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Vacanza in Malga (1 di 2)

Anche quest’anno, come sempre ormai da numerosi anni, ho passato in montagna le mie due settimane di ferie estive.

Contrariamente alle altre volte, però, non ho soggiornato in albergo, ma in una malga alpina in Alto Adige, a pochi chilometri dal confine con l’Austria.

L’idea mi è era stata suggerita da un amico e debbo ringraziarlo di cuore, sia direttamente per il posto meraviglioso consigliatomi, sia indirettamente per quello che mi è successo!

La località in questione si raggiunge percorrendo una tortuosa strada di montagna, non asfaltata, che risale il corso di un impetuoso torrente dalle acque cristalline e gelide, tra boschi di conifere intervallati da verdi radure di pascolo alpino.

All’improvviso la strada sbuca in una piccola valle di ampi prati, al limitare dei quali, fitti boschi risalgono le pendici delle alte montagne circostanti, le cui vette luccicano di nuda roccia, cangiante, a seconda del riverbero del sole, dal bianco al grigio e, al tramonto, di un bel rosa acceso.

La strada termina davanti ad una tipica costruzione alpina, in legno e pietra che un tempo avrà certamente ospitato una cospicua famiglia di operosi montanari, ma che oggi è abitata da due sole persone, moglie e marito, entrambi sulla cinquantina, che l’hanno trasformata in una specie di pensione a conduzione familiare.

All’arrivo fummo accolti da entrambi i proprietari che, sorridenti e cordiali, ci diedero il benvenuto in un buon italiano pronunciato, però, con suoni molto gutturali ed il marito, Peter, o Pietro, come lo chiamai subito io, ci abbracciò in maniera così calorosa che quasi soffocammo, mentre la moglie, Ilge, non traducibile, lo redarguiva in una lingua sconosciuta, ma in maniera assai efficace perché ci liberò subito dalla stretta, scusandosi poi con noi per la spontanea irruenza del marito.

La signora ci accompagnò alla nostra camera, una stanza ampia e luminosa, dotata di un grande e comodo letto ed arredata in modo “spartano”, senza grandi comodità, ma senza che mancasse nulla del necessario, fatta eccezione, purtroppo, del bagno che era situato nel corridoio ed era in comune con gli altri ospiti.

La permanenza si dimostrò fin da subito alquanto piacevole, alternata tra escursioni, faticose ma emozionanti per i panorami mozzafiato che le vette, una volta raggiunte, regalavano, passeggiate rilassanti in tranquilli viottoli tra i boschi, momenti di abbandono al sole, ecc. ecc. … né meno gustosa era l’alimentazione fatta di prodotti tipici e piatti locali, annaffiata dall’immancabile boccale di birra.

Certo, sentivamo la mancanza di una buona pastasciutta e di un caffè espresso, ma tale mancanza era ben sopperita da tutto il resto ed il loro caffè lungo e leggero, ma “corretto” da un’ottima panna liquida freschissima, ben si accompagnava agli appetitosi dolci, soprattutto allo strudel!

I rapporti con i proprietari erano cortesi e gradevoli, soprattutto, sembrava, che andassi a genio, in modo particolare, a Pietro.

Costui è un omone vicino al metro e novanta e pesante non meno di centoventi chili, con una pancia prominente da bevitore di birra, ma che non stona affatto con il resto del corpo ben proporzionato e robusto come può esserlo quello di chi lavora sodo all’aria aperta; ed il cui viso, poi, largo e rubicondo, atteggiato ad un perenne sorriso, invita alla cordialità.

Ha l’abitudine d’abbracciare tutti e di fare frequenti battute, anche audaci, delle quali ride sonoramente per primo, rifilando amichevoli pacche sulle spalle che terminano, in genere, in carezze che potrebbero anche essere definite … lascive!

