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Elena Elena ed ancora Elena

A). MILANO – BOLOGNA

 

Non riuscivo a togliermi dagli occhi, dal cervello e dal ricordo i quattro giorni trascorsi a Milano per sostenere un colloquio per un possibile lavoro, nella Milano proletaria ed operosa delle ore di punta sui mezzi pubblici.

Uomini e donne “sardine” stanche, sguardi spersi nel nulla, volti cerei, tristi, muti, vuoti, corse, spinte e gomitate per assalire i tram, stiparsi in essi per poi sciamare, giocando al sorpasso l’un dell’altro, con scatti felini, da veri podisti, come in un gioco di folli.

Seduto sulla poltrona rossa e lisa di uno scompartimento di seconda classe non ce la facevo a concentrarmi nella lettura ammazza tempo di uno qualsiasi degli articoli del settimanale che avevo acquistato a caso nell’edicola della stazione centrale, come non riuscivo ad entrare nei discorsi nati forzati ma già più spediti e naturali dei miei compagni di viaggio.

Fortuna che sedevo accanto al finestrino e potevo così rinascere pian-piano posando e gratificando gli occhi col verde sempre più frequente e vasto della pianura padana che ci “correva” ai lati.

Piacenza.

L’espresso rallentò sempre più, la signora che sedeva di fronte a me, bagagli sotto mano, era pronta per avviarsi e scendere.

Abbassai il finestrino, mi ci poggiai con gli avambracci e mi sporsi in fuori.

Risposi al saluto di commiato della mia ormai ex dirimpettaia mentre la gente in attesa mi sfilava davanti, facce all’insù, sempre più numerosa e compatta.

Ultimo stridio di freni e treno fermo con un contro balzo di assestamento.

– C’è un posto libero lì? –

– Sì – risposi meccanicamente, non sapendo neanche a chi dei tanti nasi all’insù che mi stavano davanti avevo risposto.

– Me lo riserva mettendoci su questa, per favore? – mi fece il sorriso di una ragazza alzando verso di me una borsa flaccida e sbrindellata.

Il mio agguantarla e buttarla sul seggiolino di fronte a me fu automatico.

Si piegò in due per afferrare il manico di un valigione di cuoio enorme e tentar di alzarlo, Jeans attillatissimi esaltarono la pienezza e l’armonia di chiappe appena coperte e strettamente fasciate, una spanna di pelle maiolicata apparve tra essi e la mezza (tanto era sottile, corta e stretta) maglietta che “vestiva” la parte superiore di una giovanetta incapace di sollevare la valigia-armadio che prese la via del finestrino cui ero affacciato solo quando due volenterosi e forzuti ragazzi (curiosi di sbirciare da vicino le belle tette stampate sulla strampalata micro maglietta) le diedero la spinta decisiva per issarla fino al finestrino.

La ragazzetta, compressa in tal scarso vestiario, arrivò nello scompartimento quando avevamo già provveduto non senza fatica a sistemare il valigione sulla rete-portabagagli.

Ringraziò tutti e mi si presentò: – Sono Elena, ciao e grazie! –

– Sono Babele, ciao e prego! –

Si accasciò al suo posto come se fosse stata lei a sostenere le fatiche legate alla sistemazione del suo enorme bagaglio, sfogliò nervosamente e brevemente un giornaletto, poi: – Andiamo a chiacchierare in corridoio? – mi propose.

– Certo, con piacere! – le ribattei.

La lasciai avviarsi e precedermi, la seguii insieme agli occhi imbambolati e cupidi dei passeggeri maschi dello scompartimento.

Così, in piedi e da vicino la vidi meglio ed il perché di tanta sensual voglia seminata in giro mi fu subito evidente.

Mi appoggiai con la schiena al finestrino semiaperto e mi persi nel fresco che mi sferzava la schiena ed il collo, ma soprattutto nel birichino ombelico che avevo sott’occhio, ben esibito e quasi a portata di mano.

– Ti piace?, t’attira proprio tanto? – mi fece canzonatoria.

– Sì, è grazioso, simpatico, dolce, conturbante e deve essere un birichino! –

– Se non gli fai una carezza non ti crederà mai! – mi invogliò con un sorriso sfottente.

Lì per lì ci rimasi di sasso, ma un fortunoso e complice sobbalzo della carrozza fu la scusa buona che me la fece precipitare addosso togliendomi subitamente da ogni imbarazzo.

