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La donna di riserva

I giorni non passavano mai. La noia mi stava sopraffacendo. Le mie ferie si stavano preannunciando sprecate. Solo e senza fica, mi sentivo male. Decisi allora di andare dalla Luisa: una mezza zitella ultratrentenne, che viveva sola e che aveva per me una profondissima venerazione. Strano che si attacchino sempre di più le ragazze brutte e racchie! Luisa era letteralmente cotta per me. Le avrei potuto chiedere qualsiasi cosa che lei si sarebbe fatta in quattro per accontentarmi. Nessuno la corteggiava ed io, solo quando non trovavo altro modo per scaricarmi, andavo da lei sicuro di trovare un buco pronto ad accogliere il mio cazzo. Una volta che aveva le mestruazioni e non volendo perdermi, arrivò a succhiarmi il cazzo. Fu il primo dei tanti pompini che poi la costrinsi a farmi. Prima di allora non aveva mai voluto.

– è più forte di me, mi fà schifo! – asseriva scuotendo la testa. Ma quando la minacciai di non andarla mai più a trovare, allora inginocchiandosi ai miei piedi piangente, mi estrasse la verga e se la pose fra le labbra. Nemmeno protestò quando spingendo in avanti il sedere feci scivolare la cappella fino alle tonsille: diede solo un rigurgito e seguitò a succhiare.

– Più lo fai entrare e più mi piace, su da brava! – le dissi io. E lei con movimenti lenti e delicati se lo faceva uscire quasi del tutto e poi lo ringoiava fin quasi alle palle. E quando sentii lo sperma percorrermi la verga ed affluire all’esterno, l’afferrai e la tenni ferma inchiodata a me, obbligandola ad ingoiare fino all’ultima goccia del mio umore. Notai che nel frattempo aveva smesso di piangere e che mi aveva afferrato alle chiappe del culo, serrandomi forte. Oh, che ci stia provando gusto per caso? pensai allibito. Allora non potevo saperlo, ma poi scoprii che si, ci provava sempre più gusto. Fino a che non diventò una delle più brave pompinare che conoscessi. Imparò a carpirmi l’anima, facendomela passare attraverso i testicoli. Incominciai a volerle un po’ di bene, specialmente quando mi sentivo bisognoso di sborrare. E non era puttana, anzi, se qualcuno le avesse fatto un complimento per strada, sarebbe diventata rossa. Ricordo perfettamente la prima volta che riuscii a sverginarle il culo. Non voleva nel modo più assoluto! Tentai di escogitare mille sistemi, ma purtroppo non c’era verso: lì non ce lo voleva, non ce lo voleva proprio!

– Non sono una puttana! – piangeva disperandosi e implorandomi di aver pietà, come se io avessi avuto l’intenzione di torturarla o fossi sovraccarico di sadismo.

– è un’atto contronatura, – mi diceva con le lacrime agli occhi.

– Io sono cristiana e religiosa e questa cosa sporca non voglio farla, è peccato. E poi mi farà sicuramente male! –

– Ma non dire cretinate, sciocca! – ribattevo io quasi stizzito.

– Io ti amo e ti voglio far godere! -E lei mi si prostrava davanti implorando:

– Tutto, tutto quello che vuoi, ma lì no, lì no! -Quel ma lì no mi faceva infuriare. “Lì si” ribattevo io dentro di me, deciso quel giorno a romperle il buchetto del culo. Fino a quando finsi di cedere e le chiesi di chiavarla alla pecorina. Acconsentì, sollevata di aver evitato quell’atto per lei così degradante, e si buttò a novanta gradi con i gomiti appoggiati sul tavolo. Eravamo entrambi completamente nudi. Lei sembrava felice di averla spuntata e mi offrì con slancio il suo sesso che affiorava sfacciatamente al di sotto del suo culetto magro. Aveva un culo piccolo, da ragazzina, però tondo e sodo. Afferrai con rabbia il mio membro e lo infilai con violenza in quella fica offerta spudoratamente.

