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Racconto erotico

Il cerchio

Alcuni sostengono che si nasce con una certa predisposizione, tendenza, attitudine, inclinazione, che poi diviene attrazione, passione, bramosia…Ognuno avrebbe, quindi, una strada obbligata, una specie di binario, e se si deraglia le conseguenze possono essere anche drammatiche. Viene meno, quindi, il cosiddetto libero arbitrio, la libertà di scelta. Ne consegue che non si avrebbe alcun merito per il proprio comportamento, né demerito. Agiremmo secondo istinto, impulso interiore. Allora, si nasce onesti, disonesti, ladri, generosi, assassini, prodighi, avari? Si è per natura passionali, frigidi, romantici, materialistici, libidinosi, indifferenti? Veramente non ho approfondito tale argomento, né mi sono soffermata ad analizzare le motivazioni dei miei comportamenti. Bevevo se avevo sete, ma non indagavo sul ‘perché’ avessi sete. Analogamente, ho sempre considerato le persone e le cose per quelle che sono: quella è una femmina, l’altro un maschio, indipendentemente dai ruoli, dalle parti che la vita ha loro assegnate. Quella femmina può essere bella, brutta, nubile, sposata, suora, casalinga, vamp, onesta, disonesta, madre, figlia, sposa, nuora, nipote…. Sono tutte qualità e condizioni che non ne modificano la natura. Così è anche per il maschio. La ‘qualificà, secondo me, ha importanza a seconda delle necessità. Logicamente, se sono malata, mi avvarrò di un medico, uomo o donna, perché in tal caso il sesso del professionista è indifferente per le necessità che si intendono soddisfare, ma se un bambino deve essere allattato, allora la ricerca primaria si dirige alla femmina, in età e in condizione di produrre latte. Il sesso, per tale soddisfacimento, è determinante. Salvo rivolgersi ai surrogati: allattamento artificiale. è evidente che alcune esigenze naturali possono anche appagarsi con mezzi di ripiego, o meglio con sostituzione del mezzo naturale, ma una cosa è la luce del sole ed altra quella di una pur splendente lampadina. C’è un detto, tra pescatori, che mille cozze non hanno il sapore d’una sola ostrica. Pur sapendo che il paragone non è certamente raffinato, ciò equivale al detto goliardico che cento seghe non fanno una scopata, o, passando dall’altra parte, che neppure mille dita formano un fallo! Come corollario a questo modo di pensare, e non è obbligatorio condividerlo, è che se lo devi fare, fallo subito. Infatti, io ho cercato di conseguire al più presto la maturità, di laurearmi nel tempo minimo necessario, di realizzarmi professionalmente…Era logico e coerente che anche sentimentalmente mi comportassi nella stessa maniera. E nel sesso. E fu consequenziale che, incinta in età quasi adolescenziale, bruciassi le tappe, sposando Ugo, il padre di mio figlio, che era il mio professore di lettere, e a diciotto anni mi preparassi agli esami di stato allattando il mio bellissimo bambino. Mi sembra che fosse Cristophe, dittatore cubano, ad affermare: vivi in fretta, vivrai due volte! Per me la fretta non è mai stata impazienza, furia, precipitazione, piuttosto anticipazione dei tempi, senza confondere il prematuro col precoce. In effetti, una intelligenza precoce nulla ha a che fare con la prematurità. Desideravo fare l’amore? L’ho fatto! Non sono affatto caduta nella trappola tesami dal mio maturo professore. Né avevo la stupida infatuazione della ragazzina per l’uomo con le tempie inargentate e pontificante dalla cattedra. Diciamo, con sincerità, che sentivo che quello era il soggetto che avrebbe potuto placare l’insistente stimolo dei miei sensi. Era il maschio che avrebbe meglio risposto alle esigenze, sia pure precoci, del mio sesso. Come lo sapevo? Lo sentivo, per istinto. Che poi, la ‘precocità’ mi abbia travolta portandomi via il mio uomo dopo pochissimi anni, quando appena avevo avuto il mio primo incarico di docente, questo è l’imponderabile che pesa su tutti, come una spada di Damocle. Così io e Bruno siamo rimasti soli, e lui, il mio bambino, aveva otto anni. Da allora mi sono dedicata completamente a lui, e alla mia attività professionale. Nessun altro è entrato nella mia vita. Né altrove!
La prova selettiva per l’ammissione al Politecnico, era stata fissata per l’ultima settimana di settembre: test orientativi, poi un colloquio psico-attitudinale. Decidemmo di anticipare di qualche giorno il viaggio a Torino. Ne avremmo profittato anche per conoscere meglio quella splendida ed elegante città. Era logico che non avrei lasciato solo, Bruno. Non lo avevo mai fatto, pur senza limitargli la libertà, o invadere la sua privacy. Non mi sembrava scontento di vivere con la sua mamma, ed io ero felice di averlo con me. Era sempre il mio bambino. Eravamo in confidenza. Mi consigliava come dovevo vestirmi, mi accompagnava al cinema al teatro. Tutte le vacanze le abbiamo sempre trascorse insieme. Credo che apprezzi anche io mio fisico, che ho sempre curato. Mi scruta attentamente, dà i suoi giudizi, mi dice che sono più attraente d’una ragazzina, e, certo senza malizia, osserva e valuta le mie misure anatomiche e la loro consistenza. Il suo parere sull’abbigliamento è per me essenziale, anche quello sulla biancheria intima. Del resto, vivere insieme, nella stessa casa, comporta sempre una certa promiscuità. Per me normale. è mio figlio, e credo anche per lui sia naturale. Non sono stata una applicatrice pedissequa di metodologie pseudo moderniste o peggio ancora fondate su una malintesa psicologia del comportamento, ma, sin dalla nascita di Bruno, mio marito ed io ci siamo sempre attenuti a principii elementari di un sano naturismo, senza eccedere. N on ci si chiudeva a chiave per fare la doccia, non si ostentava la nudità, ma non si mascherava ipocritamente, con una sorta di incomprensibile prudery. Sono certa che con questo si evita di destare una sorta di morbosa