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Colpevole fino a prova contraria

Mi chiamo Sergio, ho 30 anni un passato noioso e nessun futuro, in questo momento sto viaggiando in un mezzo blindato con autista, dal tribunale mi sto recando verso la mia nuova dimora, no, non sono un giudice, ma imputato di un efferato omicidio, il veicolo blindato è un cellulare e mi sta portando in prigione, un viaggio ormai quotidiano, il mio processo va di male in peggio, la cosa più allucinante e che sono innocente, non come gli altri che si trovano in carcere io sono veramente innocente. L’accusa omicidio del dott. Carlo G. , marito della mia presunta amante Laura, secondo il P. M. Ho prima accoltellato, poi sezionato il cadavere ed occultato il corpo, le prove tracce del mio sangue sul luogo del delitto e la denuncia della mia amante che aveva notato su una camicia tracce di sangue. Il mio avvocato non crede che io sia stato adescato da Laura, conosciuta casualmente al supermercato, né ho mai visto il marito e che non mi chiamo Giovanni A. , quindi non ho speranze di provare la mia identità o la mia innocenza. Sono orfano, sfuggito all’orfanotrofio ho sempre vissuto di espedienti spostandomi di continuo da una città all’altra, non ho quindi nessuno che possa provare la mia identità, quindi mi hanno preso come capro espiatorio.
Tutto era cominciato una mattina, stavo effettuando delle consegne per conto di una ditta di spedizioni quando avevo visto un cartello “cercasi commesso” sulla vetrina di una prestigiosa enoteca, entrai e ottenni un lavoro più renumerativo di quello sinora svolto, un impiegato mi mostrò come trattare i clienti e grazie alla mia memoria fotografica imparai la dislocazione e i prezzi dei vini più pregiati, durante la pausa pranzo, visto che il titolare rimaneva in enoteca ne approfittai per leggere molte riviste che mi aiutarono a capire qualcosa dei termini più usati e ad orientarmi in un mondo sconosciuto. Durante il pomeriggio fui seguito da un altro commesso, che mi lasciò l’iniziativa di trattare con i clienti intervenendo in mio aiuto in caso di difficoltà, nel giro di una settimana avevo acquisito l’esperienza minima per poter consigliare i clienti. Un venerdì pomeriggio, entrò in negozio con l’incedere di una modella una signora di circa 45 anni, alta, bionda, seno prosperoso, gambe lunghe e snelle, che facevano capolino ad ogni passo dallo spacco generoso di una gonna lunga e morbida, i suoi tacchi risuonavano sul parquet dell’enoteca, mi voltai verso un collega per fare un muto apprezzamento alla donna, ma mi accorsi che i commessi si erano eclissati, era il muto allarme “cliente stronza in arrivo”, il proprietario si avvicinò alla donna, salutandola ed ossequiandola come una regina.
– Madame, mi permetta di affidarla ad un brillante e fine conoscitore di vini. Poi volgendo lo sguardo nella ia direzione. Sergio, ti affido la nostra più cara cliente, consigliala per il meglio. Poi si eclissò.
Essendo uno spirito libero, la trattai con gentilezza senza alcun servilismo, e siccome ero attratto dalla sua bellezza fui oltremodo galante anche se i miei modi non sono raffinati.
Passammo circa 2 ore a parlare di vini a scegliere, poi posare nuovamente negli scaffali, per poi prendere nuovamente le stesse bottiglie, nonostante ciò non riuscivo ad incazzarmi, ero ammaliato dal suo profumo, il mio sguardo vagava rapito dalle sue labbra che mi avevano conquistato e le sue cosce, lo spacco talvolta si priva lasciandomi intravedere le sue cosce eburnee sopra la calza autoreggente.
Mi resi conto di aver bisogno di una donna il cazzo duro e teso era stritolato dal mio jeans.
– Così va bene, Sergio. Portami tutto a casa per le 20.
Il proprietario salutò la cliente felice, sia per il fatto che stavolta non aveva fatto una delle sue solite piazzate sia per il conto.
– Sergio, so che non sei addetto alle consegne, ma la cliente è un po’ particolare, il marito è una persona importante …
– Non si preoccupi, fino alla settimana scorsa facevo consegne, non è un problema.
Il mio datore di lavoro, mi consegnò le chiavi di un furgoncino e mi spiegò l’ubicazione della villa, lasciandomi andare via con notevole anticipo.
