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Nella metropolitana

La metropolitana mi ha sempre affascinato, anche se sembra un treno mancato, con le rotaie troppo strette e senza nemmeno un capostazione col fischietto.
In fondo la metropolitana non è che un lungo ascensore in cui, come ogni ascensore che si rispetti, i viaggiatori non si parlano, evitano di incrociare gli sguardi degli altri, stanno aggrappati alle maniglie, o stanno seduti con gli occhi fissi in avanti come manichini. Al massimo qualcuno bisbiglia qualcosa all’amico tra una fermata e l’altra, probabilmente un segreto vergognoso da confidare in mezzo a un protettivo frastuono.
Un lungo ascensore o anche un lungo ago ipodermico che penetra il cemento, le pietre storiche e fatiscenti della città, che ti inietta di qua e di là, che ti sbatte da una parte e dall’altra, senza lasciarti vedere nulla intorno. Un po’ come fanno gli aerei, dove entri vestito estivo e scendi che fa un freddo bestia, dove sali una scaletta che si parla una lingua e ne scendi una uguale che non capisci più niente. Una terra di nessuno dove tutto è possibile.
Ma la vera metropolitana è quella di notte, dove si possono incontrare i giovani bene tutti tirati, che vanno a qualche festa, e i figli della periferia, con gli orologi colorati ai polsi, che si sentono alla moda, con i pantaloni presi in prestito dalla sorella, il giubbotto di pelle del cugino e la faccia prestata da chissà chi.
La metropolitana di notte è bella quando si scarica esausta di tutti quelli che tornano dal lavoro e, come se si sentisse più libera, si lancia nei tunnel e sembra che stia per spiccare il volo e che solo la volta delle gallerie le impedisca di decollare. E alle fermate la gente scruta con rapide occhiate gli scompartimenti prima di entrare, cerca quello più affidabile, è cauta, continua a guardarsi attorno, è inquieta. Quanto più banale invece è l’ora di punta, con la gente che si butta appena vede un varco per salire e alle ragazze non gliene frega niente di prendersi una manata sul culo o di finire con le tette schiacciate contro il petto di qualcuno, e se qualcuno sei tu non provi emozioni, tu non sei nessuno, e se stai con il cazzo duro ad aspettare che ci si sfreghino contro, non è a te che si sfregano, ma alla folla, tu non sei altro che la parte infinitesima di una massa anonima, non puoi godere da solo di quei gesti, sei perso dentro un gigantesco impossibile orgasmo collettivo.
Così pian piano in questi giorni sono diventato un assiduo della metropolitana di notte. Mi metto il giubbotto peggiore che ho, quello di pelle sdrucita acquistato quattro anni fa in una liquidazione e che praticamente non ho indossato quasi mai perchè fa proprio schifo.
E vado avanti e indietro fino all’ultima corsa, fino a quando, all’ultima fermata al centro, mi dicono che per questa sera è finita e devo salire per le scale deserte e rimanere di nuovo solo nella notte.
Ho provato a sedere in tutte le carrozze e ho visto che la migliore è quella di coda perchè la gente che vi resta è sempre meno, via via che ci si avvicina alla periferia, finchè alla fine ti ritrovi solo e al ritorno in città non vi sale quasi nessuno.
Mi piace stare seduto da una parte e, se capita una ragazza seduta di fronte a me, fissarla ostentatamente senza mai abbassare lo sguardo. Godo a stare lì, con il bavero alzato, le mani affondate nelle tasche e le gambe aperte in maniera sfacciata. Ho visto qualcuna addirittura scendere, evidentemente imbarazzata, e poi risalire in un’altra carrozza.
Stasera mi si è seduta di fronte una ragazza molto giovane, quasi una ragazzina. Forse per questo motivo è salita nell’ultima carrozza senza rendersi conto che c’ero solo io. Aveva una gonna troppo corta e faceva di tutto per aggiustarsela, tenendo le ginocchia unite, ma la guerra con la stoffa era irrimediabilmente perduta.
Io, invece di far finta di niente, ho cominciato a fissarle le gambe.
Non c’era nessun altro nello scompartimento e lei si agitava nervosa sul sedile. Quando ho capito che alla fermata successiva sarebbe scesa, anche se non era ancora arrivata, le sono andato davanti e, calcando la mano destra nella tasca del giubbotto, le ho intimato:
– Prova a scendere e te ne pentirai! –
Lei mi ha guardato terrorizzata alzandosi quasi di scatto.
Mi piace quando è così, è una sensazione incredibile, e per assaporarla meglio l’ho afferrata per un braccio e l’ho rimessa a forza a sedere. Non opponeva la minima resistenza, solo che in quel momento si sono aperte le porte ed è entrata una coppia di mezza età. Probabilmente hanno pensato che stessimo insieme perchè si sono seduti dalla parte opposta della carrozza parlando tra loro ed evitando, con molta attenzione, di osservarci.