La simpatia del personaggio, le sue caratteristiche fisiche e quel suo modo d’abbracciarmi e d’accarezzarmi, risvegliarono ben presto la mia celata, ma sempre latente, omosessualità.

Iniziai così a fantasticare su un rapporto sessuale con lui, masturbandomi di nascosto da mia moglie, che ignora questo mio “vizietto”, che soddisfo, peraltro, in modo sempre molto riservato ed assai sporadicamente.

Quel montanaro mi piaceva troppo, però, per accontentarmi della sola fantasia e fremevo ormai dal desiderio di dilettarmi con il suo cazzo, che immaginavo proporzionato alla sua stazza fisica, e di scatenare la sua libidine con la speranza di godermi una nuova penetrazione anale che oramai mi mancava da troppo tempo ed alla quale, il fallo di gomma, che comunque non avevo potuto portare con me, sopperiva sempre meno efficacemente.

Iniziai quindi a pensare a come arrivare alla soddisfazione della mia fregola e decisi, come prima cosa, di mostrarmi grato delle sue effusioni, che pur se generalizzate, mi sembravano, nei miei confronti, più frequenti ed insistenti.

Ero comunque titubante in merito al reale significato di tali dimostrazioni d’affetto ed, anche se indubbiamente Pietro mi riservava una confidenza maggiore che agli altri ospiti, il pensare che volesse veramente inchiappettarmi poteva essere il frutto della mia sfrenata fantasia ed il timore di un rifiuto e della relativa figuraccia mi tratteneva dall’esprimermi apertamente.

Decisi allora che alla prima occasione, in cui fossimo rimasti soli, avrei cercato di stuzzicarlo per sottintesi … scherzosi.

L’opportunità si presentò all’inizio della seconda settimana di permanenza, quando rimanemmo gli unici ospiti della malga.

Il lunedì, nel tardo pomeriggio, mentre mia moglie aiutava Ilge in casa nel preparare la cena (in malga è abbastanza naturale partecipare a qualche lavoro agricolo o domestico), raggiunsi Pietro nella stalla.

Si tratta di un edificio molto grande, staccato una decina di metri dall’abitazione, che un tempo aveva ospitato numerose mucche, ma il cui allevamento, ora, con i problemi delle quote latte europee, e con lo sviluppo turistico della zona, non era più remunerativo per cui n’era rimasta una sola, tenuta più per abitudine personale al consumo del latte fresco, del burro e del formaggio fatti in casa, che a scopo di lucro. Infatti, come Pietro mi aveva raccontato, lui e sua moglie vivevano agiatamente con i proventi degli ospiti in estate e con il suo lavoro sugli impianti sciistici in inverno.

La grande stalla era stata opportunamente ridotta, per mezzo di una parete di legno, che la separava dalla parte del locale destinato a deposito degli attrezzi ed a garage per le loro auto e per quelle degli ospiti.

Quando vi entrai, bighellonando con aria sfaccendata, Pietro era intento alla mungitura.

Seduto su un rustico e traballante sgabello a tre gambe, di lato alla bestia, faceva schizzare con gesti naturali, semplici ma precisi, il latte su un secchio posto sotto le mammelle.

Mi fermai al suo fianco guardando il suo lavoro, affascinato da quelle dita, apparentemente tozze, che si muovevano con inaspettata delicatezza su quei lunghi capezzoli rosa.

"Vuoi provare tu?" Mi chiese dopo un po’ rivolgendomi un sorriso d’incoraggiamento.

"No, no … non credo di esserne capace!"

In quel momento Rosina (così ho ribattezzato io la mucca, traducendo “liberamente” un impronunciabile nome locale) girò la testa verso di noi ed emise un muggito.

"Vedi …" aggiunsi "… ti ha sentito e non sembra per nulla d’accordo!"

Sorrise alla mia battuta.

"Beh … comunque sarà per un’altra volta, stasera ho finito". Concluse dando un’ultima strizzata ai capezzoli, ormai solo gocciolanti ed alzandosi dallo sgabello.

