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copertina racconto erotico

Zia Milena e le sue voglie

Milena si rendeva conto d’essere alquanto nervosa, da un po’ di tempo a questa parte. Certo la situazione familiare non era affatto rosea: aveva appena varcato la soglia dei quarant’anni e si ritrovava con un marito invalido e due figlie da crescersi da sola. Un pauroso incidente stradale aveva sbattuto per sempre il marito su una sedia a rotelle e con la testa che non funzionava bene del tutto. Per fortuna nell’incidente Marina, la figlia più grande che aveva ora tredici anni, era rimasta illesa, mentre l’altra, Valeria, se l’era cavata con la frattura di un braccio. Milena quel giorno si era rifiutata di partecipare alla sortita in riva al lago con il resto della famiglia, e ancora, ingiustamente, non riusciva a perdonarsi di averli abbandonati al loro destino.
Il marito si era fatto qualche mese d’ospedale, anzi s’era fatto il giro di tutti gli ospedali della regione, ma nessun medico di quelli che l’avevano visitato aveva dato alla famiglia alcuna speranza di possibili miglioramenti: il corpo, paralizzato e insensibile dalla vita in giù, era destinato a rimanere tale per sempre, e anche il cervello aveva subito, nella violenta botta della testa sul parabrezza dell’automobile, danni irreparabili.
Era passato un anno da quel terribile giorno nel quale i carabinieri avevano accompagnato le figlie di Milena a casa loro e Milena aveva udito lontane, quasi come in un sogno remoto, le loro parole minacciose.
Un anno nel quale la donna non aveva potuto nemmeno rendersi conto della portata di quello che le era accaduto, e di come fosse radicalmente mutata la sua vita, ora tutta incentrata nell’assistenza al marito disabile.
Si era adattata a quei mutamenti senza forzature, amava suo marito e non le pesava il rimanergli accanto e soccorrerlo nei bisogni anche più semplici, che oramai non riusciva a soddisfare da solo.
Non le pesava la sua nuova vita, eppure si sentiva stranamente nervosa e intoccabile.
Si guardò allo specchio e scosse la testa. Era ingrassata parecchio, in quell’ultimo anno. Nonostante avesse tanto da fare e fosse sempre occupata in qualche faccenda, il fatto d’essere sempre in casa, con gli armadi e il cibo a continua disposizione, l’aveva portata ad abbandonarsi sempre più spesso ai piaceri della gola. Era molto ghiotta di dolci, e in quel periodo aveva avuto troppe altre preoccupazioni per la testa per pensare di limitarsi in qualche modo anche su quel versante. Già la sua vita era troppo costretta per larga parte della giornata entro le poche stanze della modesta abitazione dove risiedevano…
Milena si girò, dando la schiena allo specchio. Il suo sedere era decisamente grosso. Non era mai stata un figurino, neanche da giovane, ma ora che si era lasciata un pochino andare, il suo posteriore era decisamente notevole. “Un culone” pensò Milena, rigirandosi di nuovo sul davanti.
Sbottonò la camicetta, e scodellò dal reggiseno le tette. Erano enormi, ma la sua quinta reggeva ancora bene i colpi del tempo. “Queste sì sono belle” si disse, prendendosele in mano, e osservando i larghi e rosei capezzoli che si ergevano come piccoli e morbidi bottoncini. “Ma per quello che servono, oramai… ” concluse amara, mentre il pensiero e lo sguardo volavano al marito, che seduto poco distante neppure faceva caso ai maneggi della moglie.
Dopo un anno di castità forzata, Milena si ritrovava a guardarsi i seni allo specchio e a riandare con la mente ai favolosi momenti vissuti a letto col marito, nei loro quindici anni di matrimonio. Erano sempre stati una coppia “calda”, anche se non l’avevano mai dato a vedere. Facevano regolarmente l’amore almeno quattro volte la settimana, e di tanto in tanto si prendevano un week-end di libertà, che passavano in qualche albergo fra le montagne poco distanti, in sedute di sesso estenuanti, intervallate soltanto dai pasti e da brevi passeggiate che interrompevano per poco la full-immersion nei piaceri della carne.
A Milena mancavano molto quelle ore, e le mancava molto il sesso. Non era una maniaca, ma ci dava comunque dentro. Arturo, suo marito, ai bei tempi, la chiamava porcellina, la mia porcellina vogliosa di cazzo, e Milena sorrideva a queste parole che ai benpensanti sarebbero potute sembrare volgari e oltraggiose. Sorrideva perché in fondo si rendeva conto che era vero, che aveva bisogno del sesso, delle sue piacevolezze e delle sue piccole perversioni.