curiosità, od ancor peggio di voyeurismo, specie nell’età in cui nei fanciulli, maschi o femmine, cominciano a sorgere curiosità e interessi soprattutto nell’anatomia e funzionalità dei sessi. In effetti, questo convincimento, ad un tempo ferreo, aveva avuto qualche incrinamento alcune volte. Avevo colto Bruno che si soffermava su qualche mie occasionale nudità, indulgeva a sistemarmi ora il costume, ora il reggiseno, ad assicurarsi che le mutandine non stringessero troppo, specie all’inguine. Alcuni giorni prima, mentre ero intenta a cambiarmi, e la porta, come al solito, era aperta, non passò liscio, ma si fermò sull’uscio fin quando non terminai l’operazione. Un altro elemento che mi portava a ripensare sul nostro modo di vivere, era che non rimanevo indifferente a quegli sguardi. Mi piacevano, sembrava come se mi carezzassero. Ed anche quando, sia pure fugacemente, lui girava nudo, anche solo per andare dalla sua camera allo doccia, mi soffermavo anche io a guardare quello che una volta era stato il piccolo Bruno e che ora era un ragazzone di 188 centimetri d’altezza. E… tutto in generosa proporzione. Forse si dovevano alquanto modificare le abitudini. Ma non volevo essere io a parlarne, per non sollevare malizia. Di conseguenza non cominciai neppure a mutare comportamento. Profittando del tempo splendido, pensammo di fare una tappa a San Rossore, dove, di solito, andavamo a trascorrere qualche giorno, d’estate. Poche ore, e poi via per Torino. Ci saremmo fermati a Pisa, poi in taxi fino alla solita pensione, non distante dal mare. Si trattava di alzarsi presto, perché il treno partiva alle 7, 10, ma saremmo stati a Pisa prima delle 10 e, quindi, se tutto andava per il giusto verso, al mare intorno alle 11. Un leggero pranzetto, a base di pesce, e poi di nuovo in treno, alle 19 da Pisa per arrivare circa alle 23 a Torino. Avremmo cenato in treno. L’Albergo prenotato era vicinissimo alla stazione, sotto i portici della Piazza Carlo Felice, il Jolly Ligure. Per essere a Termini almeno alle sette, prenotammo il taxi per le 6, 30 precise. Avevo già acquistato i documenti di viaggio. Tutto si svolse regolarmente. San Rossore era incantevole, come sempre. Anzi più che mai perché, malgrado il sole caldo e l’assenza del vento, non c’era nessuno. Anche per non appesantire il bagaglio, un paio di valige con le rotelle, che avevamo lasciato al deposito di Pisa, non avevamo portato né costume né altro indumento adatto alla spiaggia. Eravamo li, scalzi, sulla battigia, con l’onda che, calma, s’infrangeva in candida schiuma. Quel sole era invitante, la pelle ne reclamava l’ultima carezza della stagione. Era un angoletto tranquillo, non c’era anima viva. Bruno disse che doveva andare un momento in pensione, a due passi, col cancello al di là della deserta litoranea. Ne profittai per spogliarmi e sdraiarmi. Almeno per qualche minuto, ma m’assopii e quando mi destai, lui era li, dietro di me, che mi fissava intensamente.
“Bruno, cosa fai? ”
“Ti ammiravo, mamma, sei bellissima, non ti avevo mai vista così, serena, rilassata, in tutto il tuo incantevole splendore…”
“Dei miei trentasei anni! ”
“Perché te li raddoppi? ”
“Grazie del complimento, ma parafrasando il proverbio si può dire che ogni scarrafona è bella al figlio suo! Adesso mi alzo… dove sono i vestiti? ”
“Li ho io, mamma, per evitare che il vento li portasse via. ”
“Ma se non spira un alito. ” Mi guardò, senza parlare, si avvicinò. Mi alzai, cominciò a porgermi gli indumenti, uno per uno, e prima se li passava sul volto, li baciava, li annusava.
“Che profumo delizioso, mà, cos’è? ”
“Il classico Chanel No. 5! ”
“Soave! ” Era tempo di pranzo. Ci avevano promesso un caciucco espresso. Fu veramente ottimo. Poi tornammo sulla spiaggia, e m’appisolai ancora, sdraiata, con la testa sulle gambe di Bruno. Sapeva di maschio. Sognai che qualcuno mi carezzava i capelli, quelli che Bruno, quando ero a prendere il sole, disse che sembravano più scuri, così, all’ombra della testa. Quasi non volevo ridestarmi, tanto quel sono era incantevole. Quando aprii gli occhi, la piacevole sensazione non cessò. Era Bruno che mi carezzava, dolcemente, lievemente, lentamente. Pensai che potevamo chiamare il taxi, ci saremmo fatti accompagnare in città, avremo fatto un giretto, un po’ di window-shopping. Possibilmente senza comprare niente, perché mi ripromettevo qualche spesa a Torino. Il tempo passò curiosando, ed era bello passeggiare al braccio del mio atletico figliolo. Specchiandomi nelle vetrine, mi compiacevo con me stessa. Non sono niente male, e vicina a quel ragazzone faccio ancora una bella figura. Sono orgogliosa di lui, vorrei gridare a tutti che sono la sua mamma, e che lui sta per entrare al Politecnico, sarà ingegnere! Un aperitivo, e via alla stazione. Treno in orario. Posti prenotati. Fra quattro ore a Torino. Poco dopo passò l’addetto alle prenotazioni per la vettura ristorante. Serie unica. Ci andammo ancor prima della chiamata, sedemmo al piccolo tavolo che ci era stato assegnato. Cenammo poco e non molto bene, ma serviva soprattutto per passare il tempo. Contrariamente alle abitudini, prendemmo il caffè. Prima di tornare ad occupare i nostri posti, ci fermammo un po’ in corridoio, a vedere la campagna scura che sembrava sfuggirci rapidamente. Bruno era dietro di me, vicino a me, attaccato a me. Sentivo il suo calore, e mi sembrava percepire anche dell’altro, che mi sfiorava la schiena, là dove iniziano le natiche. Andammo a sedere. Giungemmo a Torino. Bruno afferrò entrambe le valigie, come fuscelli, scendemmo, ci avviammo all’uscita, traversammo la strada, avviandoci ai portici, e fummo presto all’Albergo.
La Reception controllò il computer e confermò la prenotazione: una matrimoniale. Feci osservare che al loro centro prenotazione avevo fissato due singole. L’impiegato mi guardò, con un’espressione tutt’altro che intelligente.