Afferrò il recipiente ricolmo di latte e si diresse verso un contenitore di metallo sopra ad un tavolo lì vicino e ci versò tutto il contenuto del secchio, che sciacquò e ripose via.

Prese un mestolo di alluminio, lo pulì con uno straccio, l’immerse nel latte e lo ritirò quasi pieno porgendomelo.

"Tieni, assaggia il sapore del latte appena munto!"

Lo feci, prima con un po’ di titubanza, poi assaporatone il gusto delizioso, lo bevvi tutto con ingordigia fino all’ultima goccia, quindi gli resi il mestolo che riempì di nuovo e vuotò anche lui avidamente.

"Non c’é nulla di più gustoso … e poi ha ancora il piacevole tepore naturale del corpo, né troppo caldo né troppo freddo" mi disse riponendo il ramaiolo e tergendosi la bocca con il dorso della mano. 

"Sì è vero, è  proprio buono, ma … com’è che mungi ancora a mano, non sarebbe più comoda la mungitrice elettrica?"

"Ma vuoi scherzare? Prima di tutto costa un’accidenti … poi la mia Rosina non l’attacco certo ad un apparecchio elettrico … vuoi mettere la carezza delle mani con la freddezza dell’acciaio!"

"Forse hai ragione, però … per te è facile, … dato che in questi lavori ci sei cresciuto fin da piccolo, ma per uno come me, per esempio, penso che un’apparecchiatura automatica sarebbe più semplice da usare."

"Oh, ma dai … non è mica così difficile …" poi guardandomi con un sorriso ammiccante, concluse "… in fin dei conti è come … menare un cazzo, tutti lo sappiamo fare!" E scoppiò in una grassa risata, come ogni volta che faceva qualche battuta osé.

Probabilmente, pensai, ha solo fatto un motto di spirito o, forse, mi ha fatto un ”avance” scherzosa per vedere come reagisco; in ogni modo adesso è il momento buono per provarci, decisi, e con un sorriso altrettanto ammiccante, ma con voce sussurrata, quasi lasciva, mi lanciai.

"Beh … se è così, allora potrei provare a “mungere” un … toro!"

Rimase un attimo perplesso, ma evidentemente, a questo punto, le mie voglie dovevano essergli sembrate chiare e pure la sua risposta lo fu.

"Purtroppo c’è solo la Rosina qui, ma … se vuoi posso farlo io … il toro!" Concluse con un’altra risata, ma guardandomi con la coda dell’occhio, pronto a buttarla sul ridere se la mia reazione fosse stata negativa, ma io non aspettavo altro e, con un tuffo al cuore e le gambe già molli per l’eccitazione, continuai lo “scherzo” che oramai, n’ero certo, sarebbe divenuto realtà.

"Davvero? … Uhm, sai, mi dai proprio l’idea che non saresti mica male come … toro … da mungere!"

"E tu … mi dai proprio l’idea che lo faresti volentieri …eh?" Mi rispose rifacendomi il verso.

Annui e per qualche attimo ci guardammo in silenzio, indecisi su come concretizzare le nostre voglie appena espresse ed infine prese lui l’iniziativa.

"Dai, allora, facciamo in fretta, che fra un po’ ci chiamano per la cena … su prendi lo sgabello e vieni qua" mi disse con voce arrochita e si diresse verso un angolo della stalla, dalla parte opposta a quello dov’era la mucca, dietro ad alcune balle di paglia, al riparo dalla vista di eventuali persone che fossero entrate all’improvviso.

Afferrai con trepidazione il panchetto e mi avvicinai a lui che mi aspettava in piedi e stava già sbottonandosi la patta dei calzoni.

"Bene, ora siediti qui … davanti a me" mi ordinò mentre dall’apertura dei pantaloni estraeva un uccello già abbastanza tumido per l’eccitazione che, evidentemente, stava già provando.