Una mia mano trovò in fretta l’esibito ombelico, l’altra passò sotto la mini maglietta e scivolò sulla pelle nuda della schiena, mi resi conto che non si sarebbe più staccata da me e fui preso da una dolce angoscia, mi trovai le sue belle ed esibite tette piantate sul petto, la mano che aveva adulato l’ombelico salì a carezzarne una, la sua micia, lenta ma determinata, strusciava su una mia coscia facendomi drizzare il “coso” coram populo, malgrado avessimo addosso gli occhi maschili spalancati ed invidiosi, quelli femminili sprezzanti e torvi.

Nella tratta tra Piacenza e Parma ci… fidanzammo.

Ma Elena, la bella e spudorata Elena, non aveva mica finito di farmi allocchire.

Lei stava andando a Riccione a fare la vigilatrice in una colonia marina per bambini e doveva, come me, cambiare treno a Bologna che dovevo invece proseguire per Ferrara.

E prima di dividerci “la mia fidanzata” Elena volle… unirci!

Mi prese per mano, mi trascinò tra la gente che stava nel corridoio verso la coda della carrozza, “Permesso?”, “Prego!”, “Permesso?”, “Prego!” strusciando le belle, erte poppe volutamente sui petti dei maschi che fingevano di appiattirsi contro pareti e finestrini, sorridendo ad ognun d’essi, pigiandole contro quelle più scadenti, offuscate dalle sue prorompenti, delle viaggiatrici che fissava con sguardo di sfida, quasi di scherno.

Attaccato alla sua mano, trascinato dal suo braccio teso, arrivammo alfine alla piattaforma sgombra da passeggeri.

Mi attirò contro di se, schiacciò le sue contro le mie labbra, la sua lingua si attorcigliò alla mia, si impossessò della ed impazzò nella mia bocca.

Un rumore assordante colpì le mie orecchie, una sua mano che aveva abbandonata la morsa con la quale mi teneva legato a lei aveva aperta la porta del WC, mi spinse con violenza dentro di esso facendomi retrocedere alla cieca, inciampare e quasi cadere.

Richiuse ed inchiavardò la porta dietro di se.

Il rumore ritmato e metallico delle ruote al contatto con le intersezioni dei binari era infernale, il fetore che emanava dal WC lo era altrettanto.

La sua bocca non mollò mai la mia, la sua lingua continuò a tener prigioniera la mia, le nostre narici erano quattro mantici.

Le sue mani armeggiarono frenetiche sui suoi jeans che si afflosciarono a terra rendendola nuda, poi sulla fibbia dei miei pantaloni che mi calarono a strappi, mi schiacciò contro la fredda lamiera del WC, me la trovai avvinghiata al collo, legata ai lombi dalla presa delle sue cosce e gambe, la sua umida fragola bene infilzata sul mio bastone, “violentato” da poderose figate, che divennero lievi, poetiche, fanciullesche, poi “tremende”… uno “stupro” vero, che stava diventando un sempre più gradito e gustoso gioco tra due monelli, o meglio due porci pazzi.

Gli ondeggiamenti della carrozza ci sbatacchiavano di qua e di là, l’angusto WC continuava a ferirci gli orecchi con assordanti rumori, le narici col suo olezzo

Per poco.  Il mio piacere montante, il suo gusto crescente, l’avvicinarsi dei traguardi orgasmo trasformarono d’incanto lo sferragliante rumore in musica, il fetore in profumo, l’orrido, sconquassante, freddo luogo in morbida, rosea e calda “culla cullante”.

Due bombe gusto esplosero simultanee dentro di noi sbrindellando i nostri corpi compenetrati, avvinghiati, avviluppandoci nel rosso-fuoco dei lampi del piacere apicale, irrorando, dilavando gli organi sessuali suo e mio nel latteo miele del mio piacere “sparato a mitraglia” in una figa che non avevo ancora praticamente vista e conosciuta.

Sempre meno ansimanti ma svuotati e sfatti, ognuno di noi due ripulì alla meno peggio e vestì se stesso, poi lasciammo l’orrido luogo del nostro pazzo incontro d’amor sessuale (ridiventato fracassone e maleodorante dopo esser stato per noi musicale ed odoroso) alla insistente signora che bussava alla sorda porta ormai da tempo e che trovandosi di fronte all’evidenza stampata sui due stralunati occupanti-peccatori quasi svenne dal disgusto, non trascurando di farsi il segno della croce.

“Permesso?”, “Prego!”, “Permesso?”, “Prego!” e la recita dell’andata ebbe un bis nel ritorno verso lo scompartimento, percorso difficile scortato dai malevoli sussurri dei presenti tutti, maschi e femmine, i primi inveleniti da cupida, sana invidia, le seconde imbufalite dallo “scandalo”.

Bologna, binario 14.

Lei doveva prendere la coincidenza al quinto binario dopo mezz’ora, io al nono venti minuti dopo di lei, raggiungemmo il quinto.

