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Il ladro gentiluomo

Elena dorme profondamente e non si accorge dell’intruso penetrato in casa fintanto che lui stesso le blocca un braccio facendola svegliare di soprassalto: il canne della pistola puntato sulle labbra le smorza l’urlo che sta per emettere, riducendolo ad una specie di singhiozzo soffocato.
L’uomo che la minaccia le intima di star zitta, le dice che non le succederà nulla, ho solo bisogno di soldi ripete un paio di volte quasi con monotonia, la stanza è ancora nella più totale oscurità ed Elena fa fatica a distinguere i contorni di quell’individuo la cui voce le sembra calda e sensuale, sebbene tale inusitato pensiero in relazione alla situazione in cui si trova, scivola fuori dalla sua mente in un istante.
Quando lui accende la luce del comodino le appare una figura alta e dinoccolata avvolta da un costume nero, una calza di eguale colore gli sfigura il viso rendendolo irriconoscibile, come pure di difficile decifrazione è l’età di quell’uomo, che lei immagina abbia intorno ai quarant’anni.
Con calma glaciale egli estrae dalla tasca un paio di manette, Elena non fa resistenza, ha troppa paura, si lascia bloccare i polsi che restano incatenati alla testiera del letto con le braccia aperte, lui continua a parlarle con tono suadente, sembra un ladro gentiluomo di antico stampo, sicchè il tumulto che le scatena il petto ha un attimo di tregua, pur se la tensione resta oltre il livello di guardia.
Elena ha ventisette anni, è una donna benestante di buona famiglia sposata con Carlo, un giovane dirigente d’azienda di qualche anno più vecchio di lei, che da un po’ di tempo è costretto a fare le ore piccole, impegnato com’è in una carriera luminosa che pare debba aprirgli le porte alla carica di direttore generale.
Anche quella sera aveva telefonato dicendo che avrebbe fatto tardi, Elena sposta gli occhi verso la sveglia sul comodino e vede che segna la mezzanotte, solitamente non rientra prima dell’una passata, ma non può far a meno di sperare che anticipi il suo arrivo.
Ho bisogno di cinquemila euro sottolinea il rapinatore, siete una famiglia ricca, dimmi dove posso trovarli, avrete sicuramente una cassaforte, su svelta non ho molto tempo da perdere, insiste tenendole la pistola appoggiata sulla bocca mentre lei si sente gelare al pensiero che in casa è rimasto poco nulla, avendo ella speso una grossa somma in contanti proprio qualche giorno prima.
Si arrabbia mentalmente con sé stessa per non essere passata in banca a prelevare come effettivamente faceva di solito, prima di mormorare con voce impercettibile: in casa non ho quasi nulla, credo tre-quattrocento euro nel portafoglio dentro la borsetta in salotto, la cassaforte è vuota, non sono andata alla banca in questi giorni, la chiave per aprirla è nel portagioie sopra il comò, puoi controllare è lì sotto quel quadro.
Per un attimo le sembra di cogliere un gesto di stizza da parte del ladro che soggiunge: e i gioielli dove sono, non mi dirai che non ne hai?
No, no, ne ho molti ma li tengo tutti in una cassetta di sicurezza, non teniamo nulla di valore in casa!
Il ladro fa il giro della casa raccogliendo i soldi dal portamonete e dopo aver controllato la cassaforte cambia tono diventando più pungente: non mi fido, mi pare impossibile che teniate così pochi soldi in casa, non è che stai mentendo e sono nascosti da qualche altra parte.
No, no, lo giuro balbetta Elena spaventatissima.
Ho assoluta necessità di quei soldi, mi servono, vedi di far mente locale su dove tu possa recuperarli.
Elena comincia tremare e le si forma un groppo in gola, teme il peggio, tenta di convincerlo ad una soluzione alternativa: guarda ti prometto che domattina di buon’ora vado a prelevare la somma che ti serve e te la consegno dove vorrai tu, lo farò te lo giuro ma non farmi del male ti prego, a momenti dovrebbe rientrare mio marito, non ho nulla da darti adesso più di quello che hai già preso.
Il malvivente resta qualche secondo ad ascoltare quelle parole, fissandola e rimuginando qualcosa, lei può solo vedere gli occhi scuri che si muovono dentro le fessure sulla calza che gli fascia il viso, poi la sua voce torna morbida: non penserai davvero che ti creda e se poi chiami la Polizia, no non mi fido delle puttanelle come te!
Mentre Elena ritorna a balbettare no, no, credimi, non dirò nulla a nessuno nemmeno a mio marito, te li darò, lo giuro, lo giuro……. il malvivente si avvicina nuovamente al letto e ne osserva più intensamente lo splendido corpo seminudo.
La chioma castana è sparpagliata sul cuscino, il viso è dolce, le labbra carnose, un seno nel trambusto iniziale è quasi fuoriuscito dalla camiciola trasparente che usa per la notte, il ventre piatto è ancora parzialmente coperto dalle lenzuola, che lui solleva di colpo facendole scendere a fondo letto.
Elena avverte un brivido algido mentre un’esclamazione le esce come un gorgoglio dalla bocca, tenta di serrare le cosce per nascondere la folta che le abbraccia il pube, sa di essere esposta agli sguardi di quello sconosciuto avvertendo che la camiciola le si è arricciata lungo i fianchi.
Il malvivente si siede a bordo letto e fa scorrere nuovamente la pistola sul suo volto, mentre parla il canne scivola dalla fronte alle gote ed infine si sofferma sulle labbra, che vengono forzate; Elena ha gli occhi sbarrati e mai come in quel momento sente vicina la morte.
No troietta non mi fido, sono abituato a prendere tutto quello che c’è in una sola volta, il bottino non si raccoglie a rate, ti sbagli quando dici che non hai null’altro da darmi, credo che in mancanza di denari debba necessariamente prendere qualcosa di eguale valore, non ti pare?
L’uomo spinge più a fondo la pistola in bocca e le ordina di trattenerla con i denti, angosciandola quando sottolinea: brava così, tienila ferma e non muoverti, è meglio che ti agiti il meno possibile altrimenti non si sa mai potrebbe anche partire un colpo!
Elena è aggrappata con la bocca alla pistola dalla quale il delinquente ha ritirato la mano, tenta di frenare gli scossoni del corpo chiudendo gli occhi e cercando di non pensare a quello che le sta accadendo, ma non riesce a trattenere un sobbalzo quando le mani guantate del ladro le lacerano sul davanti la camiciola, strappandogliela di dosso.
