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Il viaggio con mia zia

Erano da poco passate le 20: 00 quando il telefono di casa squillò. Avevo da poco finito di preparare la valigia che mi avrebbe accompagnato durante la mia settimana lavorativa in Emilia-Romagna ed ero in procinto di accendere i fornelli per la cena. Dall’altro capo del telefono mia zia Agnese, che con fare molto cortese, mi chiese se ero così gentile da accompagnarla sino a Bologna per far visita a suo figlio Emanuele, che da circa un anno si era trasferito nel capoluogo emiliano. Sinceramente quando viaggio per lavoro preferisco farlo da solo onde evitare spiacevoli intoppi e perdite di tempo, ma anche per ricambiare la sua cordialità e generosità che da sempre ne avevano fatto la mia parente preferita, risposi di sì.

L’indomani mattina alle 07: 30 eravamo già in autostrada ed alla prima stazione di servizio mi fermai per fare il pieno e una ricca colazione e zia Agnese mi accompagnò per un caffè. Eravamo a fine maggio e già ci si poteva sbracciare dal caldo, perciò potei notare l’appariscente scollatura della sua maglietta e la prorompenza dei suoi seni, che le stavano dentro a fatica. Devo precisare che, nonostante zia Agnese portasse ancora bene i suoi quasi cinquant’anni, non rappresentava neanche lontanamente il mio ideale di donna e mai prima d’allora mi ero soffermato più di tanto ad osservare una qualsiasi parte del suo corpo. Superai questo smarrimento di qualche secondo con un certo imbarazzo e con la scusa di dover andare alla toilette, mi allontanai da lei. Mi sciacquai il viso con l’acqua fredda e mi guardai fisso allo specchio con un certo turbamento.

In auto cominciammo a discorrere per lo più delle bellissime giornate di sole che già da qualche tempo ci accompagnavano, di mio cugino nonché suo figlio Emanuele, dei suoi studi e dei componenti della nostra numerosa famiglia, senza però entrare nel merito di nessuno di loro; perciò circa un’oretta dopo eravamo senza argomento alcuno e l’abitacolo si riempì delle sole note che uscivano dagli altoparlanti dell’auto. Conoscevo zia Agnese da 28 anni, ossia dalla mia nascita, poiché sorella minore di mia madre e, come già detto in precedenza, era la mia preferita, ma mai prima d’allora ero rimasto solo con lei per così tanto tempo ed era quindi normale che nessuno dei due sapesse più cosa dire.

Le chiesi se avesse delle preferenze musicali da voler ascoltare e mi rispose che le andava bene qualsiasi cosa. Tornammo a non proferire parola ed io mi concentrai sulla guida o meglio cercai di farlo, ma ormai l’aria era satura del suo profumo ed io ne ero, con mia grande sorpresa, estasiato. Voltai lo sguardo verso di lei e mi accorsi che si era appisolata, con la bocca leggermente socchiusa da cui fuoriusciva un piccolo rivolo di saliva. Ciò mi fece sorridere e nello stesso tempo perdere quel senso d’ebbrezza che ormai accompagnava la mattinata. In un certo senso mi sentivo risollevato e posizionatomi meglio lo schienale, pigiai un po’ più a fondo sull’acceleratore. Di tanto in tanto davo qualche occhiata alla mia dolce zietta che continuava a dormire profondamente, anche se in maniera scomposta, perciò al fine di evitarle spiacevoli indolenzimenti al risveglio, accostai un attimo e tirai su la leva dello schienale facendolo scivolare lentamente in una posizione certamente più piacevole per l’occupante. Si destò per qualche secondo, ma subito si riaddormentò. Le abbassai l’aletta parasole e controllai il tiraggio della cintura di sicurezza e immancabilmente il mio sguardo ricadde su quegli enormi seni. Mi riportai in fretta alla mia postazione e ripresi il cammino cercando di distogliere il pensiero da quella visione. Il caso, però, volle che l’aletta parasole, che avevo sistemato con premura affinché la luce non le abbagliasse il viso, era dotata di un piccolo specchietto di cortesia che rifletteva chiaramente buona parte delle sue gambe, ormai scoperte dall’immancabile innalzarsi della gonna. Guidai per una ventina di km. facendomi letteralmente forza per non guardare, ma proprio questa pressione non fece altro che aumentare la mia libidine e senza ormai più alcun ritegno mi misi a spiare zia Agnese. Oltre a spiarla, cominciai a tirar su forte con il naso per carpire gli odori di quella che ora ai miei occhi era una femmina desiderabilissima. Le sue cosce così tornite, i suoi seni così compressi e persino le sue labbra così piene, mi provocarono un’erezione spaventosa. Cominciavo ad avere il respiro pesante e qualche goccia di sudore mi rigava la fronte, dovevo al più presto fermarmi. Fortunatamente, circa tre km. dopo, c’era un autogrill e non appena fui nell’area di sosta, scesi repentinamente dall’auto e mi recai alla toilette. Tirai fuori il mio uccello duro all’inverosimile e, con pochi sapienti tocchi, scaricai una quantità enorme di sperma nel water, immaginandomi di farlo sulle tette di zia Agnese. Con le gambe ancora tremanti ritornai al parcheggio, ma di zia neanche l’ombra. Mi appoggiai all’auto e accesi una sigaretta e guardando l’orologio mi resi conto che erano quasi le 11: 00 ed avevamo percorso poco meno di 200 Km. ! !