Mi si attorcigliò attorno come naufraga ad una boa-salvavita e così rimase fino all’arrivo del suo treno.

Mi salutò soffocandomi con un lungo, caldo ed appassionato bacio d’amore, mi sussurrò furtiva, ammaliante gattina: – Vienimi a trovare presto sai, perché io più di una settimana senza “questo” (e me “lo” accarezzò con più violenza che trasporto) non posso proprio stare e… o me lo dai tu o… –

Sincera la mia fidanzata “nuova” e molto chiara anche, oltre che esigente, bella conturbante e forse anche “un po’” puttana!

Appena solo presi la via verso il nono binario e fui certo che il nostro “fidanzamento” fosse già morto anche se appena nato.

Il nodo ferroviario della Dotta aveva sciolto nel nulla il legame sessuale, violento e gustosissimo, nel quale mi aveva trascinato la ninfomane pazzerella… a proposito, chissà quanti maschietti aveva irretiti e “brutalizzati” in chissà quali impossibili e strani posti la bella, sfrontata, insaziabile torinese!

Ferrara.

Presi l’autobus n. 5 e mi sentii stranamente solo, “senza di lei”.

A casa mi diedi del cretino e mi ripromisi di cancellarla in fretta sia dal mio cervello che dal mio uccello.

Non andai volutamente, forzatamente a trovarla alla colonia marina combattendo ogni giorno una guerra senza quartiere contro crescenti voglie, appuntandomi sul petto, ogni sera, sempre nuove medaglie al valore della… resistenza al peccato.

“O me lo dai tu o”… o?, ah, sì?… e chi se ne frega, puttana che non sei altro !, ma non crederai mica che mi metta con una che ogni settimana “o me la dai tu o…”

 

Un mese dopo.

Bologna.

Lei, il suo valigione-armadio, il suo corpo bollente ed abbronzato, semisvestito il suo ombelico, le nostre voglie, un nodo erotico sessuale riannodato in un nodo ferroviario.

Sulla Montagnola.

Dietro un cespuglio.

Guardati e… protetti dalle “pistole” di un paio di guardoni.

Con tanto di frenetici, esemplari segoni.

Grazie ad un’ora e dieci di attesa della coincidenza per Torino.

La loro presenza mi aveva inibito, gelato, inviperito.

Elena mi canzonò e spronò: – “Amami” liberamente, loro celebrano ed onorano la contemplazione e svalutando l’atto fisico diretto godono una fantasia interiore, una favola bambina, una visione forse mistica –

“La amai” liberamente, ne godetti di-vi-na-men-te !

In quel dannato mese avevo ripassati puntigliosamente prima, poi affannosamente, quindi disperatamente i miei grandi e piccoli amori, le avventure, le sveltine, le cotte e le sbandate sessuali dalla mia prima ragazza in poi, avevo “amate” il maggior numero di femmine possibile, serie e puttane.

Volevo aver goduto o godere di più che con Elena almeno con una di tutte loro ma non era stato, non era così e allora “chiesi” al mio uccello di essere bugiardo, di inventare, di raccontarmi una balla, almeno quella!, ma lui, scandalizzato, mi ricordò che “il cuore sì che può gabellar fandonie, il cervello sì che può propinar balle, ma il cazzo non mente mai, è troppo serio, troppo onesto per non onorare la verità” e mi confermò che non aveva mai “amata” una figa così vera, che non aveva mai goduto tanto, provato un piacere così totale.

Il nostro fu un fidanzamento malato di pazzia, che avrebbe dovuto esser morto appena nato, che visse e prosperò per anni: Carnale, Platonico, Depravato, Puro, Pudico, Osceno, Intrigante, Virtuoso, Elegiaco, Prosaico, Imbronciato, Gioioso, ma sempre Libero, forse addirittura Felice.

 

 

B). ELENA

 

Il legame sentimentale e fisico che univa Elena e me era fuor dal comune.

Ci eravamo conosciuti e subito scopati in treno, intesi, piaciuti, “provati ed approvati”, poi, contro ogni logica, addirittura fidanzati, ma il nostro “modus vivendi” sessuale e la distanza tra la mia e la sua città avevano giocato un ruolo importante nel nostro menage rendendolo diverso, penso, da ogni altro.

I normali rapporti interpersonali che sono fatti di amicizia, di affetto, di sesso intrattenuti da lei nel suo, da me nel mio ambiente, avevano spesso aperto delle parentesi più o meno lunghe ma mai troppo profonde nella nostra relazione.

Per esempio, ogni volta che io mi ero invaghito di una ragazza della mia città o Elena di qualche maschietto della sua il filo che ci univa veniva labilizzato automaticamente, ma non fu mai reciso.

