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Storia mora

Non potei esimermi dal raccontare alla mia "sorellona" adottiva la nuova avventura accorsami: oramai era così. Uno strano rapporto di confidenza, dove la cara cicciona Carmen sembrava vivere attraverso di me le avventure in una vita frustrata.
Le raccontai di come quella gita aziendale era cominciata in un modo inimmaginabile: la sera del ballo inaugurale la storia con Lara, che lei aveva spiato insieme a Sara e Manuela; la mattina Sara che aveva voluto sostituirsi in tutto a Sara.
<A quando Manuela?> chiese Carmen.
<Spero presto>
<Ma Anna che dice? La vedo in giro sempre più nera.>
Mentre Manuela era la terza delle tre amiche porcelline, (avevo notato che si scambiavano commenti sul mio "pacco", Anna era la morettona che mi aveva irretito in ufficio e mi aveva sempre stuzzicato senza mai concedermi niente. Era però anche l’involontaria causa del mito che si era formato su di me ed aveva provocato le tre porcelline.
<Ti ho sempre detto che non c’è mai stato niente con lei. Spero che adesso, visto che a te racconto tutto, mi creda>
<Sono proprio contenta, perché non l’ho mai potuta patire con le arie che si dà, così patisce un po’> <Veramente, finora, ha fatto patire me. Anche se ormai non me ne frega più niente.>
<Adesso è lei che patisce, dammi retta. Di Sara non si sarà accorta, ma di Lara di sicuro, visto come si strusciava a te mentre ballavate e visto che siete scomparsi assieme. Poi, di sicuro, ha visto che non la cachi più neanche un po’. Questo è senz’altro uno smacco per la fatalona del bronx!>
Ero sdraiato sulla spiaggia a prendere il sole. Lei era poco distante da me.
Sembrava l’idealizzazione di una spagnola. I lunghi capelli neri, lucidi come le penne di un corvo, giacevano sparsi sul telo colorato da mare. Creavano su di esso lunghe e soffici onde nere.
Una Tzigana. Una di quelle stupende fusioni di donna mediterranea al di qua e al di là delle colonne d’Ercole.
Il naso, dritto, lungo e sottile, separava gli occhi, che teneva chiusi. Come erano nere e lunghe le sue ciglia! Non c’era traccia di mascara, non oggi lì sulla spiaggia, ma chi aveva pensato a produrlo aveva pensato a lei.
Ora socchiude un attimo gli occhi. Pozzi neri e profondi, ma lucidi da riflettere l’universo intero.
La sua pelle castana, di donna mediterranea, brillava al sole in un rimescolio di oli solari e di goccioline di mare.
Il petto si sollevava lentamente ad ogni respiro, risaltando il seno ampio e pieno, leggermente divaricato e steso dalla posizione sdraiata, a mostrare la sua piena naturalezza. Di che colore saranno stati i suoi capezzoli? Immagino scurissimi e dalla aureola ampia.
Per quanto il sopra del costume di un peccaminoso rosso lasciasse intravedere ampia parte di quelle vette calde e tremule, niente traspariva delle dolci aureole.
Dopo il dolce declivio dei seni, iniziava ad assottigliarsi la vita, in quella forma che tanto è cara ai liutai.
Il ventre era piatto, quasi incavato per la sporgenza delle ossa pelviche, ma sapevo che questa era l’impressione data dalla posizione. Quando si alzava, per recarsi al mare a rinfrescare la pelle, una dolce curvatura da venere antica le configurava il ventre, dando l’impressione che il suo corpo fosse stato disegnato in ogni luogo da un giudizioso compasso.
I fianchi si allargavano notevolmente, da donna nata per partorire. Eppure la curvatura di aggancio con le cosce da sana ragazza di campagna era perfetta. Non creava alcun cuscinetto o stacco improvviso. L’aiutava, nella perfezione delle forme, la statura. Circa 1,70. Quando l’avevo vista con i tacchi, al ballo, era alta quasi quanto me.