Mi chiesi cosa diavolo mi fosse preso quella mattina e mi proposi che, se fino allora mi ero comportato come un perfetto idiota, appena ripreso il tragitto sarei ritornato ad essere quello di sempre, in altre parole un bravo ragazzo rispettoso a cui piace sì la figa, ma quella giovane e soprattutto non imparentata. Le mie erano buone intenzioni, ma alla vista di quel corpo armonioso che mi veniva incontro con fare seducente, persi tutte le mie sicurezze e il mio uccello ritornò presto in tiro. Rimasi con la bocca semiaperta e la sigaretta a penzoloni. Zia Agnese aveva tirato indietro col gel o con l’acqua, poco importa, la sua lunga chioma nera, aveva indossato una camicetta bianca molto attillata con i primi tre bottoni sganciati, una gonna nera molto più corta della precedente ed un paio di scarpe ginniche modello rialzato. Resasi conto della mia espressione da ebete, mi chiese se mi sentissi bene e alla mia sciocca risposta di non saperlo, si offrì di condurre lei per un pezzo di strada. Dopo avermi ricordato che si era data una rinfrescata e per questo aveva cambiato gli abiti, e prima di risalire in macchina e ripartire alla volta di Bologna, mi lanciò una rapida occhiata al bozzo dei pantaloni e mi parve vederla sorridere.

