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Lavoro a maglia

Mattino di primavera nell’angolo più riparato del parco di Nervi. La ragazza avanza lentamente tra le rose da poco fiorite, (le sue natiche riproducono in scala terrena il movimento dei pianeti) e si siede sulla solita panchina. Cinque minuti dopo mi siedo accanto a lei, dall’altra parte della panchina, e la osservo a lungo in silenzio. Tengo il giornale spiegato a pochi centimetri dal naso, ma lei sa perfettamente che non sto leggendo. È una donna eccitante, il suo volto camuso però è di quelli che fanno supporre che la sua virtù sia perlomeno inespugnabile. Si protegge dietro ad un paio d’occhiali da miope e fa svogliatamente la maglia, come se non le importasse niente di quello che sto facendo. Muove i ferri con goffaggine e di tanto in tanto, con una frequenza sospetta, alza lo sguardo per contemplare con espressione incantata la statua che ha davanti in mezzo al roseto.
* Mi scusi, signorina – le dico finalmente, – si sarà chiesta perché ogni mattina mi siedo accanto a lei. Non vorrei che lei pensasse qualcosa di sbagliato. Succede che anche io ho la passione del lavoro a maglia, e mi pare che lei stia facendo un pullover a punto riso con la treccia.
* Lei ha indovinato – mormora la ragazza, accennando un sorriso.
* Suppongo che la treccia attraverserà verticalmente il davanti – m’azzardo a dire.
* Lei ha supposto giusto – risponde, aprendo tutti i pori della sua pelle alla mia bella voce baritonale.
* Mi pare – proseguo – che questo pullover le starà un po’ stretto, ma potrà abbinarlo perfettamente con un paio di jeans molto attillati.
* Io non metto mai jeans – puntualizza, senza azzardarsi ancora a darmi troppo spago.
* Perché? – Le domando fissando in modo bruciante le sue ginocchia. – Le sembrano sconvenienti? Preferisce quei gonnellini plissettati, come questo che indossa ora?
Muove la testa in un gesto vago, che può significare una cosa come l’altra.
* Tornando ai pullover – continuo, – le confesserò che ho una particolare debolezza per quelle adolescenti che indossano pullover traforati di lana gonfia. Mi sembrano adorabili.
* Certo – mormora lei, senza smettere di sorridere.
* Infine – sospiro, mentre mi porto la mano destra sui genitali – a ciascuno i propri gusti. Penso che anche lei abbia i suoi.
* Ci mancherebbe – mormora, alzando lo sguardo verso la statua.
* Per quanto riguarda i lavori a maglia – le spiego, – preferisco il punto russo. Lei sa fare il punto russo? Non è difficile. Basta sollevare il ferro sopra il giro sul punto centrale, infilarlo nel primo buco a destra, tirarlo fuori due giri più sotto nel punto centrale, fare poi due giri in senso inverso, e così di seguito.
* I movimenti del suo ferro mi sembrano piuttosto sospetti – ribatte lei.
Non m’interessa spaventare la preda prima del tempo e mi ritiro in una posizione più prudente. Non levo la mano dall’inguine, ma cerco di nasconderla con il giornale.
Lei continua a sferruzzare in silenzio. Di tanto in tanto, con la precisione di un metronomo, alza gli occhi a fissare il basso ventre della statua. Dieci minuti dopo raccolgo il coraggio sufficiente per farle capire chiaramente quali siano le mie vere intenzioni. Appoggio le spalle allo schienale della panchina, apro le gambe come un compasso, metto il giornale da parte, e comincio a respirare oscenamente dal naso.
* Perché non mi dice una buona volta cosa vuole? – Mi domanda, girando il viso e mettendomi a fuoco attraverso gli specchi cristalli dei suoi occhiali.
* Lei sa perfettamente cosa voglio, signorina – le dico. – Sono quattro giorni che mi siedo su questa panchina, accanto a lei, solo per ammirare la bellezza del suo profilo.
* Pensa veramente che abbia un bel profilo? – Indaga, distraendosi finalmente dai ferri.
* Come quello di una dea – rispondo. – Qualcuno potrebbe arrivare ad affermare che lei è camusa, ma a me pare che questa caratteristica, anziché imbruttirla, la renda ancora più appetibile. Questo nasino come un cece mi sembra un elemento di suprema morbidezza, una dolce sfida alle più amorose dentature.