Era nervosa, e si arrabbiava con sé stessa perché era nervosa.
Suonò il campanello e Milena andò ad aprire. Sua sorella Luciana comparve sulla soglia, col suo solito entusiasmo e la sua irruenza. Si accorse subito che qualcosa non andava, in Milena. Erano molto legate e si volevano bene. Luciana l’aveva aiutata non poco nel mandare avanti la baracca e soprattutto si era occupata di Marina e Valeria, che lei aveva dovuto per forza di cose trascurare in quei mesi travagliati. Luciana era la sorella maggiore, la più grande dei cinque fratelli ed era una mamma per tutti. Aveva un figlio di diciannove anni, Roberto, che frequentava l’ultimo anno delle scuole superiori, e non aveva fatto fatica ad accollarsi la briga di badare pure a Marina e Valeria, che in realtà erano due ragazze tranquille che non davano problemi.
“Allora, sentiamo… cosa c’è Milena? ”
“Niente”
“Su… si vede lontano un miglio che sei nervosa. Cosa c’è che non va? ”
“C’è che sono grassa e brutta… e ho un marito… ”
Non riuscì a finire la frase e scoppiò a piangere sulle spalle della sorella, sfogando nelle lacrime nervosismo e disperazione.
“Beh, sul grassa non c’è che dire, qualche chilo di troppo ce l’hai… ” scherzò Luciana. “Comunque, brutta non sei proprio, ma per niente, e anche così cicciottella te ne trovo subito dieci che ti fanno la festa”.
Luciana era in confidenza intima con Milena, parlavano fra loro di tutto e si confidavano i segreti più nascosti. Luciana sapeva della vita sessuale della sorella prima della disgrazia, e sapeva quanto il sesso mancasse ora a Milena, perché lei stessa gliel’aveva confidato. Le aveva suggerito di tirarsi qualche uomo a letto, uno qualsiasi, ogni tanto, e sfogare in quel modo le sue voglie. Milena le aveva dato della matta, in effetti non era il tipo da certe cose, era timida e riservata, al contrario di Luciana che era la più estroversa e socievole dei cinque fratelli. Lei sì, che non ci avrebbe pensato due volte a portarsene uno a letto, se ne avesse avuto voglia.
“Scema… ” rise Milena, cui la simpatia della sorella aveva restituito il buonumore.
“Senti, Milena, io scherzo, ma tu sei giovane, porcellina e vogliosa di cazzo. Come puoi fare senza? “.
Milena fece per colpirla con uno dei cuscini del divano, senza smettere di sorridere all’impudenza di Luciana, che aveva ripescato in quel frangente una delle confidenze che lei le aveva fatto chissà quando. Poi rispose, a mezza strada fra lo scherzo e la verità:
“Mi arrangio con le dita, e se non mi bastano ci sono sempre i cetrioli… ” rispose, ripensando a una sera della settimana prima, quando si era davvero masturbata con l’aiuto dell’ortaggio, e sfregandosi fra pollice e indice il clitoride. Aveva goduto molto, certo comunque non come una scopata, ma per un po’ di tempo si era sentita appagata. Si vergognava però d’essere scesa a quel livello, come una qualunque zoccola da film porno, e non aveva raccontato, come invece faceva di solito di tutto quel che le accadeva, l’episodio alla sorella.
Luciana rimase senza parlare, per un minuto buono. Sembrò quasi valutare la portata e la verità di quel che aveva appena udito, o la qualità delle parole che stava per dire. Si schiarì la voce. “Lo fa sempre quando deve dire qualcosa di importante” pensò Milena, e la sua mente concentrò l’attenzione sul volto della sorella maggiore, che arrossì leggermente prima di cominciare a parlare.
“Milena… ” disse, e indugiò sul nome, indecisa se proseguire nel discorso, che pareva troppo grave o intricato ad esporsi. “… senti… Ho pensato… prima ascoltami fino alla fine e poi … giudica dopo… non parlare finchè non ho finito… ”
“Va bene” rispose Milena, cui le parole di Luciana avevano messo addosso una certa inquietudine.