Inutile dirvi che dopo quell’ultima occhiata mi vergognai tantissimo e per evitare altre spiacevoli figuracce, mi congedai dicendo che avrei cercato di dormire una mezz’oretta e che subito dopo le avrei dato il cambio alla guida. Il viaggio proseguì, senza intoppi e senza che io riuscissi a dormire veramente neanche per un sol minuto, sino in prossimità di Rimini, quando all’improvviso si abbatté un forte temporale che rammentò alla zia che era giunto il momento di darsi il cambio nella guida. Accostò in una zona di servizio e si chinò per farmi alzare ed io nonostante fossi sveglissimo la lasciai fare, giacché mi piaceva la maniera così dolce con cui si prodigava a farlo. Feci l’allocco chiedendo dove fossimo e meravigliandomi per l’acquazzone e tirai su lo schienale. La guardai negli occhi e ci venne molto naturale regalarci reciprocamente un bel sorriso. Feci per aprire la portiera e lei mi bloccò dicendomi che mi sarei bagnato tutto e che non c’era bisogno di scendere, poiché con qualche piccola acrobazia ci saremmo potuti benissimo scambiare di posto. Pochi secondi, giusto il tempo di poter mettere a fuoco ed elaborare quanto pronunciato dalla zia, che al sol pensiero di poter avere un contatto col suo corpo, mi ritrovai con un principio d’erezione. Mi sollevai e le dissi di spostarsi leggermente verso destra e di scivolare sotto di me, di modo che io sarei passato dall’altra parte. Lei, però, mi precisò che sarebbe stato più complicato dato che la leva del cambio le era d’intralcio, quindi mi suggerì di piazzarmi tra i due sedili e che lei avrebbe fatto il resto. Non potevo crederci e per non far sì che potesse ripensarci o che ne so, che il tempo decidesse tutt’ad un tratto di smettere di diluviare, mi posizionai come propostomi. Lei mi guardò e tirandosi un po’ più su la gonna, mi diede le spalle ed appoggiò il suo favoloso e tondo sedere sulle mie gambe. Un po’ perché lo spazio a disposizione era veramente poco, un po’ perché ci lasciammo prendere da un attacco di riso, ma fatto sta che ora sedeva interamente sul mio duro arnese. Non ci volle molto affinché la cosa degenerasse: le mie mani lambirono con vigore i suoi fianchi, il suo culo cercò con sempre più insistenza il mio uccello, il suo capo reclinò ben presto all’indietro, la mia lingua esplorò il suo collo prima, la sua bocca poi. Pian piano salii sempre più, le sbottonai completamente la camicetta, le abbassai il reggiseno ed afferrai saldamente l’oggetto dei miei desideri più inverecondi: le sue meravigliose tette. Gliele palpai, strizzai e molestai senza tregua, mentre mia zia continuava a strusciarsi e ad ansimare senza più ritegno alcuno e quando ciò non ci bastò più, ci denudammo del tutto. Distesola completamente, restai ad ammirarla per qualche istante. Non si può dire che era perfetta, aveva i fianchi un po’ larghi e il ventre non proprio piatto, ma aveva una carica erotica come poche. Mi tuffai nella sua folta peluria nera e, gli umori che attaccarono e conquistarono il mio olfatto, mi eccitarono ancora più di quanto già non lo fossi. Esplorai la sua caverna con una voracità simile ad un animale, non tralasciando di essere un tantino più delicato con il suo piccolo pene che fuoriusciva in tutta la sua lucentezza. Al suo secondo orgasmo decisi che era il momento di entrare in lei e sollevatomi mostrai tutta la lunghezza del mio turgido pene. A quella visione zia Agnese mi afferrò per le natiche e, con un sol movimento, se lo cacciò sino in gola dimostrando di saperci fare davvero bene. Presto, però, dovetti fermarla altrimenti a breve avrei eiaculato ed io volevo sì farlo, ma dentro il suo caldo ventre. Mi distesi su di lei, puntai il mio pene alla sua fessura e guardandola fisso negli occhi, con un sapiente colpo di reni scivolai in lei. Ad ogni affondo emetteva dei gridolini di godimento che non facevano altro che aumentare il mio stato d’eccitazione ormai alle stelle e nel momento in cui presi a morderle i capezzoli, ecco che esplosi in un travolgente orgasmo, tanto da non accorgermi che alcuni istanti dopo anche la mia compagna era travolta dal piacere.

I nostri corpi interamente sudati restavano immobili ed avvinghiati in un’unica morsa, cullati dolcemente dai nostri affannosi respiri, mentre fuori la pioggia scrosciante continuava imperterrita.

In quella piazzola si era appena consumato uno dei più travolgenti amplessi della mia vita.

Durante l’ultimo pezzo di strada che ci portava a Bologna, non riuscivamo né a parlare né a guardarci; solo quando giungemmo sotto il portone di casa di Emanuele finalmente mi rivolse la parola dicendomi un grazie di cuore. Le ricordai che sarei passato a prenderla il venerdì successivo e mi dileguai.

Inutile sottolineare che i giorni che mi separarono da quell’incontro furono carichi di tensione e apprensione e quando finalmente giunse il fatidico venerdì, per un contrattempo con un cliente, arrivai a casa di Emanuele che erano già le nove di sera.

Decidemmo, perciò, di rimandare la partenza all’indomani mattina ed io, allora, mi preoccupai di trovarmi un posto dove passare la notte, dato che l’appartamento dove viveva mio cugino era dotato solo di un piccolo soggiorno-cucina e due stanze da letto, una occupata da un suo amico di studi e l’altra da lui e sua madre. In città, però, c’era un importante fiera del mobile e i primi tre alberghi ai quali telefonai erano tutti occupati. Fu allora che, zia Agnese, chiese al figlio se conservava ancora quella vecchia branda e a risposta affermativa m’invitarono a passare la notte con loro.

La cena fu squisita ed il vino, con cui accompagnammo le succulente leccornie, rese l’ambiente molto allegro. L’altro occupante della casa era un tipo molto taciturno e riservato e non sentimmo per niente la sua mancanza quando poco dopo si rinchiuse nella sua camera. Noi restammo a chiacchierare piacevolmente sino a tarda sera e, grazie anche all’atmosfera familiare creatasi, non pensai minimamente a mia zia e alle sue grazie e di questo fui in un certo senso sollevato.

