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Io e Martine

Io e M. c’eravamo incontrati per caso dopo molto tempo. L’ultima volta, un anno prima, una calda sera d’estate, avevamo preso un gelato e avevamo chiacchierato da vecchi amici, eppure ci conoscevamo appena. Tutto era finito lì, davanti a casa sua. Ci eravamo salutati e avevamo ripreso ciascuno la sua strada. M. indossava un paio di jeans e una blusa elasticizzata, molto attillata che ne esaltava il seno pieno e i fianchi stretti. I capelli castani morbidi le scendevano in ciocche ondulate sul collo e gli occhi grandi, sempre spalancati, sembravano quelli di un bambino in attesa di un regalo. Avrei voluto baciarla, ma non ne avevo avuto il coraggio. Le sue labbra ben disegnate, né troppo strette né troppo piene, apparivano dolci, invitanti. Le sue frasi, però, erano superficiali, rapide, con un velo di nervosismo e di voglia tagliare corto. Non avevo avuto il coraggio di baciarla.

Era rimasto fra noi qualcosa di non detto, di non fatto: un’incertezza su quelli che dovevano essere i nostri rapporti. Da amici? Da conoscenti casuali?

La seconda volta, ancora una sera d’estate, in piazza sotto il Duomo, avevo dimenticato tutti i freni, le paure. Le avevo preso la mano e le avevo detto: – Ho voglia di baciarti.

Lei mi aveva guardato pensierosa , non proprio invitante e aveva replicato: – E perché non lo fai?

Era stato un bacio dolce, lieve, un incontro di labbra prolungato, incerto.

A casa sua più tardi erano iniziati i nostri amplessi, appassionati, profondi, ma non travolgenti. Le si dava, ma con una impercettibile distanza. I suoi godimenti erano prolungati, ma privi di abbandono. Cominciavo a chiedermi cosa c’era di sbagliato. Lei era sempre eccitata dalla mia voglia, mai ritrosa, disinvolta negli atti dell’amore; eppure qualcosa non funzionava. Cominciavo a covare una rabbia sorda, che tenevo a freno raddoppiando le dolcezze durante gli amplessi.

Un pomeriggio la riportavo a casa dopo una gita al lago e mi chiese di fermarmi in farmacia per comprare un pacco di assorbenti. Capii che non si sarebbe concessa pienamente quel giorno. A me non creava problemi, ma lei non voleva veri amplessi durante i giorni del ciclo, anche se era disposta a farmi godere in varie maniere. Anzi mi sembrava più sollevata certe volte.

Trovai parcheggio proprio davanti alla farmacia, così scesi anch’io invece di aspettarla in auto. Mentre aspettavamo il nostro turno al banco, mi cadde l’occhio sull’espositore di profilattici e ricordai che li avevamo quasi finiti. Ne comprai una scatola da 12 su cui c’era scritto “lubrificati”. Quella parola fece scattare qualcosa dentro di me e ordinai anche un lubrificante vaginale e dopo una esitazione un rotolo di cerotto largo tre centimetri per medicazioni.

M. mi guardò interrogativa e in auto mi chiese con un sorriso ironico: – Non sono abbastanza “lubrificata” per te?

Dipende dai punti di vista, – risposi sardonico.

Mi guardò interrogativa, ma non disse niente.

Restammo in silenzio per tutto il tragitto verso casa e anche in ascensore.

Una volta entrati, non appena ebbe richiusa la porta, la afferrai con violenza e la baciai. Dopo un attimo di sorpresa, rispose ai miei baci con gusto, ansimando lievemente. La schiacciai contro il muro e la leccai sul collo dietro le orecchie, dove la sapevo più sensibile. Il suo respiro aumentò di ritmo. Le mie mani corsero sotto la camicia, a palparle i seni grandi, sotto il reggiseno a strizzarle i capezzoli. Lasciò andare un lungo sospiro, poi mi sussurrò all’orecchio: – Lo sai che oggi…

Lo so. Ma ti voglio insegnare un nuovo gioco. Hai voglia di giocare? – risposi ansimando.

Dipende…

Se non ti piace, potrai interromperlo in qualsiasi momento.

La baciai ancora con violenza, insinuando la lingua in profondità nella sua bocca, mordendole le labbra. Poi le dissi a mezza voce: – Faremo un gioco. Quando vorrai interromperlo dovrai dire solo “non voglio più giocare”: saranno le parole magiche. Solo queste. Altrimenti non mi fermerò.

Sì, ma…

Sorrisi: – Stà tranquilla, la fica non te la sfiorerò nemmeno.

La trascinai in cucina e le strappai febbrilmente i vestiti: via la gonna, la camicia già mezza sbottonata, il reggiseno.

Voltati, – le ordinai ansante.

Ubbidiente si voltò, completamente nuda. La perfetta forma d’anfora della vita e dei fianchi, le rotondità delle natiche esposte al mio sguardo.

Metti le mani dietro la schiena.

Ubbidì e io strappai un lungo pezzo del cerotto che avevo comprato e le legai i polsi. Fu un attimo e M. si ritrovò con le mani legate dietro la schiena, nuda. Ebbe un sussulto e un brivido. Voltò la testa e i suoi grandi occhi si fissarono su di me interrogativi.

Non ti voltare, – dissi imperiosamente, – ricordati, solo le parole magiche possono interrompere il gioco.

Ubbidì e io restai a fissarla per lunghi attimi, mentre la vedevo tremare lievemente. Mi avvicinai e l’abbracciai da dietro, stringendo le mani sui suoi seni, leccandole il collo e le orecchie. M. prese a vibrare e ansimare.

Chinati sul tavolo, – le dissi con voce roca.