– Più avanti, per favore, accostati di più al tavolo. – le chiesi fra un’affondata e l’altra, deciso a tenerla ben salda quando, estraendo il cazzo dalla fica, glielo avrei puntato allo sfintere. Non volevo farmi sfuggire l’occasione, tanto sapevo con certezza che, dopo, mi avrebbe amato lo stesso e forse anche di più. Incominciai a pompare con forza, violento, finchè nello slancio non lo sfilai.

– è uscito, porca miseria! – esclamai con finta delusione. Una risatina sincera di lei fece eco alle mie parole. Avevo già deposto nel palmo della mano un’abbondante dose di saliva e il mio glande, fra saliva e umori di lei, era ben lubrificato. Puntai deciso ed afferrandola con rabbia per le anche, diedi un pauroso spintone, che fece sprofondare quasi tutta la cappella dentro lo sfintere rilassato che non si aspettava quell’assalto. U n urlo disumano seguì rapidamente all’allegra risata di poco prima. Non si era spento ancora l’urlo che diedi un altro paio di violente stoccate che mi fecero penetrare nel suo intestino per più di metà col mio cazzo durissimo. Tentò forsennatamente e disperatamente di sottrarsi, ma la mia rabbia era tale che a nulla valsero i suoi violenti sforzi, anzi contribuirono maggiormente alla totale penetrazione e mi ritrovai affondato in lei fino alle palle. U n pianto fastidioso e urla di disperata agonia echeggiarono nella stanza. Scalciava intanto come un mulo, tentando di colpirmi con un calcio negli stinchi.

– Taci cretina! Vuoi che qualcuno ti senta? ! – le urlai stizzito. Ubbidiente come sempre, smise di urlare, ma non cessò di lamentarsi e di piangere come una bambina. Restai a lungo affondato completamente in lei, beandomi delle contrazioni violente del suo sfintere che mi avvolgevano il pene come in un guanto e che me lo strizzavano come in una morsa. Quando m’avvidi che in fin dei conti le conveniva accettare il fatto compiuto, iniziai un lento movimento di va e vieni. Mi sentivo il cazzo attanagliato paurosamente e il suo volume aumentare per l’eccitazione. Lei senz’altro se lo sentiva crescere nelle viscere. Temetti di non poterlo più estrarre: aveva un buco maledettamente stretto. Lo spasimo che precede l’orgasmo finalmente arrivò. Cominciai a inondarla con i miei spruzzi bollenti che andarono e irrigarle l’intestino. Quando estrassi il pene lei non si mosse. Restò piangendo piegata sul tavolo, come se attendesse un altro ospite. Andai in bagno e mi lavai. Tornai nella stanza e lei sempre immobile. Un filo di sperma le usciva dall’ano e cadeva per terra spandendosi sui mattoni di marmo. Esasperato per quella immobilità fastidiosa, l’afferrai e la condussi a letto. La feci sdraiare e mi coricai al suo fianco, carezzandola piano. Poi le montai sopra e affondai il cazzo, che nel frattempo si era raddrizzato, nella fica e restai immobile abbracciato e conficcato in lei. Non reagì, non si ribellò: grossi lacrimoni le colavano dagli occhi che aveva bellissimi e dei singulti le squassavano il petto. Presi a baciarla sul naso, sulla bocca, sulla fronte, sugli occhi, sul collo, dappertutto. Le carezzavo dolcemente i capezzoli dei suoi seni piccolissimi, quasi inesistenti. Alfine, vinta dal mio affetto, mi restituì timidamente tutti quei bacetti, mentre grosse lacrime colavano ancora. Con ciò mostrò di perdonarmi per la vigliaccata di poco prima, e io ne fui felice. Ora mi stavo dirigendo da lei sicuro, come sempre, di trovare un’ottima accoglienza, un letto caldo, una donna pronta. Non aveva ormai più nessuna inibizione: indifferentemente mi dava la fica, il culo o la bocca; a mia insindacabile scelta. Per i piaceri del suo corpo ero l’unico insostituibile maschio e questo, anche se limitatamente alle necessità, mi riempiva di orgoglio. Per me era un porto sicuro, uno sfogo naturale, quando, magari dopo molti tentativi, facevo fiasco con qualche bella figa che mi piaceva. FINE

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