I nostri contatti epistolari, normalmente settimanali, diventavano più radi (era il segnale della apertura di una parentesi) per tornar normali quando anche noi ridiventavamo “fidanzati normali”.

Un gioco inaccettabile per tanti, amabilissimo per noi.

Mi viene in mente la volta che, scrivendole una lettera, mi uscì di penna una domanda pazza, questa: – Allora mia Elena, come te la passi nella tua invernale, fredda Torino sessualmente, “al gelo” ? –

Mai avrei supposto la sconcertante risposta : – Nella mia invernale, fredda Torino, sessualmente, mi faccio scaldare la passera da un paio (!) di focosi amatori che mi tengono calda-calda, uno è il solito Gianni, l’altro è un ragazzo (quattro anni meno di me) impetuoso ed inesperto torello che dovrò educare ed istruire bene perché ha un uccello che… beh, ne vale la pena ecco ! –

Una ragazza che scrive e firma le sue “bi-malefatte” sessuali al fidanzato non l’avevo nemmeno pensata, ma il rapporto tra noi era da sempre talmente sincero e sereno, giocoso, che anche questa nuova pazzia fu da noi presto trasformata in normalità facendoci riservare, in ogni lettera che ci scrivemmo poi, uno spazio apposito dedicato alle evasioni sessuali dell’uno e dell’altra.

Lealtà obbligata la nostra, date le ovvie e giuste voglie “inevase” di ognuno e la distanza che ci separava… a meno che non avessimo voluto essere ipocriti come tutti.

Sapemmo ed accettammo sereni, scrivendoci come fidanzati e parlandoci dei nostri fidanzati, che se il mio cazzo disoccupato lo era poco la passerina di Elena era quasi sempre occupata.

Poi abbiamo forse esagerato e la mia fidanzata è venuta talvolta a trovarmi a Ferrara insieme al fidanzato torinese (lei è più vera coraggiosa di me).

 

Le nostre lettere si incrociano adesso settimanalmente, segno che siamo “solo noi due” ad essere fidanzati, e nell’ultima di esse mi propone di incontrarci a Piacenza per trascorrervi insieme il fine settimana.

Accetto con piacere ed arrivo nell’ hotel del quale lei è ospite da due giorni il venerdì alle ventitre.

Finalmente la rivedo e mi compiaccio ancora una volta con me stesso, Elena mi piace, Elena è donna bella, fisicamente e caratterialmente, ma è femmina fin troppo schietta, esente da sotterfugi e compromessi di qualsiasi tipo, persino troppo cristallina, ma è amante calda, brava, rilassante, tutta da godere e da far godere.

Ci coccoliamo per un po’, poi facciamo la doccia insieme, giochiamo con l’acqua, il sapone e le nostre parti intime, ci asciughiamo a vicenda, ci precipitiamo a letto a stringerci, carezzarci, palparci, baciarci, leccarci, scoparci, farle il bel culetto, godere, venire con passione vera.

Poi chiacchieriamo quietamente, avvolti nel piacere di stare così bene insieme fino a farci rapire dal sonno.

La mattina dopo facciamo colazione tardi e pigramente.

Lasciamo l’albergo alle undici passate e ci tuffiamo, in macchina, nelle verdi e dolci collinette circostanti, una lunga passeggiata senza meta, all’una e trenta ci sediamo a tavola in una linda, accogliente trattoria a conduzione famigliare.

Torniamo in albergo ai trenta all’ora come se così facendo il tempo, davvero tanto piacevole, trascorresse più lento o s’allungasse.

Alle quattro rieccoci a letto a scoparci, a goderci, ad appisolarci, alle sette sotto la doccia, poi freschi, vestiti, pronti… già, ma pronti per far che ?, o per andare dove ?

– Facciamo un salto in ospedale a salutare Gianni ? – salta su Elena.

– In ospedale… Gianni ?, ma che c’entra !, cosa dici ! – sbotto annichilito.

– Ah già, non te lo ho ancora detto, un mese fa Gianni ha preso l’aspettativa dall’ospedale di Torino ed è venuto a Piacenza dove gli hanno offerto un posto da aiuto in chirurgia d’urgenza per rendersi conto se gli conviene accettare e trasferirsi oppure no –

– Ah sì ?… – riesco a mala pena a sillabare non credendo ai miei orecchi, fuori dalla realtà per troppo scombussolamento fisico e psicologico, poi – e andiamo a trovare stò Gianni ! – le rispondo stralunato per non fare la parte dello scemo sprovveduto riuscendo a trasformare, non so come, il mio sconcerto in gioco che ho concluso così : – allora è “l’affare” di Gianni che ti ha fatta arrivare qui due giorni prima di me… ora ricordo, me lo avevi detto “devo andare a Piacenza per affari” – e lei ride divertita mentre io mi chiedo, senza entusiasmo, se dovrò spartire la passera di Elena con Gianni anche in questi tre giorni.

