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Io e mio zio

Il fratello di mio padre, molto più giovane di lui, era stato per me oltre che un carissimo zio, anche un amico.
La differenza d’età che separava mio zio da me, anagraficamente era minore rispetto a quella che separava mio zio da mio padre.
Se poi ci si riferisce alla distanza mentale e comportamentale, allora potrei dire che io e mio zio eravamo e siamo coetanei.
Più che uno zio, io lo consideravo un fratello di poco maggiore, e quando potevamo stavamo sempre assieme.
Questo succedeva fin da quando ero piccolo.
Quando lui ha compiuti i suoi 30 anni, si è trasferito in un’altra città per lavoro, ed io me ne sono molto dispiaciuto, perché sentivo che il nostro rapporto ne avrebbe potuto subire le conseguenze.
All’inizio non è stato come pensavo, ma poi, con il trascorrere del tempo, si è dimostrato vero quello che credevo.
I contatti che aveva mio zio con la mia famiglia e con me si sono fatti più radi di anno in anno.
Ma quando ci si vedeva, sembrava come se non ci fossimo mai allontanati l’uno dagli altri.
Lui si era sposato e poi separato, e viveva una bella vita, in ogni senso.
Un lavoro soddisfacente, molti divertimenti e tante soddisfazioni tolte.
Poi le cose cambiarono: finite le scuole superiori io decisi di frequentare l’università e proprio per questo dovevo trasferirmi anch’io in un’altra città.
Avrei dovuto trovare una casa per me, magari da dividere con altri studenti, sostenere non poche spese, e non sapevo se sarei riuscito a mantenermi da solo magari trovando un lavoretto durante gli anni di università.
Quando però mio zio venne a sapere che sarei dovuto andare a studiare nella città dove lui viveva, mi ha subito proposto di andare a vivere con lui, approfittando della sua casa, troppo grande per un lui e la sua compagna.
In famiglia circolavano molti pettegolezzi sulle sue molte storie, sia prima, durante e dopo il matrimonio.
Sembrava che con quest’ultima donna, avesse messo la testa a posto.
Io ne fui molto felice, sia per le mie tasche, sia perché così potevo finalmente riallacciare i rapporti con lui, sperando che le cose non fossero cambiate troppo dai vecchi tempi.
Lui dava l’impressione che così fosse.
Nei mesi successivi mi sistemai nella casa di mio zio, presi possesso della mia stanza e dell’appartamento, e tutto procedeva come meglio non poteva.
I miei desideri in parte erano stati avverati: lui non era cambiato poi così tanto da quando viveva nella mia città.
Sicuramente il tempo e le questioni della vita avevano lasciato i loro strascichi, e qualche angolo si era smussato nel suo carattere, qualche altro si era invece appuntito.
La nostra vita procedeva abbastanza piacevolmente e regolarmente.
Fino ad un fatidico giorno.
Quel giorno sono tornato a casa prima del solito, perchè le lezioni all’università erano terminate prima.
Sapendo di non trovare nessuno in casa, senza citofonare ho usato le mie chiavi per entrare.
Era strano che la porta non fosse chiusa a chiave.
A quell’ora non doveva esserci nessuno, ma evidentemente non era così.
Dalla camera da letto di Massimo, questo era il nome di mio zio, sembrava provenire del rumore, dei mugolii, frasi soffocate o sussurrate; tutto era molto strano.
Tra l’altro tutte le serrande di casa sembravano chiuse, mentre solo dalla camera da letto proveniva della luce.
A questo punto sconcertato, in silenzio mi sono incamminato verso la stanza da letto.
Più mi avvicinavo e più quei rumori soffocati, quelle mezze parole, quei grugniti si intensificavano.
Mi affacciai all’uscio della camera e guardai.
Rimasi a bocca aperta e con gli occhi fuori dalle orbite.
Sul pavimento della stanza, c’era un mucchio di vestiti, maschili e femminili, dalle scarpe alle mutande.
In ginocchio sul letto, un gran bel letto matrimoniale, su cui spesso mi buttavo anch’io quando non avevo niente da fare, stava quel gran pezzo di maschio di mio zio, nudo come quando è nato, che si stava inculando con passione e appagamento una ragazza che io non avevo mai visto nè conosciuto, che aveva tutta l’aria di una gran puttana, nel vero senso della parola.
Mio zio è un gran bell’uomo, nonostante i suoi 41 anni: magro, 185 cm di altezza; ha la sua bella pancetta, il suo fisico non è esattamente quello di un ragazzo, ma nel complesso poteva passare per una persona attraente, e le sue tante conquiste lo testimoniavano.
Quello che bisogna dire è che è fornito di un più che apprezzabile equipaggiamento da monta.
Era proprio il suo bel cazzo, in piena erezione, e le sue grosse palle ben sostenute che in quel momento avevano attirato la mia attenzione, dopo l’imbarazzo seguito alla scena imprevedibile.
Naturalmente avevo visto altre volte mio zio nudo, visto che sempre girava in casa in mutande, ma quando si faceva
vedere, il suo cazzo era poco più grande di un mollusco, faceva quasi tenerezza.
Quello che adesso avevo davanti agli occhi era un bastone lucido, inguantato in un preservativo maxi, venoso e sanguigno, dalla cappella rossa e grossa come una rossa e grossa fragola, che entrava e usciva dal culo di quella donna, come fa un pistone in un cilindro.
La ragazza, dal canto suo, era posizionata a quattro zampe sul letto, tenendo le braccia aperte ad afferrare con le mani la ringhiera ai piedi del letto, intenta a prendersi quei bei 20 e più centimetri di cetriolo vivente su per il culo, come fosse stata la più piccola delle supposte.
Dallo specchio posto su una parete della camera, potevo intravedere i volti di entrambi.
La faccia di mio zio era trasfigurata dalla lussuria e dal godimento del momento.
Mentre la faccia della donna dimostrava di avere fatto molta strada grazie a quel buco.
Una volta realizzata la scena che avevo di fronte, subito il mio attrezzo si è fatto sentire, così, involontariamente, come fosse richiamato alla vita alla vista di un compagno di giochi che io avevo sempre sognato di avere.
I due maiali non mi avevano visto perchè erano entrambi rivolti leggermente di spalle rispetto alla porta d’ingresso della camera dove ero posizionato io.
Mio zio stava stantuffando come un martello pneumatico la sua verga dentro il culo di lei, spingendo così forte da far muovere tutto il letto.
La spalliera urtava violentemente e ritmicamente contro la parete a cui era poggiata; sotto il peso dei due e sotto lo spinta dei loro movimenti il letto cigolava come fosse un carrarmato.
Quel gran porco di mio zio strofinava le sue grosse manone sulla schiena arcata di lei, poi si allungava per strizzare i suoi seni grossi e duri, poi arrivava a infilare due dita nella bocca rosso sangue di lei, per tornare a lisciarle il grosso culo.
Tutto questo lo faceva spasmodicamente, accompagnando i movimenti con i più bestiali e selvaggi e istintivi gemiti, sospiri, mugugni.
Era una scena da film porno, veramente, che io senza pensarci mi stavo godendo apertamente.
A meno che non facessi del rumore, non mi avrebbero di sicuro visto.
E fu proprio questo ciò che accadde: allungai una mano per massaggiare la mia erezione, e fu un gesto assolutamente inconscio, involontario; nel fare questo mi poggiai allo stipite della porta che maledettamente cigolò rivelando ai due la mia presenza.
Si voltarono verso di me insieme, ma io fissai i miei occhi su quelli di mio zio. Lui sembrava come se solo in quel
momento stesse uscendo da una trance durata chissà quanto. Anche lui, come prima io, impiegò qualche secondo per realizzare la mia presenza, e risistemare il flusso razionale dei suoi pensieri.
Lo sguardo che gli vidi negli occhi non lo dimenticherò mai: aveva spalancato gli occhi che poco prima teneva socchiusi, e sembravano iniettati di sangue, mentre il labbro inferiore lo teneva stretto sotto i denti.
Non cessò subito il ritmo delle sue inculate, ma quasi per inerzia continuò ancora un paio di volte a sfondare il culo della troia, per poi bloccarsi.
Quando anche la ragazza mi vide, non sò perchè si spaventò parecchio: si divincolò dal suo montone, sfilandosi il cazzo dal culo e saltò giù dal letto urlando in faccia a mio zio che lei non faceva mai giochi di gruppo, a lei le orge non piacevano; se lo avesse saputo prima sicuramente non sarebbe montata in macchina con lui.
