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La biblioteca del brutto anatroccolo

C.
Inteso come linguaggio C.
Ho desiderato questo libro per tanto tempo. Non mi sono mai deciso a comprarlo. Non ho ancora trovato un ottimo motivo per imparare il C. Un impegno non indifferente di cui non riesco a vedere il valore aggiuntivo. Ma faccio il programmatore. Suvvia, almeno una infarinatura di C “ci” vuole.
Scorro le pagine del libro ma, come sempre, non riesco a concentrarrni su ciò che c’è scritto. E so bene perchè. Perchè i pensieri vanno inevitabilmente alla provenienza del libro, al motivo per cui sta qui, nella mia libreria, così zeppa di freddi testi tecnici, manualistici, l’antitesi delle emozioni, direbbe un ignaro osservatore esterno.
Eppure questo libro di C è per me ancora oggi fonte di grandi emozioni.
La mia collega di lavoro Giulia (nome di fantasia, ovviamente). Da lei comincia tutto.
Giulia. Una donna sospesa tra i quaranta e i cinquanta anni, che lotta per difendersi contro gli attacchi del tempo, come tutte le persone della sua età, per non lasciar fuggire da sè gli ultimi tratti della giovinezza. Con discreti risultati. Oddio, a me non piace quando viene in ufficio carica di trucco oltre ogni ragionevole misura, ma è gradevole la sua voglia di continuare a giocare, la femminilità che sprigiona, intatta, in ogni suo gesto. Giulia è una donna divorziata. Ha lasciato il marito il giorno in cui lo colse in “flagranza di reato”, e potete ben intendere di cosa si tratta. Giulia ha un modo di fare decisamente aristocratico. Si vede che è abituata ad un certo tipo di vita, di ambiente, di compagnie. Giulia è colta. Giulia ha una figlia da mantenere. E credo sia soprattutto per lei che ha accettato di “inabissarsi” nel mondo di noi, colletti bianchi.
E a volte è palese, il suo disagio, in mezzo alla borghesia piccola piccola, che sa essere un po’ volgarotta anche senza accorgersene; ma Giulia sa adattarsi, e fa di tutto per godersi in santa pace la vita, in qualunque circostanza venga a trovarsi.
Io? Beh, in questa favola io potrei essere il brutto anatroccolo. La mia sfiga con le donne è proverbiale. Sono brutto, sovrappeso, imbranato. Sono anche buono, simpatico, allegro. Ma di questo, alle donne, non gliene frega niente. I miei trent’anni ( e rotti), mi pongono tra “color che son sospesi”; tanti alla mia età hanno già messo su famiglia; io non so proprio che fare; c’è una parte di me che è “matura”, o forse sarebbe più corretto dire “disillusa”, rassegnata. Ma il fanciullo che è in me è duro a morire!
Giulia mi ha chiesto di andare a casa sua, a sistemarle il PC, sul quale l’installazione di innumerevoli giochi, evidentemente non molto amici tra di loro, ha prodotto un intasamento di driver, DLL, OCX tale da rendere difficoltosa la partenza stessa di Windows ( (c) Microsoft Corporation, mi raccomando! ). Per sdebitarsi, anche in considerazione del fatto che la figlia starà non ho capito dove fino a sera inoltrata, vuole che rimanga anche a cena.
Per la cronaca, il PC lo metto a posto. Beh, il mio lavoro lo so fare…
La cena scorre via gradevole. Ho un buon rapporto con Giulia. è una persona schietta, e questo mi mette a mio agio. E quando sono a mio agio la mia timidezza si fa da parte, rendendomi un buon conversatore. Giulia fin dall’inizio ha intavolato la conversazione su argomenti di carattere personale. Nulla di sorprendente, lo fa anche in ufficio. Con le persone che le vanno a genio, naturalmente. Affronta questioni anche delicate con naturalezza ed ironia, e questo mi piace molto, e mi consente di fare altrettanto. Ride, Giulia. Stasera non ha quel pesante trucco che l’accompagna in ufficio. Nè quei vestiti di rappresentanza che a volte rendono le donne così impersonali. Il suo vestito di questa sera lo definirei da “persona che sta per andare al supermercato”. Anche la sua pettinatura è un po’ più sciolta del solito.