Le gambe terminavano con un ginocchio levigato ed un polpaccio tornito, sotto il quale s’affusolava la caviglia. I piedi erano dolci e giovani.
Le ossa pelviche impedivano all’elastico delle mutandine di aderire al corpo, nel leggero varco si vedeva l’inizio di una ricciuta foresta nera.
La vedevo in un vestito rosso fasciante il busto e dall’ampia scollatura, con una gonna ampia e lunga tutta pizzi rossi e neri, ballare su di un palco di legno appena illuminato le vivaci ed erotiche note del Bolero di Ravel. Ammiravo, nel sogno ad occhi aperti, il suo ampio seno sudato e le sue sane e brunite gambe che, a tratti, i vortici della danza lasciavano scoperte.
Perché una simile bellezza si teneva nascosta con pantaloni mai fascianti e maglie o camicette ampie?
Non mi ero accorto che era la più bella delle tre.
Ecco che si reca nuovamente all’acqua. Torna e si sdraia supina. Che spalle morbide e che schiena vellutata! Anche le braccia sono piene, da ragazza di campagna, ma a me piacciono così.
La sua schiena, dopo aver creato una valle che declina nella sua spina dorsale, si innalza in un dolce colle, che ridiscende verso le belle cosce.
Devo girarmi a pancia in giù. Non solo la mia erezione è ben visibile, ma ho gli slip da nuoto e se non fosse per lo spago al posto dell’elastico rischierei di veder saltare fuori tutta la mia ammirazione per lei.
Fatico ad incavarmi, muovendomi, nella sabbia per giacere comodo.
Mi ero aspettato, dopo le due esperienze precedenti con le sue amiche, che anche lei mi cadesse tra le braccia come una pera matura. Invece è fredda e scostante. Ogni mio tentativo d’approccio, o di semplice cortesia non ha ricevuto che freddi monosillabi. Eppure Manuela ed io abbiamo spesso chiacchierato in ufficio. Sono una di quelle persone che devono stare attente a non eccedere, perché tendono a diventare logorroiche. Lei, invece, sembrava spesso stimolarmi addirittura a parlare. Mi chiedeva spesso
Ecco un gruppo di colleghi e di colleghe che, con un pallone, sta per entrare in acqua.
C’è anche Anna, finora scocciata per il mio correre dietro a queste tre grazie quando era abituata ad avermi sempre tra i piedi come cavalier servente al seguito, agognante di un gesto di riconoscenza che non giungeva mai.
Anna si volta e mi guarda: <Giovanni, andiamo a fare il bagno, vuoi venire?>
Già sono su sui gomiti e la bocca si è aperta a dire "arrivo" che arriva alle mie alle mie orecchie la calda voce della spagnola: <Prima mi daresti l’olio sulla schiena, per favore?>
E sento la mia voce mentire <Ho mangiato da poco. Più tardi, casomai>
Faccio appena in tempo a vedere la faccia delusa e scocciata di Anna, prima che si giri verso l’acqua, che già sono dietro la più bella delle more (anche Anna è mora di capelli).
Mi porge la boccetta e poi inclina la testa in avanti, facendo sipario al volto con i capelli, mente si tiene poggiata sui gomiti, gli avambracci incrociati sul petto a trattenere le coppe del reggiseno.
<Slaccia il reggiseno, per cortesia>
Verso l’olio e, con esitazione, giungo a toccare quella pelle infuocata. Morbida, liscia, elastica. Non so quanti aggettivi mi passano per la mente. Sfioro le spalle, il collo, la schiena. Ovunque vorrei porre le mie labbra. Arrivo ai lombi morbidi e curvi, alla fine della sua schiena. Vorrei intrufolare le mie dita dentro quelle mutandine, impossessarmi di quei globi pieni.