Lui rimase sul letto in ginocchio, col cazzo tutto lucido per la lubrificazione; un cazzo che aveva raggiunto la sua massima erezione, ormai liberato dalla stretta calda e sensuale del buco di lei.
Ancora una volta rimasi esterrefatto dalle dimensioni che aveva raggiunto, rispetto a quanto ero solito vedere penzolare tra le sue gambe.
Il suo arnese era molto simile al mio come forma e lunghezza, anche se molto più dritto e grosso.
Penso che quella scopata deve essere iniziata parecchio prima che arrivassi io, per come il cazzo di mio padre era congestionato.
Comunque la ragazza si alzò e raccolse i suoi stracci bofonchiando qualcosa di volgare rivolto verso noi due, si rivestì come poté e imboccò la porta di casa per andarsene.
Mio zio si riprese dall’imbarazzo che dovette essergli sopraggiunto, oltre che dal gesto inaspettato della troietta, e smontò dal letto pure lui, cercando di convincerla a non andare via, dicendole che io non avrei dovevo tornare a casa così presto, e che per questo era molto dispiaciuto e imbarazzato.
Niente da fare, la ragazza non cambiò decisione e se ne andò, lasciando mio zio con un’erezione da paura e insoddisfatto.
Era ancora completamente nudo, e sembrava confuso, irritato, imbarazzato, congestionato, non lucido, stranito insomma, per la successione inaspettata degli eventi e forse per il coito interrotto.
Io tutto il tempo non aprii bocca, perchè di tutte quelle sensazioni che trasparivano dal suo volto, non sapevo quale fosse quella che prevalesse sulle altre. Inoltre aspettavo che fosse lui a cominciare il discorso, volevo vedere cosa mi avrebbe detto.
Non mi aspettavo una giustificazione perchè lui era libero di fare quello che voleva della sua vita, non erano fatti miei.
Il problema non era mio, ma era alla sua attuale compagna che avrebbe dovuto dare spiegazioni semmai lo avesse scoperto. Io, da parte mia, non avrei detto sicuramente nulla.
Invece fu proprio una specie di giustificazione che mi improntò a quel punto.
Ancora nudo, si mise a sedere sul letto e si coprì i genitali con un lembo del lenzuolo, mentre io mi sedetti accanto a lui sul letto.
Mi disse:
“vedi, sto passando un periodo un po’ nero in questi momenti. Non so, sarà la crisi di virilità che colpisce tanti uomini della mia età, saranno i problemi che ho al lavoro, con i colleghi che appena possono ti fanno il culo, o forse il fatto che ultimamente non mi sento più molto vicino a Sara”.
Sara era la sua compagna di allora.
Continuavo a non dire nulla, limitandomi a starlo a sentire.
Continuò:
“sentivo il bisogno di sfogarmi, avevo la voglia di una sana scopata, sesso puro e selvaggio, senza alcuna implicazione sentimentale e morale”.
“E allora? ” dissi.
“E allora niente. Era da parecchi giorni che avevo in mente questa cosa. Poi oggi avevo un po’ di tempo a disposizione, e per caso sono passato per la strada dove sai che battono sia di giorno che di notte; ho caricato su una qualunque, purchè avesse un grosso culo e labbra carnose, e quello che è successo poi te lo puoi immaginare”.
Sembrava tutto molto semplice, tuttavia non riusciva a sostenere il mio sguardo per più di qualche secondo, nonostante io non gli facessi nessun tipo di rimprovero.
Disse, credo per rompere la tensione:
“Solo che, merda, non potevi aspettare ancora un po’ prima di tornare a casa? Mi bastava solo qualche minuto, stavo proprio sul punto di venirgli in culo, e ora invece sono rimasto così, col cazzo ancora duro e per nulla appagato dell’inculata”.
Così dicendo si era stretto con entrambe le mani il cazzo, duro come l’acciaio, che attraverso il lenzuolo era chiaramente visibile.
D’istinto, infatti portai gli occhi su quella grazia di
Dio, arrapato ormai come un toro, e d’istinto, senza pensarci, gli dissi:
“Se vuoi per risolvere questo problema ti posso dare una mano io”.
Adesso mi fissava con aria interrogativa.
“Come sarebbe a dire? ” disse.
Non dissi nulla, ma nel giro di pochi secondi, nell’ordine, mi alzai da accanto a lui, andando a inginocchiarmi davanti a lui, gli tolsi il lenzuolo che gli copriva l’inguine, gli divaricai le gambe e mi sistemai tra di esse, e con tutte e
due le mani gli presi il cazzo.
Era veramente tosto e pienamente in tiro, infilato dentro un preservativo dalle dimensioni maxi, lubrificato dalla vaselina.
Glielo presi con energia sfilandogli il preservativo velocemente e stavo per mettermelo in bocca per tutta la lunghezza che poteva entrarci, quando mio zio se ne esce dicendo:
“Ma che cazzo fai? Ma che sei un frocio? “.
Poche parole, ma quel volto e l’espressione di quella voce furono letali per me.
Improvvisamente diventai di pietra, mi bloccai, il mondo mi sembrò sprofondare sotto di me.
Mi vergognai di me stesso; quello che disse e come lo disse mi fecero sentire come un maniaco, un malato, un rifiuto della società.
Mi sentivo come quando da adolescente ti sorprendono a spararrti una sega in bagno o a guardare le foto di un giornale porno, e una volta scoperto te la fanno pagare con ogni tipo di vergogna e di punizione.
“Senti, fammi il piacere di allontanarti, fattene nella tua stanza o vai a farti un giro, ma sparisci da davanti a me” disse, come se non bastasse.
Mi alzai per andarmene, con la coda tra le gambe.
Ma non riuscii a non dirgli: “Da come mi avevi detto pensavo che per te un buco valesse come un altro. E che pur di sborrare e di sfogarti, l’avresti ficcato da qualsiasi parte. Non so, ti volevo solo aiutare. Scusami, me ne vergogno”.
Ripensandoci mi stupisco del coraggio che ho avuto ad aprire bocca, in una situazione del genere.
Sparire sotto una mattonella non sarebbe stato sufficiente, credo.
Non ebbi il coraggio di alzare più lo sguardo, nè di proferire altre parole; semplicemente me ne andai come un cane bastonato.
Come eravamo diversi io e lui; alla fine dovevo ammetterlo con me stesso.
O per lo meno uno dei due era profondamente cambiato.
Lui così sicuro di sè sempre, e in ogni occasione; persino prima quando si mise a parlare con me, dopo che la ragazza se l’era squagliata, quella che sembrava un’ammissione di colpa e una richiesta di giustificazione, in realtà non lo era.
Era uno sfogo, sapendo che sarei stato suo complice, e basta.
Solo uno sfogo leggermente camuffato.
Lui che era stato colto in fragrante a scopare con una donna non “legittima”, che era stato beccato nudo come un verme a dimenarsi nel culo di un troietta, passava dalla eventuale posizione di accusato a quella chiara di accusatore, e senza che mi fosse data la possibilità di discolparmi, se mai avessi dovuto.
Inutile dire che i giorni a seguire furono giorni infernali, da dimenticare. Fortunatamente lui non disse nulla alla sua compagna, che in quei giorni non capiva il motivo dell’astio che c’era tra mio zio e me.
Nei pochi momenti che ci vedevamo e che stavamo nella stessa stanza, non ci rivolgevamo mai la parola.
Se dovevamo per forza comunicare, lo facevamo lasciandoci dei biglietti, delle note o attraverso la sua compagna.
Consideravo amaramente la possibilità di andar via da quella casa.
Tuttavia allo stesso tempo pensavo in continuazione a quello che era successo, a quello che avevo visto e a come era andata a finire quella situazione.
Di mio zio ho sempre avuto ammirazione, e forse voglia di imitazione.
Ma questo risaliva al nostro passato.
In quel momento riflettevo se tutte le mie aspettative legate alla convivenza con lui, fossero legate proprio a quel passato, e se quindi nella mia mente non albergasse mio zio, ma solo il sogno e la trasfigurazione di lui.
Da quando ero andato a vivere con lui, in effetti, e me ne rendevo conto solo in quei momenti, non avevamo mai avuto un dialogo continuo, nè aperta confidenza.
Io davo la colpa alle difficoltà che comporta una nuova ambientazione, sia per lui che per me.
Tuttavia il nostro rapporto non era certo paragonabile alla situazione che si era venuta a creare in quegli ultimi giorni.
Quello che provavo per lui era una rabbia mista ad attrazione, puramente fisica e non di altro genere.
Mi eccitava vederlo tutti i giorni in mutande, notare i contorni del suo cazzo, delle palle grosse, il suo culo enorme e peloso.