La branda, visto la non grande ampiezza della stanza, era quasi attaccata al letto matrimoniale ed era leggermente più bassa. Fui il primo a mettermi a letto, seguito subito dopo da mio cugino, mentre mia zia si attardava in bagno. Augurai la buonanotte ad Emanuele e cercai la posizione più comoda per la notte. In quel mentre mia zia fece irruzione nella stanza e potei osservare come, in controluce, la sua fine e candida camicia da notte esaltasse le sue forme. Poi la vidi sparire dalla mia visuale poiché si posizionò dalla parte opposta alla mia. Chiusi gli occhi e, abbandonato ogni pensiero impuro, mi addormentai. Nel bel mezzo della notte, però, mi svegliai di soprassalto e sentii delle parole sussurrate di cui non riuscivo ancora a carpirne il significato. Mi concentrai attentamente e le parole che udii mi lasciarono sconcertato:

– Spingi, dai spingi, ti prego.

– No mamma, ho paura che Mario possa svegliarsi.

– Non preoccuparti, dai tesoro accontenta la mamma. Dai!

– Non ci riesco mamma.

– Tranquillizzati e lascia fare a me, ora ci penso io.

Poi più nulla, soltanto dei leggeri sospiri e dei lievi movimenti delle molle del letto. Io, purtroppo, anche se la stanza era rischiarata dalla luce di un lampione che trapelava attraverso le fessure delle imposte, non riuscivo a vedere nulla a causa della differenza d’altezza dei due letti. Quello che però udivo non lasciava dubbi: mamma e figlio stavano accoppiandosi e lo stavano facendo senza preoccuparsi minimamente che all’interno della camera ci fossi anch’io. Restai fermo e in silenzio a meditare sul da farsi, poi con un movimento lesto e fulmineo mi sollevai e mi infilai nel loro letto. I due restarono di sasso e mentre mia zia, che cavalcava Emanuele, mi guardò negli occhi, mio cugino girò il capo dalla parte opposta alla mia. Dopo un attimo di silenzio assoluto, quella porca di mia zia riprese lentamente il suo andirivieni e a quel punto decisi che anch’io volevo la mia parte. Mi sollevai in piedi sul letto e infilai il mio uccello nella sua calda e vorace bocca. Quella situazione intrigava moltissimo il sottoscritto e la cinquant’enne, l’unico che sembrava non trarne vantaggio era il povero Emanuele, ma man mano che si andava avanti, anche lui parve sbloccarsi e la situazione si fece sempre più calda. Zia Agnese era scatenata e volle averci entrambi in lei, perciò mi posizionai alle sue spalle ed affondai in un sol colpo tutto il mio uccello paonazzo nel suo deretano. La scopammo così a sandwich sino a quando quasi contemporaneamente la inondammo di fresco e caldo sperma. Ci sdraiammo tutti e tre a pancia in su per riprendere fiato ed in quel momento si sentì chiaramente un rumore provenire da dietro la porta. Mi alzai di scatto ed in un baleno avevo aperto l’uscio e sorpreso in flagrante masturbazione l’altro inquilino della casa. Non riesco tutt’ora a spiegarmi perché lo feci, ma afferratolo per il pene lo tirai all’interno dell’alcova e fattolo salire sul letto, accompagnai il suo sottile ma lungo cazzo a contatto con la fradicia fica di mia zia. Mi misi alle sue spalle e spingendolo dalle natiche, fu come penetrare mia zia con il cazzo di un altro. La sorpresa di questa mia mossa tanto azzardata, che lasciò tutti a bocca aperta, fu presto superata dall’eccitazione generale che ormai aleggiava nella stanza. Mio cugino con una mossa altrettanto impulsiva, mi si avvicinò e senza più alcuna esitazione cominciò a farmi un favoloso pompino. La madre se ne accorse ed allungando un braccio accese l’abat-jour sul comodino per gustarsi meglio la scena che si presentava: lei distesa a gambe oscenamente aperte, un ragazzino che la pompava come un coniglio, suo figlio che inghiottiva l’uccello di suo nipote e suo nipote che a sua volta si dissetava delle secrezioni del suo accoppiamento. Andammo avanti per quasi tutta la notte ed io per la prima volta succhiai un uccello anzi due e per la prima volta inculai un ragazzo, anzi due.

Rimandammo la partenza di due giorni, durante i quali ripetemmo più volte quanto provato quella notte. FINE

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