Mi sono sbagliato in pieno. E’ lei, senza ombra di dubbio, la più bella delle tre amiche. Anzi, non ha paragoni in tutto l’ufficio e in tutta la mia memoria. Il paradiso e l’inferno si sono congiunti in una visione celestiale e peccaminosa.
Spero che non si giri, non è possibile non notare la mia eccitazione.
<Aggancia il costume, grazie>
Si gira per farsi riconsegnare la boccetta dell’olio. Sono sicuro che il suo sguardo passa anche sul davanti del mio costume, ma è impossibile capire i pensieri di quello sguardo profondo.
Parrebbe il momento per rompere finalmente questo ghiaccio, invece torna a rispondermi con "si", "no" e talvolta non fatica ad aprire la bocca: sono solo mugolii di assenso.
Non ho voglia del mare, non ho voglia del sole. Mi alzo, vado in camera, faccio una doccia e mi sdraio sul letto a pancia in su. E stato così facile con …. E con …., perché lei, che pure sembrava avere un atteggiamento identico alle altre mi evita? Eppure è la più libera delle tre. Le altre sono sposate e lei, attualmente, non mi risulta abbia nemmeno un fidanzato. Questo però è strano. Una ragazza di 24 anni, così bella. Fosse una molto "libera" potrei pensare che non vuole legami fissi. Ho vuole proprio questo, un legame fisso con me? Bisogna che indaghi. Io cosa voglio? Certo che ora, appena divenuto di botto sciolto con le donne, dopo anni di castrante timidezza, impelagarmi in una relazione fissa… ma come è bella!
Arriva l’ora di cena. Tra le varie tavolate vado verso quello dove siedono Carmen, Sara, Lara e Manuela.
Prima ancora di essere giunto Carmen e Sara mi fanno cenno di sedermi proprio in mezzo a loro. Di fronte ho Manuela, che ha al fianco Lara.
Passa Anna che mi getta un’occhiataccia, Manuela la segue con la coda degli occhi.
Chiacchiere varie e spiritosaggini a cui Manuela partecipa poco, comunque tra vino e battute di Carmen la conversazione si fa briosa prima e frizzante verso la fine.
Si finisce anche per parlare, non ricordo più come, di rischi di malattie veneree e di metodi contraccettivi. E qui avviene quasi un incidente.
Manuela: <Io non amo prendere la pillola e se devo fare l’amore preferisco farlo con un uomo e non con un palloncino di gomma. Sarà perché non ho l’abitudine di frequentare più di un uomo alla volta e dopo che lo conosco bene.>
Sara: <Un po’ rischioso. Anche se ti fidi per le malattie sessuali di chi conosci, rischi di vederti gonfiare il pancino e uomini fidati, per quello, non ce ne sono.>
Lara: <Sono d’accordo, è sempre la donna che rischia di prenderlo in culo>
Manuela: <Allora è per quello che qualcuna preferisce prenderlo direttamente nel culo!>
L’atmosfera è tesa.
Lara: <Perché? Sei così puritana da gradire solo con la passerina?>
Manuela: <Sono solo poco puttana e lo faccio con uno solo.>
Sara: <qualcuna sbava e qualcuna ha il coraggio di fare ciò che pensa!>
Carmen: <Sapeste bimbe quanto sbavo io! E’ che se anche ho il coraggio uno che sia uno non lo trovo mica sotto i 90anni! Bisogna che m’informi se il Viagra funziona davvero!>
Benedetta la mia sorellona. Con questa e qualche altra battuta riuscì a riportare la conversazione su temi più allegri e meno pericolosi.
Scherzando e ridendo abbiamo passato al tavolo più di tre ore.
Alla fine Sara fa: <Andiamo a fare il bagno di mezzanotte?>
Lara: <Si! E nudi come tradizione vuole!>
Carmen: <Se mi assicurate che non ci sono navi baleniere, nei paraggi, vengo anch’io.>
Ho un sobbalzo. Un piede mi forza le cosce e va sparato a posarsi sul mio pacco. La caviglia sta perfettamente dritta tra le mie cosce, Solo Manuela è perfettamente di fronte a me!
