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Sabato a Villa Doria Pampili

Vi racconto cosa mi è successo 2 settimane fa a Villa Doria Pamphili.
Mi chiamo Patrick, ho 26 anni e studio architettura a Roma. Un sabato di inizio maggio, non avendo alcuna voglia di restare a casa a studiare in una meravigliosa giornata assolata, sono stato un po’ in giro con la mia fidata moto Hornet. Ho parcheggiato all’ingresso di Villa di Doria Pampili, proprio sulla via Aurelia e sono entrato. Per chi non lo sapesse, Doria Pamphili è il parco più grande di Roma, bellissimo, persino più di Villa Borghese, e frequentato, specie di questi tempi, da gruppi di giovani, famiglie, stranieri.

Ho camminato per un po’ alla ricerca di un posto ideale dove stendermi a leggere un libro (credo ne avessi con me un di Hesse), trovatolo, sotto una palma, ho disteso il mio telo e mi sono accomodato, a leggere e ad ascoltare musica. Intanto, come sempre quando sto in giro da solo, mi guardavo intorno alla ricerca di qualche ragazza, sperando quantomeno di rifarmi gli occhi grazie a qualche tipa in shorts e maglietta aderente.
Dopo poco più di un quarto d’ora adocchio su una panchina mezza scassata una coppietta: lui sui venti anni, capelli castano chiari, occhi celesti e sbarbato, lei sui diciotto, tipica ragazza nordica, capelli biondi, occhi azzurrissimi, sul metro e 65, pelle bianchissima lievemente arrossata dal sole. Stavano molto vicini, si tenevano per mano e si guardavano intorno incuriositi; era evidente che per loro fosse la prima volta a Villa Doria.

Poco dopo decido di alzarmi e d’istinto mi dirigo verso di loro:
“sapete l’ora” classica scusa per attaccare bottone.
“what? ” allora decido di far valere la mia conoscenza dell’inglese, frutto di divere estati passate a Dublino e Cork.
“what time is it? “,
“half past four”, le quattro e mezza, mi rispondono con un accento non anglosassone.

Scopro che sono di Helsinki, allegra coppietta di 19 lui e 18 lei, per la prima volta da soli all’estero. Lui si chiama Andre, lei Sara; entrambi studiano al liceo, in classi diverse. Sono piacevolmente sorpresi di conoscere un italiano, per lo più romano che parla inglese; io inizio a dare consigli su dove andare la sera, come spostarsi dalla loro pensione, a via XX settembre, verso il centro. Dopo pochi minuti mi siedo accanto a loro e consulto insieme a Sara la loro guida in finlandese dando consigli su quali musei visitare. Lui è davvero tranquillo, forse un po’ troppo, mentre lei incuriosita prende nota delle mie dritte e cerchia gli indirizzi più interessanti sulla guida.

La panchina non è delle più comode e spaziose, ma in tre si sta abbastanza larghi. Alle estremità siamo io e Andre, in mezzo Sara, vestita con una maglietta smanicata celeste stretta, una gonna leggera sul rosa e l’ombelico scoperto, ciabattine. D’istinto decido di poggiare il mio zainetto Jansport viola di lungo sulla panchina, così da essere costretto a stringermi un po’ verso Sara; ora sono a contatto con la sua coscia sinistra con la mia destra e le nostre braccia si sfiorano in modo innocente mentre continuo a farle da cicerone.
“You should go to Vatican Museum, and to the Gallery of Modern Art”, le dico, suggerendole quali luoghi visitare il giorno dopo. Sara sembra poco interessata ai musei così io insisto,
“if you prefer I can come with you, but you must visit them” dico offrendomi di accompagnarli, cercando di impormi a Sara per saggiare il suo carattere. Lei mi fissa un po’ sorpresa. Andre interviene, e dice che ho ragione ed in inglese aggiunge
“maybe we should trust him, he knows Rome very good, and maybe we should go out toghether tonight”. Lui è conquistato, mi considera ormai un amico e gli offro di portarlo un po’ in giro fuori dalle rotte turistiche, in qualche locale serio dove si mangia bene e si ascolta buona musica. Così faccio questa proposta, mostrando interesse per lui, e per una buona mezzora ignoro comlpetamente Sara, che ora sembra un po’ delusa e inizia ad ascoltarmi accondiscendente imitando il comportamento di Andre.