“Mi spiace, signora, qui la prenotazione è per una matrimoniale. ”
“Veda, per cortesia, di cambiarla in due singole, o qualcosa di simile. ”
“Sono desolato, signora, non ho alcuna disponibilità del genere fino a domenica compresa. ”
“Allora, per favore, faccia dividere i letti e allestire due lettini. ”
“Impossibile, signora, è una matrimoniale con reti e materassi uniti. ” Bruno, vedendo che mi stavo alterando, disse di lasciar stare, ci saremmo sistemati in qualche modo. Preceduti dal facchino, salimmo in camera. Giovedì sera. Bruno aveva le prove il lunedì successivo. Dovevamo condividere la stessa camera. Lo stesso letto. Erano anni che Bruno non aveva dormito nel mio letto, da quando, febbricitante e pauroso, s’era venuto a rifugiare tra le mie braccia. Poco più d’un bambino, all’inizio dell’adolescenza. Aveva trovato riposo con la testa sul mio seno, abbracciato a me come a un’ancora di salvezza. Ospitare Bruno nel mio letto. Non avevo idee chiare. Mi sorprendeva, però, che stessi tanto ad arzigogolarci. Evidentemente c’era qualcosa di nebuloso nella mia mente. O, forse, ero io che, più o meno consciamente, avevo confinato nella nebbia qualcosa che avevo tema che mi turbasse. Ero seduta dinanzi alla toilette, a spazzolare i capelli, lentamente, meccanicamente. Bruno aveva detto che faceva una doccia, da un momento all’altro sarebbe uscito, in pigiama, per andare a letto, nel mio letto. Io ho sempre amato di dormire in piena libertà, e non sempre riesco a sopportare una pur velata camicia da notte, figuriamoci un pigiama. Nel mio guardaroba non ce n’erano. Data la brevità del soggiorno, e non immaginando di potermi trovare in tale frangente, avevo portato una camicia da notte molto leggera, quasi rossa. Decisi che avrei indossato le mutandine, molto minuscole per la verità, ma non avrei certo sostenuto l’oppressione del reggiseno che, del resto, cercavo di evitare anche di giorno, quando potevo. M i alzai, mi guardai allo specchio. Le lunghissime gambe sarebbero state ben poco coperte dalla semitrasparenza della camicia da notte. Gambe lunghe, per questo mi chiamavano leggy Meg, all’università, anche se a quel tempo avevo già un figlio. Dei miei 175 centimetri, una grandissima parte erano di gambe, e Bruno, guardandole, concludeva sempre che erano ‘niente malè, e che quel nomignolo era più che giusto, Margherita gambe lunghe. Bruno tornò dalla doccia, era in pigiama, mi guardò sorridendo.
“Mi auguro di non agitarmi troppo, nel sonno, di non disturbarti. ”
“Mi darai la mano, come quando eri bambino. ”
“Ricordo, mi abbracciavo stretto a te, o tu mi tenevi tra le braccia, e io dormivo e sognavo. Beato. Mi metterò dalla solita parte, cercherò di dormire subito. ” Scoprì il letto, si distese. Supino. Andai in bagno, portando la camicia e la leggera vestaglia. Come avevo pensato di fare, tolsi il reggiseno, indossai mutandine pulite. Mi struccai, passai sul volto il leggerissimo strato di crema per la notte, presi il flacone di Chanel e, più o meno distrattamente, ne misi qualche goccia, sul collo, sui lobi delle orecchie, sui polsi, sul petto all’attaccatura del seno. Quando rientrai, Bruno mi guardò, con interesse. Annusò l’aria.
“What a wonderful vision and charming scent, mom! Yes, scent of mom! Che deliziosa visione e che attraente profumo, mà! Si, profumo di mamma! ”
“Grazie, caro, ma perché in inglese? ”
“Perché sei una fantastica apparizione, cinematografica, hollywoodiana. ”
“Garbate adulazioni per la mammina matusa. ” Si alzò poggiandosi su un gomito, mentre ero andata dalla parte dove dovevo coricarmi, e avevo tolto la vestaglia. Bruno fischiò significativamente.
“Altro che matusa, mà, all’età tua si è nel fiore degli anni, lo sai come si dice giovani: ‘è un’Asia, calda, florida, lussureggiantè”
“Ho capito, buona notte. ” Mi curvai su lui per dargli, appunto, il bacio della buona notte, e dalla scollatura sfuggì una mammella, che lui baciò subito. Tra lo scherzoso e il serio.
“Scommetto che anche il latte, oltre ad essere dolce come il miele, è profumato! ” Non risposi. Quel bacio improvviso mi aveva turbata. Spegnemmo la luce. La giornata era stata abbastanza impegnativa: eravamo svegli dalle cinque del mattino. M i voltai sul fianco destro. Ero stanca, anche assonnata, ma non riuscivo a dormire. Poi, piano piano credo che mi addormentai, anche profondamente. Sognavo. C’era dell’acqua, ma non il mare, era come un larghissimo fiume che scorreva lentamente. Io nuotavo verso una delle rive, quella orientale. Ero nuda, coi capelli sciolti. M’inerpicai sulla sponda, m’alzai in piedi. Dinanzi a me c’era una immensa costruzione. Un tempio. Altissime colonne e, in fondo, un edificio. Era qualcosa che avevo già veduto. Ecco, cominciavo a ricordare, a ricostruire l’immagine nella mia mente: Luxor. Il fiume era il Nilo. Mi avviai tra quelle imponenti colonne e a mano a mano che procedevo, nuda e scalza, si trasformavano nei minareti d’una moschea. I n fondo, sempre una costruzione. Seguitavo a camminare, verso una meta che non riuscivo a raggiungere. Sembrava che potessi toccarla con la mano. L’allungavo, ma non riuscivo a sfiorarla. Ecco. Ancora una evanescenza, e dalla nebbia, a mano a mano che si diradava, emergeva una nuova immagine, l’obelisco di Piazza del Quirinale, quello della fontana dei Dioscuri. Ero sempre più affannata, agitata, eccitata. Correvo verso l’obelisco, stavo per raggiungerlo. Di nuovo la nebbia, più fitta che mai. E nebbia anche nella mia mente. Poi, si dirada. Ancora un’altra immagine. La Mole Antonelliana. Sono a Torino. Anche nel sogno che vivo come ansiosa e angosciosa realtà. La Mole. Questa volta riuscirò a scalarla. Sono sempre più ansimante, sto sudando, sono pervasa da strani turbamenti. Sto provando sensazioni maledettamente belle. Un flashback di qualcosa del passato, che vorrei e non vorrei ricordare, rivivere. è come combattere contro l’attrazione invincibile d’un miraggio. Sto quasi per ghermire la Mole, la cima svettante, ma mi sento improvvisamente trasportata in alto, da una forza sconosciuta ma anche nota e invincibile. E poi scendo, quasi precipito, e so che sto per finire sulla guglia della Mole. Cerco di guardare giù. Si è trasformata improvvisamente in un grosso fallo, come quello di