Manuela (con voce ironica): <Vado un attimo in camera a vedere se ho un costume adatto.>
Il piede si sfila, vedo che indugia un momento, so che sta cercando il sandalo, si alza e va in camera.
Io: <Vado a prendere l’asciugamano>
Mi avviai calmo, ma giunto fuori vista accelerai il passo.
La vidi che stava varcando la soglia della propria camera.
<Manuela> E corro a raggiungerla sulla soglia.
Lei è lì ferma, sulla soglia, ad attendermi.
Giungo davanti a lei e un dito affusolato mi si pianta, pigiato con forza, sul petto.
Due occhi neri come l’inferno che sputano fuoco mi fissano.
Un sorriso tanto aperto da essere pienamente ironico le si allarga sul volto.
<Fermo là bambino. Ho una delusione per te. Volevo solo vedere se l’osso della contesa tra le cagnette in calore era pronto a scodinzolare dietro ad ogni gonnella.>
Entra e chiude la porta, lasciandomi lì come un ebete.
Per un momento l’ho odiata. Chi cazzo credeva di essere? Una seconda Anna che ama veder scodinzolare dietro l’idiota di turno tutto teso solo a spolverare il suolo dove cammina? O voleva il gonzo da accalappiare? "Vieni amore, dammi la topina che ti sposo".
Comunque ci recammo alla spiaggia. Venne anche lei. Aveva addosso un lungo vestito, che fece scivolare via in un luogo scuro e scivolò subito nell’acqua. Sara e Lara non stettero così accorte. Carmen si, del resto la conosco: con le sue battute da matrona romana è in realtà una timida, in particolare verso quel suo corpo che così disprezza.
Ruzzammo nell’acqua. Cercai spesso di coinvolgere Manuela nei giochi. Ci stava fino a che non rischiavano di riguardarla troppo direttamente, eppure stava sempre molto vicina. Ad un certo punto Sara e Lara iniziarono a stuzzicarmi molto da presso ed in modo piuttosto intimo.
Era un gioco piacevole e stuzzicante ed io mi feci coinvolgere rispondendo a vece e fatti in modo appropriato.
Vidi la bella spagnola nuotare verso riva: <Manuela, che fai? Esci?>
<Che osservazione brillante! Si, gli stronzi galleggiano e col bui ci si può finire sopra. Ce ne sono troppi nell’acqua.>
Era troppo. Con quattro bracciate arrivai a riva e le corsi dietro.
La raggiunsi, saltellando nell’infilarmi i calzoncini, che era appena dietro gli scogli.
<Mi devi dire perché cazzo ce l’hai con me! Non ti ho fatto niente e non ti ho chiesto niente>
Lei mi fissa coi suoi dardi scuri e, puntandomi nuovamente un dito contro il petto.
<Non mi sembra di averti chiesto niente neppure io. Solo che le compagnie che frequento le scelgo io. Ora fila nell’acqua dalle tue sgualdrinelle, non voglio che pensino che mi sono allontanata insieme a te per fare come loro!>
Ero adirato: <Però a spiarmi mentre scopavo ci sei venuta!>
Lo schiaffo che mi raggiunse fu così forte che mi girò la testa di lato. La guancia bruciava e l’orecchio mi fischiava.
Lei, le mani a coppa sul volto, scappò via.
Tornai alla riva, ma non avevo voglia di niente. Mi sedetti.
<Non torni?>. <No, sono stanco.>
<Non ti senti mica male?> Mi trovai attorniato da tette a passerine, ma non me ne fregava niente.
<Scusate, sono stanco. Vado a dormire.>
Non feci che pensare. Avevo detto la verità, eppure sentivo di essermi meritato quello schiaffo.
Fu una notte passata con lei. Si alternava nei miei sogni ora erotica ed ora romantica. All’improvviso feroce e sadica. Mi svegliai sudato tra le lenzuola strapazzate, ed il primo pensiero fu per lei.