Dopo circa un’oretta che eravamo sulla panchina, decido di restare solo con Sara, e propongo ad Andre di cercare un bar e portarci un gelato, insistendo di voler pagare io. Lui obbedisce felice di essermi utile e io riesco nel mio intento di avere una decina di minuti solo con la ragazzina. Appena lui si allontana le poggio la guida sulle gambe e inizio a sfogliarla sfiorandole le gambe scoperte con la punta delle dita in maniere apparentemente involontaria; lei non reagisce, e resta impassibile anche quando le nostre mani si sfiorano mentre giriamo pagina. A quel punto inizio a farle i complimenti e a dirle che è davvero carina, che in Italia è difficile incontrare una ragazza bionda e con quel visino angelico; lei arrossisce e io insisto; le giro attorno e le vado alle spalle. Inizio a farle un inoffensivo massaggio, mentre le chiedo distratto come va col suo ragazzo. Scendo con le mani verso la schiena e poi risalgo, i suoi muscoli sono molto tesi. Le asciugo il collo sudato con le mani, ed inizio ad accarezzarla a mani aperte sotto le ascelle, dicendole
“maybe your skin is too delicate for this sun”, preoccupandomi per la sua pelle delicata, e intanto toccandola, sempre in maniera innocente. Torno allora sulla panchina, mi siedo poggiando una gamba sulla panchina, e chiedo a Sara di avvicinarsi, mentre la tiro a me prendendola dai fianchi. Lei si gira per un attimo a guardarmi con occhi spaventati. Continuo a massaggiarla, sfiorandole ogni tanto le braccia; inizio a raccontarle della mia attuale ragazza Michela, e le dico che non mi interessa poi molto di lei, che quando posso la tradisco. Sara resta meravigliata di questa mia improvvisa confessione e le spiego che se voglio una ragazza ci provo e basta (non sono in realtà così bravo, ma volevo testare la sua reazione e scoraggiare un suo rifiuto, facendo credere di essere un vero macho italiano! ). A quel punto, sempre dandole le spalle, le avvicino le labbra all’orecchio destro:
“you are very pretty, I like you, I am lucky to have met you today”, quindi le sfioro la guancia con le labbra, lei trema, quindi la bacio ripetutamente sulla guancia sempre più vicino alla bocca. Dopo un attimo le tocco il pancino scoperto e, finalmente i seni.
“no, no” dice, prima con un gridolino, poi con un gemito, ma io le strizzo i capezzoli e intanto con le mie braccia cerco di bloccarle le sue. La bacio sulla bocca, poi le metto la lingua in bocca con foga. Lei inizia a ribellarsi muovendo il busto, le braccia bloccate dalla mia presa. Decido allora di toccarla tra le gambe: le infilo un dito negli slip e inizio a toccarla delicatamente;
“No, please, no”, geme, quindi le infilo il medio dentro scoprendola deluso del tutto asciutta, mentre con l’indice le tocco il clitoride. Intravedo la sua passerina minuscola e giovane, con una peluria biondissima, quasi color avorio. Intanto la stringo a me con forza, per impedirle di liberarsi e di alzarsi. Ma dopo un minuto di lavorìo tra le gambe inizia a bagnarsi e a mugolare, “ah, ahh”,
“your boy is still away, when he come back I stop it, we could see him from here” le sussurro, spiegandole che Andre ancora non si vede, e che appena lo vedrò all’orizzonte potrò fermarmi in tempo. Dopotutto l’ho spedito ad un bar fuori Villa Doria, abbastanza lontano. Ormai le nostre lingue sono strette da diversi minuti, mentre con la mano sinistra insisto a toccarle entrambi i seni. Ormai due dita sono completamente nella sua fichetta allagata; ora Sara si è sistemata, anche grazie alle mie spinte, a coscie allargate, con la gamba sinistra a terra e l’altra sulla panchina; la masturbo con forza e rapidità sempre maggiore, fino a toccarla fino in fondo