ceramica che ho comprato nel bazar di Teheran. Sono perduta, mi impalerà, mi squarcerà, dilanierà il mio grembo. L a discesa diminuisce la velocità. Incredibile. L’enorme fallo entra in me, senza produrmi alcun male. Anzi. Sto godendo. Tanto. Come non mi capita da tempo immemorabile. Di più, molto di più. è il primo impetuoso orgasmo notturno della mia vita di vedova. Uscii lentamente dal sonno, sudata. Sono ancora nella posizione di quando m’ero addormentata. Sul fianco destro. Bruno dorme. Credo che dorma. Il suo respiro è pesante. è dietro di me. Incollato. Praticamente sono seduta sulle sue cosce. Evidentemente è in un particola momento del suo sonno. I medici assicurano che un maschio normale ha una o più erezioni mentre dorme. Ci sono anche appositi apparecchi per constatarlo. Una specie di Holter, quelli che registrano le funzioni cardiache. Il fallo di Bruno sì é rifugiato tra le mie natiche, e sembra trovarcisi benissimo, a giudicare dalle piccole carezze che i suoi lenti movimenti in esse. Le natiche, dal canto loro, sono ben liete di ospitarlo. Non mi muovo, per tema di svegliarlo. Ma vorrei tanto poterlo fare. Mi accorgo che la stretta e leggera patta delle mie mutandine è impregnata di liquido. Anche la camicia. E gran parte di me. Il perineo, i riccioli del pube. Dappertutto. è troppo per essere frutto della mia irrequieta vagina. Allungo la mano. Il fallo di Bruno è completamente fuori dai pantaloni del pigiama, ed è avvolto dalla stessa sostanza. Mi è comodo concludere che, tutto sommato, è stata una normale pollutio prima nocte. Insomma, siamo ‘venutì tutti e due! Devo riconoscere che il solo pensiero di quello che è accaduto, mi sconvolge, e mi lusinga. Dunque, la mia teoria che le caratteristiche accessorie sono irrilevanti è confermata. Mi è bastato dormire tra le braccia di un maschio, sentire il suo sesso battere alla mia porta e sebbene dormissi le mie reazioni sono state più che normali, fisiologiche. Sono una femmina viva e vitale. Questo mi lusinga. Sono sconvolta, però, proprio per la qualità accessoria di quel maschio: è mio figlio! Comunque è un cosa deliziosa. Mi muovo lentamente. Non voglio che si svegli. Ma le mie piccole labbra sono bramose di baciare quel grosso glande appiccicoso. Veramente la vagina vorrebbe ingurgitarlo golosamente, ma est modus in rebus, vi è una misura per tutte le cose. Chi si contenta gode. Pian piano riesco a far scivolare quel poderoso arnese fino all’entrata del mio palpitante sesso, e con piccoli movimenti ne ottengo un voluttuoso sfiorare che coinvolge anche il clitoride impazzito e pretenzioso. M i accorgo del gemito impercettibile che sfugge dalle mie labbra. Come un leggero, continuo lamento. Mi viene in mente quello che diceva Filomena, la mia compagna abruzzese (o molisana? ): quant’è fessa ‘a gatta mia, iss l’addicrea e chella chiagne! Sto godendo nuovamente…. Ancora… e con Bruno, con mio figlio. Lui dorme. Così, almeno, sembra. Alle prime luci del giorno che filtrano dalle finestre, Bruno si muove. Senza aprire gli occhi si distende sulla schiena, le braccia e le gambe un po’ allargate. Ne profitto per cambiare posizione, anche se a malincuore. Poggio la testa sul suo petto, e pongo la gamba destra sul suo pube, sul suo fallo. La mia sempre più umida micetta è accosto alla sua coscia. Un piccolo movimento, e i sente carezzata dai suoi inebrianti peli, che distingue chiaramente. Ormai non dormo più. E rischio anche di non far dormire lui che, intanto, mi ha abbracciata e poggia la mano sulla tetta. Non so quanto tempo sia trascorso, ma decido di alzarmi. Devo fare una doccia, lavare i resti cincischiati delle mie mutandine, la camicia da notte, macchiata e spiegazzata. Chissà se Bruno ha un pigiama di ricambio. Altrimenti ne compreremo un altro. Ho aperto la doccia al minimo. Non mi accorgo subito che la porta è stata socchiusa. Certamente da lui, Ogni tanto ne scorgo una parte. E certamente lui intravedrà me. Quando torno in camera, avvolta nell’accappatoio, Bruno è ben sveglio.
“Buon giorno, mà, dormito bene? ”
“Benissimo, e tu? ”
“Come non mi capitava da tempo. Ho dimenticato la prova che mi attende lunedì, e quasi tutto il resto. ”
“Hai sognato? ”
“Si, molto. Un sogno meraviglioso. ”
“Cosa? ”
“Ho sognato te. ”
“Adulatore! ”
“Davvero, ho sognato te. Che dormivo abbracciato a te, come quand’ero bambino e venivo nel letto tuo a cercare coccole e conforto. ”
“Hai avuto ciò che desideravi? ”
“Si, peccato che era solo un sogno. ”
“Sciocchino, io sono sempre felice di coccolarti. ”
“E tu, mà, hai dormito bene? Hai sognato? ”
“Sogni strani, coinvolgenti, inquieti…”
“Ma, ti sono piaciuti? ”
“Questo si, moltissimo. ”
“E possono tradursi in realtà? ”
“Ne dubito, Bruno, ne dubito. ”
“Da chi o da cosa dipende? ”
“Soprattutto da me! ”
“Allora, mà, è fatta! Basta volerlo, essere determinata. ” Scossi la testa.
“Chissà. Va a prepararti, Bruno. Facciamo portare la colazione o preferisci consumarla giù? ”
“Veramente io preferisco scegliere cosa mangiare e qui porterebbero solo quello che stabiliscono loro. ”
“OK. Intanto mi faccio servire un caffè. Ne vuoi anche tu? ”
“Si, mà, grazie. Vado in doccia, ” Si alzò frettolosamente, quasi nascondendosi nel bagno, evidentemente non voleva mostrare i suoi stazzonatissimi pantaloni, dai quali, sono convinta, ancora irrompeva la sua esuberanza virile.
Ce la prendemmo con calma, non c’era alcuna necessità di affrettarsi. L a giornata era molto bella. Imboccammo la Via Roma, lentamente, soffermandoci a guardare le vetrine. Non avevamo deciso cosa fare, dove andare. Sembrava che ognuno avesse qualcosa da dire, all’altro, ma non si decidesse a farlo. Giungemmo in Piazza San Carlo, proseguimmo, tornammo indietro. Il vecchio caffè, sotto i portici, ci suggerì di sedere un po’, prendere un aperitivo, stabilire dove andare per il pranzo. L’atmosfera dell’interno era alquanto eterogenea, giovani frettolosi e vocianti, anche in jeans, e vecchi signori silenziosi che, seduti al tavolino, impugnavano i reggigiornali lignei e sfogliavano la Stampa. Nell’angolo della piazza, il posteggio di taxi. Ricordai quella volta che ero stata con Ugo, mio marito, ad Avigliana, in riva al lago, poco distante da Torino. Mi rivolsi a Bruno, intento a guardarsi intorno.