L’arroganza del suo carattere la sua prepotenza, mi attirava molto.
è un tipo socievole, ma che impone la sua presenza, che vuole avere sempre l’ultima parola, che ne sa sempre una più del diavolo.
E gli invidiavo l’esuberanza, anche sessuale, che lui ammetteva di avere avuto sempre in vita sua: nella maggior parte dei discorsi che faceva con i suoi amici scappava sempre fuori una barzelletta sporca da lui raccontata, e i suoi commenti personali sulla vicenda; oppure se ne usciva elencando in modo pensante i particolari fisici di una certa ragazza, e le cose che ci avrebbe fatto assieme.
Siamo molto diversi noi due; quando eccedeva nei suoi atteggiamenti spesso mi dava fastidio, ma al tempo stesso mi attirava.
è così che è nato in me e cresciuto con me il desiderio di poter imparare da lui un po’ di quelle sue caratteristiche così marcate; di avere un contatto diretto con i suoi pensieri e il suo carattere; di recepire fisicamente la sua essenza; insomma.. . di scoparci alla grande.
Ma ritorniamo alla vicenda.
Le cose non potevano andare di peggio, senonchè di peggio sembrarono andare.
Un giorno infatti successe una cosa.
Ero a casa da solo e avevo appena finito di fare esercizi con i pesi.
Uscito dalla doccia e infilatomi l’accappatoio, andai a mettere i panni sudati che mi ero dismesso nel cesto della biancheria sporca; prima di infilarli dentro, notai un paio di slip di mio zio in cima al mucchio.
Ebbi l’istinto di prenderli sù e così feci.
Erano un po’ sporchi di urina, e sul davanti c’era pure una macchia non proprio piccola di sperma ormai seccato, che formava una alone biancastro.
Sentii subito il mio cazzo cominciare a smuoversi; non mi potei trattenere dal portare le mutande all’altezza della mia faccia: prima annusai e poi con la lingua presi a leccare la zona sporca di sperma.
Mi ero eccitato da morire; i miei sensi di colpa erano come d’improvviso svaniti, sostituiti da una vampata di lussuria e di libidine.
Mi ritornò alla mente la scena che avevo visto con mio zio nel culo della puttana. Come mio zio mi aveva allora confessato, anch’io in quel momento avevo assoluto bisogno di sfogarmi.
Mi immaginavo di stare al posto della troia e di prendere il cazzo turgido di mio zio tutto su per il culo, ; mi immaginavo di sentire quel manico stantuffare dentro e fuori; mi immaginavo di ricevere la sua sborra nelle budella e di lavarmici l’intestino.
Respirai a pieni polmoni l’aroma della sborra di mio zio, mi aprii l’accappatoio e, avvolto il mio cazzo nelle mutande luride di Massimo, presi a farmi una sega portentosa, con il mio cazzo più lungo e duro che mai.
Ma volevo qualcosa di più, volevo vivere fisicamente la scena che adesso riviveva nella mia mente.
Andai in cucina, aprii il frigorifero, trovai un cetriolo piuttosto grande, ma non troppo, lo avvolsi nella carta trasparente da cucina, andai in bagno a prendere della crema per le mani, la spalmai bene sul cetriolo e un po’ pure sul buco del mio culo.
Ero quasi pronto a quel punto: andai in camera mia, mi tolsi l’accappatoio, mi buttai sul letto.
A pancia all’aria, tirai sù le gambe, portando le ginocchia al petto; con calma finii di spalmare la crema nel culo, infilando le dita viscide nel buco, puntai il cetriolone davanti al mio ano e poi con pazienza e attenzione lo infilai dentro il più possibile, centimetro dopo centimetro, fino a lasciare solo lo spazio per poterlo afferrare.
Che sensazione stupenda!
Che estasi!
Che godimento!
La mia prostata mi ringraziava, e lo faceva dandomi un’erezione ancora più potente di quella di prima.
Avevo ancora con me gli slip di mio padre, che volavano da una parte all’altra del mio corpo: li annusavo ingordo, come fosse una striscia di cocaina, li mettevo in bocca per gustarne il sapore, mi ci incartavo il cazzo per masturbarmi.
Con una mano finivo di farmi la sega di prima e con l’altra sfilavo e infilavo in continuazione il cetriolo dal mio culo: dentro e fuori, dentro e fuori, dentro e fuori, .. .
Sapevo che non avrei continuato a lungo, ma continuavo come un ossesso, ignaro di tutto quello che poteva succedere intorno a me.
E infatti qualcosa successe.
La porta che avevo accostata, fu d’improvviso aperta.
“Ciao, ci sei? Volevo parlarti dell’altro gior.. “; mio zio non finì la frase.
“Oddio, no, non è possibile, non è possibile”, pensai.
“Ma che cazzo sta succedendo? Ti stai prendendo quel coso grosso nel culo? E le mie mutande? Che ci fanno lì le mie mutande? Ti ci stai facendo una sega? ” continuò, come se io non sapessi quello che stessi facendo.
Altra situazione di merda, altra cazzata, ci mancava pure questo.
Lo vidi inferocito venire verso di me, che come al solito ero rimasto di sasso, fino a raggiungermi e togliermi il cetriolone dal culo, e le sue mutande dal mio cazzo.
Immaginavo ci sarebbe stata della pura violenza, invece.. .
“Sei recidivo, eh? Mio nipote è proprio un finocchio, uno che si fa rompere il culo, uno che succhia i cazzi e beve sperma”, disse come se stesse parlando a qualcuno lì con lui.
Continuò: “Forse avevi ragione tu, sai. Quando uno è arrapato come lo sono sempre io, qualsiasi buco alla fine è buono. E il tuo buco per l’occasione mi pare proprio ottimo. Dì un po’, stavi fantasticando di prendere nel culo il cazzone di zio? Lo vuoi proprio sentire come te lo brucia il culo questo gran pezzo di carne che zio ha tra le gambe? Rispondi “.
“Sì, lo voglio, lo voglio tutto dentro, voglio sentirti in me, voglio essere sommerso dalla tua sborra. Voglio assaggiare il seme del mio sangue. Voglio avere di te la parte più intima, la tua essenza. Voglio essere una delle tue puttane. Voglio farti godere come uno stallone” gli sputai in faccia tutto d’un fiato.
Come in un sogno lo vidi darsi da fare con i suoi pantaloni: slacciarsi la cintura, aprirsi il bottone e la patta e tirarsi giù calzoni e mutande assieme.
Lo vidi afferrarsi l’uccello che cominciava a dare segni di vitalità, sputarsi della saliva sul palmo aperto della mano, e con la stessa mano scappellarsi il cazzo e lubrificarlo.
Lo vidi afferrarmi per i fianchi e tirarmi più da un lato per avere migliore accesso al mio culo.
Lo vidi puntare il suo attrezzo verso il mio buco e tutto d’un colpo penetrarmi con impresso sul volto una gioia, un’arroganza, una determinazione, una rabbia, forse un disprezzo quasi disumani.
Fu un treno in corsa: per quanto spingeva e spingeva e spingeva, dovetti pararmi con le braccia e le mani al muro affinchè non sbattessi in continuazione la testa.
“Dimenati, muovi il culo, voglio che ti dai da fare pure tu, non mi piace infilarlo in un sacco di patate” disse.
Presi a spingere le chiappe avanti e indietro per quanto possibile in quella posizione, per incontrare i suoi movimenti, per prolungare gli affondi.
Disse: “Il tuo buco non è neanche troppo stretto. Chissà quanti cetrioli come quelli ti sei ficcato nel culo, bello di zio”.
E io, perso ormai ogni briciola di pudore, gli risposi: “Parecchi, ma ho sempre sognato il tuo cetriolo ficcato su per il mio culo, sai”.
“Che gran figlio di puttana, che sei”, fu la sua risposta.
Continuava a trivellarmi l’intestino, i suoi occhi incollati ai miei, eccitato come una bestia in calore.
Con le braccia dietro la schiena e le mani ad afferrarsi i fianchi, si dava più forza per spingere, per penetrare, per sfondare.
Stavo in una posizione non troppo comoda, e vedevo che lui non avrebbe durato ancora per molto per cui gli dissi:
“Aspetta, fermati un attimo. Solo un attimo. Adesso voglio che me lo ficchi in culo come inculavi quella troia l’altro giorno. Alla pecorina “.
Sfilò il suo cazzo dal mio culo: mi sentii svuotare come dopo un parto, tanto era cresciuto il suo strumento dentro di me.
Massimo si liberò dei vestiti rimastigli addosso, e mi aiutò a girarmi velocemente per piazzarmi a quattro zampe sul letto con lui in ginocchio dietro di me.