Luciana continuò:
“Ho sorpreso Roberto a masturbarsi, in camera sua. Certo, non c’è niente di strano alla sua età, figurarsi! Sono sempre pieni di voglie e se non hanno di che sfogarsi si arrangiano come possono, tu certo puoi capirmi. Comunque era disteso sul letto e guardava un giornaletto porno mentre si stava tirando un segone. Dovresti vederlo, è proprio ben messo il mio bambino. Comunque veniamo al dunque: io l’ho visto e anch’egli mi ha scorto… per poco non gli prendeva un infarto. Si è tirato su i pantaloni alla velocità della luce e mi ha chiesto scusa e detto almeno un migliaio di volte che non lo rifarà. L’ho tranquillizzato dicendogli che in fondo non c’era nulla di male, che stava soltanto rispondendo in modo naturale alle pulsioni sessuali che tutti i ragazzi della sua età hanno. Poi abbiamo parlato in confidenza, gli ho chiesto se c’era qualche ragazza con cui faceva certi giochetti e se aveva già fatto l’amore. Mi ha risposto di no, pensa che tenerezza: un verginello, e allora mi è venuta l’idea. Ho pensato a te, che sei sua zia, ai tuoi bisogni che nessuno più soddisfa, e ho pensato al mio bambino che non l’ha mai fatto. Beh, due più due fa quattro, e io gliel’ho buttata. Gli ho detto che era bene lo facesse con qualche donna matura ed esperta, prima di farlo con le ragazzine. Con una donna che gli insegnasse com’è il sesso e come va fatto, insomma con una…. porcellina!!! ”
Mille colori erano passati sul volto esterrefatto di Milena, durante il monologo della sorella, mille volti che assunsero una consistenza nell’esclamazione che sortì dalla sua bocca, resa balbuziente dallo sgomento:
“Bbr. Brutta… bastarda” le uscì detto, ma il tono della voce non era per niente rancoroso. Milena sapeva che da Luciana poteva aspettarsi qualunque cosa, anche che veramente fermasse qualcuno per strada e glielo portasse a letto, ma l’audacia che aveva dimostrato con quella sortita non rientrava fra le sue capacità di immaginazione.
“Ma… ma… ma… sei proprio matta del tutto. Ma cos’hai detto a Roberto, non gli avrai detto qualcosa di me, spero? E lui cos’ha detto? ” chiese tutto d’un fiato Milena, spaventata dalle conseguenze di quel che la sorella le andava raccontando.
“Sì” rispose Luciana “gli ho fatto il tuo nome, gli ho detto che una volta i ragazzi venivano svezzati in famiglia, dalle zie o dalle sorelle, per evitare che prendessero brutte pieghe o malattie in qualche bordello. Non so se è vero, ma è la prima cosa che mi è venuta in testa… è stato semplice: gli ho detto che lui aveva più di una zia, e per giunta ne aveva una che il marito non può più soddisfare… ”
“No guarda… sei deficiente del tutto… ”
“E perché? … il bambino, che non è tanto bambino, dovresti vederlo senza mutande, si è detto interessato alla cosa e io mi sono presa l’incarico di farti l’ambasciata, e come vedi l’ho fatta”
“Stronza! ” chiosò Milena, che sorrideva non sapendo come pigliare la sorella e la sfrontatezza che le sue parole portavano con loro.
“Beh… ambasciator non porta pena… ” rise Luciana “… la cosa è fra voi due, io devo solo riferire la risposta: se non accetti riporterò a casa un bel no sul muso a Roberto, se mi dirai di sì farai di lui il ragazzo più contento del paese e potrai fare a tuo piacere la ‘porcellinà con il mio bambino”.
Milena rimase basita nel constatare, sotto la maschera del buonumore e dell’esuberanza della sorella, la serietà della proposta. Non rispose nulla e si accasciò pensierosa sopra il divano, sprofondando nelle sue morbidezze.
Luciana indossò l’impermeabile, preparandosi ad uscire di nuovo. Si avviò verso la porta, poi a mezzo tragitto si voltò verso Milena:
“Lo so, ti ci vuole un po’ di tempo per metabolizzare la cosa… ma so, cioè immagino, che la situazione non ti debba dispiacere troppo… Comunque io domani, alle due e trenta, quando rientra dalla scuola, te lo porto. Marina e Valeria sono entrambe a pallavolo, se non sbaglio. Io te lo porto… poi vedi tu che farci… ”
E chiuse la porta, non dando tempo a Milena di ribattere niente.