“Pensavo di andare a pranzo ad Avigliana. ”
“Avigliana? ”
“Si, un paese, non molto lontano, dove ci sono due bellissimi laghetti. In epoca medievale era la residenza preferita dei Savoia. ”
“Come ci si va? ”
“Taxi. ”
“Come si torna? ”
“Stesso mezzo. ”
“OK, bella signora, aggiudicato. ” Dissi all’autista che non avevamo fretta. Ci poteva lasciare allo Chalet del Lago.
“Bene, signora. Sapete già quando e come tornare? ”
“Nulla di preciso. ”
“Se gradisce, mi dà un orario e posso venire io. ”
“Benissimo. ” Guardai Bruno, che fece un segno di indifferenza, mi rivolsi all’autista.
“Diciamo alle quindi e trenta. Non allo Chalet, però, ma al centro. Vicino alla Casa della Porta Ferrata. ”
“D’accordo, signora, sarò puntuale. ” Lago calmo.
“Un giretto in barca, Bruno? ”
“Si, ma col barcaiolo. Io voglio stare vicino a te, altrimenti che gusto c’é. ” Sorrisi.
“Non vorrei, caro, che mi reputassero una tardona col suo giovane ganimede. ”
“Basta, mà, con ‘matusà, ‘tardonà, e cose del genere. Sei nel fiore degli anni, con un fisico mozzafiato. Ma non te ne accorgi che tutti si voltano a guardarti? Sei bella, elegante, una vera e propria stanga nel senso più bello della parola, con un fisico che ha tutte le cose giuste al posto giusto, un paio di gambe da sogno. Potranno pensare che la mia ragazza dimostra qualche… giorno più di me. Ma sai che facciamo proprio una bella coppia? Con quei tacchetti, anche se non alti, quasi mi raggiungi. ” Aveva parlato con foga, con enfasi, tutto d’un fiato.
“Allora, bravo il mio ragazzo, se lo merita proprio un bacio. ” E lo strinsi al petto. O meglio, mi lasciai stringere da lui, forte, a lungo, con un bacio che sarebbe stato poco sincero giudicare filiale. Comunque, bellissimo. C’eravamo informati, allo Chalet, ci consigliavano essere lì non più tardi delle 13, 30. Il barcaiolo, un vecchio bruciato dal sole e gentilissimo, ci assicurò che saremmo stati di ritorno dieci minuti prima dell’ora indicata. Sedemmo sul divano, in fondo, vicinissimi. Ero sottobraccio a Bruno, e tenevo la sua mano in grembo. è logico che, a vederci così, ci avrebbero detto due ‘innamoratì. Ed io, purtroppo (o fortunatamente? ) lo stavo divenendo, sempre più. Di quel magnifico maschio. Di mio figlio. Mi aveva etto ‘gambe da sognò. Ed era a quel sogno della notte che tornavo incessantemente. Era stato meraviglioso, ed ancor più la realtà che era seguita. Sentivo nelle orecchie il suo respiro profondo, il mio mugolio voluttuoso, come la gatta di Filomena, che chiagneva e fotteva. Io, sfortunatamente, chiagnevo solamente. Chissà se non era meglio inventare una scusa qualunque e tornare precipitosamente a Roma? Lo avrei lasciato solo, in attesa della selezione. Ma come l’avrebbe presa? Non si sarebbe preoccupato? Non si sarebbe insospettito? Stiamo a vedere. Perché fuggire? Quando avrei ancora avuto l’occasione di dormirci insieme? M i strinsi ancor più a lui, che mi cinse col suo braccio, lasciando scendere la mano sulla mia turgida tetta, col capezzolo che stava scoppiando. Ma che partire! à la guerre comme à la guerre! Misi la mia mano sulla sua, perché mi sentisse più vicina. Ormai, m’eccitavo apertamente, il mio grembo palpitava. Non avevo mai considerato i tabù, i divieti sacrali o convenzionali, ora ancor meno. Avrei voluto essere la Tania di Miller, quella del ‘Tropic of Cancer’, perché era sempre più frenetico il bisogno di sentirmi spianare ogni crespa della fica. ‘To ream out every wrinkle in my cunt…’ Accostammo al piccolo pontile di legno. Balzai agilmente a terra. Bruno indugiò per corrispondere al barcaiolo il compenso pattuito. Mi raggiunse. Mi dette una confidenziale (ma molto apprezzata) pacca sul sedere, a mano aperta, non tanto forte, prolungatasi in una affettuosa (? ) carezza. Poi mi prese la mano, e così, come due scolaretti in vacanza, raggiungemmo il ristorante. Tavola apparecchiata con rusticana eleganza, cameriere familiarmente gentile e premuroso. Gli dissi che avremmo gradito gustare piatti tipici della casa, in quantità non abbondante, almeno per me, e del vino che si accompagnasse a quanto ci avrebbe servito. Avevo scelto io, senza interpellare Bruno, ma lui, quando gli chiesi scusa, disse che andava tutto bene: quello che piaceva ad una dea non poteva che essere ambito da un comune mortale!
“Ora, tesoro, sei anche poeticamente adulatore…”
“Una dea non si adula, si venera. ”
“Da quando in qua sono una dea? ”
“Per me lo sei sempre stata, e lo divieni sempre più…” Il cameriere aveva portata una bottiglia di Gattinara, l’aveva stappata ed era indeciso su chi farla degustare. Indicai Bruno. Lo assaggiò, fece un eloquente segno di assenso col capo. Subito dopo giunse una profumata e appetitosa insalata di ovoli e tartufi, che precedette degli ottimi agnolotti, anch’essi ai tartufi, e la squisita carne alla piemontese. Il tutto terminò con una ghiottoneria a me cara, granita di lampone. Il cameriere era attentissimo, curando che i nostri bicchieri non fossero mai vuoti, e il vinello scendeva gradevolmente. Mi piaceva, ma temevo che, profittandone, non potessi abbandonarmi a qualche imprudenza verbale: in vino veritas! Ci suggerirono di accomodarci in veranda, un posticino grazioso e riservato, dove ci avrebbero servito caffè e liquori. Quando Bruno ed io ci avviammo verso il fondo della sala, gli occhi dei non molti astanti ci seguirono, molto discretamente, con un’espressione compiaciuta, quasi di approvazione. Io ne fui lusingata, sia che ammirassero Bruno, sia che si riferissero a me. In ogni caso. Nella veranda c’era un comodo divano a dondolo, dove andammo a sedere. Come al solito, vicinissimi, che più non si poteva. Subito giunsero i caffè, e il carrello coi liquori. Lasciarono tutto e si allontanarono. Quando finii di bere dalla tazzina di porcellana, Bruno me la tolse di mano e la posò sul tavolino. M i cinse la vita.