Giunto alla villa della cliente alle 19. 30, mi accolse ella stessa, quando la vidi per poco non lasciai cadere la cassetta di Krug, era uno spettacolo, sembrava l’incarnazione dei sogni di qualsiasi uomo, indossava un abito lungo in pizzo lavorato e seta elasticizzata, un ampio spacco anteriore decorato con piccoli strass mostravano le calze autorreggenti con una fascia di pizzo, sul seno l’abito era trasparente e i suoi capezzoli duri sembravano sul punto di forare l’impalpabile tessuto, sotto indossava solo un perizoma trasparente rilucente di lustrini, un paio di sandali con tacchi a spillo di almeno 20 cm senza zeppa, con tre cinturini che le fasciavano la caviglia completavano il quadro.
– Sergio, prego entra da questa parte
Si voltò precedendomi, il suo culo alto e sodo ondeggiava davanti a me, stavo impazzendo il mio cazzo reclamava la sua fica, il suo culo. Percorsi il salone, poi giù per le scale in una cantinetta, mi fece poggiare la scatola su un tavolo, si appollaio su uno sgabello
– Sergio, posso offriti qualcosa? Serviti pure a piacimento.
Fanculo il posto, al massimo potevo perderlo, mi avvicinali a lei e le carezzai un seno, non protestò, inclinò in dietro la testa offrendomi le labbra, la baciai con passione, mentre le mie mani esploravano il suo corpo.
– Aspetta Sergio, versami dello champagne, l’accontentai, mentre lei si sfilava il vestito rimanendo in perizoma. Le porsi il flute, ma lei anziché accostarlo alle labbra se lo versò sui seni, poi mi attirò a sé ed io inizia a leccare i suoi seni, i suoi capezzoli, bagnati di champagne scendendo lungo il suo ventre, lei prese la bottiglia, si distese sul tavolo, si sganciò il perizoma e si versò lo champagne sulla fica.
– Dissetati …
Le leccai avidamente la fica, mentre lei faceva scendere lo champagne sulla mia testa, poi mi liberai dai jeans e dagli slip e liberai il mio cazzo, la penetrai con foga, pompando mentre lei gemeva di piacere, prima di venire uscì con rimpianto da quella fica meravigliosa ed avvicinando il mio cazzo alla sua bocca le dissi: “Dissetati”, poi ….
Aprii gli occhi ed ero nel parco cittadino, non ero vestito con i miei abiti dozzinali acquistati nei mercatini rionali avevo un vestito griffato, scarpe fatte a mano, orologio d’oro, un portafoglio pieno di contanti, 2 mazzi di chiavi, ed una emicrania mostruosa, entrai in un bar mi presi un caffè cercando di capire cosa stesse succedendo, una pattuglia di polizia mi aveva arrestò. In una Bmw parcheggiata a pochi metri era stata rinvenuta l’arma del delitto, le chiavi della macchina erano nelle mie tasche, all’interno della macchina una patente con la mia foto a nome Giovanni Alti. A nulla erano valse le mie parole, il mio avvocato non mi credeva, la consulenza psichiatrica alla quale mi avevano sottoposto aveva stabilito, che ero lucido e cosciente, nessuna malattia mentale, quindi mentivo, la donna che mi accusava diceva che eravamo stati amanti, i giornali parlavano di me come di un assassino freddo e feroce. In carcere mi tenevano in disparte, questo ovviamente non mi dispiaceva. Fui scaraventato contro la parete, poi tutto cominciò a girare infine il nulla. Mi risvegliai sempre ammanettato, sentivo freddo ero completamente zuppo ed era buio. Il cellulare aveva avuto un incidente, ma perché era già buio, dov’erano i soccorsi, sentivo qualcuno rantolare vicino a me, la porta era piegata e vedevo le stelle, ma io ero bloccato incatenato mani e piedi.
– Sei … sei ancora … vivo.
– Si, sono incatenato, dove sono i soccorsi, cosa è successo, dove …
– Zitto … ascolta … un autotreno in autostrada si è intraversato, coinvolgendo chissà quante macchine, … noi … siamo volati da una scarpata, l’autista è morto, io sono ferito gravemente … non posso muovermi … dobbiamo aspettare che qualcuno ci trovi.
Passarono delle ore e la voce del secondino si affievolì, poi smise di rantolare, sentì un tintinnio metallico, era la chiave delle manette, il secondino l’aveva lasciata cadere, impiegai un’ora per liberarmi ed uscire dal furgone, ero l’unico rimasto in vita, 4 guardie e 3 detenuti.