La donna rimase a lungo sul divano, a meditare. Mille pensieri le trottavano in testa, la proposta di Luciana l’aveva sconvolta. Era una disgraziata, sua sorella: conosceva bene come l’astinenza forzata la rendesse sensibile alle mille insidie del desiderio. E le parlava di scoparsi il nipote, suo figlio, così su due piedi, le offriva di scoparsi Roberto allo stesso modo in cui si offriva di occuparsi al suo posto di questa o quella faccenda domestica. A lei, una donna sposata. Certo, il marito era invalido, era nelle condizioni in cui era, ma era sempre suo marito, e lei gli voleva bene. Ma quanto le mancava il sesso! I discorsi di Luciana l’avevano caricata, sentiva un diffuso calore in mezzo alle cosce, e anche senza toccarsi sapeva bene d’essere bagnata là sotto. Si sfiorò il pube da sopra, con la palma della mano aperta premette sul grembo. Poi la mano scese all’orlo della gonna, lo sollevò e le schiuse la visuale completa del suo mondo dimenticato. Le mutandine bianche erano completamente zuppe dei suoi umori, che avevano intriso i neri peli della fica, facendoli aderire al bianco indumento di cotone. Milena sollevò le gambe, abbandonandosi completamente allo schienale del divano e appoggiando i piedi divaricati sul basso tavolino di cristallo. La mano sinistra scostò le mutandine, mentre l’altra prese frenetica a titillarsi il clitoride. Poi un dito, quello più birichino, sempre lo stesso, il medio, il più grande di tutti, entrò dentro le grandi labbra e dentro le piccole, e poi più dentro… e non voleva mai stare fermo, ritornava dentro, e poi ancora fuori e poi dentro, mentre il pollice picchiettava insistente il clitoride e Milena non poteva fare a meno di pensare al nipote e… e… sì… di immaginarselo sotto…
Quando la sua mano sinistra abbandonò le mutandine e si aggiunse al tormento delle altre dita che la frugavano, il piacere di Milena era quasi all’acme. Bastò un piccolo movimento dell’indice della sinistra, che scivolò più sotto e appena sfiorò il forellino posteriore che Milena aveva già aperto e sfondato, e la donna sborrò. Fu un godimento intenso, quale da tempo non aveva assaporato, e Milena non potè trattenersi dal gemere ad alta voce, per un lungo, lunghissimo minuto, mentre la sua mano si bagnava delle copiose emissioni della sua micetta.
“Milena… ” si sentì chiamare. Era suo marito, che la chiamava. Il suo nome era una delle poche parole che l’uomo era riuscito a trattenere dei suoi ricordi. Milena venne sbattuta violentemente addosso alla opprimente realtà quotidiana. Si ricompose alla meglio, si lavò le mani lasciandosi però addosso le mutande, poi fu pronta e tutta attenzioni per il marito…
La sera a letto, Milena riandò con la mente ai discorsi di Luciana. La matta, andandosene, aveva detto che l’indomani le avrebbe portato suo figlio, alle due e trenta. Certo era vero, Marina e Valeria stavano a pallavolo, ma… cavolo, quella matta diceva sul serio. Era capacissima di averci già parlato, con Roberto. Chissà cosa gli aveva detto. Oddio! Bisognava telefonarle, non ora, ma domani, domani mattina, presto, appena sveglia. Certo le sue voglie rimanevano, e quella stronza di sua sorella gliele aveva acuite, con il suo parlare a vanvera, incurante di lei e dei suoi sentimenti. Sentimenti? Ma che sentimenti! … Luciana era stata chiara… e poi, che parlare a vanvera? Le offriva di farsi suo figlio, di fare la “porcellina” con suo nipote… non parlava per nulla a vanvera. Lei semmai, cosa ne pensava? Ne aveva voglia, aveva voglia di fare la “porcellina” con suo nipote? Beh, Roberto era un bel ragazzo, ma aveva diciannove anni e lei ne aveva più di quaranta, lui era magro e muscoloso e lei piuttosto in carne tendente al grasso. L’unica cosa che sembravano avere in comune era il desiderio, acuto e pungente in entrambi, se doveva dar credito a quanto Luciana le aveva riferito.
Rimuginò quei pensieri fino a tardi, si addormento alle due del mattino, sfinita dalla stanchezza e dai pensieri.
La mattina dopo si alzò stanca e svogliata, e non fece quella telefonata che si era ripromessa la sera precedente. Il pensiero la sfiorò soltanto, subito allontanato da un nuovo proposito di rimandare quella incombenza, che le pesava, a mezzogiorno, quando la sorella fosse rientrata a casa sua per preparare il pranzo.