Ho voluto rischiare e, invece di scappare via come mi dicevano le gambe, sono rimasto lì in piedi, con la mano destra ficcata minacciosamente in tasca.
La ragazzina era seduta scomposta davanti a me, non cercava ormai più di abbassarsi la gonna, si guardava attorno smarrita. In fondo, era una come tante, forse anche un po’ più anonima, con il petto appena accennato sotto una maglietta qualunque, gambe troppo magre, scarpe con i tacchi bassi.
Sono rimasto così per un paio di fermate, incerto sul da fare, puntellandomi sui piedi ad ogni accelerazione e decelerazione, sempre con la mano destra ficcata nella tasca del giubbotto e la sinistra sulla spalla di lei, seduta immobile di fronte a me.
– Stà tranquilla! – ho sussurrato un paio di volte, accarezzandole la pelle delle spalle sotto la maglietta.
Come per assecondare i miei pensieri, la coppia di mezz’età è scesa continuando a chiaccherare ed è sparita come un sogno.
Eravamo soli. Mi sono seduto accanto a lei. Tremava.
– Come ti chiami? –
– Milena – ha risposto deglutendo a fatica.
– Quanti anni hai? – ho continuato mettendole lentamente la mano sinistra sulle cosce.
– Diciotto – ha risposto irrigidendosi tutta a quel contatto.
Per un attimo ho pensato che mi avesse detto una bugia, non dimostrava affatto diciotto anni, sembrava avesse quindici, sedici anni, ma ho visto nei suoi occhi solo paura, paura che le volessi far male picchiandola o cose del genere. Adesso mi domando perchè quando la paura si impadronisce di una persona, questa non riesce a dire altro che la verità. Forse perchè è l’unica cosa per cui non bisogna pensare, inventare, la paura non lascia spazio alle ipocrisie della vita di ogni giorno.
– Hai un ragazzo, Milena? – E nel frattempo con la mano le ho alzato la gonna e ho infilato delicatamente la mano sinistra sotto fino a sentire con la punta delle dita i suoi slip di cotone. Non mi ha risposto, si è limitata a scuotere il capo.
– Non vuoi che ti faccia male, vero, Milena? – E sono risalito con la mano fino a fargliela scivolare sul ventre, sotto la maglietta, fino a ritrovare, come una promessa, la sua pelle e giocare con la punta dell’indice sul suo ombelico.
– Si – ha risposto, turbata forse più da quella domanda che dalla mia mano.
– Allora se non vuoi che ti faccia male… – ho continuato io come se stessi raccontando una storia, anzi, lo confesso, per eccitarmi di più ho pensato, mentre l’accarezzavo, di essere suo padre, la mia mano è corsa improvvisamente su, scardinando la stoffa della maglietta fino a incontrare un reggiseno posato su un seno piccolo, tanto piccolo da far tenerezza.
In quel momento lei ha afferrato la mia mano per toglierla; nel farlo si è quasi girata verso di me e la gonna, già sollevata dalla mia esplorazione precedente, le è risalita fin quasi all’inizio delle cosce, mostrando le sue mutandine rosa con una fragola ricamata sul bordo.
– Non vuoi che ti faccia male, vero, Milena? – ho insistito stringendole il seno finchè dalla smorfia del suo viso ho capito di aver esagerato e ho allora ho allentato la presa.
– No, non voglio… per favore… – ha risposto.
Mi aspettavo che non riuscisse a parlare, che dicesse no con la testa, mi aspettavo di vedere la paura nei suoi occhi spalancati, l’angoscia e l’affanno nelle sue labbra socchiuse, desideravo che il terrore le corresse per il corpo, giù fino ad arrivarle fra le gambe, che inondasse il sedile, bagnasse la sua gonna, irrorasse la liscia e calda pelle delle sue cosce magre.
– Togli immediatamente la mano! – ho ordinato e mi sono sentito involontariamente ironico, perchè di solito sono le donne che dicono “Togli immediatamente la mano” e quando te lo dicono è peggio di quando te la levano a forza, ti rendi conto che sono loro che comandano nella vita e a te non rimane che obbedire, se non vuoi essere cancellato per sempre.
Lei ha allentato la presa e ha lasciato scivolare la mano sul sedile, e io ho continuato a trastullarmi con il suo seno dandole dei leggeri pizzicotti quà e là e sfiorandole con l’indice e il pollice l’areola del capezzolo.