Rimasi lì, io non ero il fuggitivo, non avevo dove andare. Mi ritrovarono l’indomani, ed in manette mi portarono in ospedale poi nuovamente in prigione, lì fui interrogato dal pubblico ministero per l’incidente che era costato la vita a 15 persone.
– Sono il sostituto procuratore della Repubblica, dottoressa Remo. Alti, le domande che le farò, non sono legate al suo processo per omicidio, sono per l’incidente, comunque se vuole il suo avvocato, lo farò chiamare.
– Dottoressa io mi chiamo …
– So che lei continua a sostenere una bizzarra linea difensiva, ma a me interessa solo la dinamica dell’incidente.
Era una dura, fredda e determinata, non aveva più di 35 anni, ed era una bella donna, nonostante vestisse in modo così conservatore, tailleur nero, occhiali rotondi, capelli raccolti, senza trucco, solo un filo di rossetto marrone, forse era l’ultima donna che avrei ricordato per anni, ma sembrava poco incline a lasciarmi un buon ricordo, io per lei ero solo un assassino, forse non mi considerava neanche un essere umano.
– Dottoressa, io non ho visto l’incidente direttamente. Si era già alzata prendendo la cartelletta che aveva in mano. Ma posso dirle quello che mi ha raccontato la guardia in punto di morte, sembrava che lui avesse un ricordo vivido di quegli istanti.
– D’accordo cosa vuole, in cambio? Non esageri, l’avverto, la sua posizione è già difficile.
– Non voglio nulla in cambio, la vita di quelle persone … i familiari hanno il diritto di sapere cosa è successo, dottoressa io posso dirle solo quello che mi è stato raccontato, spero che basti.
– Non faccia il nobile, so che razza di bastardo è, se sarà sincero le farò prolungare di una settimana la permanenza in infermeria.
– Preferisco l’isolamento, per me è difficile, sentirmi addosso gli sguardi ammirati degli altri detenuti, la vittima del processo di cui sono ingiustamente accusato, era un procuratore.
– Lo so, eravamo amici, per questo non voglio avere debiti con uno come lei.
– Già, colpevole fino a prova contraria, d’accordo, vuole pagarmi per le informazioni? Quando andrà via, appena sarà sull’uscio, si volti verso di me e mi sorrida e mi saluti pronunciando il mio nome Sergio.
– Cosa, come osa …
La guardia, che stava in piedi accanto a me, si avvicino con passo minaccioso, ma sul suo volto le labbra erano piegate in un smorfia di disapprovazione, ma i suoi occhi sembravano divertiti.
– Si fermi agente, tolga le manette al detenuto e ci lasci. Tu bastardo, comincia a parlare senza fermarti, poi vedremo.
Mentre raccontavo, quanto riferitomi dal secondino, il carcere si riempi di rumori, urla, ed iniziò a risuonare l’allarme. Poi la porta si spalancò e fecero irruzione tre detenuti armati di spranghe, urlando che il carcere era in mano loro.
Rimasi seduto, guardai uno ad uno i tre entrati “lei è la mia prigioniera, fuori dai piedi”
Uno dei tre si staccò dal gruppo e brandendo la spranga si avvicinò a me – Ma tu chi cazzo sei.
Gli altri due lo trascinarono via, borbottando scuse.
– Rimanga qui dottoressa, la situazione potrebbe essere grave, e non so se sarò in grado di proteggerla, io non sono l’assassino che loro stimano o che voi credete.
– Devo dare l’allarme, devo …
– Stare tranquilla, il carcere è grande, se riusciamo a rimanere qui, questa ala sarà la prima a tornare sotto il controllo della polizia.
– Perché non si unisce a loro?
– Le rivolte nelle carceri non hanno mai portato nulla di buono, preferisco rimanere qui, lei non si preoccupi, la proteggerò fino all’arrivo dei soccorsi.
– Questo atteggiamento non la aiuterà comunque, non crederà che basti questo a salvarla di un accusa di omicidio.
– No, lo so, basterebbe un avvocato che si prendesse la briga di verificare la mia identità, dietro quell’omicidio c’è un complotto, io sono una vittima.
– Il sangue, non dimentichi il suo sangue sul luogo del delitto.
– Io non avevo alcuna ferita che potesse giustificare il mio sangue sul luogo del delitto.
– I vestiti che indossava al momento dell’arresto.
– Qualcuno deve avermi drogato.
– Una risposta a tutte le domande.
– Un enigma a tutte le risposte, io sono colpevole di essere innocente.
Tre detenuti rientrarono nella saletta.
Ripensandoci, questa volta saremo noi a metterla in culo al pubblico ministero.