Feci una doccia, ma rimasi, in seguito, seduto sul letto, imbambolato nei miei pensieri confusi.
Mi risvegliò dal torpore qualcuno che bussava alla porta.
Brusco chiesi: <Chi è?>
<Carmen>.
Mi alzai ed aprii, era l’unica persona che mi sentissi in grado di vedere.
<Ai dormito in compagnia?> Chiese indicando il letto disfatto con lo sguardo.
<In compagnia degli incubi>
<Ahi! Innamorato?>
<Non lo so, so solo che non ho fatto che pensare ad una persona. In realtà vi ho sempre pensato con l’intenzione di portarmela a letto.>
<O sei una persona estremamente egocentrica, che non sopporta un rifiuto, o sei cotto. Non si passa una notte così per una scopata mancata.>
Mi accorsi solo allora che non era la solita sorellona adottiva dalla battuta impertinente, era una sorella che parla con affetto al fratellino adolescente.
<Spero di no, mi evita e non manca occasione per cercare di colpirmi.>
<Certo che voi maschi in quanto a sensibilità fate tutti a gara coi rinoceronti! Non ti sei accorto che è cotta? A meno che non stiamo parlando della stessa persona. Si tratta di Manuela vero?>
Cazzo! Che imbecille! Non era la donna che tesse la tela per ingabbiare un pollo, era una donna che pativa a vedere la persona che amava fare il cretino con ogni gonnella! D’improvviso ogni gesto ed ogni parola quadravano.
<Sei sicura?> Le chiesi ugualmente.
<Certo. E non mancare di raccontarmi tutto. Le storie romantiche mi piacciono ancor più di quelle di sesso. Sapessi quanti Harmony mi leggo!>
Le detti un bacio in fronte e balzai su pieno di energia. (Cazzo di nuovo! Se agisco così allora sono cotto davvero!)
Non riesco a rintracciarla, saluto tutti con cortesia, ma evito qualunque tentativo di attaccar bottone da chicchessia.
Stamani, però, è il giorno della gita col battello intorno all’isola e l’ora sta arrivando. Mi aggiro lungo l’imbarcadero ansioso, ma lei non si vede. Tra le ultime che arrivano per salire a bordo c’è Carmen. Mi si accosta e mi mormora:
<E’ rimasta in camera. Col mio modo, ma le ho detto di ieri sera, ovvero che dopo che lei se ne è andata, te stavi male e sei andato a letto cacandoci lì come tre sceme. Le ho detto anche che stamani hai un muso lungo che sembri un bove bastonato. Non ha reagito gran che, ma sono sicura che è lì che rimugina su quanto ho detto>.
<Grazie.>
E vado via. Sento dalla barca, senza vederli, molti occhi puntati sulle mie spalle.
E’ un quarto d’ora che sono qui, di fronte alla porta di lei, che esito a bussare e cerco le parole migliori. La porta si apre all’improvviso e lei rimane lì immobile, stupita di vedermi.
<Ciao>
<Che ci fai qui?>
<Volevo chiederti scusa per le parole che ti ho detto ieri sera.>
Lei è un po’ brusca. <Non c’era bisogno. Hai detto la verità. Sono io che la sera prima mi sono comportata come una cretina, e non so perché.>
Ora o mai più: <Ti amo.>
Rimane un attimo in silenzio. Poi, ancora dura: <Cioè vuoi scopare con me? E’ arrivato il mio turno?>
<No. Voglio dire che mi sono reso conto che non penso che a te, cioè… non penso a te e me…
Insomma! Voglio stare con te. Solo con te! A chiacchierare, passeggiare… tutto quello che vuoi, ma per me non c’è che stare vicino a te. L’altra sera, quando mi hai visto, devi aver visto un gran cretino farfallone. Io… ero come drogato… una cosa così… io che sono un timido… non mi era mai successa. Ma quella che mi succede ora, anche questa non mi era mai successa. E’ un tormento di cui non posso fare a meno.>
Mi tirò dolcemente dentro per una mano. I suoi occhi brillavano di lacrime a stento trattenute.