– Allora abbiamo appurato che ce l’hai un ragazzo, Milena – ho continuato. – Ma l’amore con lui l’hai fatto? Dimmi la verità! –
Lei ha scosso il capo decisa. Ogni tanto lanciava uno sguardo alla mia mano destra che rimaneva ficcata nella giacca.
– Non dirmi però che non lo hai mai baciato il tuo ragazzo! – ho chiesto io eccitandomi. – Un bel bacio in bocca, così! – e le ho afferrato all’improvviso la testa con la mano sinistra e ho sentito le mie labbra sulle sue e lei che quasi non opponeva resistenza mentre io le entravo dentro con la lingua a cercare freneticamente la sua. è stato un attimo, si è ritirata disgustata, si è divincolata e ha cercato di alzarsi, ma io l’ho afferrata, l’ho afferrata di nuovo per un seno, questa volta sopra la maglietta, e l’ho rimessa a sedere.
– Rifallo e vedrai! – ho ringhiato.
E a quel punto ho capito che avevo vinto in lei ogni resistenza. Stava abbandonata sul sedile senza speranza, senza lacrime, gli occhi vuoti.
– L’hai mai preso in bocca? L’hai mai succhiato, Milena? – ho chiesto continuando a tenerle il seno nella mia mano.
Forse non ha nemmeno capito, era come stranita, o almeno non ha capito completamente quello che intendevo dire. E fare dopo. Ogni volta che la metropolitana si fermava e le porte si aprivano automaticamente, guardava disperatamente fuori sperando che qualcuno salisse e il suo incubo avesse fine. Ma non saliva nessuno, il treno ci portava sempre più lontano per piazzali deserti e gallerie, forse avevamo superato anche la sua fermata e lei si stava inoltrando, sempre più sola, in un mondo sconosciuto.
– Se entra qualcuno e tu urli, lo sai cosa ti succede, Milena? – l’ho ammonita ancora lanciando un’occhiata in basso verso la mano destra che tenevo ancora sprofondata nella tasca del giubbotto.
Lei prima non ha risposto, poi ha annuito col capo.
– Non urlerai, vero, Milena? – E siccome non rispondeva l’ho scossa prendendola per una spalla. L’ho scossa due o tre volte fingendo che una rabbia improvvisa mi possedesse, mentre quella situazione, oltre ad arraparmi sempre più, mi divertiva tantissimo.
– Rispondimi, Milena. – le ho sussurrato tra i denti. – Non hai sentito cosa ti ho chiesto? –
E lei alla fine mi ha risposto.
– Si, non urlo, prometto. –
Allora l’ho lasciata e ho preso delicatamente la sua mano e l’ho portata lentamente sulla cerniera dei miei pantaloni. Piano, senza fretta, come se si trattasse di compiere un rito. Era come stringere una forma senza vita, anche quando le ho fatto aprire la cerniera e scivolare la mano dentro per tirarmelo fuori, pareva che si trattasse della mano di una morta. Quando però l’ho costretta a stringermelo, a impugnarlo fino a far scorrere la pelle del prepuzio, ho visto che la paura la riprendeva e allora le ho afferrato di nuovo la testa e glielo spinta contro. Lei faceva resistenza e cercava di sfuggire, ma io le ho afferrato i capelli dietro la nuca ormai eccitatissimo, ho sentito che voleva urlare, ma aveva paura e così si è trovata con il volto premuto a forza contro il mio cazzo.
– Apri la bocca, stronza! – le ho urlato, ma lei cercava ancora di liberarsi.
– Te lo dico per l’ultima volta, Milena! – le ho intimato. – Apri subito la bocca o è peggio per te. –
Lei ha cessato qualsiasi resistenza e io ho sentito qualcosa di bagnato che mi scorreva sulla pelle, che mi bagnava i pantaloni e ho capito che piangeva.
– Non l’ho mai fatto, la prego! … – ha singhiozzato tra le lacrime.
– Mettitelo in bocca! – le ho ordinato, ma lei continuava a piangere come un sacco inerte, alla fine le ho tolto la mano da dietro la nuca e gliel’ho messo in bocca a forza.
Era una sensazione indicibile, ma lei non si muoveva, allora le ho afferrato di nuovo la testa, sempre con la mano sinistra, e ho cominciato a spingerla su e giù, lei si è irrigidita ancor di più, e ho dovuto quasi strapparle i capelli per costringerla a continuare.
Ero così eccitato che non mi sono nemmeno accorto che era salita una signora. Ma neanche lei si è accorta di nulla. Ci ha notato appena.
Era incredibilmente eccitante muovere la testa della ragazza con forza, ma piano piano, sentire le sue labbra, i suoi denti sfiorarmi nel tentativo di non aderirvi, e contemporaneamente guardare dall’altro lato della carrozza, proprio in fondo, la signora che si era seduta come se niente fosse e che adesso rovistava nella borsetta per cercare qualcosa.