Egli sembra non aver più alcuna fretta, si sofferma sui seni strizzandoli mentre ascolta il respiro affannoso di Elena che richiude gli occhi cercando di estraniarsi da quanto sta avvenendo, una mano si stacca dal capezzolo e scende lungo lo stomaco fin dove la folta peluria avvolge il pube, un dito si infila tra le grandi labbra trovandole aride come la sabbia del deserto.
Dopo qualche toccamento di assaggio l’uomo si strappa il guanto dalla mano e riprende a titillare la vagina e poi la clitoride incredibilmente asciutte e prive di rugiada, il terrore aveva irrigidito il corpo di Elena ed ella era concentrata in una sorta di sopravvivenza che di certo non l’aiutava, nemmeno minimamente, ad eccitarsi.
Cos’è sei frigida, mormora il malvivente, o è forse la paura che ti blocca?
Elena socchiude appena gli occhi che manifestano implorazione.
L’uomo sale sul letto e le allarga con forza le cosce, poi sfodera l’arnese grosso e duro, Elena ha il tempo di valutarne la consistenza, anche suo marito è ben fornito ma questo lo sembra di più, lui gli sbatte un paio di volte il glande sulla fica e poi la penetra con un solo colpo, strappandole un gemito scomposto, soffocato dalla pistola.
Egli ristagna dentro la donna senza muoversi, ha le mani artigliate sul suo splendido culo e sussurra con voce morbida come quella del migliore amante: preferisci che ti tolga la pistola dalla bocca vero, vuoi partecipare anche tu al piacere di questo cazzo che ti squarcia il ventre, su dammi un segnale!
Elena sa che non può sottrarsi allo stupro e lo considera in quel momento il male minore, sbatte le palpebre in segno di assenso e respira profondamente non appena le viene tolta la pistola dalla bocca.
Il malvivente comincia a muoversi con un lento andirivieni dentro di lei finchè, fatalmente, come un’onda di risacca, la vagina si riempie di linfa vitale, Elena sente le avvisaglie di un piacere appena sbocciato, comincia a perdere quel controllo coriaceo che aveva elevato a scudo, le narici si dilatano aspirano profondamente e le labbra carnose si schiudono cominciando a soffiare al pari delle propaggini di una bufera che si sta avvicinando.
Adesso lui può sentire le contrazioni della vagina che avviluppano l’uccello nel tentativo di risucchiarlo e carpirne il calore che emana, il malvivente è tutt’altro che un rozzo ladruncolo di periferia, conosce bene le debolezze femminili, capisce che lei non può sottrarsi ai prodromi di quel piacere che conduce all’orgasmo, e si diletta a conquistare anche la mente.
Dopo un’ultima fiondata che fa schioccare l’unione della carne, si blocca al suo interno e le sussurra: dimmi se vuoi che smetta, non mi piace possedere donne che non mi appartengono pienamente, devi essere tu a chiedermi di continuare…….
….. sì, sì……. continua….. continua….
Allora è vero quello che il mio cazzo stava percependo, lo vuoi trattenere all’infinito nel tuo rifugio!
Lui riprende a stantuffarla ed Elena sbava senza riuscire a rispondere.
Dimmelo, dimmelo che vuoi il mio cazzo, voglio sentirtelo urlare!
Elena ha il cervello in subbuglio sta per esplodere in un violento orgasmo ed urla: sì, sì, porco, vigliacco, stupratore, fottimi, fottimi, riempimi di sborra!
I corpi si avvinghiano nelle ultime frenetiche contorsioni prima di quietarsi sotto il flusso del liquido caldo che si propaga vischioso dentro la vagina.
La donna è inebetita, avverte nel suo intimo un piacere diverso, sconosciuto, derivato da uno stupro che fino a qualche ora prima avrebbe aborrito, essere stata presa con la forza da una persona senza volto, anziché traumatizzarla la rinvigorisce fin quasi a renderla felice.
Questi pensieri in pochi attimi si dissolvono, il malvivente le stacca un polso e ripone nella tasca le manette, l’altro glielo lascia allacciato e mette la chiave sul cuscino: questo paio puoi tenerle per ricordo, dice dandole una pacca sul culo prima di uscire e dileguarsi.
Quando suo marito rientra a casa non si accorge di nulla, lei si è ripulita ed ha sistemato ogni cosa, è immersa nei suoi pensieri e finge di dormire, non ha voglia di confidarsi ed aspetta che il sonno la avvolga.
Il mattino dopo è ancora frastornata e tutto le ritorna in mente, fa colazione con Carlo che la vede stranita chiedendo spiegazioni che lei non vuole dare, ad Elena sembra quasi che il marito percepisca quello che è successo, a lui piace possederla di primo mattino, ama farle il culo spalmandola preventivamente con il burro, rimembrando l’ultimo tango a Parigi.
Ad Elena non dispiace essere presa con brutalità, le dà quel pizzico di erotismo in più, pur essendo di famiglia bacchettona le piace farsi sbattere entro le mura domestiche come una donna di strada, quel mattino però qualcosa la frena e vorrebbe arginare le brame del marito ma è solo questione di pochi attimi, come un lampo che si dilegua nella notte, si ritrova nuda, piegata a pancia sotto sul tavolo di cucina, con le gambe penzoloni.
Con le dita di una mano le riempie di burro il foro oggetto di desiderio mentre con l’altra la sculaccia redarguendola per aver proposto un briciolo di resistenza, la tiene per i fianchi e la insulta quando con veementi percussioni le sfonda il culo, il cui canale oscuro è già stato violato in diverse altre occasioni, il corpo subisce un violento andirivieni mentre i capezzoli strusciano sul tavolo come se dovessero consumarsi prima della conclusione di quel devastante amplesso.
Un fiume di sborra si diffonde nelle tenebre del canale rettale, Carlo è più violento del solito, rimane dentro di lei e si aggrappa alle poppe artigliandole con cattiveria: dimmi che sei la mia troia, la mia puttana, disposta a tutto pur di donarmi piacere, gridalo!
Elena si contorce, si dimena e geme sommessamente per il dolore, poi grida: sì, sì, sono tua, sono la tua puttana!