Ci trovammo abbracciati stretti, il suo dolce corpo che aderiva al mio. Le nostre bocche si unirono e fu un dolce penetrare della mia lingua in lei, una prima avvincente unione.
E’ quasi impossibile ricordare come, in quella ubriacatura dei sensi, ci ritrovammo nudi sul letto.
Le nostre mani e le nostre bocche percorsero ogni centimetro dei nostri corpi, soffermandosi in ogni punto in cui sentivamo le vibrazioni dell’altro più intense.
Ricordo le sue labbra carnose sui miei capezzoli ed i suoi denti che li serravano, fin quasi a farmi male, ma il mio corpo si arcuava dal piacere di quel dolore. Ricordo la mia mano raggiungere il suo seno, carezzarlo e palparlo in ogni modo, per indugiare poi sul capezzolo, ricordo che inumidii di saliva il dito e con lo feci ruotare leggero e scivoloso attorno a quell’erto picco della sua morbida collina. Sento i brividi addosso della sua mano che gioca, con le dita affusolate attorno alla mia asta.
Ora scorreva dolce, ora giocava col palmo inumidito e con le dita altrettanto bagnate con il glande. Trovava da se il ritmo, regolandolo coi miei gemiti e i miei sospiri. La sua bocca dalle labbra carnose arrivò a baciarmi il pene, dalla punta fino ai testicoli, che iniziò a carezzarmi con l’altra mano. Pian piano ruotai per giungere anch’io con la testa tra le sue ambrate cosce, là dove era intenso il profumo di donna. Allargai col le dita le grandi labbra ricoperte dal vello nero e scoprii le sue rosee intimità. Leccai con ardore, mentre, improvviso, sentii il calore della sua bocca avvolgermi il glande. Spinsi la testa quanto potevo in lei, per vellicarla più in fondo possibile con la lingua beandomi del suo sapore e giungendo a masturbarla con la lingua ed il naso, fino a che dovevo riprendere fiato. E i suoi gesti si adeguavano ai miei. Sentivo la sua lingua ruotare sul glande e poi fermarsi, ed allora il calore della sua bocca si spingeva giù verso la base del pene.
Ricordo che arrivai a leccarle il buchino posteriore, da cui, solo all’inizio, giunse un sapore aspro, ma erotico. Lo feci per avere accesso in basso alle dita inumidite, con le quali giocavo dolcemente col piccolo clitoride turgido, simile ad un capezzolo. Lei mi rispose introducendomi lentamente un dito nel mio ano e succhiando con rinnovato vigore nell’avvertire la reazione vibrante dell’asta alla sua intromissione nel mio intestino.
Ci sciogliemmo, perché, pur senza dircelo, entrambi sapevamo che quel primo momento d’amore non poteva concludersi diversamente dall’atto che ha generato il mondo.
E fui tra le sue ambite cosce e lentamente penetrai in lei. Quando fui interamente sprofondato in quel mare caldo, mi sentii come lo scalatore che, raggiunta la sommità dell’Everest, si sente sul tetto del mondo, là dove tutto domina.
Avrei voluto bere, coi miei baci, i suoi pensieri e non vivere solo attraverso le vibrazioni e gli ansimi le sue sensazioni, ma sentii che questo era essere uniti, in carne e spirito. Questa donna stupenda, che tremava di piacere assieme a me, si contorceva a ricercare il mio massimo piacere, così come io mi muovevo a ricercare il suo, in un interscambio perfetto, era stata per un momento un magnifico pezzo di carne da cogliere, ma era tornata la donna con cui era piacevole conversare e stare, ed ora era l’amante perfetta. Quella che sa donare, sa spingerti a donare e non si limita ad esaudire i tuoi desideri, li previene e li inventa, così come, con i suoi atti, inventa in te nuove fantasie per la sua gioia.