“Mà, sento di volerti sempre più bene. In maniera sempre più possessiva. Non so se riesco a spiegarmi, ma è un bene quasi nuovo, del tutto particolare. Desidero sentirti vicina, toccarti, carezzarti, stringerti, baciarti. Ho bisogno del tuo contatto fisico, mi esalta, mi sazia, è un’attrazione nuova… come se ci fosse una componente… un qualcosa… di insolito… di… forse sbaglio… è solo una fantasia… ma, al di là della mamma… ecco… mi sei apparsa… anzi no… sei proprio divenuta… concretamente.. una…” Non proseguì, mi guardava come per dirmi qualcosa che non aveva la forza d’animo di pronunciare. Era bellissimo e teneramente toccante. Lo fissai, incantata.
“Hai scoperto che sono una donna, Bruno. è così? ” Annuì senza parlare, con gli occhi lucidi. Mi prese tra le braccia, e mi baciò sul collo, Sentii che era profondamente turbato. G li carezzai il volto, amorevolmente, gli sfiorai le labbra con un bacio.
“Ma io, Bruno, sono una donna, una femmina, e tu sei un uomo, un maschio. Non c’è nulla di strano accorgersene. Del resto, come si potrebbe ignorare? è la natura stessa che ce lo dice. Buono, tesoro. Anche io ti voglio tanto bene. ” Rimase avvinto a me, a lungo. Cercando di calmarsi. Fece un lungo sospiro, si ricompose, in un certo senso.
“Mà…”
“Si. ”
“Io rinuncio al Politecnico. Non potrei stare lontano da te…” Cercai di alleggerire la tensione.
“… e dalle tue ragazze! ”
“Non prendermi in giro, mà. Le ragazze sono le compagne d’un momento, l’una o l’altra non conta… Ci si incontra e ci si lascia…” Fui un po’ brusca.
“Una botta e via, vero? ” Non avevo mai parlato in questi termini a mio figlio. Ma lui non sembrò averci fatto caso.
“Più o meno, mà. Io non voglio lasciarti, sono con te da quando sono nato. Da prima. Frequenterò la facoltà a Roma. ”
“Ma come, eri alle elementari quando dicevi che volevi, dovevi, andare al Politecnico. ”
“No, mà, non ti lascio. ”
“Ma non ci lasceremo, Bruno, staremo insieme. ”
“Si, una volta ogni tanto. ”
“No, Bruno, sempre, come adesso. ” Mi guardò interrogativamente.
“Che dici, mà. ”
“Te lo dico adesso. La facoltà di Economia ha accettato la mia richiesta e mi ha affidato la cattedra qui. Del resto ho anche la mia principale consulenza, a Torino, e potrò rafforzare collaborazione ed entrate, il ché non guasta. A novembre verremo a Torino. Sono già in parola per una casa, me l’ha proposta la società della quale curo gli interessi. Non è carissima, e poi la pagherò col cinquanta per cento del loro compenso annuo.
“Era attonito. ” E non mi hai detto niente? ”
“Credevo che tu volessi venire a Torino per essere libero. ”
“Sciocca, non hai capito nulla. ” Mai parola spregiativa mi fu più gradita. Mi prese le mani.
“Scusa, mà, mi è sfuggito…”
“Scusato, bambino mio. ” E indugiai di più quando gli sfiorai la bocca con le mie labbra tremanti. Il taxi fu puntualissimo. Ci facemmo lasciare dove lo avevamo preso in partenza, a Piazza San Carlo. Ancora sotto i portici, questa volta sull’altro lato della strada. Indugiai dinanzi alle vetrine d’un negozio di biancheria intima, per donna e uomo.
“Vorrei compare quella mise per la notte, che ne dici? ”
“è molto bella, mà, ha qualcosa di nuziale: pronuba tunica nymphae. ” Sorrisi.
“Si, veste nuziale per una giovane sposa, nymphae, ma io non sono né giovane né sposa. ”
“Si è quello che si vuole essere. ”
“Lo terrò presente. Comunque, ti piace? ”
“Si. ” Entrammo, indicai alla commessa cosa avevo visto in vetrina. Era effettivamente un capo molto grazioso: una tunichetta bianca, arricchita di pizzo, con l’orlo inferiore formato da una doppia balza. La commessa, con garbo professionale, si complimentò per la mia scelta e, rivolgendosi a Bruno, gli chiese come immaginava madame con quella mise. Bruno fu molto galante, e rispose che qualsiasi cosa indossata da madame acquistava preziosità.
“Bruno, voglio regalarti un pigiama. Come lo vuoi? ”
“Con pantaloni corti, perché quelli lunghi non li sopporto proprio. ” Consigliato da me, scelse il colore, ma non volle assolutamente che ne comprassi due paia. Voleva prima provare come si trovava con quel tipo di indumento. Poi, consegnò alla cassiera la carta di credito, e quando fu tutto pronto ritirò la busta a sacchetto e riuscimmo. Ci avviammo all’Albergo. S’era fatto buio. La doccia pensò a rimetterci in forze. Avevamo prenotato i biglietti per il teatro, ‘Così è, se vi parè, di Pirandello. Fummo d’accordo a prendere un toast e una spremuta, all’uscita avremmo deciso se cenare qualcosa o meno. Ottima interpretazione. E meravigliosa vicinanza di Bruno, che di quando in quando mi carezzava il braccio. A ll’uscita, gli dissi che avrei gradito un cappuccino decaffeinato e un croissant, se lui, però, voleva cenare, gli avrei fatto compagnia.
“No, mà, grazie. Ma prenderò le stesse cose che prendi tu. ” Quando, in camera, vide che indossavo la stessa camicia da notte della sera precedente, mi chiese perché non quella nuova. Gli risposi che non era ancora il momento.
“Cosa aspetti, mà? ”
“Ogni cosa a suo tempo. ”
“Io, invece, ho il pigiama nuovo. Grazie. Ma i pantaloni sono sempre un fastidio. ” Sapevo, infatti, che, a casa, spesso e volentieri li levava, perché più volte, specie d’estate, lo avevo visto dormire completamente nudo. Lo comprendevo benissimo, anche io ero insofferente ad ogni genere di stoffa, a letto. E quella sera, senza rendermene conto, non avevo infilate le mutandine. Solo quel velo della rossa camiciola. Spegnemmo subito la luce.