Allungai una mano, gli afferrai il cazzo turgido, arrossato, viscido di crema, e lo indirizzai al mio buco.
Con la spinta di un bestione, mio zio entrò un’altra volta in me, saziando ancora una volta il mio intestino con la sua carne.
Ora sì che mi sentivo la sua puttana.
“E adesso fottimi come fottevi lei”, lo esortai.
Lui riprese il ritmo oscillatorio del suo bacino, accompagnando ogni profonda inculata con un grugnito di piacere.
“Dimmi che ti piace, dimmi che era così che volevi scopare con me, dimmi che sono grande, dimmelo” fece lui, ossessivamente.
“Sii, sei il più grande inculatore con cui abbia mai scopato, sei forte, continua così”, gli risposi io.
Lui accostò il suo petto alla mia schiena sudata, e il contatto mi fece sussultare.
Sentivo il suo calore, il suo sudore, il suo odore di maschio.
Con una mano mi presi il cazzo, bollente, pulsante, e presi furiosamente e farmi una sega portentosa.
Con la bocca si avvicinò al mio collo e me lo solleticò con la lingua e con i denti.
Dopo di chè allungò una mano fino alla mia bocca e mi infilò il suo dito medio tra le labbra: io presi a succhiarlo come fosse il suo cazzone.
Lo baciai, lo leccai, lo mordicchiai.
Gli dissi a quel punto: “Ti prego, dimmi quando stai per venire. Voglio che mi sborri in bocca: voglio ingoiare il tuo seme, me ne voglio saziare”.
Con la mano lasciai andare il mio uccello, altrimenti avrei schizzato subito; allungando la mano raggiunsi e strinsi decisamente le sue palle gonfie e toste.
Emise un grosso grido di godimento.
Evidentemente era proprio arrivato il momento dell’orgasmo perchè per la seconda volta se ne uscì dal mio buco. Io sempre a quattro zampe mi rigirai svelto e presi tra le mie mani il suo attrezzo arrossato e lucido per ficcarmelo in bocca, ma era troppo tardi: cominciò a sborrare prima che riuscissi a infilarmelo in bocca.
Gli schizzi del suo sperma mi atterrarono su tutta la faccia: sulla fronte, sul naso, sulle guance, sul mento, sugli occhi che feci in tempo a chiudere, mi colò sul collo e sul petto, mi impiastricciò i capelli.
Schizzai anch’io grossi sputi di bianco succo, sul mio stomaco, sulla mia pancia, sul petto, sul collo. In parte le nostre sborrate si erano incontrate e mischiate insieme.
Gli ultimi suoi schizzi però me li sono bevuti golosamente, impastandomi il palato, leccandogli la punta e pulendogli il cazzo.
Praticamente avevo fatto una seconda doccia, sì una doccia di sborra.
Lui era sfinito e appagato, molle come una gelatina e soddisfatto come un porco.
Si distese sul mio letto per riprendersi da tutto quello che era accaduto così velocemente.
Io presi le mutande sporche con cui prima mi stavo divertendo e mi ripulii come meglio potevo la faccia e il corpo, senza però rinunciare di tanto in tanto a leccare via con la lingua qualche goccia di sperma, sia mio che suo.
Io mi sentivo come nel bel mezzo del più bel sogno della mia vita.
Ero quasi incredulo di quello che fosse successo, e di come fosse successo.
Mi avvicinai e mi distesi accanto a lui, per ascoltarne il suo respiro convulso che si stava placando.
Fu allora che lui si riprese e mi disse:
“Ascolta, mi dispiace di tutto quello che è successo ora. Non dovevo permettermi di reagire in questo modo, non sò cosa mi è preso. In poco tempo questa è la seconda volta che mi devo giustificare con te, ma credimi, non volevo comportarmi così”.
“Così come? Cosa vuoi dire? ” gli feci io.
“Insomma, non ti rendi conto di che razza di cose abbiamo fatto? Di cosa ci siamo detti? ” disse. Io lo guardavo interrogativo.
E lui come per rispondermi, disse:
“Abbiamo scopato come due selvaggi, io e te, io tuo zio e tu mio nipote. Potresti essere quasi mio figlio. Questo si chiama incesto, cazzo. E come se non bastasse, il mio cazzo che lo metto in culo e in bocca a un altro uomo; questa mi mancava proprio. E quell’altro uomo è pure mio nipote. Mio nipote che è un fottuto finocchio. Per me è veramente troppo”.
“Ascolta, sarà pure vero che si chiami incesto quello che abbiamo fatto, ma io preferisco chiamarlo una sana, animalesca scopata tra due uomini adulti, che avevano tutti e due l’intenzione di fottere, e che si sono sfogati come meglio potevano.
Ti ho visto come ti ha appagato ficcarmelo nel culo, sai.
E Dio solo sa come godevo io a prenderlo nel culo.
Nessuna donna è capace di prendere un cazzone in bocca, in culo o in mano così bene come lo sa fare un altro uomo, credimi.
Il fatto poi che siamo zio e nipote, per me è solo un dettaglio.
Insomma, eravamo tutti e due intenzionati a farlo, io da più tempo di te, sicuramente, ma anche tu devi averci fatto qualche pensierino, magari bagnato, visto quello che ho trovato sulle tue mutande”.
Rimase in silenzio, quasi fosse la sua coscienza a parlargli.
“Te lo ripeto, Massimo, io più di ogni altra cosa voglio essere la tua puttana, e sò che tu mi lascerai comportare come la puttana più puttana che tu abbia mai scopato. Tuo nipote sarà la tua puttana privata”, e nel dire questo scivolai la testa lungo il suo torace, leccandogli i capezzoli, scendendo lungo lo stomaco e la pancia, oltrepassandogli l’ombelico, per chiudere le mie labbra sul suo cazzo mezzo moscio che ripresi a succhiare, cominciando al tempo stesso a massaggiargli le pesanti palle sicuramente più vuote di prima.
Lui mi lasciò fare, semplicemente posando una sua manona sulla mia testa, spazzolando con le sue dita i miei capelli.
Avevamo siglato così il nostro patto.

Quelli che seguirono furono giorni fantastici, veramente più eccitanti di qualsiasi cosa avessi mai immaginato.
Ogni giorno si concludeva con una scopata, se non di più.
Prima di tutto ciò che era successo, io e mio zio non eravamo mai stati così assieme come invece accadde dopo: entrambi cercavamo ogni pretesto per rimanere soli a casa, senza la sua compagna; tutti e due ci inventavamo le cose più strane per creare l’occasione di vederci, di trovarci, di amarci.
Lui era un vero stallone, un animale da monta.
Le sue voglie sembravano non esaurirsi mai, così come il suo sperma.
In effetti le sue palle erano sempre gonfie. Io me ne riempivo sempre di più del suo succo: a lui essere munto fino allo svuotamento sembrava dare una gran carica, a me la sua sborra sembrava dare nuova vita.
Mi rigeneravo.
Principalmente in casa, ma qualche volta capitò pure al suo ufficio, nella sua stanza quando magari nelle altre stanze c’erano ancora i suoi colleghi; oppure capitava nell’auto di uno di noi due.
Per non parlare poi delle scopate in garage o in cantina.
Ma devo dire che ogni posticino strano era ideale.
Non sono mai stato così felice ed eccitato di rimanere a casa come in quel periodo.
A casa era diventato quasi impossibile per noi fare tutto quello che magari prima facevamo insieme, senza che quella situazione generasse un occasione di eccitazione, di arrapamento tra noi.
E stava diventando pesante, quasi, ma di sicuro non avrei mai sperato in meglio.
Così capitava che io mi trovassi in bagno seduto sul cesso e che lui entrando, chiudesse la porta perchè in casa c’era pure lei, facendo finta di lavarsi i denti o di farsi la barba o altro, mi ficcasse invece il suo cazzone venoso e scappellato in bocca, solo per dargli un’eccitatina.
Oppure capitava che, sempre in bagno, non potessi lavarmi i capelli nella vasca che lui, passando, strofinasse il suo uccello, fuori o dentro le sue mutande, tra le mie chiappe.
O ancora capitava che quando lui mi chiamava per lavargli la schiena, io finissi poi per scappellargli e smanettargli il pisello fino a farlo venire.
E non mancava occasione che, quando c’era da attaccare un quadro, sostituire una lampadina, montare una tenda, salire sulla scala, io non gli stuzzicassi il cazzo e le palle, con la bocca o con le mani, o lui non mi stuzzicasse il buco del culo.