Ride, Giulia. Sarà anche per il vino che continua imperterrita a versare nei nostri bicchieri. “Stasera voglio farti ubriacare! ” , mi dice con tono scherzosamente minaccioso. Io, veramente, sono abituato all’alcool. Lei, probabilmente, pure.
Ma indubbiamente il vino, nelle dosi appropriate, sa creare un clima di meravigliosa confidenza.
In una spirale che gira sempre più vorticosamente, gli argomenti di conversazione si fanno sempre più personali. Dal dialogo si passa al monologo. Il suo.
Mi rende partecipe di cose sue decisamente private, ma continua a farlo con una naturalezza tale da impedirmi di pensare che ci sia qualcosa di male a farlo.
è sola, Giulia. Nel senso che non ha un uomo, attualmente. Lo prende alla lontana, l’argomento sesso. Ma lo prende… Mi racconta che lei è all’antica, che non potrebbe mai avere rapporti sessuali con una persona con la quale non c’è un legame più globale. Anche se, più passa il tempo e più “l’attesa diventa pesante… “.
Queste sue ultime, testuali, parole, hanno su di me un effetto indescrivibile, ma piacevolissimo. Sto davanti ad una donna che ha più di dieci anni più di me, che mi sta raccontando una cosa così intima. Sono troppo ingenuo per scambiarlo per un invito, e rilanciare il gioco. Del resto non ho mai pensato a Giulia in questi termini.
Ai suoi occhi mi sono sempre visto come poco più di un ragazzo. Non è per un mero fatto anagrafico. è che le nostre vite scorrono su strade diverse. Non fosse altro per il fatto che lei è madre di una figlia; la paternità è ancora un concetto lontanissimo da me, invece. Ma questa sua confidenza mi emoziona. E mi eccita. Poi la mia timidezza reclama la sua parte, per cui provo anche un leggero imbarazzo.
Lei se ne accorge, e spazza il silenzio ricominciando a parlare, parlare…
A suo avviso è arrivato il momento di giocare a qualcosa. Ridacchiando, mi propone una specie di gioco della verità. Ciascuno farà una domanda all’altro, che dovrà rispondere sinceramente, costi quel che costi. Suona eccitante. Si comincia con domande del tipo: “Che ne pensi di… (nome di collega d’uffico)? “; io non azzardo iniziative. Faccio domande dello stesso “livello d’intimita” di quella che ha appena fatto lei. Tanto è lei che va sempre più a fondo… Ad ogni domanda ha un sorriso sempre più birichino, finge persino imbarazzo, titubanza.
Di tutto questo, beninteso, mi accorgerò dopo, nelle mille volte in cui ripenserò a questa folle (? ) serata.
Lì per lì accade tutto così rapidamente. Non mi rendo conto esattamente di cosa sta succedendo; nè, soprattutto, che è lei che sta conducendo il gioco a suo piacimento, e che deve divertirsi da matti a farlo. So solo che non smetterei per nulla al mondo.
L’ultima cosa eccitante che mi è successa negli ultimi mesi è stata quando ho comprato il PC nuovo…
Beninteso, non sono così bamboccio da pensare che tra poco succederà chissà che cosa, come fanno tutti quegli imbecilli finti seduttori che per il semplice fatto che una donna gli fa un sorriso fantasticano già chissà quali roventi avventure, da raccontare, rigorosamente, ai colleghi, lunedì.
è solo un gioco innocente, tra due persone adulte che hanno voglia di farsi quattro risate. Ho tanti difetti, ma non sono così stupido…
La mano “pudicamente” davanti al viso, finta esitazione, finta risatina d’imbarazzo.
“Maaaaaa… Tu ci verresti a letto con me? ”
Una legnata alla bocca dello stomaco, ecco la descrizione fisica dell’effetto di questa frase su di me.
Non mi dà il tempo di rispondere. “No, scusa, sto esagerando, stò vino … “.
Hai visto mai mi alzassi scandalizzato… Così si para da ogni mia reazione. E domani saremo ancora colleghi…
Eh, no, non posso permetterle di lanciare tal sasso e ritirare impunemente la mano.
Con uno sforzo sovraumano respiro, nonostante lo stomaco sia ancora uno straccio strizzato. Mi impongo una flemma britannica. Faccio un mezzo sorriso di meraviglia (ahò, so recitare anch’io… ), come chi si è appena sentito rivolgere la domanda piùstupida di questo mondo. “E perchè non dovrei? “. Troppe volte nella vita mi sono lasciato sfuggire ghiotte (e rare! ) occasioni per il mio cronico rincoglionimento.