Ma il discorrere di Elena va di già avanti, non perde tempo dietro l’ovvio, e devo seguirla lasciando indietro le mie apprensioni.

Ed eccoci da Gianni, entusiasta della sorpresa anche se Elena ne aveva preparate due : una per me che non sapevo di lui e una per lui che non sapeva di me !

Ci conosciamo da tempo il dottor Gianni ed io, di nome da quando Elena me ne ha parlato, prima ancora che ci fidanzassimo, presentandomelo come suo antico amico ed amante sottomesso, di persona la prima volta che sono stato a Torino, ma non lo avevo mai visto così estroverso, lui che è di carattere chiuso, taciturno, raramente sorridente, mai frizzante come è invece adesso… soprattutto con Elena.

Ho sempre coltivata la certezza che sia innamorato cotto di Elena, da una vita e adesso ne sono ancora più sicuro : “forse Gianni non ha mai avuto il coraggio di ancorare a se le libertà e liberalità sessuali di Elena, sennò l’avrebbe fatta sua moglie da tempo” penso.

Chiacchieriamo per mezz’oretta poi ci accordiamo di aspettarlo in albergo dove anche lui alloggia fino verso le nove per andare poi a cena tutti e tre insieme.

In attesa dell’ora stabilita Elena ed io ci facciamo una lunga passeggiata con dialogo dove l’argomento centrale è Gianni, e tra un dire e l’altro faccio una domanda che è affermazione alla mia ragazza : – Di uomini ne hai contati e cancellati molti, ma Gianni è, a parte il tuo celebrato “svezzatore”, l’unico ad essere ancora e sempre sulla breccia… deve avere dei meriti, anche sessuali, speciali allora per te ! –

– Meriti umani tanti… sessuali ?… mi lecca per un po’, mi dà quattro colpi ed è già venuto due volte… a lui mi legano le sue onestà, serietà, lealtà, il suo modo di amarmi o di volermi bene, non so, ma quella che non mi va e non mi andrà mai giù è la sua troppa gelosia –

Trovo strano che Elena si porti dietro da tanti anni un maschio da “quattro colpi due orgasmi” e addirittura troppo geloso come dice sia Gianni, ma non mi ci soffermo su più di tanto.

Alle otto e mezza una telefonata dall’ospedale ci avverte che un caso urgente avrebbe trattenuto Gianni in sala operatoria fino a tarda ora, di scusarlo e di non attenderlo.

Ceniamo nel ristorante annesso all’albergo consumando una serie di appetitosi assaggini, gelato e caffè in meno di un’ora.

Saliamo in camera e decidiamo di restarci.

Cominciamo a giocare, a sfotterci, a rincorrerci per la stanza ed a lottare sul letto come bambini, poi Elena mima uno spogliarello lascivo e mi attacca con un pompino che mi fà inviperire il cazzo e fare l’amore con lei fino ad esaurimento delle ultime energie rimastemi, fino allo svuotamento totale.

Il lenzuolo modella i nostri corpi rilassati, uniti, nudi, spossati, siamo mano nella mano, la stanza contiene un quieto conversare.

“Toc, toc, toc” ci interrompe un lieve bussare.

– Chi è ? – gli fa’ eco la voce di Elena.

– Gianni !… disturbo ? –

– No, no ! – replica vivacemente la mia fidanzata che vola, nuda com’è e tette ballonzolanti a spalancare la porta all’amico e gli occhi ad una allibita coppia in transito lungo il corridoio.

Lo trascina dentro, sbatte e chiude la porta, sposta la poltroncina al fianco del letto che occupa lei, lo fà sedere, si infila sotto le lenzuola e in men che non si dica “è tutto normale”, come se stessimo conversando, vestiti e verticali al bar centrale.

Gianni ci ragguaglia sull’intervento urgente che lo ha trattenuto, sulle prime impressioni di lavoro ricevute, poi parliamo di tutto un pò finché in un momento di stasi dice : – Scusatemi se ho profittato della vostra intimità ma lontano da casa e solo non ho potuto fare a meno di usare una compagnia amica, ma ora me ne vado subito –

– No, no ! – gli replica decisa Elena – non ci pensare nemmeno !, Babele non è mica geloso come te perciò tu ne approfitti, resti qui con noi e fai l’amore con me ! –

Ecco come è Elena !, squinternato dalla pazza decisione della mia fidanzata odo Gianni dire : – Di Babele non sono certo geloso neanche io !, è di tutti gli altri stronzi che ti porti a letto che non so darmi ragione, ma il proverbio che recita “chi troppo vuole nulla stringe” varrà anche per te prima o poi – le replica secco Gianni da innamorato invelenito, stemperando un po’ l’angoscia che m’aveva provocato l’ordine dato dalla mia ragazza al chirurgo.