Mentre in ginocchio sul pavimento ripulisce il cazzo del marito non può far a meno di trasferire il pensiero allo stupro, il godimento raggiunto è stato fin quasi superiore a quello appena consumato con Carlo, all’improvviso è costretta a distrarsi perché l’urina le fionda la gola, ha appena il tempo di bere qualche goccia poi si sente soffocare e questa volta deve sputare mentre il piscio le innaffia il viso e le tette fino ad esaurirsi con le ultime gocce per terra.
Nei giorni a seguire Elena, seppur lentamente, si distacca dall’ingombrante ricordo dell’avventura con lo sconosciuto, nel frattempo i rapporti sessuali con il marito diventano ancor più maniacali, quasi che lui inconsciamente fosse a conoscenza dell’accaduto.
Elena ama addentrarsi nel parco cittadino le cui foglie gialle d’autunno le danno un senso di calore: lì si incontrano coppiette, anziani attorniati da rumorosi bambini, mamme che spingono le carrozzine sotto l’ultimo tepido sole che anticipa i mesi invernali.
Si è sistemata su una panca in disparte dai chiassi fanciulleschi, immersa nei suoi pensieri, quasi non nota due ragazzine sedute a qualche metro di distanza che stanno confabulando, loro si sono accorte della sua presenza ma non appena si rendono conto che non attirano l’attenzione, proseguono indisturbate.
è quasi per sbaglio che nota la più grandicella infilare una mano sotto il giubbotto dell’altra, lo sguardo di Elena è sereno, privo di malizia, e non percepisce subito quello che sta avvenendo, poi all’improvviso una luce le si accende nel cervello, aguzza la vista e nota la piega della gonna leggermente aperta di lato, malgrado fingano di parlarsi sottovoce raccontandosi chissà quali segreti, il movimento della mano appare inequivocabile: la sta masturbando!
Elena ha un singulto, si emoziona, è in posizione defilata e non può gustare appieno la carica sessuale di quella scena così semplice e così tremendamente erotica, si alza e finge di lasciare campo libero alle due cerbiatte, compie invece una manovra eversiva incamminandosi sulla strada sterrata per poi rientrare attraverso il prato erboso.
Nascosta dalla imponente sagoma di un albero di alto fusto, si piazza davanti, a pochi metri di distanza dalle due, ove può sbirciare liberamente senza essere vista, con le immagini che si susseguono in pieno campo visivo nella loro interezza.
Alle ragazzine l’uscita di scena di Elena e l’assenza di persone nei pressi della loro panchina, dà la possibilità di dar sfogo alla libidine, che avevano in qualche modo attenuata per paura di essere notate; la più grande si guarda intorno e poi bisbiglia qualcosa all’amica che come d’incanto si abbandona, allungandosi sulla panca con le gambe aperte.
Elena guarda estasiata il candido indumento che si gonfia, scosso dal vigoroso ditalino imposto dalla mano, può solo immaginare che le stia sfregando la clitoride o che la stia penetrando, il viso della ragazzina si illumina di smorfie di piacere, biascica qualcosa con la bocca socchiusa e poi si disunisce sotto l’effetto dell’orgasmo prorompente, che la masturbatrice coglie qualche attimo prima, baciandola in bocca con un impeto che ha contorni maschilisti.
Le due rifiatano guardandosi con gli occhi umidi che nascondono complicità, poi la più giovane si alza dirigendosi verso la postazione di Elena, che è costretta ad indietreggiare trovando riparo dietro un altro albero: mentre l’altra tiene sotto controllo la situazione vicino alla panchina, la ragazzina si abbassa le mutandine e si accuccia davanti ad Elena che, a pochi passi di distanza, può guardarle la fichetta coperta da rada peluria.
La pipi sgorga a flussi alternati, sembrano rivoli traboccanti da un contenitore colmo, Elena è costretta a portarsi una mano sulla bocca per bloccare l’emozione, stringe le cosce, è in preda a convulsioni come se avesse la febbre, avverte la rugiada che le bagna le mutandine, imbrattando le cosce.
Attraversa il parco calpestando le foglie umide che cospargono il prato erboso, ha fretta di tornare a casa, è da molto tempo che non assapora il piacere dell’autoerotismo che aveva condizionato per un paio d’anni la sua gioventù, chiude la porta dietro di sé togliendosi il soprabito, corre in camera a distendersi sul letto: in intima solitudine raggiunge un orgasmo straripante, dal sapore antico, attraverso uno spaccato di ricordo di quando frequentava il liceo in un istituto privato.
Nell’ultimo trimestre che lei frequentava come allieva esterna, le avevano imposto come compagna di banco Marisa, la più discola della classe, da studenti e professori ritenuta un maschiaccio; Marisa era interna e pur se di eccezionale valore nelle materie tutte, che le permettevano una pagella con ottimi voti, spiccava il 4 condotta per quel suo modo di scherzare, fare chiasso e burle alle compagne.
Elena cercava di tenerla a distanza per non farsi coinvolgere fintanto che un mattino durante la lezione di inglese, in cui Marisa si stava divertendo a lanciare gessetti alle compagne, uno di questi sfuggitole di mano cadde sul grembo della compagna di banco, che, come tutte le altre indossava la divisa dell’istituto composta da camicia e pantaloni, rigorosamente neri.
Fu questione di un attimo, Elena non fece nemmeno in tempo ad infastidirsi, la mano di Marisa si era allungata per recuperare il gessetto ed anziché ritrarsi ristette in mezzo alle cosce, ne seguì una carezza morbida che cercava di affondare le dita là dove qualche volta lei aveva cominciato a toccarsi.
Elena rimase con il fiato sospeso senza il coraggio di reagire, all’inizio fu più per paura di uno scandalo ma poi, come spesso accade, fu il piacere del proibito: sentire le dita che premevano la stoffa dei pantaloni, che spingevano le mutandine a contatto con la fessura, la lasciò intontita.
Marisa era brava e furba, come i suoi movimenti lenti e furtivi, aveva smesso di scherzare, stava catturando la sua preda con disinvoltura, fingendo attenzione nella lezione che si stava svolgendo, in modo che la sua mano sfuggisse agli occhi delle compagne.
Non si erano dette nulla, né dopo quel primo toccamento ne dopo altri avvenuti quando le circostanze lo permettevano, Marisa aveva capito che fingendo entrambe indifferenza avrebbe agevolato la disponibilità della compagna, finchè accadde quello che forse tutte e due aspettavano da tempo, durante un compito di matematica.