Oppure capitava che, quando dovevo lavare io i piatti, lui passasse per la cucina e mi infilasse le sue mani nelle mutande per ficcare le sue dita, insalivate, su per il mio culo.
Quando eravamo a tavola, poi, era un continuo giocare con i nostri piedi, e le nostre gambe.
Quando non eravamo visti, io allungavo le gambe da sotto il tavolo e arrivavo a piazzargli il piede tra le sue gambe, per lisciargli il cazzo e le palle.
Oppure lui mi strofinava le sue gambe contro le mie.
Una volta è capitato che io stessi per qualche motivo affacciato alla finestra, poggiato con i gomiti sul davanzale.
All’inizio non lo sentii arrivare, poi invece notai la sua presenza: ero in calzoncini e lui, postosi proprio dietro a me, me li ha abbassati, assieme alle mutande, doveva essere già col cazzo duro di fuori, perchè subito me lo ha infilato dentro, tutto contento.
Gli dissi:
“Che cazzo fai, non vedi che stiamo davanti alla finestra. Che ti prende? Fino ad ora siamo stati sempre discreti, oggi vuoi dare spettacolo? “.
E lui allora, senza venire fuori da me, ha preso la corda della tenda e l’ha chiusa immediatamente.
Così eravamo io che sporgevo dalla finestra e nascosto dietro la tenda era lui che si spingeva dentro di me.
E spingeva pure tanto.
Fu un’emozione forte, davvero: nessuno, pur guardando, poteva sapere che venivo inculato davanti alla finestra, e per di più da mio zio.
Al più si poteva intuire che stessi inculando il davanzale, viste le spinte che lui mi dava.
Più di una volta è successo che mi sono svegliato di notte perchè mio zio, dritto davanti al mio letto, con le mutande calate fino alle ginocchia, voleva che gli facessi un pompino svelto svelto.
“Visto che mi sono dovuto alzare per andare a pisciare, almeno mi diverto pure un po’”, mi diceva in quelle occasioni.
E io, più che mezzo addormentato, aprivo la bocca, tiravo un po’ fuori la lingua, e dopo un po’ mi bevevo la mia razione di sborra.
E tutto questo per noi era solo il preludio a tutto quello che ogni giorno avremmo fatto, appena trovavamo il giusto momento.
Era, come dire, l’antipasto delle grandi scopate che ci aspettavano.
La cosa più eccitante era proprio la complicità sessuale che si era creata tra noi, il voler trovare situazioni, occasioni, pretesti ai nostri infiniti giochi d’amore.
E naturalmente tutto nella più assoluta clandestinità.
Le nostre scopate si consumavano, come ho detto, soprattutto in casa, ma anche nel suo ufficio, ci scappavano delle sveltine.
Lui mi chiamava sul cellulare, quando aveva qualche momento libero, e io se potevo lo raggiungevo.
Entravo nella stanza dove lavorava, che non condivideva con nessuno, senza problemi, d’altronde ero e sono suo nipote, e una volta chiusa la porta, mi buttavo in ginocchio e mi ingoiavo il cazzo di mio zio, fino a farlo sborrare nella mia bocca, mentre lui mi infilava le dita nel culo.
Oppure mi tiravo giù calzoni e mutande, mi mettevo alla pecorina appoggiato alla sua scrivania, mi prendevo i suoi 20 e più cm di cazzo su per il culo e mi facevo montare.
Oppure sempre a culo scoperto, mi arrampicavo sulla sua poltrona e sopra di lui per poi scendere e impalarmi sul suo attrezzo duro e caldo.
E lui sempre senza troppo agitarsi e senza fare rumore, soffocando i gemiti e i sospiri di passione, entro poco tempo mi sparava i suoi sei o sette schizzi di sperma in profondità nel mio corpo.
Si ricomponeva, si risistemava, aiutava me a ripulirmi alla meglio e a rendermi presentabile, e mi accompagnava fuori.
In macchina invece accadeva spesso quando mi veniva a prendere all’uscita dell’università, o dalla palestra.
Le nostre strusciate, i nostri strofinamenti cominciavano quasi subito: io più spesso gli mettevo una mano tra le gambe e gli massaggiavo le palle e il pisello attraverso i pantaloni; lui più spesso portava la sua mano sotto la mia coscia con le dita mi tampinava il culo.
Poi ci appartavamo in qualche posticino isolato.
Se c’era veramente poco tempo io gli aprivo la patta dei pantaloni, gli scostavo le mutande e gli liberavo il cazzo, per poi prenderlo in custodia nella mia bocca, coccolandolo fino a fargli tirare fuori tutto il succo che aveva.
Se invece il tempo non ci mancava ma volevamo concludere prima di arrivare a casa, allora facevamo scendere i sedili e io salivo sopra di lui e mi facevo montare per bene.
A casa, come dicevo, ogni occasione era buona e pure ogni posto era buono.
Tuttavia il nostro rapporto non era alla pari.
Per le mie sborrate, insomma, dovevo pensarci da solo.
Lui spesso mi allisciava, mi si strofinava contro, ma non si era mai occupato del mio appagamento, non mi aveva mai toccato il cazzo o le palle, se non distrattamente, senza intenzione.
E io mi tiravo seghe a non finire, sia durante i nostri coiti, sia da solo, senza lui, quando ripensavo a quello che avevamo fatto e a quello che avremmo fatto in futuro.
Io subivo un attrazione innaturale per le mutande che lui si toglieva, ambrate di urina, e a volte chiazzate pure di sperma.
Me le indossavo e poi ci venivo dentro, strofinando il cazzo sul materasso del letto, oppure usandole per pulirmi il cazzo dopo essermi tirato una sega.
Visto che comunque il bucato lo facevo molto più spesso io per entrambi, era facile non farglielo sapere.
Forse la colpa della sua mancanza di attenzioni nei miei riguardi era stata mia, gli avevo proposto di essere io la sua puttana, non anche lui la mia.
Tra noi c’era un grossissimo feeling sessuale, ma non c’era sentimentalismo.
Al di fuori della nostra intesa a letto, il rapporto zio-nipote, quello vero, di tutti i giorni, sebbene agli occhi di terzi l’evidenza dimostrasse il contrario, non era veramente cambiato.
Voglio dire, non c’era ancora quella complicità, quella comunicazione a 360 gradi che invece avrei sempre sperato di avere con lui.
Per lui come per me era un meraviglioso sfogo.
Lui aveva bisogno di soddisfare i suoi appetiti sessuali, io morivo dalla voglia di scopare con lui, per cui eravamo tutti e due felici e contenti.
Comunque non potevo proprio lamentarmi, e magari in futuro le cose sarebbero cambiate, sarebbero evolute.
E in effetti qualcosa accadde.
Un giorno, eravamo tutti e tre a tavola, c’era anche la sua compagna, mio zio disse che sarebbe dovuto andare qualche giorno, o forse una settimana, fuori città per lavoro.
Naturalmente propose alla sua compagna di accompagnarlo, visto che si tratteneva fuori più spesso del solito, ma lei rispose che non sarebbe potuta andare per suoi impegni di lavoro.
Con mia grande sorpresa lei stessa propose che magari potevo accompagnarlo io, se volevo, visto che i miei esami li avevo passati con soddisfazione.
Non sapevo cosa rispondere..
Guardai mio zio negli occhi, per capire se gradiva o meno.
Perchè non me lo aveva chiesto lui direttamente?
Perchè non subito?
O forse sapendo degli impegni della compagna, era stata una mossa studiata e programmata, per avere me invece che lei?
I suoi occhi mi risposero: mi fece l’occhiolino e mi guardò con lo sguardo da mandrillo che aveva sempre quando godeva.
Partimmo il giorno dopo.
Il percorso lo abbiamo fatto in macchina.
Durante il viaggio non abbiamo parlato molto.
Ad un certo punto io gli dissi:
“Non speravo che capitasse un’occasione come questa, sai, anzi ancora non mi sembra vero.
Così possiamo passare un po’ di tempo io e te soli, senza la preoccupazione di venire interrotti o scoperti. Solo io e te. Non è fantastico? “.
“Anche io sono contento che tu sia venuto con me” rispose.
E allungò la mano destra per prendere la mia mano sinistra e portarsela tra le gambe: me la sistemò sul suo cazzo e attraverso la mia mano se lo massaggiò beatamente.
“D’altronde non capita a tutti di portarsi la propria puttana preferita in vacanza su invito della propria compagna, o no? ” disse, allungando l’occhio dalla mia parte e facendo una risata sorniona.
Cazzo, era sempre bello duro.
E sempre pronto a farsi succhiare o a essere strizzato dentro a un culo.