“Vieni, mà, vieni vicina a me, mi hai abbracciato tante volte e adesso voglio abbracciarti io. ” Poggiai la testa sulla sua spalla, mi misi sul fianco, rivolta verso lui, alzai la gamba destra e la posai sul suo pube. Sentivo chiaramente che quel contatto, con la mia gamba nuda, non gli era indifferente. Mi strinse a sé. Ero certa che percepisse perfettamente il calore del mio sesso, lo strusciare dei miei riccioli, perché non riuscivo a star ferma, mi facevo carezzare, carezzandolo con le grandi labbra sempre più turgide. M i assopii dolcemente. Mi risvegliai. Non m’ero accorta che s’era tolto i pantaloncini, che ero quasi su lui e la sua mano era avvinghiata alla mia natica. Chissà se dormiva, quando gli strinsi il poderoso fallo tra le mie dita timide e tremanti. Un supplizio di Tantalo.
L’indomani, sabato, era destinato alla passeggiata al Valentino, al vecchio borgo, al castello e a una visita a Superga. Tutto trascorse tra gli alti e bassi del mio umore. Sempre dibattuta sul come uscire da quella situazione, sempre più difficilmente gestibile. Fuggire? Affrontarla? Non era facile. Ero sempre più conquistata da lui, affascinata, stregata, sedotta, ammaliata, infatuata. Fino al punto che sarei stata anche disposta a morire tra le sue braccia, mentre lo possedevo, famelica, golosa, insaziabile. Un dolce inabissarsi nel nulla…Non mi rendevo conto di dove mi trovassi, cosa vedessi. Scorreva tutto dinanzi ai miei occhi come una scena alla quale ero del tutto disinteressata. L’unica cosa che aveva importanza, era l’essere con lui. Poterlo toccare, vedere, ascoltare. Quando mi cingeva la vita guardando il fiume; mi teneva per mano girando nel borgo; mi ammirava sorridendo mentre misuravo la blusa ricamata nella piccola boutique. A Superga, incredibile, andai a inginocchiarmi all’altare maggiore, a capo chino, tra le mani. Lui rimase un po’ indietro. Certamente sorpreso di vedere la sua mamma ‘laicà come in preda a una crisi mistica. Perché questa è la sensazione che davo. La mia confusione mentale, il disordine del mio pensiero, era totale, completo. Andavo rimuginando: ‘non so se c’è un dio, ma se esiste ed è buono, come dicono, perché non mi aiuta? Perché non mi indica la strada per uscire da questo labirinto, da questa spirale che m’avvolge sempre più? ‘Quando il taxi ci lasciò a Villa Sassi, per il pranzo, ero più serena, distesa. Alea jacta est! Les jeux sont faits ! Everything is over ! Basta! Ho deciso! Nel pomeriggio un rapido e distratto giro nel pur interessantissimo Museo Egizio. Andai al cine, solo per il piacere di essere vicina a lui, di sentire la sua mano nella mia, sul grembo. Ricordo vagamente cosa proiettarono, mi sembra una storia sul tipo di ‘proposta indecentè. Mi chiedevo, perché indecente? Era una proposta, e basta! In fondo di cosa si trattava? Un lui che desiderava andare a letto con una gran bella gnocca, e proponeva un affare: se sua moglie scopa con me, logicamente standoci, vi do una cifra considerevole! Tutto qui! Che poi a lei fosse piaciuto farlo, e come, non guastava affatto. Utile e dilettevole. Comprendevo che era un cinismo pro domo mea, a mio favore. Ma mi faceva comodo. Bruno accettò con piacere di cenare in albergo, e mi guardò sorpreso quando, al termine, dopo la ricca macedonia di frutta, chiesi due coppe di champagne.
“A cosa brindiamo, mà? ”
“A noi, tesoro, a noi. ”
“Giusto, mà. A noi due! ” Ero un po’ meno ciarliera del solito, e dissi che avrei gradito salire in camera. Desideravo andare a letto, riposare, anche se erano appena le dieci della sera. (Ipocrita! ) In fondo avevamo girato tutta la giornata. Se Bruno lo desiderava, poteva trattenersi, uscire…
“Prendo un drink, al bar, e ti raggiungo. Ti dispiace? ”
“Certamente no, tesoro. Non far tardi, però. ” M’ero appena infilata nel letto, quando Bruno, senza far rumore, entrò nella camera, chiuse la porta, mise la sicura. Mi vide a letto.
“Stai bene, mà? ”
“Benissimo, grazie. ” Cominciò a svestirsi, andò nel bagno, ne tornò coi soli pantaloncini.
“Ti dispiace se non indosso la giacca? Non la sopporto. ”
“Hai ragione, sono impicci inutili. ” Entrò nel letto, spense la luce centrale, che era rimasta accesa. Si voltò per darmi il solito bacio della buonanotte. L a sua mano mi sfiorò.
“Ma… ma… tu sei nuda, mà! ”
“Abbiamo la stessa insofferenza per la stoffa. Non hai visto la camicia da notte bianca sulla sedia? ” Indugiò con la mano sul seno, con una lunga carezza che scese più giù, sull’ombelico, fin dove cominciavano i riccioli del pube. Mi accorsi che ebbe come un brivido. Gli sfiorai la schiena, mentre lui, curvo su di me, non si decideva a baciarmi, come le altre sere. Pose le sue labbra ardenti sul collo.
“Numerò cinq? ”
“Si” Mi annusava, e scendeva con la bocca. Incontrò il capezzolo freneticamente eretto. Lo baciò, con naturalezza, lo succhiò lentamente, proseguì sull’ombelico. La mano s’intrufolò tra le mie gambe. Sentii il suo sesso prepotente nei corti pantaloni. Cercai di tirarli giù. Si fermò un momento per sfilarli completamente. Ormai aveva rotto ogni indugio. Sentivo il suo fallo sulla mia pelle, le sue dita frugarmi. Stavo impazzendo. Giacqui supina. Me lo tirai addosso, le gambe divaricate, impaziente, gli presi il sesso e lo indirizzai alla palpitante vagina che l’attendeva come una liberazione dal tormento che mi angosciava. Ecco, stava entrando in me, l’eroe vittorioso aveva varcato l’arco di trionfo, accolto con voluttuoso entusiasmo. Era magnifico. Alzai le braccia, completamente abbandonata. L’eccitazione, il desiderio, che erano andati sempre più aumentando, specie in questi ultimi giorni, e grazie all’inaspettata ma provvidenziale condivisione dello stesso letto, stavano esplodendo in tutta la loro passione, mi stavano travolgendo. E ra imponente il mio Bruno, magnifico, un insospettato formidabile amante, che stava frugandomi col suo pestello ardente, accolto nel mio crogiolo ancor più incandescente, che saliva rapidamente di temperatura fin quando raggiunse sconosciuti punti di fusione, orgasmi voluttuosi, che solo l’energica piena del suo seme riuscirono a placare. Giacemmo, sudati ed sfiniti, l’uno sull’altra, beatamente ansanti. Le sue labbra erano vicine al mio orecchio.