Elena in quella materia era sempre in difficoltà mentre la compagna di banco tra le prime a finirlo, tenendosi una mano sulla testa come per concentrarsi Marisa aveva avvicinato il foglio protocollo perché copiasse i risultati, con la mano libera aprì l’astuccio ed estrasse un paio di piccole forbici: un brivido di paura percorse la schiena di Elena quando capì cosa stava facendo.
Dopo averle estratto la tasca dei pantaloni con la forbice ne stava scucendo la cucitura fino a formare un buco sufficiente per infilare tre dita: Elena aveva il volto infuocato, dando come l’impressione di essere in difficoltà per il compito, quando la mano distesa di Marisa scivolò dentro la tasca, carezzandole l’inguine ed allungando le dita verso il foro appena aperto.
Furono attimi di mancamento quelli che accompagnarono il contatto con le mutandine, le dita conoscevano a perfezione la strada che conduce verso il giardino delle delizie, l’orlo venne scostato, il pelo vellicato senza fretta per accrescere l’ultimo piacere che si avverte nel venir sfiorati sulle labbra umide della vagina, Marisa si spostò sulla clitoride e lì ristette con movimenti ondulatori finchè colse gli spasmi dell’orgasmo.
A fine lezioni, ancora una volta come sempre, non si erano dette nulla, nemmeno un cenno d’intesa, quanto accaduto era un loro intimo segreto da cui sembravano estraniarsi non appena tutto si era concluso.
Temendo che a casa si accorgessero della tasca strappata Elena aveva provveduto a ricucirla con filo leggero, in modo che ad una pressione cedesse di nuovo.
Marisa approfittava di ogni occasione propizia per toccare la fichetta della inesperta compagna, ma nei giorni a seguire ciò sembrò non bastarle e le fece capire cosa si aspettasse da lei, mettendola di fronte ad una diversa procedura che la costringeva ad assumere l’iniziativa.
La mano di Marisa si appoggiò su quella di Elena abbassandola sotto il banco, era la prima volta che la invitava a toccarla, gliela condusse verso la tasca strappandole un paio di brividi emozionali; Elena trovò la tasca sfondata e le dita raggiunsero in fretta il vello pubico della compagna di banco, la quale non indossava le mutandine.
Elena fece scorrere le dita entro la fessura traboccante di umori che bagnavano anche i pantaloni, poi la accompagnò verso quel piacere che lei le aveva più volte donato, emulando quello che da quel giorno divenno un tacito accordo: andare a scuola senza le mutandine addosso.
Marisa fu felice di trovarla nuda sotto la divisa ed articolò nuovi giochi che, con mille acrobazie, le consentivano di masturbarla con degli evidenziatori, che spesso le lasciava dentro la passerina, beandosi della vista per l’incerta deambulazione a cui era costretta e di cui solo lei conosceva il motivo.
Quei giochi durarono fino alla fine dell’anno scolastico, poi Elena cambiò istituto e la perse di vista.
Carlo rientra prima del solito quella sera e nota negli occhi della giovane moglie qualcosa di strano, di nuovo, di più sensuale, ha in mente di portarla a cena fuori e così fa, vanno in un ristorantino alla moda, discreto al punto giusto, dove mangiano coccolandosi con gli occhi per tutta la sera, uscendo entrambe un po’ su di giri.
Si incamminano nel parcheggio del ristorante immerso tra gli alberi, seguiti dallo sguardo del custode a cui Carlo ha appena allungato una mancia, il telecomando fa scattare l’apertura della Porsche nuova fiammante, ma dopo essere saliti lui non mette in moto, la tira a sé per baciarla in bocca: ho voglia di chiavarti, qui adesso, come una puttana qualunque, voglio che ti impali sul mio cazzo, su vienimi sopra!
No, no, qui no, piagnucola Elena tentando di difendersi in una battaglia già persa in partenza, la pantomima dura poco, con un po’ di fatica Carlo la solleva, le strappa gli slip di dosso e le pianta il cazzo entro quella foresta tropicale, così infinitamente pluvia.
Elena espone il culo al marito, ha le mani aggrappate sul volante, tenta di consumare quel piolo su cui si sta impalando, dettando lei i ritmi di quella appassionante cavalcata; Carlo le pizzica le chiappe mentre lei sbuffa come una locomotiva e da continuità all’azione, nel contempo guarda l’avvicinarsi del custode attraverso gli specchietti retrovisori.
Quando lo vede ben posizionato qualche metro di lato, fa uscire dal decolté del vestito le tette gonfie della moglie e scopre quanto più possibile il culo, in modo che abbia la miglior visione di quell’amplesso scatenato; infine scorgendolo con l’uccello in mano che si sta masturbando alza i toni verbosi, affinchè il piacere che sta maturando appaghi i sensi dei due amanti e del voyeur.
Il rombo del motore anticipa la partenza a razzo della Porsche che fa schizzare del ghiaino fin addosso al custode, che li guarda inebetito dileguarsi, con la mano imbrattata di sperma.
All’ultimo piano dell’azienda dove lavora Carlo sta per essere ricevuto dal Presidente, discutono delle prospettive future poi, come già accaduto qualche tempo addietro, il discorso cade su Elena: l’apparente formalità con la quale trattano gli argomenti aziendali scompare, pur nel rispetto delle posizioni il tono diventa più cameratesco e traspare una complicità che li accomuna malgrado la differente età.
Alvaro il Presidente è un cinquantenne di bell’aspetto, signorile al punto giusto, sagace e provocatorio, soprattutto quando si parla di donne: allora Carlo come va con la sua giovane moglie, mi racconti le ultime, aveva ragione è proprio una puledra da monta, ha in sé quell’innato senso di troia che la rende più appetibile, anche perché mantiene una patina superficiale di perbenismo che si scioglie come neve al sole non appena la obblighi a fare sesso.
Allora come prevedevo non le ha detto nulla dello stupro che ho consumato in casa sua, la carriera che ho deciso per lei mio giovane amico passa anche attraverso sua moglie, non voglio che lei mi conosca fintanto che non ho portato a termine il mio piano, poi potremo dare libero sfogo alle nostre perversioni, come è giusto che sia.
