troppo bello per lavorare. In più lì l’avrebbero rovinato. Adesso sarete tutti e due i miei schiavi, e se vi piacete, sarete fidanzati… “. Ci prendemmo per mano e ci guardammo negli occhi. Dio, com’era bello. Un angelo nero. “Ciao, Manuel” gli dissi. “Credo che abbiamo molte cose da dirci, noi due… “. “Beh, adesso vi lascio. Vorrete fare conoscenza, credo… buonanotte. “. Sapeva essere generoso, il padrone. Strinsi a Manuel tutte e due le mani e lui mi lasciò fare. “Sei così bello che sembri un sogno… “. “Anche tu. Da me i bianchi non sono così belli… “. Ci sdraiammo sul lettino e gli presi il cazzo in mano, mentre lui faceva altrettanto con me. Mentre ci masturbavamo a vicenda iniziammo a toccarci con le lingue, in un lungo bacio. Venimmo quasi subito. Iniziava una lunga notte d’amore tra un angelo bianco e uno nero… FINE

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Luce bassa, notte fonda, qualche rumore in strada, sono davanti al pc pronto a scrivere il mio racconto erotico. L'immaginazione parte e così anche le dita sulla tastiera. Digita, digita e così viene fuori il racconto, erotico, sexy e colorato dalla tua mente.

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