Si occupò, come ogni giorno, del marito, lo alzò e lo lavò. Ci voleva molta forza per assistere un invalido, e Milena constatò che forse non era un male se aveva messo su qualche chilo di troppo. Mezzogiorno arrivò, le ore scivolarono lente e inesorabili. A Milena sembrava di poter fare facilmente quella telefonata, quando avesse voluto. E invece lasciava passare i minuti, uno dietro l’altro, senza decidersi. Solo alle due e un quarto s’accorse che era troppo tardi. Fu ipocrita con sé stessa, quando si sgomentò nel constatare che probabilmente i due erano già partiti da casa loro e la stavano raggiungendo. Era troppo tardi. Milena decise di guardare in faccia la realtà, di guardare dentro di sé con limpidezza e senza mentire a sé stessa. E allora si lasciò andare, lasciò scorrere i pensieri, che con violenza aveva murato in oscuri anditi del suo cervello, e desiderò consapevolmente suo nipote Roberto, le sue mani, la sua bocca , la sua lingua … tutto… il suo…
Andò a cambiarsi d’abito.
Quando sentì il trillo del campanello, era già pronta e niente e nessuno l’avrebbe più fermata. Andò ad aprire e si ritrovò Luciana e il nipote di fronte. Ci furono bacetti di saluto, com’era da sempre costume fra le due sorelle e i rispettivi figli, poi entrarono. Roberto teneva lo sguardo abbassato e la testa china, immerso in un profondo imbarazzo, e sembrava più basso della zia, nonostante con il suo metro e ottanta la sovrastasse di almeno quindici buoni centimetri. Ogni tanto i suoi occhi scivolavano dal pavimento in su, e per un attimo appena si posavano sulla zia Milena che gli stava dirimpetto. Milena ebbe la sicurezza che il nipote avesse sfiorato con lo sguardo le sue tette. Indossava una camicetta bianca, sbottonata sul davanti, e le sue colombelle, mezzo scoperte, premevano imperiose il tessuto della maglietta di cotone. Aveva deciso di abbandonarsi alla proposta della sorella, e aveva fatto capire questa sua decisione con un abbigliamento spinto. Portava una gonna corta, ben sopra le ginocchia, che le valorizzava il grosso sedere e ne metteva in piena evidenza la consistenza. Scarpe nere col tacco e calze nere che, il bambino se ne sarebbe accorto dopo, erano autoreggenti.
“Luciana, puoi vedere tu di Arturo? … ” disse alla sorella, in tono più di comando che di richiesta. “Dai, vieni Roberto, andiamo di là” mormorò Milena con voce carezzevole. Era ormai convinta d’andare fino in fondo, sapeva che il nipote era qui per questo e lo desiderava, e non voleva frapporre alla soddisfazione del desiderio inutili indugi.
“Sì” rispose Roberto, che ancora non aveva spiccicato parola.
Entrarono in camera e Milena richiuse la porta dietro di sé. Sapeva di dover subito fare qualcosa, altrimenti l’imbarazzo avrebbe preso il sopravvento e creato una sottile barriera fra le loro reciproche voglie.
Abbracciò Roberto e cercò la sua bocca. Con la lingua forzò le sue labbra e il bacio si fece profondo e audace, come le sue mani che accarezzarono il nipote sulle natiche e sul cavallo dei pantaloni. Lo palpò sul davanti e lo trovò duro, carico, come desiderava trovarlo. Il ragazzo rispose al suo bacio e le loro lingue danzarono, cercandosi nelle rispettive bocche. Poi Milena si staccò dal suo partner e prese a sbottonarsi la camicetta. La lasciò cadere per terra e con gesti lenti e studiati abbassò le spalline del reggiseno. Lo faceva con lentezza esasperante, beandosi degli sguardi del nipote, che ad occhi aperti stentava a credere di stare veramente vivendo quel che vedeva davanti a sé. Milena scodellò le tette in faccia a Roberto, lasciandosi il reggiseno lì, a mezz’aria, a sostenere meglio il suo bendiddio. Si avvicinò di nuovo al ragazzo, gli prese la testa e se l’affondò fra i seni. Roberto cominciò a palpare e baciare quella tenera e calda carne della zia, e a cercare i capezzoli con la punta della lingua. Milena sentì che il ragazzo aveva voglia di imparare in fretta e che ci stava riuscendo come il più bravo degli allievi: i suoi capezzoli si ersero in modo incomparabile, impettiti come due imperatori sul pulpito, e la donna si sciolse alle carezze donategli dalla lingua calda e bagnata che torturava le sue maestose colline. Si avvicinò così, senza che le venisse fatto null’altro, alla soglia dell’orgasmo. Si ritrasse, allora, quasi spaventata. Non voleva il piacere subito, voleva trattenersi il più a lungo possibile dal godere, perché sapeva quanto il ritardare l’orgasmo dilatasse a dismisura il piacere che si sarebbe provato successivamente. Sorrise al nipote, che la guardava smarrito, sorpreso dal vederla staccarsi da lui.