Carlo annuisce con un sorriso malizioso, narra al proprio Presidente le ultime performance della moglie e ricorda ancora con sottile piacere quando qualche tempo prima, in un altro incontro, dopo avergli promesso la poltrona di direttore generale, lui aveva introdotto il discorso su Elena per saggiare il giovane dirigente: ha proprio una bella moglie, vi ho visti insieme, anch’io ne ho sposata una in seconde nozze molto giovane, ha scelto bene, mi pare troia al punto giusto come la mia.
Il discorso era diventato più intimo e Carlo non mostrava alcun imbarazzo, per i due fu facile trovarsi concordi su alcuni principi di fondo, ed il rampante dirigente nulla obbiettò quando fu proposta la messinscena che prevedeva la falsa rapina: Alvaro altro non era che il ladro gentiluomo intrufolatosi in casa loro senza nemmeno forzare la serratura, disponendo delle chiavi fornite dal proprio sottoposto.
Ma il gioco che i due avevano in mente era ancora all’inizio.
A metà pomeriggio Elena sta per uscire quando squilla il telefono, il suo pronto chi parla si spegne nell’ascoltare l’inconfondibile voce dall’altra parte della cornetta: è l’uomo che l’ha violentata!
La voce scandisce una richiesta assurda: non ho bisogno di soldi, rivoglio indietro le manette che ti ho lasciato, possono servirmi ancora!
Per stuprare qualche altra donna, mormora appena Elena con il cuore in gola, meravigliandosi lei stessa del coraggio che l’ha spinta a quella considerazione, ma anche avvertendo uno strano inaspettato formicolio che le sta bagnando la passerina.
è probabile risponde Alvaro con voce imperturbabile, ma adesso rivoglio te, scendi e vieni al cinema Corso, lo stanno aprendo in questo momento, compera un biglietto di galleria, sali le scale e non entrare, prosegui nel corridoio di destra ove sono disposti i palchetti per il teatro, ti aspetto!
Il clic che chiude la telefonata non consente ad Elena di ribattere, nemmeno se lo avesse voluto, una frenesia si è impadronita di lei, corre in camera a prelevare le manette che aveva nascosto dentro la propria biancheria intima, non riflette nemmeno se sia il caso di rifiutare quell’invito, se sia troppo rischioso anche per la sua incolumità, prevale la voglia di rivedere quello sconosciuto.
Non è pratica del posto ove le ha dato appuntamento, sale le scale del cinema ed intravede il corridoio buio che conduce ai palchi, durante le proiezioni dei films i loggioni non vengono usati, ha un attimo di titubanza nell’addentrarsi in avanti, le gambe si muovono autonomamente, poi ha un sussulto che rischia di essere accompagnato da un urlo: una mano le serra la bocca, è lui che uscito dal palco numero tre, la agguanta da dietro tirandola all’interno.
Elena ne riconosce non solo la voce ma anche il profumo, riesce a vederlo solo di sfuggita ma non può distinguerne i lineamenti perché porta cappello, occhiali scuri ed una sciarpa di seta che gli copre il viso.
Ben’arrivata piccola troia le sussurra con la sua voce calda e suadente, ti sono mancato vero?
Lei non risponde, e lui si scioglie la sciarpa per bendarla: non è ancora giunto il momento che tu mi possa vedere.
Hai portato le manette?
Si sono nella borsetta……. balbetta Elena…..
Nel retro del palco ove la luminosità della proiezione cinematografica giunge solo a spicchi, Alvaro le sfila il soprabito e lo poggia su una sedia mentre lei trova ancora la forza per bisbigliare: perché mi hai chiamato, cosa vuoi farmi, cosa vuoi ancora da me?
Non te lo immagini, le soffia Alvaro su un orecchio mentre fa scattare le manette ai polsi, dopo averglieli uniti dietro la schiena.
Vigliacco, vigliacco, te ne approfitti perché sono una donna indifesa, mi vuoi prendere ancora con la forza!
Queste parole altro non sono per Elena che una giustificazione alla scatenante libidine che la avvolge, è un piacere che nasce dal profondo: il trovarsi lì, prigioniera di quello che ritiene un malvivente, immaginando che finirà col possederla, le annebbia la mente fin quasi a stordirla.
è vero mi piace abusare delle giovani donne, ma anche delle ragazzine, loro sono ancora più fragili, mi piace sentire le loro implorazioni mentre le svergino, alla fine però tutte riflettono l’indole che alberga in ognuna di voi, prevale la voglia di sesso, nessuna mi ha mai chiesto di fermarmi, anzi mi ha sempre incitato a continuare con più foga.
E tu da questo punto di vista sei da considerare tra le prime della lista!
Alvaro da dietro sfodera l’uccello e glielo mette tra i palmi delle mani bloccate dalle manette: masturbami intanto che ti spoglio troia!
La donna avverte un’onda calda che scende dal ventre al solo contatto delle mani con il pene duro, che ella fa fatica ad impugnare, le spalline del vestito scivolano sulle braccia liberando le poppe agitate, le pulsioni del membro che cresce a dismisura entro il palmo le tolgono il respiro, viene accucciata a terra su di un tappeto, la gonna risale rapidamente sulla schiena, le mutandine si lacerano, ha il culo proteso, esposto come in un rito sacrificale.
Il cazzo scivola dalle mani al solco delle natiche, la strada è priva di insidie, Elena non riesce a trattenere un lungo gemito quando gli entra perentorio nel cunicolo tenebroso, è un crescendo di sussurri asmatici che accompagnano quella cavalcata: lo stupratore la insulta, la penetra con colpi veementi, si aggrappa alle tette, come se volesse sradicarle, poi è la gioia ultima, infinita, trasognante, che li fa rifiatare incollati uno sull’altra, distesi su un fianco, emettendo solo intermittenti sospiri.
Elena vorrebbe colloquiare ma lui non le lascia il tempo, si ritrova con il cazzo maleodorante che preme sulle labbra, lo succhia devotamente, fin quasi a sfinirsi per fargli ritrovare vigore, ha la testa bloccata dalle sue mani, è impotente, subisce ai limiti dell’asfissia le perforanti stoccate che lui, con rinnovato ardore, impone per scoparla in bocca ed aspetta con liberazione la nuova eiaculazione.
Arriva a casa affannata ha voglia di rilassarsi e recuperare le forze con un bagno caldissimo, immersa nella vasca ripercorre l’ultima avventura come se fosse nel mezzo di in un sogno, si chiede come possa essere accaduto, è intimamente felice e finisce con il lasciarsi trasportare da un nuovo e scatenante piacere che solo le sue dita morbide possono donarle.