Mi misi davanti alla donna, facendole scudo con il mio corpo, rilassai il mio corpo, incrociai le braccia e socchiusi le palpebre, l’atteggiamento calmo e tranquillo, la fama che avevo ucciso un magistrato, impressionò i tre facendoli indietreggiare, m la paura durò poco, mi aggredirono contemporaneamente, lottai come un leone, quando stavo per soccombere l’irruzione della polizia portò alla liberazione della dottoressa, io sebbene in fin di vita riuscì a sollevarmi per guardarla, questa prima di essere accompagnata fuori, si voltò, ricambiò il mio sguardo ma non mi sorrise.
Poi crollai al suolo, mi risvegliai in ospedale, una flebo in un braccio, le manette nell’altro, avevo subito un paio di operazioni.
Un poliziotto mi disse che sarei sopravvissuto, le infermiere mi ignoravano.
Tre settimane dopo, che fui dimesso dall’ospedale in sede processuale il P. M. produsse nuove prove, il mio sangue rinvenuto sul luogo del delitto da un esame tossicologico, risultava saturo di un potente narcotico, avevano accertato inoltre la mia vera identità, mentre l’identità dell’assassino era solo fittizzia, la moglie della vittima messa alle strette aveva confessato la sua complicità nell’omicidio e aveva consegnato alla giustizia il suo vero amante.
Venni rilasciato e tornai nel mio piccolo appartamentino in affitto, non sapevo neanche come entrare, le chiavi erano finite chissà dove. La porta di casa mia era socchiusa, sigilli di carta di una perquisizione avvenuta chissà quando erano strappati. Aprì la porta e trovai la dottoressa Paola Terni, seduta nella mia poltrona buona, ho solo quella, intenta a sfogliare un quadernone.
– Salve Sergio, ho ancora qualche domanda da farle.
– Vorrebbe incontrare la vedova del secondino con cui ha intrattenuto gli ultimi istanti di vita?
– Si, perché no.
– Hai scritto tu questo libro? Sai che potresti fartelo pubblicare.
– Dovrei farlo dattiloscrivere per poterlo inviare ad un editore, il computer non posso permettermelo. Altre domande?
– Perché in carcere mi hai chiesto un sorriso?
– Perché nonostante mi disprezzassi, tu eri l’ultima donna che avrei visto, prima …
– Prima di cosa
– Prima di morire, avevo intenzione di suicidarmi, non riuscivo a lottare senza qualcuno che mi credesse ero solo. Poi il momento di sconforto è passato.
– Se ti fossi suicidato due colpevoli sarebbero rimasti liberi. Adesso, invece tu sei libero.
– Libero, cos’ho io di libero, guardati intorno, passo da un lavoro all’altro, l’ultimo che era decente l’ho sicuramente perso, riesco a malapena a sopravvivere, leggo tutto ciò che trovo, ed evado dalla realtà scrivendo libri che nessuno mai leggerà, libero, l’ultima donna che ho avuto era un’assassina che ha cercato di incastrarmi, prima una badante, una clandestina, che mi ha lasciato perché ero persino più povero di lei.
– Tu sei
– Ricco dentro? Dimostralo che tra noi non c’è una differenza di ceto, …
Si portò una mano alla nuca, tolse dei ferretti sciogliendo lo chignon, buttò gli occhiali sul tavolino, ed iniziò a sbottonarsi la giacca del tailleur, lasciandola cadere a terra, rimase in gonna e camicia e mi si avvicinò.
– Io posso dimostrartelo, ora subito, possiamo scopare qui selvaggiamente, oppure andare a casa mia, nel mio mondo e fare l’amore, andare oltre la scopata, oltre quello che ritieni la trasgressione di una donna ricca , io non so se il mio è un sentimento o gratitudine per avermi salvata quasi a costo della tua vita, vorrei tentare, vieni da me, rimani con me … decidi, decidi in fretta …
Presi tra le mie quella mano tesa e la baciai, tirandola con me verso la porta, verso un futuro incerto, ma forse verso una nuova vita.
– Aspetta, raccolse i miei manoscritti ed uscimmo da quel loculo soffocante.
Mi condusse nel suo appartamento, mi trascinò in bagno ed entrammo vestiti nella doccia, aprii l’acqua, ci guardavamo ridendo, con i vestiti appiccicati addosso, cominciammo a baciarci, ad esplorare i nostri corpi, ci spogliammo l’un l’altro in quel cubicolo, mentre l’acqua calda ci accarezzava.