“Ora gli faccio vedere cosa vuol dire fare la porcellina” pensò Milena. Si inginocchiò accanto a lui, e passò un dito sopra la protuberanza che tendeva i jeans del ragazzo. Sbottonò i calzoni e tirò la lampo verso il basso, pian piano, un millimetro alla volta, cercando di esasperare il desiderio del maschio. Voleva farlo scoppiare. Roberto taceva, ma ogni tanto la sua bocca si lasciava sfuggire un roco gorgoglìo di soddisfazione. I jeans furono ai suoi piedi e la punta del cazzo fece capolino da sopra l’elastico delle mutande. Milena ruppe gli indugi, lo tirò fuori e se lo prese fra le mani. Restò per un attimo a rimirarselo, era tanto tempo che non ne vedeva uno in questo stato, e dovette dare ragione alla sorella che ne aveva magnificato le doti: il ragazzo era davvero messo bene, più di venti centimetri di cazzo, duro da morire, e grosso quale Milena non ne aveva mai visti (in realtà non ne aveva visti molti).
Si abbassò con la testa sul pube del ragazzo e lambì con la lingua la sommità del pene. Roberto mugolò: Milena sapeva bene che il nipote non avrebbe resistito molto, lo sapeva e voleva farlo venire subito per placargli subito i bollori e goderselo poi con più calma e più a lungo. Imboccò la fava del nipote e si mise a far su e giù con la testa, come una forsennata, mentre con la lingua torturava la pelle sensibile della cappella. Roberto non riusciva a trattenerli più, i suoi gemiti; aveva preso con le mani la testa della zia, ma anziché guidarla nell’aumentare il ritmo del pompino cercava di trattenerne l’impeto, tanto il piacere che provava superava la barriera del possibile per i suoi sensi.
Non durò un minuto, tutto questo, ma al ragazzo parve l’eternità. Emise un gemito più acuto degli altri, un’uggiolata, e cominciò a sborrare in bocca alla zia. Milena sentì il primo fiotto di sperma arrivarle quasi in gola, poi ritrasse il cazzo per far spazio allo sperma che continuava a zampillare nella sua cavità orale.
“Cavolo, ma da quanto non sborrava, questo? ” pensò Milena, costretta a inghiottire più volte, per non soffocare, il seme del nipote, che le aveva inondato la bocca.
Roberto si calmò, Milena bevve tutto il succo che il nipote le aveva donato, ripulì con amore il suo cazzo da ogni traccia di sperma, quindi, con le labbra ancora impiastricciate di seme, si alzò e cercò di nuovo la bocca del ragazzo.
“Questo vuol dire fare la porcellina… ” pensò Milena , in un silenzioso e ipotetico dialogo col ragazzo “… e se vuoi diventare un porcellino anche tu, non devi aver paura di sperimentare niente” .
Il ragazzo dimostrò d’essere sulla strada giusta, non oppose alcuna resistenza alla zia, anzi riprese con lei quella danza di lingue con la quale era iniziato il loro rapporto.
Milena si stacco di nuovo e si allontanò di qualche passo da Roberto. Slacciò il reggiseno e lo lanciò via da sé, verso la porta. Abbassò la cerniera della gonna e, in maniera sensuale, con ancheggiamenti da pornodiva, la fece cadere ai suoi piedi. Ora era quasi nuda, con le tettone al vento e con indosso le sole mutandine, che avrebbe lasciato al nipote il piacere di togliere, le autoreggenti e le scarpe, nere entrambe, che voleva invece lasciarsi addosso durante l’amplesso, come conveniva a una vera porcellina. Era una scena da sballo, specialmente per un diciannovenne alle prime esperienze con il sesso.
Milena si stese sul letto, appoggiando la testa alla spalliera e con un dito, senza proferire parola, invitò Roberto a raggiungerla. Il ragazzo era impacciato e non sapeva bene quel che dovesse fare, allora Milena decise di guidarlo passo passo alla scoperta di quel che significava dare piacere a una donna.
“Toglimi le mutandine… ” sussurrò al nipote “… piano piano, con lentezza… “. Roberto si inginocchiò in fondo al letto e obbedì docile alla richiesta della zia. Apparve il folto boschetto di peli neri della micetta di Milena, che si era bagnata non poco durante tutti quei preliminari, e richiedeva ora d’essere in qualche modo sollevata da tutto quell’attendere.