Carlo è sulla porta da diversi minuti ed attende che la moglie si disunisca nelle ultime palpitazioni, Elena non lo aspetta di certo a quell’ora ed è quasi folgorata dalla sua voce quando le si rivolge: puttana, puttana, sei proprio senza ritegno!
La solleva di peso bagnandosi il vestito, la porta in camera e la scaraventa sul letto, continua ad insultarla, le schiaffeggia il culo, lei è impaurita, lo guarda sconcertata aprirsi la patta, vede il rinnovarsi di uno stupro, riesce ad eccitarsi come una cagna in calore, sbuffa, lo incita, vuole che la sbatta come una troia, per Carlo la tensione accumulata è fin troppa ed esplode poco dopo riempiendola di sperma.
Elena vorrebbe rifiatare ma il marito è una furia incontrollata, le scalda ancora il sedere, la piega sul letto di fianco, se lo fa succhiare e quando l’arnese è nuovamente in tiro la predispone con il culo per aria per sodomizzarla.
Il supplizio per Elena sono le richieste incalzanti di spiegazioni per essere stata trovata a masturbarsi nella vasca da bagno, era quasi sul punto di rivelare l’intimo segreto con il ladro gentiluomo, ma le viene più facile raccontare l’episodio delle due ragazzine al parco, a cui aggiunge il ricordo di quanto successo con Marisa a scuola, che condisce fin nei minimi particolari avvertendo la carica erotica che tali parole infondono a Carlo, ormai pronto ad una nuova scarica.
Quello che sfugge ad Elena, anche se tali pensieri sono solo sfumati nella sua mente, è la strana coincidenza con cui il marito, quasi avesse doti di veggente, riesce a comparire nei momenti topici, a volte come interpretando situazioni che lei ha appena vissuto.
Ella non sa che, come di fatto accade, Carlo viene messo al corrente dal Presidente, con dettagliati resoconti di ogni deviazione sessuale della moglie.
Trascorrono quasi due settimane prima che Elena venga assalita dall’ansia nell’ascoltare la voce dello sconosciuto al telefono, sono le due del pomeriggio: oggi ho bisogno di soldi, gli dice per confonderla, metti tremila euro in una busta e vieni all’hotel Excelsior in centro città, aspetta nel salottino della hall, ti farò avere istruzioni su come effettuare la consegna!
Elena è frastornata ma questa volta trova il coraggio a due mani e balbetta: ……. cosa ti fa credere che venga?
Da casa tua non puoi metterci più di quindici minuti, se solo arrivi in ritardo di qualche secondo mi regolerò di conseguenza!
Il clic della interrotta comunicazione lascia Elena per un attimo intontita, poi la frenesia l’avvolge, corre verso la cassaforte ed esegue avviandosi a passo svelto verso l’hotel del centro.
Vi arriva con il fiato corto, si guarda intorno e non nota nessuno nemmeno quando si siede su una poltrona; sta quasi pensando ad una burla di quello strano ladro gentiluomo, quando le si avvicina una giovane dai capelli biondi, con il viso cosparso di efelidi, seno appena pronunciato e due treccine che la fanno somigliare ad una ingenua minorenne.
è Monica, una dipendente di vent’anni dell’azienda capitanata da Alvaro, che lui stesso ha fatto conciare in quel modo per farla sembrare assai più giovane della sua età: mingherlina, minuta, vestita con minigonna ed una magliettina da teenager, ella appare ad Elena proprio come una ragazzina.
Anche il tono della voce, opportunamente alterato, lascia pochi margini di dubbio ad Elena, che la ascolta stupita: è lui che mi manda, seguimi ci sta aspettando!
Salgono in ascensore verso il quinto piano ed entrano nella stanza che ha la porta socchiusa, la camera è in penombra ed Elena scorge solo all’ultimo istante la figura dello sconosciuto, ha un cappuccio sulla testa per non farsi riconoscere, la sua voce le mette soggezione: hai portato quello che ti ho chiesto?
Elena estrae la busta dalla borsetta e gliela porge, lui sbircia dentro e gli è facile controllare il numero di banconote di grosso taglio, appoggia il malloppo sul tavolino ed estrae dalla tasca un paio di luccicanti manette, mormorando: non sei venuta fin qui solo per portarmi i soldi.
La presenza della ragazzina che è rimasta in disparte, intimorita ed impacciata, mette in un certo imbarazzo anche Elena che riesce solo a far un cenno di diniego con la testa, come per cercare di farlo desistere, ma lui ha capacità coercitive anche senza usare la forza: la sovrasta, è costretta ad indietreggiare, scivola sul letto, si lascia agganciare i polsi uniti alla testiera.
Ha le braccia tese all’indietro, il petto gonfiato con i seni che paiono dover esplodere da sotto la camicetta, anche per il tumulto germogliato dentro, Elena osserva con sguardo che tradisce paura, assieme a prevalente libidine, la mano che solleva la gonna già ritratta verso l’alto nella sua distesa a letto, rabbrividisce al contatto dei polpastrelli nelle vicinanze delle mutandine, chiude gli occhi e si abbandona all’impatto delle dita con la sua vulva fradicia.
Quella delirante masturbazione viene interrotta dalla sua voce morbida che si rivolge alla ragazzina: vuoi fermarti qui con noi, se resti raddoppio la ricompensa che ti avevo promesso per questo tuo servizio.
Monica sa far bene la sua parte, finge ritrosia e con voce flebile bisbiglia: no, non posso, la zia mi sta aspettando………
Ma dai fermati, non ci vuole molto, non farai tardi…….
Così dicendo si sposta verso di lei e la invita a sedersi su una poltroncina di fianco al tetto; Monica adesso frigna e borbotta: no, no, dai fammi andar via……..
Elena guarda affascinata il prosieguo, attratta dalla sfaccettatura erotica della scena: quella che lei crede una ingenua ragazzina, pur frignando viene seduta con i polsi bloccati dietro la spalliera da un altro paio di manette, lui le solleva la maglietta esponendo due piccoli seni appuntiti ed inizia a manipolarli facendo rizzare i bottocincini dei capezzoli, al pari di due pungiglioni.