Una gamba e relativa coscia di Elena escono dal lenzuolo scoprendo un po’ del pelo della sua bella passera, guida il piede a strusciare malizioso lungo la patta dell’amico seduto nella poltrona lì accanto, ora muto e teso, patta che “si muove e cresce a vista d’occhio” come il sudore che gli imperla la fronte.

– La tua fosca predizione che mi affibbia un futuro senza nulla da stringere mi suggerisce di darmi da fare ora – gli ribatte la mia fidanzata, e rivolta a me : – Posso… vero caro ? –

– Beh… tanto io sono totalmente svuotato ormai – balbetto confuso e sentendomi la classica figura dello scemo.

– Dai gelosone che ho voglia di te, di godere e di farti godere –

Gianni, rosso ed affannato, si sfila tutt’insieme pantaloni e slip da sotto, Elena gli toglie pullover, camicia e canotta da sopra.

Ed eccola stesa accanto a me e spalancata per lui con il cuscino sotto la testa per guardare ed aizzare Gianni a leccarle la figa ed il culo, con il mio sotto il “mandolino” per meglio offrire l’una e l’altro alla passione ed alla voluttà del chirurgo… gli orgasmi di Elena sono resi visibili dai contorcimenti che la squassano e udibili dai caratteristici “ah-à, ah-à, ah-à” che le sfuggono di bocca… Gianni, “muso bagnato”, si erge, arranca ginocchioni con il cazzo in mano verso la nostra gnocca in attesa, la infilza e la monta, la monta, la monta… altroché quattro colpi !

Il chirurgo “viene”, sborra, Elena ha “orgasmato” in continuazione, restano uno dentro l’altra, avvolti in un mare di gocce di sudore e di fremiti di piacere, riposano, rifanno il pieno di ossigeno, ricominciano “rovesciati”, con Elena che monta il Gianni e continua a contare orgasmi l’un dopo l’altro, come è tipico di lei, e quando pare che anche Gianni sia vicino al suo secondo (dagli spasimi che lo sconvolgono) la mia fidanzata, che ben lo conosce e sa cosa fare, lo abbranca e ritorna sotto, se lo porta sopra… Gianni le… spara una montata velocissima, si ferma, gli cattura il cazzo, se lo pianta “in quel posto”, la incula dapprima con andatura lieve, poi sostenuta, quindi ardita… “ah-à, ah-à, ah-à”, glie lo cava da là, glie lo affonda nella cocca, la scopa con andatura lieve, poi sostenuta, quindi ardita… “ah-à, ah-à, ah-à”… la incula… “ah-à, ah-à, ah-à”, la scopa… “ah-à, ah-à, ah-à”, “cose” che accadono a venti centimetri dai miei occhi e non la smettono mai, sono due rose cristallizzate dal fresco dalla rugiada del mattino.

“Quattro colpi ed è già venuto due volte !” penso più sorpreso che scandalizzato “salute !, se quelli sono quattro colpi !”.

Il letto matrimoniale della nostra stanza ospita alla fine delle battaglie, “tre fidanzati” nudi, sfatti e svuotati dal piacere, che dormono della grossa fino alla tarda mattinata del giorno dopo.

La finestra spalancata da Elena e aggredita da un sole accecante ci sommerge di gaiezza.

La nostra fidanzata fa’ la doccia ad entrambi indugiando assai sugli attributi maschili di ognuno colmandoli di “grazie” per il piacere che la han donato e nel giocoso tentativo di strapparci la promessa che la sposeremo ed ameremo tutti e due insieme e per sempre, e ci solletica con bacetti, carezze e palpate strappa consenso che ci induriscono pian-piano ma ben-bene i piselli che cattura ed “ammanetta” con le sapienti manine, li tira con lei e noi che siamo attaccati a “loro” siamo costretti a seguirla fino al letto, sul letto, li infila dentro di lei, uno nella “davanti”, l’altro nel “didietro”, godiamo, ci scambia, godiamo… “le prove” del nostro futuro ?

“Prove” che finiscono sconvolgendoci nel piacere estremo.

– Gianni, sai cosa mi ha detto ieri Elena sulle tue prestazioni sessuali ? –

– Cosa ? –

– Gianni mi lecca per un po’, mi dà quattro colpi ed è già venuto due volte –

– Ah, sì ?… tanto posso fare ! – risponde smarrito come se fosse colpevole di averla “amata” poco e male.