Mi sedetti faticando un po’ a trovare l’equilibrio sul quel malfermo sedile e quando, stabilizzatomi, alzai gli occhi, avevo la sua nerchia all’altezza della faccia, puntata diritta verso di me, che, pur se turgida, non poteva certo dirsi ancora del tutto eretta, tuttavia mostrava già una notevole dimensione.

Purtroppo, pensai subito, con la mia bocca piuttosto piccola, niente sbocchinate tipo “gola profonda”, ma al massimo riuscirò a prendergli la cappella tra le labbra!

"Dai …" m’incoraggiò con voce soffocata e nella quale traspariva un fremito d’impazienza, "… adesso è tutto tuo … vediamo come sai mungermi!" E rimase in attesa davanti a me con le braccia abbandonate, penzoloni lungo il corpo, ed il cazzo sporgente dalla patta.

Glielo presi delicatamente con le dita della mano destra, mentre con la sinistra mi stringevo il mio, che si era drizzato nel ristretto interno dei pantaloni e mi doleva rattrappito, compresso dalla mia posizione seduta.

Riuscii ad allungarmelo e mi sentii meglio, ci lasciai sopra la mano, ma strusciandolo solo leggermente per concentrarmi sull’altra, quella che aveva tra le dita il cazzo da mungere.

Iniziai a farlo muovendo la mano verso il basso, facendogli scendere la pelle che gli ricopriva ancora parte della cappella, arrivandogli fin dentro ai pantaloni, scappellandolo completamente per quando il filetto me lo consentì.

Rimasi, quindi, un lungo attimo in quella posizione, stringendolo leggermente alla base, tra i peli pubici, e sentii subito la carnosa nerchia crescermi tra le dita e completare l’erezione.

La tenni con le quattro dita in piano sulla parte superiore ed il pollice, all’opposto, in quella inferiore, appoggiato nel senso longitudinale in modo che il polpastrello premesse sul turgido rigonfiamento.

Così impugnato il possente membro, riportai la mano verso la cappella, tornando a ricoprirla e soffermandomi a stringergliela ed a solleticargli il prepuzio.

Ripetei il movimento diverse volte, strappandogli mugolii di piacere, mentre continuavo a toccarmi anche il mio, dolorosamente duro per gli stimoli che provavo.

Me lo accarezzavo, però, più per un gesto istintivo, che per vera volontà di masturbarmi, poiché ero tutto concentrato sul piacere da dare al mio occasionale partner.

Tuttavia la “mungitura” dell’improvvisato toro non mi soddisfaceva, perché i suoi pantaloni m’impedivano di arrivargli comodamente fino al pube e di raggiungergli i testicoli, che mi rimanevano del tutto sconosciuti, allora sospesi un attimo l’attività segaiola e con le mani libere afferrai la cinghia dei suoi calzoni iniziando a slacciarla.

Nel farlo alzai la testa sul suo viso che m’apparve ancora più rosso del solito, eccitato dalla bramosia, con gli occhi socchiusi e le labbra semiaperte che emettevano fiochi lamenti. 

Avvertendo l’abbandono del suo cazzo, li spalancò e quando capì cosa volevo fare, mi pregò con un sussurro lascivo:

"no, dai, vai avanti così … non abbiamo tempo per spogliarci … fra un po’ ci chiamano …"

"non ti spoglio … te li abbasso solo … e libero quel gran cazzo che ti ritrovi … come faccio a mungerti così … hai mai visto un toro … con le brache?"

Gli risposi con voce altrettanto lasciva, mentre, slacciata la cintura, i calzoni scivolavano verso il basso ed io mi alzavo sul busto per infilargli le mani dietro, sulle natiche, abbassandogli anche le mutande fino alle ginocchia.

Adesso sì che potevo godermelo in tutta la sua prorompente magnificenza!

Non ero esperto di tori, ma quello che aveva Pietro tra le gambe non avrebbe sfigurato neppure tra quelle del bovino!