“Chinati Roberto! … vai giù e… baciami la fica” disse Milena, quasi soffiò queste parole al nipote, che era rimasto ad occhi sbarrati, con lo sguardo perso sul gioiello più prezioso di quella quarantenne, sorella di sua madre.
Non esitò ad immergersi fra le cosce carnose della zia, che si erano spalancate per accogliere le dolcezze della sua bocca e avevano dischiuso i petali rosa del loro prezioso fiore. Baciò le labbra rilevate della fica in più punti, allargandole con le dita delle mani, poi esaudì la zia che aveva richiesto con parole imploranti la lingua, la lingua, la lingua.
Milena era in pieno delirio dei sensi. La sua fica sbrodolava sul nipote e sulla sua intraprendenza, che lo portava a torturarla con quelle carezze, la cui piacevolezza minacciava di condurla allo sfinimento.
“Ah… ancora, ancora… mettila dentro… dentro… ” chiedeva in supplica Milena, bramosa di arrivare presto alla fine.
Che arrivò quando Roberto, tendendo i lembi della fica per spalancarsi la visuale su quel nuovo mondo, ne fece emergere il clitoride, eretto come un piccolo cazzo e, prendendolo in bocca, lo succhiò e titillò con la lingua.
Per Milena fu troppo. Urlò per il piacere dell’orgasmo, troppo intenso per sopportarsi a bocca chiusa, premette con le mani sulla testa del nipote, quasi a volerselo cacciare dentro tutto quanto nella vagina. Sussultò a lungo a cosce aperte, con la fica spalancata, godendo della perversione del sapersi lì, aperta sulla faccia del nipote, che aveva vent’anni meno di lei e l’aveva portata al piacere sublime frugandola in tutti gli anfratti con quella lingua selvatica.
La porta della camera si schiuse, ne fece capolino la testa di sua sorella Luciana, apparsa per vedere quel che stesse accadendo. L’urlo della sorella l’aveva spaventata, perché sembrava non avere nulla a che fare con il piacere sessuale d’un orgasmo. Si tranquillizzò vedendo la faccia lasciva di Milena che godeva gli ultimi sussulti della sua beatitudine, mentre il figlio di Luciana stava ancora immerso con le labbra nel suo fiore, a bersi le ultime stille di rugiada.
Luciana sorrise e strizzò l’occhiolino a Milena, che la fissava languida e lontana, poi richiuse la porta.
Roberto sentì la zia calmarsi, rilassare i muscoli delle gambe, e si rialzò dal suo grembo. I due amanti, zia e nipote, si guardarono. Milena sorrise al nipote, bagnato ancora in faccia dai suoi succhi.
“Grazie… vieni qui… baciami! ” gli disse, prontamente ubbidita come nelle altre richieste. Erano calmi ora, dopo aver goduto entrambi, ed entrambi aver sfogato il loro desiderio represso. Milena aiutò Roberto a spogliarsi, anzi lo spogliò lei stessa indumento dopo indumento. Il ragazzo era ancora come lei l’aveva lasciato, i pantaloni in fondo alle caviglie che lo impacciavano nei movimenti e l’uccello, ora mezzo moscio, fuori dalle mutande. Gli sbottonò la camicia e gliela tolse. Poi le sue mani si infilarono sotto la maglietta di cotone e Milena tastò i pettorali del nipote. Anche lì era davvero ben messo. La donna palpò a piene mani quella carne fresca, quel petto forte, muscoloso, cui si doveva solo insegnare come trattare una donna.
Quando anche il ragazzo fu nudo, Milena lo costrinse a stendersi sul letto e si buttò sopra di lui con tutta l’opulenza delle sue forme abbondanti. Cercò di nuovo, con la sua, la bocca del ragazzo, le loro lingue di nuovo si incontrarono, dentro e fuori dalle loro bocche. La zia porcellina sapeva il fatto suo, e mentre si baciava il nipote aveva afferrato il suo bastone e, impugnatolo saldamente, aveva iniziato un va vieni che non tardò a produrre gli effetti desiderati, portando Roberto di nuovo in tiro e pronto a perdere definitivamente la sua verginità.