– Alla faccia dei quattro colpi, glie ne avrai dati quattromila ! –

Elena, ridacchiando, puntualizza : – No caro, non cercare di farmi passare per bugiarda, lo sanno bene anche i bambini che gli zeri non contano niente e che perciò quattro, quattrocento o quattromila non fà differenza e cerca di imparare la matematica e di far di conto perché tra “andata e ritorno” me ne ha dati ben ottomila ! –

Ha ragione sul valore degli zeri, accidenti, e gli “ottomila” li avrà di certo contati bene !

Questa è Elena, veritiera fino alla follia, scandalosamente leale, audacemente sincera.

Elena, vista superficialmente, giudicata secondo il pensar comune “deve” essere definita una puttana senza limiti e senza vergogna.

Elena è la ragazza più “seria e morale” che abbia mai conosciuta.

Elena non mi ha mai ingannato.

Le altre Sì.

Grazie, Elena, ma come tutti gli stupidi di questo mondo finirò per impalmare una troia vera, una di quelle donne delle quali la gente dice che è seria, brava onesta, buona, sincera, morigerata, da famiglia, ecc. ecc.

Ne ho già conosciute tante e ce ne sono ancora molte in attesa del cretino : aspettatemi, sto arrivando !

Alcuni anni dopo :

Elena, non ti sposerò mai, ti ho dimenticata forse perché non ti dimenticherò mai, forse perché sei stata per me una vera maestra di vita, forse perché grazie a te e ad un po’ di culo mi è andata bene.

Perché ho impalmata una ragazza “seria” come te ma ben più furba di te, perché nessuno sa che intrigante, suprema troietta ella è.

Ed è quello che conta.

Ed è ciò che piace a me.

Che ho sempre cercato.

Che ho.

 

 

C). SALICE D’ULZIO  24. 10. (di un tempo che fu)

 

Caro Babele

Sto scrivendoti fasciata nella morbidezza del velluto giallo della poltroncina dello scrittoio posto sotto la finestra, sono protetta dal tepore di un fuoco vero, sto godendomi la prima neve dell’anno che cade a grandi e candidi fiocchi che mi nascondono, silenti, il panorama di verde e di roccia ancora ben visibile qualche minuto fa, ma che mi donano l’impagabile bellezza di una fiaba bambina.

L’amico Sandro, il tuo “supplente”, è stravaccato sul “letto del piacere” (dove abbiamo molto goduto e poco dormito) a ricaricare le batterie, a fumare beato una rilassante, amica Marlboro il profumo della quale mi ha invase le nari e sta tentando la voglia crescente di fumare anch’io una sua gemella, ma dopo, adesso è primaria la voglia che ho di te, di averti qui che impera, tutto il resto è almeno secondo o forse ultimo.

Sono rilassata, appagata da una “tre notti e due giorni” di sesso straripante, sono ricolma di gusto fisico, di piacere mentale, di psico emozioni che vorrei dividere con te e mi angoscia un po’ il non poterlo fare.

E allora la mia mano verga sulla carta per te il mio pensarti, il mio sognarti, il mio amarti, il mio volerti presente in me in ogni mio respiro, in ogni mio minuto di vita vissuta anche e sopratutto, forse, quando non ci sei.

Questo week-end in agonia mi ha regalato cose belle, sorprese liete, carnali o candide, come questa neve che mi colma l’anima di poesia e mi rapisce.

In questi giorni cose da poco (quelle che contano di più?) mi hanno regalato le emozioni più vere, dentro questa stanza tutta legno e coltri di piuma d’oca mi sento farfalla immersa in un piumino da cipria.

Tutt’attorno è durezza: le montagne, le rocce, la neve, il vento, questa stanza invece, protetta dal calore che l’uomo ha imparato a rubare alla natura e di cui la ha rivestita, è calda morbidezza nella quale io… “sguazzo tutta nuda”.

Perché tu sei tanto lontano?

Perché tu non sei qui?

Perché io sono qui?

Perché Sandro ed io abbiamo deciso di passare un fine settimana diverso dai soliti, con i soliti amici, le solite chiacchiere, le solite seppur sempre assai piacevoli scopate nel solito albergo.

Sandro, affettuoso e coccolone come sempre… “brr”, ma cosa sta succedendo dietro di me?, un batacchio pendulo di carne, una borsa morbida, un boschetto di peli si poggiano alla mia schiena e la fan rabbrividire, due mani calde passano sotto le mie ascelle e diventano coppe per le mie tette, mi circuiscono i capezzoli e li fanno inturgidire… l’alito ed una domanda giungono al mio orecchio prima di venir insalivato da lingua giocherellona che lo rende erogeno, Sandro mi sta chiedendo cosa e a chi sto scrivendo.