Come avevo immaginato, e già parzialmente constato attraverso la patta, era davvero grosso, non meno di venticinque centimetri e con un diametro che, alla radice, la mia mano non riusciva ad afferrare completamente ed una cappella massiccia, arrotondata in punta e larga nella corolla, ben in evidenza dal resto del membro. 

Le palle, strette nello scroto tirato al massimo dalla svettante erezione, sembravano piccole in proporzione al resto, ma quando gliele presi in mano, poggiandole sul palmo della sinistra, me la riempì completamente.

Mi dilettai del contatto con quei caldi e pesanti testicoli, palpandoli delicatamente con le dita, piacevolmente solleticate dai lunghi e morbidi peli che li ricoprivano, mentre con la destra ripresi a massaggiargli la verga.

Salii con la mano lentamente, percorrendola, ora che era tutta sguainata, per la sua intera lunghezza, gustandomi il sempre piacevole contatto con la sericità della pelle glabra e la durezza della carne e soffermandomi coi polpastrelli sui rilievi delle vene, gonfie e pulsanti di sangue eccitato.

Purtroppo ebbi la conferma che era davvero fuori misura per la mia bocca e, comunque, seduto, non era certo la posizione ideale per sbocchinarlo come si conviene.

Infatti, appollaiato sull’incerto sgabello, ero troppo basso rispetto a lui, che, notevolmente più alto di me anche in piedi, così mi sovrastava con tutta la sua mole e, nel tentativo di avvicinarmi con il viso al suo sesso, mi resi conto che avevo le sue palle all’altezza del mento: non potevo far altro che leccargliele!

Mi umettai la bocca di saliva e m’avvicinai con le labbra, leccandole e succhiandole sensualmente, poi gliele titillai un po’ con la punta della lingua e quindi, afferrandolo con le mani sulle natiche, appoggiai il viso contro quel cazzo palpitante, e, con la lingua fuori, mi spinsi verso l’alto, verso quel glande che s’ergeva maestoso, massiccio e rossastro, agognato ed irraggiungibile, i cui aromi muschiati mi stuzzicavano le narici.

Lui, desideroso, a quel punto, di un più intimo contatto carnale, fremente di sentire le mie labbra umide su quella cappella, arsa e smaniosa, prese l’uccello con una mano, tirandosi leggermente indietro, e l’abbassò verso di me, finché non raggiunse la mia bocca, spalancata al massimo, che l’accolse, bramosa, per quanto poté.

Sfortunatamente, bloccata dai denti, solo una metà scarsa di quell’appetitosa e calda carne, lucida, glabra e rossastra riuscì a penetrare tra le mie labbra, e, nonostante lo sforzo concitato con cui cercai di spalancare la bocca, non riuscii a farle superare una tale barriera.

Mi concentrai allora per farlo godere il più possibile anche così, cominciando a succhiarla ed a passarle sopra ed intorno con la lingua, soffermandomi con la punta sul buchino, mentre, sostituita la sua mano con la mia, glielo afferrai saldamente iniziando a menarglielo tenendolo puntato contro la mia bocca.

Lui m’aiutò abbassandosi leggermente sulle gambe, ansioso, oramai, di farmi assaporare il suo “latte”.

Nel frattempo i suoi gemiti erano gradatamente aumentati d’intensità ed ora sembravano veri e propri ansiti, mentre sulla lingua avevo cominciato ad avvertire il sapore leggermente salato delle sue prime gocce di liquido seminale.

Capii che era prossimo all’orgasmo ed allora, per assecondarglielo, staccai velocemente la mano e me la portai alla bocca stretta a pugno, feci colare tra le dita abbondante saliva e tornai sulla verga riprendendo a “mungerlo”.

Il nuovo contatto con la mano umida e scivolosa, gli strappò una contrazione del bacino ed un più sonoro gemito.