Anche l’atto più antico del mondo si rivelò ampio di dolci possibilità. Il mio pene si muoveva alla ricerca della massima sensibilità in lei e i suoi muscoli vaginali si contraevano a cercare il mio massimo godimento in un ritmo sincronizzato ma mai uguale. E uguale cura ebbero le nostre mani e le nostre bocche. Cento furono i baci, mille le carezze e diecimila i sospiri.
Ci torturammo entrambi, temendo che l’altro ancora non fosse all’apice, e mai tortura fu più bella e capace di portare i corpi e lo spirito ai limiti estremi delle umane possibilità.
<Mi sento esplodere> Ed era tacita domanda. <Quando vuoi>.
Per un attimo desiderai che mi dicesse qualcosa o cercasse di trattenermi, e immediatamente capii che mia e libera era la scelta e le implicite risposte a lei.
Non ebbi dubbi e riversai un torrente carico di me dentro il suo accogliente utero, mentre il suo corpo vibrava scosso da un poderoso e liberatorio orgasmo.
Giacemmo esausti l’uno nelle braccia dell’altra, ancora carnalmente congiunti. Ci baciammo così, con il mio pene che, al ritmo delle sue contrazioni vaginali, andava gradatamente perdendo volume.
Quando ci sciogliemmo, l’orologio ci disse che il tempo si era fermato e, quell’unico rapporto, era durato quasi due ore, così capimmo la spossatezza che entrambi avevamo. In un unico, esplosivo orgasmo, avevamo vuotato direttamente tutte le nostre energie.
Fra un bacio e una carezza mi chiese: <E se rimanessi incinta>.
<Lo spero.>
Mi baciò con ardore e poi mi disse, stringendomi forte: <Voglio avere un figlio da te.>
E capii la profondità di quelle parole, sentii l’orgoglio di essere scelto da una donna per generare ciò che la accompagnerà nella vita, dentro di se prima ancora che fuori di se.
Fui felice di aver dato la risposta giusta a quella donna meravigliosa, dentro e fuori.
Passeggiammo felici avvinti l’uno all’altra, quasi impacciandoci nel camminare.
Così eravamo anche sul pontile, mentre il battello tornava e sarebbe stato sufficiente, ma non per me e l’attrassi a me in un bacio lungo e profondo. Sentivo su di me mille occhi e mi sembro di avvertire anche qualche commento e ne fui felice e sentii la sua felicità per il mio gesto.
Era l’ultima cena e l’ultima notte. Il giorno appresso saremmo ripartiti di buon ora.
Ci sedemmo quasi nell’identica posizione della sera prima, con l’importante differenza che io e Lara ci eravamo scambiati di posto, in modo che Manuela era al mio fianco. Risolini sembravano preavvisare prossimi commenti, ma non arrivavano. Pensai che le sue amiche la conoscessero molto bene ed avessero un qualche timore. Nessun commento arrivò neppure quando, in più di un’occasione, la mia mano si posò sulla sua o viceversa. Quello che mi sembrava strano era la mancanza di commenti da parte di Carmen, che continuava a scrutare e sembrava divertirsi come non mai. Forse cercava la battuta di maggior effetto ed il momento più opportuno, ma eravamo ormai alla fine del pasto. A meno che… Prima di sederci Carmen era andata a lavarsi le mani proprio insieme alla mia ragazza… Che si fossero messe d’accordo e stessero preparando qualcosa? Restammo a tavola a chiacchierare fino a quando passò vicina Anna che usciva dalla sala, mi dette un’occhiata ancor più fulminante delle sere avanti. Calma, ma immediata, Manuela si alzò e disse ad Anna, con voce suadente: <Anna, avrei bisogno di parlarti un secondo se puoi.>
Credo che quel "se puoi" fosse ridicolo rispetto al trovarsi di fronte quello sguardo.
Le due donne si allontanarono lentamente parlando e vidi che entravano nella toeletta delle donne.