Gli rispondo che sto scrivendo una lettera d’amore al mio fidanzato lontano, al mio amore, mi chiede se ti scriverò anche di lui, se ti parlerò bene di lui.

Massì, certo!, e come potrei non scriverti bene di un ragazzo d’oro come lui, acqua e sapone, serio, lavoratore, onesto, discreto, bello… a letto magnifico, instancabile montone, leccone e, tanto per far rima, “palpone”?… perché come ben sai lui il suo dovere di supplente (per colpa della distanza e dei lunghi tempi che ci separano), lo fa’ sempre tutto e bene, quindi se lo merita!

Io ci sto bene a letto con lui, lui bene con me, manchi solo tu e sarebbe persin troppo bello!, pensa, Sandro mi ha scopata (e fatte tante altre cosine) venerdì notte, ieri notte e oggi pomeriggio (la montagna gli ha giovato).

Un “batacchio” si sta arrampicando lungo la mia schiena sulla quale si srotola ed ingigantisce… ha voglia di “suonare a festa nelle mie campane” ancora una volta, meglio che mi giri… meglio che… scusami caro… devo lasciarti per un po’… forse (e magari!) per molto… ho “le campane” di già pronte, a dopo amore.

 

Due ore dopo: mio carissimo e paziente (per avermi aspettata due ore) Babele.

Le mie mani-campane…

La mia bocca-campana…

Le mie tette-campane…

La mia figa-campana…

Il mio culetto-campana… tutte sono state suonate a festa ed a distesa fino a pochi minuti fa dal cazzo-batacchio di Sandro, un “campanaro” che mi ha immersa in un vero delirio di piacere.

Ora provo di cercar di concludere questa mia anche se “stracciata son” grazie al tuo supplente che, come al solito, è stato grande, grazie a me che non gli sono stata da meno.

Ciao tesoro, meno male che tra dieci giorni ci rivediamo, era ora che questo benedetto, atteso sospirato ponte di novembre ti portasse finalmente a me perché il supplente è bravo, preparato, conosce bene tutte le materie, parecchie lingue e mi dà munifiche lezioni ma la mia… cattedra sente il bisogno del suo titolare.

Ho voglia di te, di essere tua, di farti mio, ho voglia del mio uomo e maschio, ho voglia del mio futuro sposo.

Bacioni dalla sempre tua… “fedele” Elena e un saluto dal… “nostro” Sandro.

 

Io sono Babele, il fidanzato di Elena e mi sono permesso (con il suo permesso) di riscrivere per voi la sua lettera, un… poema breve, un cantico incantato in onore ed a gloria del così detto tradimento sessuale e della sua fanciullesca liceità, solo un gioco, uno svago per monelli, un divertimento sano, scanzonato, libero che dovrebbe essere tale per tutti e diritto per ognuno (parole sue, come i “fatti” reali scritti e confessati con onestà e serietà troppo vere).

Cara, bella, sensuale, disarmante Elena, Bernarda sublime, perché non mi hai scritto (come fanno tutte!) che eri in montagna con un’amica?, perché non mi hai raccontate quattro banalità o una sola bugia “il giorno dopo” invece di tante e tali verità mentre le vivevi e godevi?, ma tu sei troppo leale, onesta, sincera, schietta, “seria fino alla follia” e ti sei scritta per quello che sei mentre io ho… “dovuto” farmi una sega da manuale, godendone un gusto sapido, sublime e allora grazie!

Io sono un freddo quando sono scevro da coinvolgimenti di ordine fisico, morale, personale, religioso, sociale, culturale e devo ripetermi: “Tu sì che sei donna onesta, tu sì che sei femmina seria, perché vera, perché ti scrivi, racconti e descrivi per quella che veramente sei e come tale ti proponi a me, agli altri, a tutti, tu sei così per chi ti apprezza e ti vuole, per chi ti disprezza e rifiuta, senza orgoglio per applausi ed assoluzioni, senza tema di condanne.

Io, gli altri, tutti, i soliti vigliacchetti che hanno il terrore della verità e quindi della lealtà vera, la sola, autentica serietà, noi siamo solo dei falsi, degli infingardi, sì, perché aver paura della verità vuol dire nuotare nella graveolente melma dell’ipocrisia che domina la società perbenista ed è perciò che tu pagherai duramente il grave, imperdonabile difetto della onestà totale che ti pervade e sono perciò triste… ma eccitato.

Ho l’uccello straduro che mi chiede a gran voce di fargli una sega riparatrice.

Ancora un’altra!

Povero me…
FINE

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