Ripresi a menarglielo più velocemente, mentre tornai a leccargli voluttuosamente la cappella, cospargendola dei miei umori, dei quali per l’eccitazione n’avevo la bocca piena, per poi risucchiarli con un gorgoglio osceno e sensuale.

La mia continua salivazione, una vera e propria acquolina in bocca, aveva prodotto abbondanti flussi di bava che mi fuoriuscivano dalle labbra aperte sul suo glande e che colavano lungo l’asta contribuendo, con il loro effetto lubrificante, a facilitare lo scorrimento della mia mano.

L’atteso orgasmo arrivò presto, preceduto dall’irrigidimento del suo corpo e da un improvviso, ulteriore, gonfiore del membro, che pulsò con violenza, quasi volesse scoppiarmi in mano.

Subito dopo, con sordi mugolii forzatamente repressi, ansimando a denti stretti per non urlare il suo godimento, gli schizzi del suo sperma, liquido, caldo ed appiccicoso, mi finirono sul palato ed in gola, mentre le sue mani m’accarezzavano e m’attanagliavano la testa in uno spasmo di travolgente lussuria.

Continuai a “mungerlo” con la mano destra, mentre con la sinistra scesi di nuovo ad accarezzargli le palle, massaggiandole, quasi strizzandole, per stimolarlo ad emettere ancora i caldi fiotti che mi colavano in bocca, e che, saturandola, ne uscivano in sottili rivoli che gli impiastricciavano il glande e la mia mano, fin quando le spruzzate diminuirono d’intensità ed infine cessarono.

Allora l’allontanai dalle labbra ed inghiottii, aiutandomi con la lingua che infilavo in ogni anfratto della mia cavità orale per rimuovere e deglutire ogni minima rimanenza di quel delizioso nettare.

Poi ripresi la punta del suo cazzo tra le labbra ed iniziai a percorrerlo di nuovo per tutta la sua lunghezza, ma con le dita ben strette, facendone uscire quello che era ancora rimasto all’interno ed asportando golosamente con la lingua i grumi che man mano si formavano sul forellino.

In quel momento sentimmo provenire dall’esterno la voce di Ilge che si avvicinava chiamandoci per avvertirci che la cena era pronta.

Pietro ebbe un sussulto e tentò di allontanarsi, ma io con sveltezza lo afferrai da dietro, per le natiche, e lo tenni pressato a me, senza lasciargli andare la cappella che, stringendola tra le labbra, succhiai con tutta la forza dei miei polmoni, asportando quel poco che ancora ne usciva.

Urlò per il piacere che gli davo, ed il grido si tramutò in una risposta ad alta voce alla moglie, per avere la certezza di essere sentito e scongiurarne l’ingresso nella stalla.

"Sììì … Ilge … ho capito … sto venendo … ancora un attimo … ho quasi … finito!"

"Va bene … ma fate presto o si fredderà tutto!"

Si rilassò nel sentire la moglie che s’allontanava e si godette le ultime mie poppate, ma oramai non usciva più nulla, allora lo tolsi dalle labbra, notevolmente più moscio sia per l’appagamento sia, forse, per lo spavento e, dopo averglielo guardato un attimo, nelle nuove e più abbordabili dimensioni, n’approfittai per infilarmelo finalmente oltre la barriera dei denti!

Oh! Finalmente me lo gustai fino a sentirmelo contro la gola per un breve, ma intenso momento, ripulendolo per bene dello sperma che vi era colato, mentre udivo la sua voce sussurrarmi:

"sei stato proprio bravo, mi hai “munto” a dovere! Peccato che non c’è stato più tempo …"

"la prossima volta faremo in modo d’averlo!"

Gli risposi, dopo averlo tolto dalla bocca e, con un’ultima carezza, l’abbandonai, pendulo, ma sempre lungo e carnoso, tra le sue gambe.