“Sei una favola, Meg, un incanto, uno schianto. Perché mi hai fatto attendere tanto? ”
“è stato bellissimo, amore, delizioso, inebriante. ”
“Devo rifarmi del tempo perduto. ”
“Anche io, bambino mio, anche io. ” S’era messo sulle ginocchia, e mi guardava, incantato. Mi alzò una gamba, come a voler ammirare il mio sesso spalancato. Si avvicinò ancora, e mi penetrò di nuovo, come prima, meglio di prima, perché fu ancora più appagante, più intenso, il piacere che mi dava. Poi restammo abbracciati. Ci sussurravamo parole d’amore, di passione, di desiderio. Le sua mani m’esploravano, curiose, in ogni particolare. Il loro tocco era delizioso, come un balsamo distensivo. Le sue labbra non trascuravano un centimetro quadrato della mia pelle. La schiena, le natiche, le gambe, gli alluci, e risalivano sul grembo, sul seno, sugli occhi. Per poi riscendere ancora. Volle sentirmi sulle sue ginocchia, col fallo che mi rovistava tra le natiche.
“Hai un culetto sodo e stuzzicante, Meg. è un rifugio incantevole, luogo di delizie paradisiache. Perché mi hai tenuto nascosto tutto questo, per tanto tempo? ”
“Bruno, non è normale ciò che stiamo facendo. ”
“Cosa c’è di più normale di quello che piace? ” E sentivo il premere concupiscente del suo glande sul mio fremente buchetto, inusitato a tale piacevole sollecitazione. Si alzò, andò nel bagno, sentii lo scroscio dell’acqua, poi lui riapparve, avvolto nel telo di spugna, lo pose sulla sedia, si sedette. Anche io sentivo la necessità di rinfrescarmi, anche se mi spiaceva togliere dalla mia pelle il suo odore, dalla mia carne le tracce della sua passione, del suo piacere. M i guardai allo specchio, mi sembrò d’essere improvvisamente ringiovanita. Avevo un volto trasognato, un’espressione incantata, estatica. Ancora non realizzavo che quello che era accaduto era tutto vero. Non sognavo. Avevo avuto Bruno, m’ero data a Bruno. Incantevole. Quando lo vidi così, nudo, seduto sulla sedia, con bene in evidenza il rifiorire della sua virilità, l’amore per lui, la straordinaria attrazione che esercitava su di me e che m’eccitava allo spasimo, travolsero ogni pensiero, e mi misi a cavallo a lui, impalandomi incantevolmente su quella guglia che ingurgitai fin quando non trovò naturale ostacolo. N on mi meravigliavo della mia avidità. Ingordigia, insaziabilità, per la lunga castità che mi aveva tormentata, specie considerando la continua presenza di quel meraviglioso ragazzo, ma mi stupiva la sempre rinnovata vigoria di Bruno, pur considerando la sua giovine età, poiché credo che qualsiasi altro maschio sarebbe rimasto stremato e svuotato dalla mia incontenibile esuberanza. Avevo fatto benissimo a prendere quella decisione. Perché lasciare ad altre quella fonte meravigliosa? Il mattino ci sorprese, addormentati, ma strettamente abbracciati.
Domenica. Aria di festa, di esultanza. Lo scampanio che veniva dalle chiese circostanti sembrava solennizzare, celebrare l’accaduto. Dopo un ulteriore fantastico amplesso, c’eravamo alzati. Scambiandoci, di tanto in tanto, un bacio, una carezza. Giravamo per la camera fieri della nostra nudità, della mia femminilità, della sua virilità. Un po’ a malincuore, ci preparammo per la giornata che ci attendeva: la colazione… chissà cosa altro. Prima di lasciare la camera, ci rivolgemmo al letto disfatto. Bruno lo salutò con la mano.
“A presto…” Io gli buttai un bacio.
“A prestissimo! ”
Ciò che qualcuno può giudicare una sconvolgente e indecente eccezione, per noi era stato qualcosa ineluttabile, predestinata, da tempo preparata dal fato, e che aveva trovato effettuazione in quel luogo e in quel tempo. Per noi era iniziato una nuova fase della nostra esistenza. Per noi quella ‘eccezionè era solo l’inizio di una nuova normalità. Nessuna coppia era più vicina e unita come la nostra. Nessuna intesa era più intensa. Da quel momento, la nostra vita non conobbe ostacoli, dissensi, incomprensioni. Eravamo una donna e un uomo che si amavano, si stimavano, si desideravano, si comprendevano, si rispettavano. Io ero divenuta molto più giovane; lui acquistò improvvisamente una maturità sconosciuta ai suoi coetanei. Prove di ammissione superate. Trasferimento realizzato. Tutto scorreva regolarmente, senza mai divenire routine, tran tran, abitudine, monotonia, noiosa ripetizione. La nostra sessualità era sempre viva e vivace. Nessun’altra donna avrebbe saputo dare a Bruno, eroticamente, quanto me. Prevenivo i suoi desideri, appagavo i suoi capricci, anche e soprattutto quelli non espressi. Si può anche non credermi, ma ho contato ben quarantasei modi di far l’amore, quarantasei ‘posizionì di amplesso. E nessuna ci ha delusi. Ero ben coscia, soprattutto io, degli effetti della nostra vita, della nostra passione. Li prevedevo, li benedissi. Si, li benedissi.
Da quella fine di settembre è trascorso del tempo. Siamo al settembre di quattro anni dopo. La nostra casetta è una bella villetta in periferia. Completamente pagata e arredata a nostro gusto. Nella rimessa, dietro la casa, la mia auto e quella di Bruno. La mia vita accademica è più che soddisfacente, la mia attività consulenziale è brillante e redditizia. Bruno sta per iniziare l’ultimo anno di Politecnico, in perfetta regola con gli esami, superati tutti con ottimi voti. I vicini sono cortesi e abbastanza cordiali. Molto riservati, come quasi tutti gli abitanti del luogo. Frequentiamo pochissima gente, l’indispensabile. Bruno mi ripete che ‘invecchio al contrariò, che gli anni, per me, retrocedono. Sarò presuntuosa, ma lo specchio me lo conferma. Lui ha assunto un assunto un’aria molto seria, quasi compassata, dimostra un’età maggiore di quella anagrafica. Adesso conto di fare un giretto al Valentino. L’aria è dolce. Ho iscritto Ugo all’asilo. A luglio ha compiuto tre anni. è un pepetto. Ci tiene allegri. è il ‘coccò di mamma e di Bruno, il figlio e padre di Ugo. Suo fratello. FINE

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I racconti erotici sono spunti per far viaggare le persone in un'altra dimensione. Quando leggi un racconto la tua mente crea gli ambienti, crea le sfumature e gioca con i pensieri degli attori. Almeno nei miei racconti.

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