“Dai vai giù di bocca, adesso, mentre sto guidando. La strada è libera e non c’è nessun pericolo. Su, bello mio”.
Così mi sono spinto con la faccia sopra di lui, gli ho liberato la bestia, gliel’ho completamente scappellata e me la sono ficcata in bocca.
Ho preso a leccare con la punta della lingua il prepuzio, il buchetto per pisciare, poi sotto il glande, e poi sprofondavo giù verso la base che non riuscivo di certo a raggiungere con la bocca, ma che strofinavo con le mani.
“Oh sì, bravo, sì, ancora. Sei proprio bravo, dai sempre grande piacere a zio tuo, vero? ” diceva, in estasi.
Ogni tanto la macchina sbandava leggermente, ma lui ne riprendeva subito il controllo.
Sbandava o perchè lui lasciava il volante in preda a ondate di piacere o perchè spingeva troppo a fondo il pedale dell’acceleratore per il troppo godimento del momento.
Anche quella mattina feci il pieno del suo succo.
Ci fermammo ad un autogrill.
Prendemmo qualcosa da mangiare e dopo il pranzo fui io il primo ad andare al cesso, mentre lui rimase ad aspettarmi fuori.
Quando tornai mi disse che anche lui doveva andare a pisciare, così gli dissi: “Allora entra nel primo gabinetto a destra, dove sono andato io”.
“E perchè? ” mi fece lui.
“C’è una bella pagina di vita dei froci dietro la porta e sui muri di quel cesso. Tu leggi quello che c’è scritto, è parecchio interessante” gli risposi.
“So cosa può esserci scritto in quei posti. Fino ad ora non vi ho mai dato importanza, anzi mi facevano quasi schifo, sai” mi disse.
“Io credo che adesso cambieresti idea, invece.
Arraparato come sei, sono sicuro che risponderesti a tutti i messaggi che trovi sul muro, e che ti fotteresti pure il primo frocio che ti capita a tiro” gli risposi.
“Non il primo, ma il mio preferito. Dai vieni pure tu, entra insieme a me. Mi è venuta di nuovo voglia” concluse.
Nei cessi pubblici non c’era ancora capitato di farlo.
“Perchè no”, pensai.
Per fortuna non c’era gente nella toilette, così potemmo entrare nello stesso gabinetto senza essere visti.
“Lo voglio fare qui dentro, recitando” mi disse. Io mi abbassai i calzoni e le mutande, lui si abbasso i suoi calzoni e le mutande.
“Che vuol dire “recitando”? ” gli chiesi io.
“Appoggia le mani al water, abbassa la testa e rilassa il buco del culo. Ti recito quello che c’è scritto mentre ti inculo” fece lui.
E cominciò: a muoversi dentro e fuori dal mio culo, e a recitare quelle poesie scritte sulla porta e quei graffiti incisi sui muri.
Lesse e commentò:
“Succhio cazzi con ingoio.. .
Breve ma esplicativo.
Cerco cazzo grosso, giovane, possibilmente di camionista, anche non troppo pulito, che mi sganasci la bocca e mi rompa il culo.. .
Un tipo romantico, devo dire.
Offro 19 cm di cazzo da monta.. .
Questo non mi interessa.
Cerco maschi in divisa, specie se muscolosi e pelosi, no gay, no effemminati, ho un culo grosso che voglio riempire di cazzi.. .
Non ho la divisa, ma il resto c’è tutto.
Che dici tesoro, gli rispondiamo? ” e così via, li ha letti e commentati tutti, il porcone.
Quando aveva finito di leggere tutto, mi inondò il retto di sperma.
Era veramente inesauribile.
Comunque dopo quella sosta e relativa scopata, siamo ripartiti.
Arrivammo a destinazione la sera tardi e ci sistemammo in albergo, nella stessa stanza, con due letti separati.
Quei due letti divennero subito un unico lettone matrimoniale.
Mi sentivo come se quella settimana fosse la nostra luna di miele.
Non so mio zio, ma io mi sentivo e paragonavo noi due come a una coppia di novelli sposi alla loro prima notte di sesso sfrenato.
E quella notte fu infatti da raccontare.
Anche se eravamo entrambi stanchi per lo stress del viaggio, io non vedevo l’ora di scopare, e di farlo per tutta la notte.
Ci spogliammo a vicenda, ma velocemente.
Dalle dimensioni del cazzo che sfoderò dalle sue mutande, era chiaro che pure lui non aspettava altro.
“Salta sul letto e mettiti a quattro zampe, tesoro mio. Parami bene il culo. Questa sarà la nostra notte” mi disse.
Eseguii i suoi ordini, e spalancai le chiappe.
Anche lui montò sul letto; non si inginocchiò ma rimase in piedi, a gambe larghe, si fece sopra di me, si abbassò per ficcarmelo dentro il culo e mi montò come fanno gli animali, le sue braccia strette attorno alla mia vita, la sua faccia incollata alla mia nuca.
Ogni tanto mi dava un piccolo morso sensuale al collo. Lo immaginai come un leone intento a copulare la sua femmina e a darle piacere.
Come al solito all’inizio, l’entrata di quel bastone d’acciaio che è il suo cazzo in erezione non mi procurava subito piacere, ma dopo un po’ mi mandava proprio in paradiso.
Non volevamo far finire presto quella nostra prima scopata da sposini, e quindi non fu così impetuoso come di solito era; spesso rallentava il ritmo delle sue inculate, per poi riprendere aumentando il piacere proveniente dal suo cazzo stritolato nel mio culo.
Lui spesso si lasciava andare sopra di me, e il suo peso e quei muscoli guizzanti e tesi per l’amplesso non erano proprio leggeri da sostenere, specie se mentre lui stantuffava il suo cazzo in me, io volevo prendermi cura del mio cazzo.
Gli proposi di distenderci lunghi sul letto, io sotto e lui sopra, così lui poteva spingere quanto voleva e io potevo strofinare il mio uccello sul materasso.
“Bella idea” mi rispose.
Senza che lui fuoriscisse da dentro me, ci sistemammo lunghi sul letto; io mi ficcai un cuscino sotto il ventre per tenere alto il culo in modo che fosse più facile per lui muoversi dentro e fuori di me.
Non l’avevamo mai fatto così.
La sensazione del suo corpo, sudato e caldo, peloso e muschiato, a contatto col mio, più piccolo e meno possente del suo, fu fantastico.
I peli del suo petto solleticavano la mia schiena, il suo respiro forzato sul mio collo, e dietro le mie orecchie, tutto era di una sensualità pazzesca.
Con le sue manone mi toccava dappertutto, e poi arrivava e ficcarmi le dita in bocca perchè gliele succhiassi.
Poi si alzò sulle braccia, e cominciò a ficcare sempre più forte, quasi volesse sprofondarmi dentro e non uscire più.
Si spalmava su di me come si spalma la nutella su un pezzo di pane.
Senza bisogno di fare alcun movimento, con le spinte che lui dava, anch’io stavo fottendo il cuscino che avevo sotto di me.
Fu, come al solito, un coito selvaggio.
Con qualche difficoltà, i nostri spurghi furono contemporanei, sincronizzati.
Sembrava che la sua sborra schizzasse direttamente sul cuscino sottostante, passando per il mio culo e per il mio cazzo.
A quel punto eravamo felicemente sfiniti.
Massimo si tirò fuori da me e si rotolò ad un lato del letto per riprendere fiato.
Il giorno successivo, naturalmente lui aveva da lavorare.
Non ci vedemmo dalla mattina fino al pomeriggio.
Quando tornò mi fece questa proposta:
“Che ne dici se andiamo a rimorchiare una puttana e facciamo qualcosa a tre? Sai che sono innamorato del tuo culo e della tua bocca, ma ho bisogno di un culo senza peli e di una bocca che non mi punga con la barbetta”.
“Io non ho mai scopato con una donna! ” gli dissi.
Mi rispose:
“Forse è arrivato il momento in cui dovresti provare. Poi l’hai detto tu, un buco vale come un altro, o no? “.
Per amore suo, acconsentii.
Aspettammo la sera e uscimmo per rimediare una puttana.
Sapevo che a lui piacevano col culo grosso e con grossi seni.
Naturalmente feci scegliere a lui.
Ci accordammo per una prestazione a tre.
Tornammo in albergo, salimmo in stanza, e in men che non si dica eravamo tutti e tre nudi pronti per l’amplesso.
Io mi sedetti ai piedi del letto, con un’erezione già vistosa.
Lei subito mi si avvicinivò e, sistemandosi tra le mie gambe, si prese in mano il mio uccello e se lo ingoiò.