Le cose stanno accedendo così velocemente che non riesco a rendermi bene conto di ciò che dico, che faccio e di come può andare a finire. Ma stavolta voglio essere sveglio. Carpe diem, del doman non v’è certezza, chi va con lo zoppo impara a zoppicare. L’ultima non c’entra niente. Tant’è. La mia lucidità mentale in quel momento tende a zero.
“Con una vecchietta come me? ”
“Dopo, ti dirò com’è! “.
Sono soddisfatto di quest’ultima frase, accompagnata da uno sguardo “micio micio”.
Mi alzo, la porgo la mia mano per prendere la sua, accenno quasi un inchino mentre anche lei si alza dalla tavola; non dico nulla; mano nella mano la conduco dove so che si trova la sua camera da letto.
Adesso è lei che mi guarda sorpresa e confusa; forse non si aspettava nemmeno lei di arrivare fino a questo punto, sente il gioco sfilarsi dalle sue mani, si domanda cosa sta facendo. Ben le sta. Ora siamo pari.
La camera da letto è bene attrezzata. In un angolo c’è una specie di lampada a muro con tanto di paralume, a più lampade, e si può scegliere quante accenderne. Una è perfetta.
Ciak, si gira. Azione.
Giulia vorrebbe ancora dire qualcosa. Voglio farle capire che ormai siamo dall’altra parte del confine. Che non c’è più la vecchietta e il ragazzo. E che non ci sono più i colleghi d’ufficio.
Ci sono un uomo e una donna, gonfi di desiderio, che stanno per fare l’amore, spudoratamente.
La abbraccio, le metto una mano dietro la testa. La bacio.
Bacio profondo, esigente. Che non ammette dubbi. Siamo amanti, Giulia. Ora io sono il tuo uomo, tu sei la mia donna. Le persone di mezz’ora fa non esistono più. Lei lo capisce, e si lascia andare.
Le sue mani si aggrappano alle mie spalle, mentre la mia lingua, teneramente, le esplora la bocca, le labbra, invitando la sua in un vorticoso valzer. Permette, Madame? E le nostre labbra aderiscono in una unione perfetta, la nostra saliva si mescola in una fusione cruda, totale, sfacciata.
La tengo così finchè non sento un fremito attraversare il suo corpo, e un leggero morso sulla mia lingua.
Ah, lo so cosa ti sta succedendo, Giulia. Avrei voglia di sussurrartelo in un orecchio, di farti avvampare il viso, in un misto di pudore e di inconfutabile eccitazione. Invece voglio dirtelo in silenzio. Stacco la mia bocca dalla tua, e ti fisso negli occhi. Occhi confusi; inebetiti; umidi, anche loro… Sorrido, o meglio, sogghigno, e continuo a fissarti. Voglio penetrarti con lo sguardo. è un desiderio di possesso, di dominazione che dura qualche istante.
Poi è una grande tenerezza che si impadronisce di me.
Questa donna non fa l’amore da molto tempo (quasi quanto me… ), questa donna “cià voglia”. Ed ha scelto me; chissà mai perchè, ha scelto me. Chissà quanti ne ha che le corrono appresso.
Eppure ha scelto me. Mi verrebbe voglia di tornare a sedermi al tavolo a pensare perchè. Beh, magari dopo farò un programma che mi dà la risposta. Ora però non vorrei deluderla. Vorrei darle ciò che si aspetta da me. Ritiro il mio sguardo dal fondo dei suoi occhi; le accarezzo una guancia. Sono sempre i suoi occhi a dirmi che ho capito. Tremano le sue mani mentre si appoggiano sul mio petto.
Slaccia o bottoni della mia camicia. I polsini. Mi sfila la camicia.
Poi di nuovo le sue mani sul mio petto. Lo accarezza come se volesse rubarne il calore. Le sue unghie laccate disegnano cerchi contentrici, poi salgono verso le spalle, girano dietro, vi si aggrappano, e il suo viso affonda sul petto, ci si strofina, dandogli dei teneri baci. La allontano delicatamente. Le tolgo la sua camicetta. IL reggiseno, ora. Lo sgancio, abbasso le spalline, le sue mani si chiudono sulle coppe dei seni. Una carezza ancora, poi le prendo le mani e le allontano.