La ragazza non s’era nemmeno accorta della presenza di un altro passeggero, altrimenti credo che avrebbe urlato, malgrado le mie minacce, poi la signora si è resa conto di colpo di quello che stavamo facendo, e allora prima ha girato lo sguardo scandalizzata dall’altra parte, poi si è alzata per scendere alla fermata successiva.
– Fate schifo, depravati! – ha esclamato, quando le porte la stavano già inghiottendo. E l’ho vista, disgustata, indispettita, camminare a passo rapido fino alla carrozza successiva, o forse quella dopo, per mettere la maggior distanza possibile fra noi e lei.
Sentendo la voce, la ragazza ha capito che c’era qualcuno, si è divincolata e io ho avuto paura che mi mordesse.
– Non voglio… Non voglio! … – ha gridato con tutta la voce della sua disperazione, ma il convoglio si era già messo in movimento e il buio di una galleria ci aveva risucchiato.
Poi è stata ripresa dalla paura e ha sussurrato, girando la testa e guardandomi supplichevole:
– Non ho urlato, ti giuro, non ho urlato. – E mi è sembrata bellissima e ho ricordato di nuovo il fresco delle sue labbra scorrere sulla mia pelle e mi sono alzato in piedi mettendomi davanti a lei, e le ho afferrato la testa con entrambe le mani, dimenticando che la mia destra in tasca la spaventava, e gliel’ho rimesso in bocca a forza e l’eccitazione è stata tale che quasi la soffocavo tanto glielo spingevo ritmicamente in gola muovendo i fianchi.
– Succhialo, dai succhialo, poi ti lascio andare! Te lo prometto, Milena! –
Forse per un attimo me l’ha succhiato davvero perchè ho sentito che stavo venendo e ho gridato ancora:
– Succhialo, forza succhialo, se no ti ammazzo! – E lei si è bloccata, anche perchè avvertiva che stava accadendo qualcosa, ma non capiva bene cosa.
Poi il mio sperma le ha inondato la bocca e lei prima ha continuato meccanicamente a succhiare, poi si è ritratta schifata mentre io le spruzzavo sul volto, divincolava la testa, cercava di sottrarsi a quegli schizzi caldi sulle guance, sulla fronte, sulle labbra, pareva che i suoi occhi spalancati urlassero in silenzio di no, di no.
– Che schifo, che schifo! – ha esclamato, mentre io sono rimasto lì ansimante guardandola buttata indietro contro il sedile, con le mani davanti al volto quasi a proteggersi, come se stessi ancora venendo in un orgasmo lunghissimo, infinito, fino a soffocarla.
– Lo hai bevuto, Milena? –
Lei ha annuito con il capo, sempre coprendosi con le mani per non vedermi.
– Domani racconterai alle amiche che sapore ha, ne sono sicuro, Milena. –
Ma adesso stava singhiozzando e il suo petto si alzava e si abbassava affannoso.
– Che cazzo piangi! – ho urlato richiudendo la lampo dei pantaloni. – Almeno la sera, quando ti masturbi, avrai qualcosa a cui pensare. –
– Adesso voglio andare a casa – ha balbettato lei. – Fammi andare a casa, ti prego! –
– Ti masturbi, Milena? Te la tocchi? Dimmi la verità. –
Ma lei non mi stava più a sentire.
– Fammi andare a casa, ti prego! –
Allora ho capito che fra un po’ avrebbe cominciato a gridare e, appena ho avvertito le porte aprirsi sul marciapiedi di una stazione, sono sceso e sono corso via come se mi fossi risvegliato da un sogno. Ma fatti pochi passi, non sentendo dietro di me nè urla, nè la corsa affannata di qualcuno che mi inseguiva, come temevo, mi sono fermato e ho visto il treno che ripartiva e la ragazza in piedi dietro il vetro che si teneva lo stomaco.
In quel momento avrei voluto risalire e trascinarla giù, afferrarla per i capelli e buttarla a terra, lì, sul deserto pieno di echi di quella stazione, e prenderla, e sentirla urlare disperata, mentre i convogli passavano e la città non si curava di noi come non si cura dei barboni che dormono sulle soglie dei negozi del centro.
Ma il treno era già entrato nella galleria con un rumore sempre più sordo. Poi più nulla. Accanto a me soltanto il cigolio metodico della scala mobile che saliva invitante per riportarmi fuori.
Nella notte. FINE

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Luce bassa, notte fonda, qualche rumore in strada, sono davanti al pc pronto a scrivere il mio racconto erotico. L'immaginazione parte e così anche le dita sulla tastiera. Digita, digita e così viene fuori il racconto, erotico, sexy e colorato dalla tua mente.

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