Si rialzò le mutande ed i pantaloni, sistemandosi, mentre io approfittavo del rubinetto dell’acqua per sciacquarmi le mani e la bocca e quindi ci avviammo lentamente verso casa per la cena.

Quella sera, sul letto della nostra camera, eccitato dal rapporto con Pietro, che si era però concluso senza un mio appagamento fisico, scopai mia moglie con una irruenza, una varietà di posizioni, ed una insaziabilità che da tempo non provavo, procurandole orgasmi che sembravano non finire mai e strappandole gemiti di lussuria che raramente le avevo udito emettere.

Alla fine sfinita, ma piacevolmente sorpresa, si abbandonò al mio fianco, dichiarandosi proprio felice che “l’aria di montagna” avesse così giovato alla mia attività sessuale!

 

La mattina dopo ci ritrovammo tutti e quattro seduti attorno al tavolo della grande cucina per la colazione.

Eravamo tutti molto … rilassati e con gli occhi gonfi e cerchiati, evidentemente anche Pietro e sua moglie avevano avuto una nottata “impegnativa” e lui guardandoci non poté esimersi dalla facile battuta.

"Mi sa che stanotte c’è stata una lunga battaglia … tra le lenzuola!"

"Peter!" Esclamò la moglie "ti sembra questo il modo di mettere in imbarazzo gli ospiti?"

"Oh! Signora Ilge … non si preoccupi … nessun imbarazzo …" interloquì mia moglie con aria felice e sognate, ancora sotto il piacevole effetto delle mie prestazioni notturne "siamo tutti adulti e sposati … e le ferie servono anche a rinnovare le piacevoli esperienze di quando eravamo più … giovani!"

"Già …" aggiunsi io "… sarà la lontananza dai problemi quotidiani, sarà l’aria buona o il cibo genuino, ma effettivamente quassù mi sento … diverso!"

"Ah! …" Intervenne Pietro con uno sguardo sornione rivolto a me "quanto a cibo genuino … dì, a queste signore, com’era il latte appena … munto!"

"Delizioso …" confermai sorridendogli di rimando "bevuto alla … fonte è tutto un altro sapore, è un piacere tutto … particolare!"

"Peter!" Esclamò di nuovo Ilge, alla quale non era sfuggita l’aria allusiva del marito, "vecchio sporcaccione! … Non avrai mica convinto il nostro ospite a bere dalla mammella della Rosina, come fai tu, … eh?" 

"No, no, signora!" Le risposi io con aria affettatamente scandalizzata "vuol scherzare? Non avrei saputo neanche da che parte cominciare a mungerla … la mucca!"

"Su, su, non si arrabbi, signora Ilge …" intervenne mia moglie conciliante prendendomi sotto braccio "da dove ha bevuto mio marito non ha poi molta importanza, se il risultato sarà sempre quello di stanotte … può bere come vuole!"

La conversazione proseguì per un po’ sullo steso tono scherzoso, con frequenti doppi sensi da parte mia e di Peter su cosa avevo preso in bocca la sera prima nella stalla e poi, mentre Ilge ed il marito si dedicavano alle loro incombenze, mia moglie ed io ci organizzammo per una camminata non troppo faticosa: visto l’impegno notturno, non eravamo molto propensi a stancarci anche di giorno.

Verso mezzodì, trovammo una piccola radura vicino ad un ruscelletto e ci sistemammo per fare una leggera colazione al sacco.

Terminato il breve picnic, mentre sorseggiavamo il caffè dal thermos, lei mi chiese con fare insolito:

"ma davvero hai succhiato il … capezzolo della mucca?"

La sua eccitata curiosità non mi sorprese affatto, perché l’avevo vista stimolarsi notevolmente, a causa di quell’argomento, durante la chiacchierata mattutina, ed, evidentemente, la libidine le era rimasta, e forse si era accresciuta, durante la breve passeggiata, quando non perse occasione per strusciarsi addosso a me, mentre continuava a guardarmi ed a parlarmi con fare sensuale.