Via il reggiseno, i suoi seni sono esposti al mio sguardo. Mi guarda, mi interroga con gli occhi, capisco la sua domanda. Semplicemente, raccolgo i suoi seni nelle mie mani e la bacio di nuovo, nuovo giro di valzer, più lento, finchè
non sento i suoi capezzoli erigersi tra le mie mani. Li guardo, le sorrido estasiato, e le sue sciocche paure svaniscono dal suo volto.
Sfilati le scarpe, Giulia, mentre armeggio con la sua gonna. Zip, e la gonna cade, lasciandola con solo gli slip addosso. Neri. Con delle traforature davanti, lungo i bordi; “da cerimonia”. Mascalzona. Tu volevi proprio che arrivassimo fin qui. Avevi pianificato tutto fin dall’inizio. La faccio sdraiare sul letto dietro di lei, tolgo con cura le scarpe e la gonna, non senza notare le splendide gambe già
abbronzate. Non parlare Giulia, non dire nulla; la faccio accomodare
per bene sul letto, poi la faccio rigirare.
Appoggio le mani sulla schiena, in basso, poi salgo verso l’alto, fino alle spalle; e di nuovo giù e su , le accarezzo a piene mani tutta la schiena; le mani attorno al collo, punto i pollici sulla sua nuca, ed inizio a massaggiarla delicatamente con un movimento rotatorio. Voglio che si sciolga, si rilassi; sento il suo corpo addolcirsi sotto le mie mani; è una emozione profonda anche per me. Dei sospiri leggerissimi escono dalla sua bocca; la faccio rimettere supina, e inizio il lavoro anche davanti; dai fianchi su, fino ai seni, raccogliendoli con le mie mani, girandoci intorno, poi giù fino al ventre, e via di nuovo; i suoi sospiri entrano in sintonia col movimento delle mie mani; i suoi seni sono turgidi; un singhiozzo mi avverte che, giù, il fiore è sbocciato e ha iniziato ad elargire il suo nettare.
Scendo un’ultima volta per agganciare gli slip con le dita, proseguo la discesa fino ai piedi, e anche gli slip sono tolti. Giulia è completamente nuda davanti a me; le gambe serrate, a nascondere il suo tesoro più prezioso. Mi siedo accanto a lei. Le prendo una mano e le bacio le punte delle dita, poi il palmo, il polso. Le mie labbra scalano il suo braccio, la spalla. Bacio il suo viso, affondo la bocca nel suo collo. Geme, Giulia. Giù, verso i seni. Ora uno, ora l’altro.
Bacetti. Carezze con la lingua. Poi accolgo, a turno, i capezzoli nella bocca. Li succhio, la mia lingua ingaggia con essi un nuovo, frenetico valzer, le mie labbra vanno su e giù su di essi.
Sono alti ora, i gemiti di Giulia. Le sue mani non stanno più ferme.
Premono sulle mie spalle, si infilano tra i miei capelli. Giulia vuole di più, ora. In punta di lingua disegno una striscia di fuoco sul suo stomaco, l’ombelico, il ventre, i primi peli del pube. Le sue cosce sono ancora serrate. Devio verso una di esse; inizio a baciarla, mentre con la mano accarezzo quell’altra; delicatamente, le faccio piegare le gambe. sono inginocchiato sul letto, davanti a lei.
Appoggio le mani sulle sue ginocchia; le allontano, schiudendole finalmente le gambe. Lo stupore che provo di fronte allo spettacolo di una donna che mi offre la sua intimità in questo modo è sempre lo stesso. è un senso di commozione, di gratitudine, quasi, che mi pervade quando vedo il suo sesso socchiuso, luccicante,
un frutto che mi viene offerto.
Il frutto più meraviglioso che Dio abbia creato.
Appoggio la bocca ad un ginocchio, e la lingua disegna una nuova striscia di fuoco su per la coscia. Giulia mi sente avvicinarmi, lentamente, sempre di più. Le sue mani battono dei pugni sul letto. Forse comincia ad avere fretta. Giunto all’attaccatura della gamba, mi fermo. Le sue labbra sono ora davanti a ai miei occhi, il suo nettare già è colato sul letto. Non ho intenzione di perderne altro.
Appoggio le mie labbra sulle sue.