No, dai lo sai che la zia non vuole che faccia certe cose con gli uomini, bisbiglia Monica che tradisce l’eccitazione per quei toccamenti così soffici e puntuali………. non è necessario che lo sappia e non glielo diremo, l’importante è che a te piaccia…………
Dalla sua posizione Elena viene catturata dalla candida visione del triangolino bianco che spicca in fondo alle cosce leggermente divaricate, sotto la minigonna, è li che si posa la mano e che può vedere due dita che si infilano oltre l’orlo.
Monica serra le palpebre e respira affannosamente mentre lui sfrega la clitoride, sussurrando: brava così, abbandonati, è bello vero, vedrai che piacerà anche a te quello a cui ti farò assistere, lo hai mai visto da vicino quello che noi abbiamo in mezzo alle gambe?
Ella fa cenno di no ed un attimo dopo si ritrova con il cazzo teso allo spasimo davanti alle labbra: dai bacialo, è buono sai…….
Se non avesse i polsi bloccati Elena sarebbe già scesa a masturbarsi per lo straordinario coinvolgimento che offre quella visione: Monica appoggia le labbra, lo punzecchia con la lingua, poi lo accetta in bocca succhiandone solo la cappella non appena glielo spinge dentro.
Porco, porco, mormora Elena con voce che trasuda depravazione, te ne approfitti anche delle ragazzine………
Lui si stacca, fa scivolare a terra i pantaloni, sale sul letto, le lacera da un lato gli slip che si afflosciano sul letto, le spalanca le cosce ed affonda in lei cominciando a fotterla con violente bordate: lo vuoi tutto per te il mio cazzo puttana, non è vero?
Elena è travolta dal piacere, tiene gli occhi semichiusi rivolti verso la presunta ragazzina, notando le smorfie del suo volto che osservano quell’animalesco amplesso, le mutandine che indossa sono rimaste leggermente scostate e può intravedere anche dei riccioli di peluria bionda, che le fanno sviluppare pensieri peccaminosi, acuendo nella mente e nel corpo il tragitto verso il traguardo ultimo che consente l’appagamento dei sensi.
Quello che lei ha soprannominato un ladro gentiluomo si accascia al suo fianco dopo averla riempita di sperma, mentre rifiatano osservano gli occhi di Monica che sprizzano lampi inequivocabili, lui si alza e le si avvicina, le sussurra qualcosa all’orecchio, poi glielo mette in bocca tenendole ferma la testa con le mani: la cavalca dolcemente gonfiandole le guance mentre Elena strabuzza.
Adesso le ha tolto le manette bisbigliando ancora qualcosa vicino ad un lobo: Elena la guarda salire sul letto ed è costretta a trattenere il respiro per arginare la frenetica emozione che le sta sconquassando il corpo.
Monica non ha esitazioni, si sofferma con la bocca lassù dove le cosce non sono lambite dalle autoreggenti, succhia la pelle, si avvicina alla peluria strappando deliranti convulsioni ad Elena, che sente il cuore scoppiare quando affonda nella passera dischiusa e traboccante di sperma: le lappate si susseguono insieme a rumorosi risucchi e lei spalanca istericamente le gambe fino a che le giunture le dolgono.
Intuisce che non è certo una neofita e tale pensiero ristagna nella mente ottundendola, è come si fosse estraniata dalla realtà, ansima rumorosamente e si dimena devastata dal piacere, si disincanta solo quando avverte che la giovane si solleva repentinamente, mette a fuoco e vede che lui le ha già sfilato la gonna ed ora sta abbassando le mutandine.
Monica ancora una volta fa la sua parte piagnucolando: no, no, cosa vuoi farmi, non voglio, non voglio…..
Nella voce di quell’uomo mascherato Elena interpreta una certa trepidazione quando, dopo averle mollato un paio di sculacciate senza particolare enfasi sul culetto ormai scoperto, risponde: sta buona, lo so che vorresti lesbicare come ti ha insegnato la zia ma voglio partecipare anch’io, ti tocco e te lo struscio un po’ addosso, su continua a leccarle a la ficona, lo so che ti piace tanto!
Monica si lascia convincere ma durano poco gli strusciamenti, all’improvviso lui le artiglia i fianchi ed affonda nella fichetta, Elena può vedere lo stupore ed il subbuglio che appaiono nel volto della giovane, la quale finge di divincolarsi per sottrarsi allo stupro, ma poi finisce con accettarlo e comincia a scodinzolare il culetto umettandosi le labbra.
Agli occhi di Elena è una deflorazione in piena regola e quando esplode senza riuscire a ritirarsi in tempo utile, implora che lei si giri per poterle prosciugare la fichetta, l’uomo mascherato libera i polsi dalle manette e si sofferma ancora qualche minuto ad osservare quelle due creature che si divorano la fica, con una bramosia che trasmette nuovi impulsi al suo uccello, è tardi ed ha altri impegni, le lascia trastullarsi da sole e se ne va silenziosamente.
Qualche giorno dopo Carlo viene invitato dal Presidente nella sua lussuosa villa, qui incontra per la prima volta la sua giovane moglie di nome Letizia, una ventiquattrenne bionda e sensuale, dal corpo morbido e flessuoso, con due occhi acquamarina incastonati nel viso dolcissimo, è dotata di una trasparente delicatezza che la rende fragile e sottomessa al marito, il quale riesce a farla sussultare solo con lo sguardo.
Nel salottino dello studio che usa per qualche occasionale incontro di lavoro, al riparo dagli occhi indiscreti della servitù, Alvaro espone i particolari della festa che si farà a fine settimana alla villa per festeggiare la promozione ufficiale di Carlo a direttore generale, alla presenza di dirigenti ed amici, sarà quella l’occasione in cui Elena avrà svelata l’identità del ladro gentiluomo.
Letizia è molto imbarazzata nell’ascoltare i loro discorsi, non è nuova a situazioni analoghe, che ella subisce con inquietante disagio; Carlo ne osserva le reazioni, probabilmente ella intuisce che sarà data in pasto a quel giovane rampollo di belle speranze, è lei la merce di scambio di cui accennano per aver consentito ad Alvaro di possedere Elena.
Lo intuisce dal modo come Carlo la guarda, senza più quel velo di riguardo manifestato all’inizio, si sente fissata in mezzo alle gambe, l’espressione trasmette lo sconforto che la opprime, si alza dalla poltrona, ha il viso infiammato, mormora con un filo di voce: scusatemi debbo andare al bagno!