Milena continuò il bacio di lingua e la sega finchè sentì il nipote bello duro sotto le sue mani. Quindi si fermò, si rialzò e si pose in ginocchio a cavallo del grembo del ragazzo. Gli sorrise di nuovo e si abbassò su di lui, appoggiando sopra il suo petto le sue grandi tette. Da sotto impugnò il bastone rigido del nipote, allargò le gambe e spinse le natiche in fuori. Il boschetto peloso solleticò il glande del giovane e si fece strada fra le labbra grondanti della fica di Milena. La zia guardò di nuovo il nipote, che a occhi socchiusi attendeva estatico il grande evento. Abbassò il culo, sempre impugnando il cazzo, e se lo impalò in fica per tutti i suoi venti centimetri. Emise un gemito quando la cappella toccò l’imboccatura dell’utero, poi ruppe gli indugi e cominciò a cavalcare il nipote, con affondi lenti e profondi, che portavano il pene quasi fuori di lei e poi tutto dentro, fino all’attaccatura dei testicoli. Era una scena di sesso fantastica per Roberto, un’oscena fantasia dei suoi primi anni d’adolescente, che si concretizzava in quel rapporto: la zia Milena, più porca che mai, con indosso le autoreggenti e le scarpe nere, lo montava, montava lui, suo nipote, e le sue tette gli ballavano davanti, ondeggiando con l’intensità dei suoi movimenti. Il piacere cominciò a salire, e spinse Milena ad aumentare il ritmo della chiavata. Afferrò le mani del nipote e se le appoggiò sulle tette. Le piaceva di sentirsele lì, quelle mani, a frenare l’impeto di quegli ammassi di carne che ballonzolavano. Poi se le spostò sulle natiche, quasi a chiedere al ragazzo di aiutarla nel su e giù. Se lo stava scopando a un ritmo davvero forsennato. La testiera del letto sbatteva contro il muro, i vicini forse avrebbero sentito, era un rumore inequivocabile, ma a Milena in quel momento non importava nulla del resto del mondo. C’erano lei e Roberto, e il suo cazzo grosso e duro che la riempiva come non mai. Era sulla soglia dell’orgasmo, e come la sera precedente nella masturbazione solitaria, bastò, per far sgorgare il piacere, che il ragazzo sondasse appena, sfiorandolo soltanto, il bruno anello raggrinzito dello sfintere. Milena venne, lamentandosi e gemendo, e intensificando, se possibile, il va e vieni sopra il cazzo del nipote. Inzuppò dei suoi succhi quel palo della cuccagna e si arrestò soltanto quando le forze, nell’esaurirsi del piacere, vennero a mancarle. Allora scese da Roberto e si portò con la bocca sul cazzo del ragazzo, immergendo nelle sue labbra la punta arrossata.
“Apri le gambe” sussurrò Milena con voce roca. Il ragazzo, pur non capendo i desideri della zia, non era in grado di ragionare in quei frangenti, e obbedì ancor più volentieri di quel che aveva fatto prima. Gemeva di piacere, i suoi gemiti avevano sostituito quelli di Milena. Non era lontano dal punto di non ritorno, Milena lo sentiva e lo stava aspettando.
Intenta nel pompino, non le sfuggì tuttavia, alla sua destra, il lieve movimento della porta che si schiudeva. Era di nuovo Luciana.
“Che rompipalle! ” pensò Milena, ma non la sfiorò neppure l’idea di interrompere quel che stava facendo. Intensificò, anzi, i suoi movimenti di va e vieni sull’uccello del nipote, finchè non lo sentì gonfiarsi e tendersi allo spasimo. Allora fece quel che il ragazzo non immaginava e non si aspettava, pur restandosene lì a gambe aperte: infilò l’indice della mano destra tutto dentro al vergine buco del culo di Roberto, mentre con l’altra mano mungeva il cazzo che stava sborrando nella sua bocca. Il piacere del nipote fu estremo, lanciò un urlo quando si sentì penetrare lo sfintere, mentre l’orgasmo montava al suo culmine e lo sperma caldo cominciava a eruttare in bocca alla zia. Quatto, cinque potenti schizzi di seme, i primi due direttamente in gola alla sua amante, gli altri fuori, sul collo e sulle tette, perché la zia Milena si era tolto l’uccello di bocca, e l’aveva fatto soltanto per il gusto perverso di mostrare alla sorella, che ancora se ne stava ritta impalata in mezzo alla porta, come una vera porcellina sapeva far godere un uomo e fin dove era disposta a spingersi.
La furia dell’orgasmo si placò, Roberto riaprì gli occhi e si guardò attorno, scorgendo la madre, che a bocca aperta sembrava estasiata dal quel che aveva appena visto.
Un nuovo mondo si schiudeva per Roberto, un nuovo mondo si schiudeva per Luciana, un nuovo mondo si schiudeva per Milena. FINE

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Colleziono racconti erotici perché sono sempre stati la mia passione. Il fatto è che non mi basta mai. Non mi bastano le mie esperienze, voglio anche quelle degli altri.

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