Mi allontanai di qualche passo per ammirare il suo corpo a 90 gradi, le lunghe gambe dritte e lisce, il sedere completamente esposto con il bocciolo dell’ano palpitante. Mi voltai per andare al frigorifero, da cui presi una carota di circa 15 centimetri. La infilai in un preservativo che poi unsi con la crema vaginale. Spalmai la crema anche sulle dita della mia mano e mi avvicinai a M. , che non poteva vedere i miei movimenti, faccia in giù sul tavolo della cucina.

Premetti delicatamente un dito unto di crema sul suo ano e sentii che le sfuggiva un gemito. Spinsi il dito dentro, forzando la lieve resistenza. Lo feci andare su e giù per un po’ mentre sentivo che ansimava sempre più fortemente. Infilai un altro dito e le strappai un gemito più forte, mentre l’ano si contraeva.

Con dolcezza le dissi: – Non stringere. Rilassati, spingi in fuori.

Mentre ubbidiva sentii il suo culo cedere alle mie dita unte di crema.

Tirai fuori le dita e appoggiai la punta della carota sull’ano. Spinsi con dolcezza, facendola gemere. Spinsi ancora fino al punto in cui la carota si ingrossava e la sua resistenza si faceva più forte. Gemette ancora e disse a mezza voce: – Mi fai male…

Non mi interessa. Ricordati: non mi interessa niente finché dura il gioco, ma naturalmente puoi interromperlo quando vuoi…

Non rispose e così ricominciai a spingere su e giù con la carota, facendola entrare sempre di più nel suo culo. Quando ne restavano fuori solo un paio di centimetri, presi un’altra striscia di cerotto e fissai la carota sulle natiche, in modo che non potesse uscire.

Mi ripulii le mai su uno strofinaccio e le afferrai i capelli, rimettendo M. dritta. La voltai, lei nuda, con le mani legate dietro la schiena e una carota infilata nel culo, e la baciai, frugandole la bocca con la lingua. Scesi a leccarle il petto e i capezzoli, succhiandoli golosamente, sentendo che M. respirava sempre più affannosamente, mescolando sospiri e gemiti, e poi frasi smozzicate: – Sì… sìii… così…

Sempre tenendola per i capelli la costrinsi a inginocchiarsi davanti a me e le ficcai in bocca il mio pene eretto. Non potendo usare le mani M. era in equilibrio instabile. Ero io a sorreggerla con la mano fra i capelli. La scopavo in bocca, avanti e indietro, assecondando i movimenti del mio bacino con la sua testa che dirigevo a mio piacimento, tenendola sempre salda per i capelli. M. mugolava di piacere, stringendo con voluttà le sue labbra sul mio membro.

Ebbi un orgasmo violento che le inondò la bocca di sperma. Dovette inghiottirne una parte per non soffocare, ma continuò a succhiare. Rivoletti bianchi le colarono lungo il mento, ma altri ne ingoiò mentre io continuavo a godere.

Ebbi un sussulto finale, poi abbandonai la presa sui suoi capelli e caddi stremato su una sedia. M. si accasciò per terra ansimante, le braccia legate dietro la schiena.

Restammo così lunghi minuti a riprendere fiato, mentre la cucina veniva inondata dai raggi del sole al tramonto dietro le persiane accostate.

Mi si raddrizzò e mi guardò con occhi torbidi, mormorando: – Sei un pazzo maniaco…

A fatica si mise accovacciata sulle ginocchia, non potendo sedersi a causa della carota nel culo.

La guardai freddamente: – Vuoi dire le parole magiche e finirla?

Scosse la testa, con un sorriso enigmatico.

Allora mi alzai e mi avvicinai a lei. Alzò la testa per guardarmi da sotto in su.

Le ordinai: – Apri la bocca, – e mi afferrai il pene. Quando ebbe schiusa la bocca le orinai addosso, prendendo la mira verso quella cavità che poco prima aveva ingoiato il mio sperma a fiotti. L’orina schizzò in mille zampilli dalla sua bocca, ma lei non la richiuse, protendendo anzi avidamente le labbra. Quando terminai, le afferrai di nuovo i capelli e le avvicinai la bocca al mio pene moscio che lei accolse obbediente, nettandolo delle residue stille di orina e poi passando a succhiarlo.

Presto ebbi di nuovo una piena erezione e staccai il mio pene dalle sue labbra. La feci di nuovo piegare sul tavolo a 90 gradi e le tolsi la carota da culo. Mi infilai un preservativo, mi spalmai di crema e misi il mio pene dove prima era stata la carota.. Il mio membro era più grosso della carota che avevo usato.

Penetrai M. lentamente, a fatica, strappandole gemiti sempre più intensi, fino a che non fui completamente dentro. Mi afferrai saldamente ai suoi fianchi e presi a pomparla con ritmo crescente.

Mentre sodomizzavo M. , sentivo il mio membro crescere ancora e strapparle gemiti di dolore e mugolii di piacere insieme. I nostri respiri andavano all’unisono verso un ritmo sempre più elevato.

Ti piace così… troia…

Mhmm

Vedi che non te la tocco nemmeno la tua fica, ma ti faccio godere.

Sìii…

Lo sento che godi…

Sì, non fermarti… non fermarti… fottimi così…

La scopai nel culo sempre più violentemente, schiacciandola sul tavolo della cucina a ogni colpo, finché non godetti con un lampo bianco nel cervello e una scarica elettrica alla radice del naso. Negli eterni secondi di buio che seguirono, sentii confusamente M. urlare di piacere, un urlo liberatorio, pieno, misto a dolore, ma insieme puro, quale non avevo mai sentito. FINE

About Erzulia

Colleziono racconti erotici perché sono sempre stati la mia passione. Il fatto è che non mi basta mai. Non mi bastano le mie esperienze, voglio anche quelle degli altri.

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