Al tempo stesso mi stava tirando una sega e mi succhiava dalla punta fino a dove arrivava.
Quel porco di mio zio, invece, le disse di tirarsi sù dalla posizione inginocchiata che aveva assunto, e prese a leccarle quella gran fica che aveva tra le gambe.
Disse, infatti:
“Sentivo proprio la mancanza del profumo di una grossa fica. E tu sei veramente grossa”.
La sua lingua era entrata in quella caverna pelosa e non usciva più, per quanto spazio c’era da esplorare lì dentro.
Stavamo già godendo, io e la troia.
Lei mi solleticava il cazzo con la punta della lingua come immaginavo stesse facendo mio zio dentro la sua vagina.
Poi Massimo si stancò di usare la bocca, e quindi si sistemò sul letto accanto a me e chiese di essere spompinato pure lui.
La ragazza allora divise i suoi favori tra tutti e due.
Eravamo seduti sulla sponda del letto, io e mio zio, a contatto di cosce, i nostri cazzoni che svettavano all’aria, e che facevano a gara per contendersi la bocca della troia.
Lei guardò i nostri arnesi attentamente e infine disse che si somigliavano moltissimo, anzi sembravano quasi lo stesso cazzo.
E deve essergli piaciuto molto visto che si tuffò come un’indemoniata a spompinarci alternativamente.
Per qualche secondo stantuffava sul mio uccello e poi passava su quell’altro, per poi ritornare al mio, e così via.
Sia io che mio zio, da parte nostra, ci tenevamo l’uccello alla base, con entrambe le mani, in modo da offrirle tutta la lunghezza disponibile.
E lei si ficcava in gola proprio tutto.
Dopo un po’ la ragazza ci disse di alzarci sulle ginocchia e di avvicinarci ventre e ventre in modo che potesse prendersi in bocca i nostri due cazzoni insieme.
“Bella trovata”, disse mio zio.
In ginocchio sul letto, ci sistemammo incollando i nostri fianchi e avvicinando i nostri cazzi, mentre lei si abbassò e li afferrò entrambi con le mani per ficcarseli in bocca e dare lunghe leccate e gustose succhiate.
Eravamo tutti e due con i cazzi in tiro, lucidi e sanguigni. Erano cresciuti a dismisura e ora svettavano nell’aria per incontrarsi.
Con le mani esperte ci dava una stiratina alla base del cazzo e alle nostre palle rigonfie e nella sua bocca la sua lingua correva veloce a lisciare il nostro glande, i buchini per pisciare, la base della cappella.
Così facendo, per la prima volta dall’inizio della nostra relazione, i nostri cazzi si strofinarono a vicenda, si toccarono, si baciarono.
Fino ad ora non avevano mai fatto una conoscenza così approfondita, e chi ne godeva di più, strano a dirsi, era proprio Massimo.
Lo si vedeva chiaramente dai suoi occhi.
La ragazza era valida, sia di bocca, sia di mani, sia di culo.
Sapeva come muoversi.
Proprio in uno di quei momenti di chiara eccitazione, mio zio allungò una mano e passando dietro la mia schiena la piazzò sulla mia chiappa e ne diede una strizzatina forte e decisa.
Poi si insinuò con le dita tra l’apertura delle natiche e me le ficcò nel culo.
Io feci un po’ di movimento per aiutarlo nell’azione di penetrazione e subito sentii il piacere e il godimento del massaggio alla prostata che mi stava dando con le dita.
Come al solito il mio cazzo reagì con un’ulteriore impennata, e la ragazza se ne stupì veramente. Pensava che fosse per il bel lavoretto che mi stava facendo.
L’esplorazione anale che mio zio mi stava facendo continuò per qualche secondo, e fu meravigliosa.
Di lì a poco avrei sicuramente sborrato, mentre io volevo che quella serata durasse il più a lungo possibile.
Così mi ritirai dalla bocca della ragazza e dalle dita insaziabili di mio zio e mi buttai di schiena sul lettone.
“Ehi, rallentiamo un attimo, non ho voglia di venire subito” dissi.
Anche mio zio si distese accanto a me e la ragazza si sistemò tra di noi sul lettone.
Molto lentamente ci riprese i nostri uccelli in mano e con pazienza ce li smanettò con cura e dovizia.
Ci massaggiava le palle, arrivava ai capezzoli per stuzzicarli.
Era brava.
A quel punto mio zio se ne uscì sussurrandomi:
“è ora che cominciamo a scoparla veramente, questa qui. Non vedi come è affamata? Facciamo un’ammucchiata. Io mi prendo il culo e tu la fica”.
Eseguii il suo ordine. Sdraiato sul letto, la avvicinai a me e le feci segno di venirmi sopra.
Lei montò su di me e afferratomi il cazzo, si impalò sul mio arnese dalle dimensioni invidiabili.
Il porcone invece si posizionò sopra di noi, a gambe larghe e abbassandosi la penetrò da dietro fino ad arrivarle nell’intestino.
La sensazione che provai nel metterglielo nella fica fu strana. Io preferivo sentirmi il cazzo bello stretto, invece quella aveva la fica molto larga e spanata.
Ero comunque sempre molto eccitato nel vedere mio zio che, assatanato di sesso, allegramente e potentemente entrava e usciva da quel culo.
Nonostante tutto quello che avevamo fatto, mi sembrava che solo così, in quei momenti, mio zio pensasse di condividere con me un’intimità e un’intesa sessuale mai provata.
Io mi immaginavo di arrivare a toccare con il mio cazzo il suo, attraverso quella ragazza, il cui corpo costituiva per me solo il veicolo per arrivare a lui.
Entrambi avevamo una stretta presa su di lei, per insinuarci sempre più profondamente nel suo corpo.
Lei, da troia esperta quale era, gemeva e mugolava come una cagna, e si dimenava per quello che poteva, visto che era stretta nella morsa dei corpi di mio zio e mio.
Anche quella situazione era molto eccitante e godevo come un matto, fantasticando con l’immaginazione.
Però mio zio era evidentemente troppo pesante per lei, o comunque ci dava dentro in modo troppo prepotente visto che di lì a poco, lei disse di cambiare posizione.
In breve rotolammo sul letto ed io e mio zio ci scambiammo posizione, mentre lei rimase sempre in mezzo a noi:
Massimo sotto, disteso di schiena, lei a gambe divaricate col cazzo di mio zio ficcato nel suo ventre, io sopra tutti col mio uccello sprofondato nel buco del culo di lei.
Ricominciammo a pompare come dannati.
Ogni tanto fuoriuscivo dal suo culo e riuscivo a ficcare il cazzo nella sua fica, per fare compagnia al cazzo di mio zio; di spazio, tanto, ce n’era.
E così mi capitò per la seconda volta in quella serata, di strofinare il mio uccello con quello magnifico di Massimo.
I nostri cazzi non si erano mai trovati in contatto così, e mai intenzionalmente.
Poi ritornavo a montarla dalla porta posteriore.
Ogni tanto le manone di mio zio arrivavano ad accarezzare la mia schiena, arrivavano all’altezza delle mie chiappe, e me le massaggiava.
Quel lettone non smetteva un secondo di cigolare e di sbattere contro il muro.
Cambiammo ancora posizione: eravamo affamati di provarle tutte.
In ginocchio tutti e tre sul letto, facemmo un sandwich di carne umana, con la nostra bella sempre in mezzo.
Poi invece successe qualcosa di magico.
Le braccia di mio zio prima presero a sfiorarmi e poi mi strinsero verso sè, schiacciando la ragazza tra noi due.
A quel punto eravamo stretti in un abbraccio sessuale tra me e mio zio.
Abbraccio che si concluse con la sua lingua che cercava di farsi largo nelle mie labbra.
Prima che io potessi fare nulla, mi ha dischiuso le labbra e con la punta mi ha esplorato tutta la bocca per poi arrivarmi in gola.
Non era mai successo nulla di simile durante i nostri incontri sessuali. Ma neanche mai era capitato di trovarci a respirarci in faccia!
A quel punto per me la ragazza era come sparita, svanita nel nulla.
Ora eravamo tutti e due a spingere, ma non per prendere piacere da quella donna, dal suo corpo, bensì per entrare in contatto sempre più stretto, per compenetrarci, per unirci.
Le nostre lingue si intrecciavano e si leccavano, ci spazzolavamo a vicenda l’interno delle nostre bocche, sigillando le nostre labbra in un unico, interminabile bacio.
La ragazza però si lamentò della nostra esuberanza, delle nostre maniere, e ci scostò a entrambi.
Disse che era d’accordo a scoparci tutt’e due, ma non in quel modo violento.