Mi fermai guardandola negli occhi, l’acqua le aveva ormai sciolto il trucco ma era bellissima, i suoi occhi verdi, non mi guardavano più come la prima volta che ci eravamo visti, il suo sguardo adesso esprimeva passione.
– Io … io non so il tuo nome …
– Tu chiamami amore, gli altri possono chiamarmi solo Beatrice, qualcuno anche Bea …
– Amore, è il nome giusto per te.
– Adesso basta parlare, ti voglio.
Volevo assaporare il suo corpo, esplorarlo nel suo intimo, la doccia era troppo angusta, spalancai la porta, la sollevai tra le mie braccia, e lei mi disse dove portarla.
Giunti davanti la porta della sua camera da letto, si aggrappò allo stipite.
– Ascolta, tu non sei il primo uomo che io ho avuto, sinora non mi sono mai concessa completamente ad un uomo e nessuno ha mai varcato questa porta …
Non sapevo, se quelle parole erano un modo per recuperare una verginità già persa, per donarmi o illudermi di donarmi qualcosa che non era mai stato concesso a nessuno, ma io non desideravo più il suo corpo, lo bramavo, entrai e la adagiai sul letto, bramavo il dolce sapore della sua fica, suggevo le sue labbra, il clitoride, la penetrai con la lingua, mentre lei continuava a gemere, inarcò la schiena ed ebbe il suo orgasmo, mentre io continuavo a leccarla.
– Aspetta, aspetta, fammi riprendere, si, si, no, non fermarti continua, si, così, ancora, si.
Smisi di leccare ed entrai in lei, lentamente inesorabilmente, la penetrai a fondo e mi fermai, ero dentro di lei assaporai la sensazione, poi iniziai a pompare a ritmo crescente, lei mi cinse con le gambe, mentre io con le mani le accarezzavo i capezzoli.
– Sto, per venire amore.
– Si, si vienimi dentro, no, no, non venirmi dentro, fermati, non venire, non ho preso nessuna precauzione.
Uscì da lei a malincuore.
– Sergio, non ho preso neppure un fazzoletto.
– Fazzoletto, che devi farci
– Visto che non hai il preservativo, dove vuoi venire.
– Con te, su di te, dentro di te. Tu sei venuta tra le mie labbra …
– Dentro è escluso, non prendo la pillola, … le labbra … no, non l’ho mai fatto, se il sapore … potrei …
Mentre parlavamo, continuavo al massaggiarle la fica, introdussi un dito e lo estrassi bagnato dei sui umori, piano piano cercai di introdurlo nel suo culo, la vidi mordersi le labbra, era strettissima ed aveva contratto i muscoli, imprigionandomi il dito.
– No, scherzi, no, è troppo grosso, ci entra a malapena un dito, no, non se ne parla, mi faresti troppo male, piuttosto provo con le labbra.
Lei seduta a bordo del letto io in piedi, si avvicinò al mio cazzo e appoggiò le labbra alla mia asta baciandola, le lasciai l’iniziativa, cominciò a dare dei bacetti su tutto il cazzo, poi timidamente diede qualche leccatina, mentre mi masturbava con la mano, poi finalente accolse il glande dentro la sua bocca. Sentendo i suoi denti sobbalzai, affondando il cazzo nella sua bocca.
– Non con i denti.
Lei per scherzare diede una piccola addentata, poi iniziò a succhiarmelo piano piano riportandomi ben presto all’eiaculazione.
– Amore sto per venire.
Lei estrasse il mio cazzo dalla bocca e le venni sul collo e sul petto, mi leccò il glande assaporando il mio sperma. Sembrò apprezzarne il sapore, tanto che accolse l’ultimo schizzo in bocca. Poi scappò in bagno, la seguii, le ritrovai di nuovo dentro la doccia entrai dietro di lei abbracciandola, il mio cazzo era nel solco del suo culo, le penetrai la fica da dietro, estraendo il mio cazzo in tempo venendo sopra il suo culo, lei si girò e mi baciò con passione.
– Sergio, ti prometto che avrai anche il mio culo, ma non oggi non sono ancora pronta.
Sono passati tre mesi da allora, questa sera io e Bea festeggiamo la pubblicazione del mio primo libro, speriamo sia il primo e non l’ultimo, e Bea mi ha promesso che si donerà a me completamente. FINE

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Colleziono racconti erotici perché sono sempre stati la mia passione. Il fatto è che non mi basta mai. Non mi bastano le mie esperienze, voglio anche quelle degli altri.

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