Prima uscì Manuela, e aveva l’andatura e lo sguardo infuocato di una dea potente e soddisfatta del suo potere. Poi sguscio fuori Anna, a testa china e piccola, piccola scivolò via dalla sala.
Manuela si sedette con il sorriso e lo sguardo trionfante.
Carmen, come la spalla di un comico, dette lo sprone a Manuela: <Cosa vi siete dette di così intimo?>
Sentii la voce che amavo rispondere con tranquilla naturalezza: <Niente di speciale. Solo che, ognuno nella vita ha le sue occasioni, quando sono sfuggite è meglio stare attente alle proprie unghie, mentre ci si gratta là dove prude, che stare attente alle unghie di un’altra sul faccino.>
Vidi due sorrisi imbarazzati davanti a me. Poi, come a ribadire il concetto, si rivolse a me: <Amore, andiamo subito in camera? Domani ci dobbiamo alzare presto.>
Lasciammo le sue amiche alle prese con la Carmen divertita e sarcastica.
In camera ci abbracciammo e baciammo, ma subito si staccò da me e mi disse: <Non voglio un prigioniero. Ti do l’ultima possibilità. Delle mie amiche adesso mi fido, perché mi conoscono, ma voglio potermi fidare di te. Mi hai avuta, se volevi solo questo sappi che è stato bello e amici come prima. Se mi ami, resta, ma guai a te se ti scopro anche solo a fare il cretino con un’altra.>
Di nuovo il suo dito era infisso nel mio petto.
<Non potrei mai più fare a meno di te. Mi impressiona e mi affascina la tua passionalità. Ti amo.>
Prese la borsetta e ne estrasse un incarto di farmacia. Stava per porgermelo, ma si fermò e mi chiese: <Fisicamente ti piaccio>
<Sei uno schianto, amore mio, dai capelli e gli occhi fino alla punta dei tuoi alluci. Non capisco perché ti sei sempre tenuta nascosta in abiti da educanda>
<Un bel corpo attira troppi mosconi e una ragazza riceve troppe fregature, allora si diventa caute e magari ci si nasconde. Ma… sessualmente ti piaccio tutta?>
<Non scambierei un solo particolare di te. Le tue labbra carnose, il tuo seno invitante, le tue gambe stupende e il tuo culetto tondo>
Fece un gran sorriso e mi porse l’incarto. Lo sfeci e mi trovai in mano un tubetto di vaselina.
<Ho visto che sei attratto dai culetti delle donne. Come hai detto sono una donna passionale, non mi passa nemmeno per la testa di rifiutare qualcosa che so che desidera all’uomo che amo. Sai solo che il mio é il tuo ed unico culetto.>
Fu sublime forzare quel buchino che si rivelò molto stretto. Fui dolcissimo e credo di essere riuscito a procurarle pochissimo dolore. Stimolandole con la mano il clitoride, riuscii anche a farla godere.
Chi sa perché, mentre godevo della stretta attorno al pene e della pressione di quei glutei contro il mio ventre, pensai alla mia carriera di playboy nata e terminata nel volgere di tre giorni e mi venne in mente ciò che diceva Socrate a chi gli chiedeva consiglio sullo sposarsi o rimanere scapolo: "Fai come credi, tanto te ne pentirai comunque".
Era una domanda e una risposta a me stesso: "Avrei avuto più possibilità di gioie continuando sulla strada che avevo intrapreso? Nessuno può dirlo, so solo che sto svuotando i miei testicoli in questo culetto caldo che mi da tanta gioia ed appartiene a questa donna che mi da tanta felicità. Chi si accontenta gode o, come in questo momento: sto godendo, e quindi, sono contento!" FINE

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Scrivo racconti erotici per hobby, perché mi piace. Perché quando scrivo mi sento in un'altra domensione. Arriva all'improvviso una carica incredibile da scaricare sulla tastiera. E' così che nasce un racconto erotico.

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