Non avevamo intenzione di slegarci da quell’abbraccio, non avremmo smesso mai se non per riprendere fiato.
Lei invece ci separò e si scansò.
Prendemmo a baciarci e a slinguazzarci di nuovo, con una passione e un delirio maggiori di prima.
Intanto ci avvicinavamo di più l’uno verso l’altro.
Ad un certo punto, non solo le nostre bocche erano cucite assieme, ma anche le nostre braccia, e poi i nostri corpi erano stretti, incollati tra loro, alla ricerca di contatto, per soddisfare la nostra fame di piacere.
La ragazza si era veramente stranita e ci minacciò di andarsene.
Noi non trovavamo nulla di male in quello che stavamo facendo, anzi; ma lei non era della nostra opinione.
Lei si stufò definitivamente di noi, e cominciò a prenderci a parolacce, ci mandò al diavolo, di diede dei froci, dei pervertiti, dei malati.
Quello che ci disse, però, non ci offese per niente, anzi ci divertì e ci eccitò ancora di più, se mai fosse possibile.
All’improvviso Massimo se ne uscì dicendo:
“Pensa, bella mia, che questo gran finocchio che tra poco mi scoperò fino a sfinirmi, è pure mio nipote. Ed è la mia puttana preferita”.
Scoppiammo tutti e due a ridere come pazzi.
Mio zio le diede dei soldi in più, oltre a quelli che avevamo concordato, perchè se ne andasse da sola, senza che la riaccompagnassimo dove l’avevamo rimorchiata.
Per me non ce ne sarebbe stato neanche bisogno: era veramente schifata da tutto quello che avevamo fatto e da quello che aveva sentito.
Al volo si prese i soldi e le sue cose e se ne uscì dalla nostra stanza salutandoci con un sonoro “Vaffanculo, brutti froci figli di puttana”.
Non smettevamo di ridere per la scena della ragazza.
Ci ritrovammo soli, uno di fronte all’altro, arrapati come due sedicenni, e con i nostri cazzoni che aspettavano di ricevere la giusta soddisfazione.
Riprendemmo fiato, finalmente.
“Dai, mettiti sdraiato sul letto, sotto il mio uccello e prendimelo in bocca, come solo tu sai fare”, disse il porco.
Così feci. Lungo sul letto, mi piazzai tra le gambe allargate di mio zio, sotto le sue palle gonfie, mentre lui era in ginocchio sul letto.
Così posizionati, si abbassò piano piano, premendo con la mano sul ventre per schiacciare il suo uccello verso il basso e introdurlo nella mia bocca golosa.
Entrò molto sensualmente nell’ovale delle mie labbra.
Ed io lo accolsi con tutte le premure del caso: la mia lingua era come un guanto cucito addosso a quell’uccello del paradiso.
E poi gli diedi il più bel pompino della sua vita.
Nonostante non lo credessi possibile, questa vicenda ci aveva dato nuovo vigore, nuove emozioni, una nuova complicità.
Tuttavia non mi venne in bocca.
Quando fu vicino all’orgasmo su ritirò da me.
“Voglio schizzarti nel culo” mi disse.
“Tutto quello che vuoi, per te” gli risposi.
Adesso si distese lui lungo sul letto, e io mi accovacciai sopra di lui, fino a prenderlo dentro di me.
Da subito volle che io molleggiassi molto allegramente sulla sua mazza, mentre lui mi cingeva i fianchi con le mani.
Io non potevo resistere a stare con le mani in mano e iniziai subito a masturbarmi.
Più di una volta lasciai sfuggire il suo cazzo dal mio culo, per l’agitazione con cui mi muovevo sopra di lui, ma prontamente lo ripresi e lo inghiottii tutto dentro.
Proprio quando vidi il corpo di mio zio irrigidirsi e inturgidirsi, mi tirai su, “sputando” il suo cazzo e mi riabbassai senza rimetterlo dentro.
Allora glielo presi con una mano, mentre con quell’altra continuavo a smanettare il mio uccello.
Scivolai vicino a lui, a contatto con le sue cosce pelose, e avvicinai i due piselli, facendo baciare le nostre cappelle, le nostre palle, e questa volta con tutte e due le mani li allisciai vellutamente ma decisamente, per portarli infine alla eiaculazione.
E i nostri spurghi furono simultanei.
Schizzammo in aria densi fiotti di brodo opalino, che atterrarono dovunque sul nostro corpo e sulle lenzuola, già fradice di sudore.
I nostri schizzi si confusero sia in aria, sia quando caddero.
E questo mi risultava molto eccitante: la confusione della nostra sborra, il mescolamento dei nostri semi, per formare un unico, goloso, succoso, dolce-amaro prato pulsante di vita.
Svuotate le sue palle, mio zio sprofondò senza più fiato sul cuscino. Svuotate le mie palle, io mi buttai disteso sul letto, accanto a lui.
Stavo riprendendo fiato, calmando il mio respiro, cercando di ricomporre i miei pensieri, quando sentii la sua manona scorrere sul mio corpo viscido, lucido e colloso.
Una mano calda, potente ma delicata, che prese a cercare sulla mia pelle i laghi formati dal nostro sperma.
Molto sensualmente si mise poi a impastare le sue dita con il nostro succo, spalmando la sua mano fino a insudiciarsi.
Era maledettamente sensuale e rilassante, il massaggio che mi stava dando.
E al tempo stesso dolce e paterno. Io lo fissavo senza dire nulla.
Questo suo massaggio sessuale era iniziato dalle mie cosce, per passare sul mio inguine, che cominciava a dare segno di risveglio, quindi arrivare sul ventre, lo stomaco e il petto.
A quel punto, con la mano e le dita sporche di sperma, mi arrivò all’altezza della bocca, e qui si fermò.
Non so se era quello che desiderasse, ma io per istinto tirai fuori la mia lingua di nuovo avida di lui, e cominciai a leccare via ogni traccia del nostro amplesso dal palmo della sua mano, e poi dal dorso della sua mano.
Dopo ogni leccata, gustavo quel cocktail denso di umani sapori e aromi, assaporando ogni più piccola goccia disponibile.
Quando avevo quasi terminato di ripulirlo, sempre in assoluto silenzio, mi fece cenno di fermarmi, di chiudere la bocca, e avvicinandovi le sue dita, me le fece spompinare una ad una, lentamente e suadentemente.
Ed io mi ci impegnai veramente a succhiare tutte e 5 le dita, grosse come cazzi di un uomo normale.
Alla fine del mio lavoro di bocca, quella mano avrebbe risplenduto e luccicato molto più che una lunga e saponosa lavata di mani.
D’improvviso mio zio sfilò dalla mia bocca il dito che stavo lustrando, e avvicinò il suo volto, portandolo direttamente sopra il mio.
I miei occhi non mollarono un istante i suoi, e per un tempo che a me sembrò eterno,
rimanemmo così vicini che mancava un soffio per un contatto.
Sembrava che volesse rubarmi il respiro, o che volesse respirare la mia stessa aria, o che volesse farmi respirare la sua.
Mentre io avevo proprio smesso di respirare, e sentivo solamente il suo soffio caldo sul mio volto.
Stavo quasi per soffocare per la mancanza di ossigeno, quando incollò le sue labbra alle mie, e srotolò la sua lingua dentro la mia bocca, per giungere ad intrecciarla alla mia, lavandone via le ultime tracce del nostro amplesso.
Io lo lasciai fare, semplicemente perchè non sapevo cosa fare.
E continuava a ficcare questa lingua guizzante nella mia cavità orale, esplorandone ogni angolo, accompagnata in questo viaggio dalla mia lingua che seguiva la sua desiderosa e filiale.
A quel punto avvicinò anche tutto il suo corpo al mio. Io allargai le mie gambe per accoglierlo, per confortarlo.
E lui vi si posizionò in mezzo, e mi sovrastò con tutto il suo peso.
Il mio corpo era completamente bisunto di sperma, mentre il suo ne era cosparso abbondantemente, quasi come la pelle maculata di un felino.
Abbassò il suo corpo possente sul mio, ma non sentii il peso che mi soverchiava.
Ero troppo rapito dal ultimissimi eventi; troppo coinvolto nel considerare tutte le sfumature che questi ultimissimi gesti implicavano e avrebbero comportato nel nostro futuro rapporto.
I nostri corpi erano a quel punto uniti assieme. FINE

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Mi piace partecipare al progetto dei racconti erotici, perché la letteratura erotica da vita alle fantasie erotiche del lettore, rispolverando ricordi impressi nella mente. Un racconto erotico è più di una lettura, è un viaggio nella mente che lascia il segno.

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