Un grido di Giulia accompagna il contatto. Un primo colpetto di lingua tra le labbra. Altro grido. Una leccata un po’ più fonda; ancora più a fondo. Poi immergo tutta la lingua, fin dove può arrivare, nel corpo di Giulia. Che grida. Raccolgo quanto più nettare mi sia possibile, e ritraggo la lingua, per assaporarlo, nutrirmene, bearmi del suo sapore asprigno e, mi sorprende sempre, una punta piccante. Succhio per svuotarla completamente del suo tesoro. Poi, con calma, inizio delle ampie leccate tra le sue labbra, mentre con la mano massaggio il monte di Venere. Piuttosto rapidamente, Giulia poggia le sue sue mani sulla mia testa, facendomi capire che è pronta per un contatto più intenso. Aumento il ritmo della mano salgo con la punta della lingua al clitoride.
Al primo tocco, le cosce di Giulia si chiudono a tenaglia sulla mia testa. Giulia si inarca, mi tiene stretto, così, per alcuni secondi, poi ripiomba giù, immobile. Ha avuto un rapido, sorprendente orgasmo.
Ricomincio a leccare, più piano, tra le sue labbra. La sua quiete mi indica che posso continuare. Facendola girare un po’ sul fianco, la mia mano può guadagnare le sue natiche, splendide. C’è un gioco che mi piace sempre fare, anche se non sempre riesco ad essere completamente convincente. Inizio ad accarezzarle le natiche, poi scendo verso la gamba, e la ripiego un po’ verso l’alto. Torno verso il sedere, dove in virtù del movimento della gamba il solco delle natiche è più divaricato. Che c’è di male, in una “casuale” ed innocente scampagnata in quell’avvallamento, mentre la proprietaria è illanguidita dai teneri bacetti che le dispenso davanti?
Illanguidita sì, ma mica addormentata! Al primo cenno d’allarme, mi fermo. Non capirò mai il terrore chele donne hanno quando ci si avvicina da quelle parti. Lascio che i polpastrelli scorrano lungo il solco, avanti e indietro, quasi come un coltello. Due dita divaricano il solco, un terzo è libero di affondare sempre di più.
L’importante è riuscire ad appoggiare il polpastrello sull’entrata del bocciolo.
Un momento di pausa, per far sparire l’effetto intrusione. Poi un lento, lentissimo, esasperante movimento circolare.
Giulia tace. Capisco chè è una sensazione nuova, per lei, e la cosa mi manda fuori di testa. Smetto di baciarla, voglio che ci concentriamo entrambi sul nuovo mondo.
Sì, può esserci un intero mondo sullo spazio della punta di un dito. Posso sentirne le grinze, una per una, sconosciute emozioni che diventano via via più familiari, ad ogni giro più note. Giulia diventa sempre più piccola, sempre più piccola; un’intera persona concentrata nel cerchio che traccia il mio dito; un’intera persona che sussulta all’unisono con esso, che respira nervosa all’unisono con esso. Vado più piano, Giulia respira più piano. Vado più forte, Giulia segue il mio ritmo. Le grinze si distendono; una per una. Ora posso avvertire la rotondità dell’anello. Che cede. è come se vedessi con
il polpastrello del dito.
Due piccole labbra sembrano ora dischiudersi. Labbra.
Risalgo con la bocca lungo il suo fianco. Lo aggiro. La mia lingua accarezza un gluteo e si ferma alla base della sua schiena. Morbida, scende giù, verso il solco. Dolce, vi si insinua, come un serpente alla caccia della sua preda. Le due piccole labbra. Giulia è stordita. La sua voce, flebile, lontanissima, sembra pronunciare un no. Ma rimane immobile… Quante volte hai sognato questo bacio? Da quanto tempo? Eccolo, Giulia.
Appoggio le mie labbra alle sue, appena appena. E schiocco la punta della lingua, come un pennello, per tutta la lunghezza della piccola fessura. Giulia è come fulminata. Ha uno spasmo violento, un grido secco rompe il silenzio. Io sono come ubriaco. Mi lascio andare in un lungo delicatissimo bacio, le mie labbra appoggiate al suo sfintere, la mia lingua che vi piroetta soavemente dentro. Urla, Giulia.