Fa solo in tempo a sollevarsi prima di essere fulminata dallo sguardo del marito che la riprende con voce melliflua: cosa c’è cara, i nostri discorsi ti hanno messo voglia di fare la pipì, la puoi fare qui, il nostro ospite sarà felice di vederti con la passerina bagnata.
Un attimo dopo la voce diventa sibillina: non sono stato chiaro, muoviti, mettiti a quattro zampe sopra il tavolino!
Letizia è travolta dalle convulsioni che le flettono lo splendido corpo, sa che deve ubbidire, suo marito è un despota, ha il viso color porpora quando si dispone sopra il tavolino di vetro nel mezzo di quel salottino; Alvaro si alza e recupera una coppa, appoggiandola in mezzo alle sue ginocchia.
Ella indossa un vestito bianco e sotto lingerie dello stesso immacolato colore che le fascia la pelle color miele, Alvaro le si piazza davanti e comincia a slacciarsi i pantaloni invitando nel contempo Carlo a partecipare: prego mio giovane amico, è tutta sua, la può usare come meglio crede, prima la faccia svuotare del liquido che le opprime la vescica!
Carlo è intontito dalle splendide terga che appaiono da sotto le vesti sollevate, non sa dove volgere lo sguardo quando le morbide labbra di lei si abbarbicano sul piolo svettante del marito, scendendo e risalendo lungo l’asta con infinita e struggente dolcezza, il ridotto slip che indossa nulla cela delle incantevoli bellezze che lui può sfiorare, si attarda ad abbassare le mutandine sopraffatto dalla voglia di toccarle la fica dorata.
Il contatto con quella soffice fessura scatena uno scroscio di urina, le dita si bagnano ed il getto rimbalza sulla coppa empiendola, Alvaro lo scuote: la chiavi, la fotta questa impudica vacca, vedrà è bellissimo scoparla mentre piscia.
L’introduzione del randello di Carlo rallenta fino ad estinguere quel delizioso profluvio che riesce a schizzare incontrollato sulle cosce e sul culo, poi è solo la libido che si scatena, sono una serie di martellanti fiondate quelle che sfondano Letizia, anche il marito ha stravolto i ritmi della suzione, scopandola in bocca con bordate paurose, i due uomini si guardano negli occhi, i loro lineamenti si imbruttiscono, raggiungono assieme l’attimo fuggente.
Elena ascolta le ultime raccomandazioni del marito mentre stanno per arrivare alla villa, conoscerà finalmente il Presidente, Carlo insiste nel tesserne le lodi, è un uomo straordinario, è lui l’artefice della mia illuminata carriera, è fin troppo insistente nel dirle che deve essere molto accondiscendente, le fa capire che nulla può essergli negato.
Il Presidente è attorniato da diverse persone, Carlo presenta la moglie a Letizia, scambiano alcuni convenevoli mentre aspettano che la folla si diradi; è Alvaro che si stacca avvicinandosi per salutare: Elena ha un soffio al cuore e le gambe si piegano non appena le giunge il suono della voce, il timbro è inconfondibile, è lui ne è certa, è il ladro gentiluomo!
Ha un mancamento ed è lo stesso Alvaro che la trattiene: si sente poco bene signora, venga l’accompagno dentro, forse è solo un po’ di stanchezza, lei continui con gli ospiti Carlo, non si preoccupi la festa è sua!
Per tutto il tragitto verso la stanza da letto dentro la villa una sola parola esce soffusa dalle labbra di Elena: porco, porco, porco, porco………
Alvaro la scaraventa sul letto, le strappa le mutandine, le spalanca le gambe e la fotte restando in piedi: ti sono mancato vero puttanella, hai tanta voglia del mio cazzo, adesso non ci sono più barriere tra di noi, ti prenderò quando ne ho voglia, se ti fa piacere lo faremo anche davanti a tuo marito?
Elena ha la testa confusa, non si rende ben conto se il marito sia complice, essere presa in quel modo la sconvolge, riesce solo a borbottare: vigliacco, vigliacco, te ne approfitti della tua posizione, sei in grado di comprare tutto e tutti, oh sì, sì, porco, porco, mi farebbe impazzire se mi scopassi davanti a mio marito!
Carlo entra nella stanza quando Alvaro è appena uscito, Elena lo intravede, ha gli occhi semichiusi, è ancora distesa sul letto, scomposta con il vestito sollevato e le mutandine strappate di lato; il marito finge e lei sta al gioco, le chiede come si sente e se le è passato il malessere, intanto le carezza il pube impiastricciato di sperma: sto bene amore, il Presidente mi ha fatto una bella visita, ora sto meglio!
è troppo arrapato, sfodera l’uccello e si attacca al collo per spostarla verso l’asta pulsante, lei la ingurgita fino alla radice, la succhia lentamente, la sente gonfiarsi a dismisura, sta per esplodere ma all’improvviso la voce di Letizia spaventa Elena che si blocca: oh, scusate, volevo vedere anch’io come stava la signora!
La risposta di Carlo mette fine agli ultimi dubbi che ancora albergavano nella più remota parte del cervello di Elena, circa la possibilità che egli non fosse completamente coinvolto nelle vicende che le erano capitate negli ultimi tempi: avvicinati, non vedi che mi sta facendo un pompino, se vuoi approfittare anche tu, è ricolma di sperma che ha appena depositato tuo marito.
La bocca di Letizia trasmette un piacere diverso, quasi irreale, le mani carezzano le cosce e poi si infilano sotto le chiappe, viaggiano indisturbate verso l’anfratto, lo scalfiscono, lo penetrano; Carlo rimane ipnotizzato dai movimenti di quella donna straordinariamente dolce, si stacca dalla moglie portandosi dietro dell’altra, Elena si solleva sui gomiti per guardare meglio.
Carlo le offre uno spettacolo straordinariamente erotico: strappa di dosso il vestito di Letizia lacerandolo, poi è la volta dello slip, la fa appiattire sul letto con il pube a ridosso del bordo, Elena può vedere il dito insalivato del marito penetrare nel culo della donna che le sta divorando la passera, ascolta i suoi brividi che si trasmettono attraverso la lingua, poi è la punta violacea che piomba in quel pertugio oscuro, la vista si offusca, percepisce che le sta sfondando il culo dai sobbalzi della schiena.
Oh sì, sì inculala amore mio, spaccale il culo, sì, sì, godo, godo……..
Non è che l’inizio di una sfolgorante carriera! FINE

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Buona lettura.

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