"Ehi! … Non sarai mica gelosa della … Rosina!"

Le risposi dandole una pacca sul sedere, approfittando del fatto che, muovendosi a carponi, stava venendo dalla mia parte, aggiungendo "uhm … se cammini così … sembri proprio lei!"

"Ahi!" Mi rispose sedendosi sul plaid accanto a me "vacci piano con quelle carezze lì, io non sono mica la Rosina e poi … non sono neppure gelosa … anche se non vorrei che, anziché una mucca, fosse una … vacca! … Ha certe tette!"

Così scherzando mi mise le mani sul petto e mi spinse sdraiato, mentre mi saliva sopra strofinandosi oscenamente e  sussurrandomi a fil di bocca:

"e … comunque … non mi hai risposto …"

le saettai la lingua tra le labbra dischiuse, mentre il cazzo s’inturgidiva contro la sua pancia,

"e se ti dicessi che l’ho … preso in bocca?"

"Il capezzolo …?" Bisbigliò procace ondeggiando il suo corpo sopra il mio.

"Perché? … Cos’altro ti credevi?" La provocai stringendole le tette che, sotto la leggera maglietta, mostravano i turgidi capezzoli.

"Aaah! … Uhmm!" sospirò con un brivido e poi mordicchiandomi le labbra:

"oooh … nulla, ma … l’hai detto in un modo così … allusivo … e … t’è piaciuto?"

"Sìì … tanto … è stata un’esperienza … sensuale!" Biascicai, mentre il ricordo del cazzo di Pietro tra le mie labbra mi fece letteralmente gonfiare il mio fino a scoppiare.

 "Già … l’ho visto ieri sera ed … anche adesso, porcellone, … hai un coso duro qui sotto!"

Rimanemmo un po’ in silenzio, mentre lei si strusciava sopra di me, a gambe leggermente aperte, pube contro pube, ed io le avevo parcheggiato una mano sul sedere, infilandogliela sotto i pantaloncini, palpandole vogliosamente le chiappe, ed una sul petto stringendole un capezzolo, duro come il mio cazzo eccitato.

Dopo qualche mugolio di desiderio, sempre più lasciva riprese:

"Sììì … così sul capezzolo … aaah … quanto mi piace! … E … com’è quello di una mucca … é come il mio?"

Ci guardammo entrambi eccitati, ci sbaciucchiammo, e, sfiorandole le labbra, le risposi:

"no …  tutta un’altra cosa … è lungo e sembra più un … piccolo cazzo che … il capezzolo d’un seno!"

Sempre più accalorata, mentre con il bacino aveva iniziato un movimento di vero e proprio coito, che mi stava facendo impazzire, strofinandosi il viso sul mio e mordicchiandomi il mento e le guance, sussurrò con un roco fiato:

"è per … questo che ti sei … eccitato? … E … lo ha fatto anche Peter?"

"Nooo … gliel’ho … succhiato solo io, ma … Peter me lo ha … tenuto in bocca!"

Le biascicai al culmine dell’eccitazione per quei discorsi osceni e, per me con tutt’altro significato, mentre con entrambe la mani le stringevo le natiche pressandola contro il mio cazzo che era prossimo ad una eiaculazione spontanea.

"Uhm! Brutto porcone in calore … adesso te lo prendo io in bocca!"

Concluse lei, scivolando lascivamente sul mio corpo fino a raggomitolarsi ai mie piedi, e snudando il mio cazzo gonfio e già bagnato, che s’infilò in bocca appena in tempo per essere gratificata da un’ondata di sperma.

FINE

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Mi piace partecipare al progetto dei racconti erotici, perché la letteratura erotica da vita alle fantasie erotiche del lettore, rispolverando ricordi impressi nella mente. Un racconto erotico è più di una lettura, è un viaggio nella mente che lascia il segno.

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