Come un ossessa. Strappo a malincuore la mia bocca dal suo dolce pertugio, e la riporto davanti, tra le più capienti labbra del suo sesso che hanno ricominciato ad emettere fiotti di miele perlaceo.
Mi ci tuffo con avidità, succhio oscenamente ogni goccia della sua essenza, e la penetro, letteralmente con la lingua, mentre il mio dito riguadagna la sua entrata più piccola, ora completamente docile. Muovo la lingua in avanti e indietro, ampiamente, e sempre più velocemente, sempre più a fondo. il mio labbro sopra il suo clitoride, la mia lingua che dardeggia tra le sue labbra. Giulia urla, serra di nuovo le sue cosce attorno alle mie tempie, si inarca, sembra voglia staccarmi la testa. Tutti i suoi muscoli sono tesi, faccio fatica a continuare. Finchè non avverto nei suoi rantoli una nota più alta. Vedo con la coda dell’occhio il suo ventre contrarsi e decontrarsi spasmodicamente. Giulia smette di urlare, sembra volersi concentrare totalmente sul suo orgasmo che sta per esplodere.
E nell’attimo in cui, come un’ondata, ci travolge, spingo la punta del dito nell’anello posteriore zuppo ancora dei miei baci e dei suoi umori.
Riesco a malapena a sentire le urla di Giulia, tanto forte serra la mia testa tra le sue gambe. Ma mente vibro il mio dito dentro di lei, sento il suo sfintere contrarsi selvaggiamente ad ogni ondata di piacere, come volesse fare col dito ciò le sue gambe stanno facendo al mio capo. Sì, posso sentire il suo orgasmo. Posso contarlo.
Uno, due , tre, quattro, cinque…
All’ultima contrazione, di nuovo, Giulia crolla, come un burattino a cui hanno tagliato i fili. Sembra quasi addormentarsi, provata da tanta tensione. Il suo respiro si fa via via più lento e profondo, mentre continuo a rubare con la lingua ogni traccia della sua eruzione. E infine resto lì, tra le sue gambe, ad osservare quella meraviglia.
“Oddio, sta per tornare mia figlia! “, sussulta Giulia sollevandosi di scatto. Che non è proprio “Cielo, mio marito! “, ma il risultato è analogo. Velocissima si sfila da sotto di me, il mio viso si stampa sul letto. Non faccio in tempo a rendermi conto di ciò che sta accadendo che già le sue mani mi tirano per i capelli.
“Scusa, scusa, scusa”, ripete come un automa mentre mi caccia letteralmente dalla sua camera, dopo avermi coperto la testa con la mia camicia. In un lampo mi ritrovo, spettinato, vagamente rivestito, sull’uscio della porta di casa. è uno sguardo ricco di promesse quello che mi licenzia definitivamente. “La prossima volta ti faccio vedere io… “, sembra volermi dire.
No, non ci sarà una prossima volta. Le ferie estive sono imminenti, baci, abbracci, e al ritorno Giulia ha un amore nuovo di zecca. Non che io sia geloso. Ma lei è una donna all’antica…
Sì, abbiamo riparlato di quello che è successo. Abbiamo sviscerato, abbiamo riso, ci siamo emozionati al telefono, ricordando quei momenti. Ma non c’è stato più nessun incontro.
Quella sera sono tornato a casa, intontito da una cosa di cui ancora non mi rendevo bene conto, gonfio del mio desiderio non sfogato. Ma felice. Felice come sono stato poche volte in vita mia. Appagato da un modo nuovo di fare l’amore. No, non inorgoglito dalle sue urla di piacere che ancora echeggiavano nelle mie orecchie. Ero appagato dal senso di intimità che avevo raggiunto con quella donna, come se
fossi riuscito a rubarle la sua più intima essenza. Non avevo scopato, eppure era come se avessi raggiunto i suoi anfratti più profondi. E l’avevo resa felice. La luce che c’era nei suoi occhi, dopo, poche volte l’ho vista in una donna.
E l’avevo accesa io, il brutto anatroccolo.
Fin qui, ce ne sarebbe già d’avanzo a riempire d’avventura la vita piatta di un colletto grigio come me. Il ricordo di quella folle serata sarebbe compagnia sufficiente, per tutte le altre serate passate da solo dopo essere andato in bianco per l’ennesima volta.
Ma la vulcanica Giulia aveva ancora altre sorprese in riserbo per me.