* E lei? – Mi chiede sbattendo le ciglia dietro i cristalli. – Lei com’è?
M’avvolge con uno sguardo smarrito, come se davvero non potesse distinguere con chiarezza. Penso che sia arrivato il momento di ricordarle che a me non la dà a bere.
* Lei signorina, può vedermi perfettamente. La sua è una finta miopia. L’ho scoperto sin dal primo giorno. Le lenti dei suoi occhiali non sono da vista.
* Come può pensare che io non sia miope? – esclama sorpresa.
* Ho tre importanti ragioni per supporlo – le spiego. – Primo, fa la maglia goffamente. Le sue dita non si muovono con la velocità con cui le muovono gli affetti da forte miopia, che per questo motivo sono costretti a servirsi costantemente del tatto. Secondo, lei sfoggia, e mi scusi se sono tanto esplicito, un paio di tette che sono la fine del mondo, inadeguate ad una vera miope. Terzo, la più importante di tutte: lei si siede sempre davanti alla statua di quell’Apollo. Ogni mattina fa la stessa cosa. In questo parco ci sono altre cento panchine, ma sceglie sempre questa. E per quanto cerchi di nascondere dove è rivolto il suo sguardo, di tanto in tanto distoglie gli occhi dai ferri per posarli dolcemente sul basso ventre del dio. Dovrebbe vedere come fremono allora le sue narici.
Non ho ancora finito di dirle tutto questo che è arrossita fino alla radice dei capelli.
* Vede signorina che lei non m’inganna – continuo. – Lei, come tante altre donne, è una gran porca repressa.
* Che cosa intende per gran porca? – Indaga lei, cercando ancora di portare il dialogo su altre strade.
* Intendo quel che intendo – rispondo, senza spostare la mano dalla patta, ma un po’ preoccupato per i risultati. – Se preferisce che glielo spieghi in altro modo, le ricorderò che lei è vittima, come molte sue coetanee, di una spiacevole repressione sessuale. Non vuole fingersi completamente cieca perché ciò le sarebbe troppo scomodo. Ma da alcuni anni, forse dalle sue prime mestruazioni, si fa passare per miope per contemplare impunemente tutto ciò che le pare, senza tema che poi la indichino come un’immorale. La gente la compatisce pensandola incapace di distinguere quello che ha sotto il naso, ma in realtà, mia cara signorina, lei si sollazza ad osservare in segreto tutto quello che trova di peccaminoso intorno a sé.
Lei si toglie finalmente gli occhiali e mi trovo di fronte al paio d’occhi più belli mai visti in vita mia.
* Così sono stata scoperta – sussurra, ma senza abbassare lo sguardo. – Doveva accadere alla fine.
* Allora mi dia subito il suo naso – le chiedo, improvvisamente eccitato dalla confessione. – Mi dia il suo nasino da cece e cucineremo assieme il più delicato pranzetto che lei abbia mai assaggiato.
* Lei è un furbacchione – mormora.
* Sì, sì, mia dolce Messalina! – Esplodo, abbassandomi i calzoni in un battibaleno. – Dimentichi ormai quella statua e si conceda a questo Priapo di carne ed ossa, che da cinque notti non dorme pensando a lei!
La vedo sorridere dolcemente con le labbra socchiuse. Mi butto su di lei ed esplodono i primi sospiri.
* Poi penserà di me che sono una di quelle – geme, arresa alla mia esuberanza.
In quel preciso istante, da dietro la siepe che ci proteggeva da ogni sguardo indiscreto, appaiono due poliziotti. La vigliacca, che li aveva scoperti prima di me, si rimette gli occhiali ed incomincia a gridare.
* Non vi lasciate ingannare! – avverto le guardie. – è stata lei a portarmi fra i cespugli.
I poliziotti però non mi danno retta e mi conducono al commissariato più vicino. Ora ho una nuova ragione per non fidarmi delle donne. FINE

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I racconti erotici sono la mia passione. A volte, di sera, quando fuoi non sento rumori provenire dalla strada, guardo qualche persona passare e immagino la loro storia. La possibile situazione erotica che potranno vivere...

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