Fermo restando che ancora mi deve una “seconda cena”, Giulia ha pensato bene di confidare la sua avventura ad alcune sue amiche.
Quelle più fidate, eh! Beh, per farla breve, un giorno mi ha invitato a casa sua (io chissà che mi credevo… Poi ho visto che c’era la figlia che gironzolava per casa e ho capito che comunque non era come pensavo), e senza troppi giri di parole mi ha spiegato che c’era una sua amica che avrebbe avuto piacere di provare anche lei quella esperienza. E quando dico “quella” intendo proprio dire quella. Un incontro fatto “solo” di baci e carezze. Il “fratellino” doveva rimanere al suo posto! Ormai avvezzo alla folle spudoratezza di Giulia, non ho nemmeno fatto finta di sorprendermi. E, ovviamente, ho detto subito di sì.
Non voglio ripetere per filo e per segno quel che è accaduto nel dettaglio. Potrei diventare monotono. Ciò che è veramente stato sorprendente, è stato quando, “dopo”, la gaudente signora mi ha porto un biglietto da centomila! Ne è nata una tediosa discussione, tra me, che non volevo accettare, e la signora, che mi ha spiegato che così “si sentiva meno a disagio”. Non ho capito ciò che intendesse dire, ma la relativa modestia della cifra mi ha convinto ad accettare. Anzi, devo ammettere che la cosa, mentre ci ripensavo tornando a casa, mi dava un senso di spudorato compiacimento.
Tant’è che, passando davanti alla mia libreria preferita, ho deciso di investire subito quel denaro in cultura, per alleviare la mia coscienza. Ed è così che ho acquistato il primo libro di informatica, di quelli che, come sapranno senz’altro i miei colleghi, costano per l’appunto uno sproposito.
Il primo libro; perchè ne sono seguiti altri! Tutte le donne che sono seguite con questo “sistema”, si sentivano più libere di chiedermi quello che volevano esattamente, se mi davano una sorta di compenso! Era come se la cosa le sbloccasse psicologicamente, le liberasse dalle inibizioni, ecco. Così ho imparato una cosa nuova sulle donne, o almeno su certe donne. Oltre a tante cose nuove di informatica. Sì perchè per eliminare il mio disagio di ricevere comunque dei soldi, ho successivamente chiesto che fossero loro stesse a comprare un libro di mia scelta! Molto, molto meglio così.
Ed è così che sono arrivato a ben TRE libri! Tante sono le amiche che Giulia mi ha presentato. Tutte si sono dichiarate molto soddisfatte, ma nessuna ha voluto ripetere il gioco per più di una volta. E Giulia ha cambiato posto di lavoro…
è passato poco più di un anno da quella cena. Dubito che riuscirò mai a riempire uno scaffale.
Eppure ogni volta che prendo in mano uno di quei libri, zeppi di freddi concetti informatici, provo una strana, calda, un po’ malinconica, emozione.

EPILOGO

Tempo fa, rimasto a casa perchè ammalato (VERAMENTE ammalato, cosa credete! ), ho rivisto in televisione il film di Rugantino, quello interpretato da Adriano Celentano. Sarà nota ai più la sequenza in cui Rugantino, dopo essere finalmente riuscito a conquistare le grazie di Rosetta, scoppia dalla voglia di raccontarlo in giro, ma la sua coscienza gli impedisce di farlo. Cosicchè alla fine, per sfogarsi, lo scrive su un muro.
è proprio questo lo spirito con cui ho scritto queste righe.
è così tanto tempo che ho voglia di raccontarle a qualcuno, che ho deciso di scriverle su questo “muro telematico”. I fatti sono un po’ camuffati, proprio per evitare che qualcuno risalga, hai visto mai, ai protagonisti. La descrizione dell’incontro con “Giulia” è quasi paranoica, volutamente dilatata nei tempi. Perchè è così che io la rivivo nelle mille notti in cui mi trovo a ripensarci. Come se volessi rivederla alla moviola, bloccarla al momento dell’orgasmo, rivederla da diverse angolazioni.
Oh, anche con le amiche è stato bellissimo, ma la prima volta, si sa, non si scorda mai.
Spero così, raccontando questa mia botta di vita “senza dirlo a nessuno”, in realtà, di placare quel senso di narcisismo e autocompiacimento che, fatalmente, coglie ogni uomo quando “gli va bene”! FINE

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