“not so strong, not so… ” mi dice piano, implorando di non farle male; io continuo imperterrito mentre le mordo un orecchio. Ora è sudata e in affanno e non ho più bisogno di stringerla a me essendo lei ormai in preda all’eccitazione e totalmente fuori controllo
“yes, yes, yehh” le sue uniche parole, sempre a bassa voce, ma ora più intense, poi inizia a tremare, stringe le gambe per quanto possibile vista la sua posizione e mezza mia mano infilata dentro. Sento le mie dita dentro la sua carne sempre più bagnata, la sua fichetta si contrae più volte
“eh eh aoh” questa volta con un grido e scoppia in un orgasmo che le scuote tutto il corpicino; devo tenerla per non farla cadere dalla panchina in preda ai tremiti; il suo viso mentre viene sembra esprimere panico ma anche lussurioso abbandono. Ora la stringo a me e lei mi bacia, per la prima volta di sua iniziativa, riempiendomi di saliva la bocca. Tiro fuori la mano dalla sua fica e inizio a leccarle la lingua senza staccarmi dalla sua bocca, facendole assaggiare i suoi umori che mi hanno lubrificato la mano fino al polso. Restiamo così, abbracciati per alcuni minuti, a fissarci mentre cerco di asciugarle il sudore sul collo e dietro la schiena. Poi ci baciamo per alcuni intensissimi secondi a fior di labbra e io con la lingua le lecco l’esterno delle labbra umide. Dopo un attimo le prendo con delicatezza la mano destra e la porto al mio pacco, ormai al limite; indosso un pantalone estivo, color beige. Lei sembra opporsi e indurisce l’arto;
“do it, my love” le dico deciso, alternando rabbia a dolcezza. Le dirigo la mano nelle mie mutande, senza slacciarmi. Il mio pene è durissimo e già mezzo aperto. Lei mi tocca, ma la sua mano le trema, sembra inesperta. Tiro fuori un profilattico dal mio zaino, lo scarto e me lo metto, sempre senza slacciarmi completamente. Sara mi guarda con attenzione, mentre continuo a stringerla a me.
“Do it, let me come, my love” le dico con passione fissandola duro. Lei, che come al solito sembra impanicata, indugia, così le riprendo la mano destra e la guido. Stringe il mio cazzo cazzo intrappolato negli slip e lo scorre in tutta la sua lunghezza, quasi incuriosita e decisa a tastarlo fino alla base. Le guido i movimenti, ma dopo un attimo inizia a fare da sola, lanciandosi in una magnifica sega, mentre lei stessa sembra rapita e di nuovo eccitata. Con la mia sinistra ora finalmente libera inizio a toccarle i seni, scoprendoglieli quanto necessario per sbirciare i suoi capezzoli molto grandi e le piccole poppe, una seconda, a coppa di champagne. Decido di lasciarmi andare, mentre vedo Andre che torna col sacchetto di gelati a distanza ancora considerevole e semicoperto da alcuni alberi. Ficco la lingua in bocca a Sara, di nuovo in totale abbandono
“go faster now, please, honey” la imploro di andare più veloce. Lei mi prende alla lettera, e stringendo il cazzo con decisione inizia un su e giù rapidissimo, mentre lei mi fissa cercando di guardarmi tra le gambe attraverso il mio pantalone allargato al massimo. Dopo pochi secondi inizio a sborrare come non mi capitava da mesi, fiotti violentissimi, per fortuna contenuti dal mio fidato preservativo Comfort. Mi appoggio completamente su Sara, mi scuoto per alcuni secondi mentre mi svuoto completamente. Sara ora osserva con attenzione il mio sperma che riempie il condom facendolo allungare col suo carico, poi mi fissa rapita e ancora arrapata. Le mordo un orecchio, poi le sussurro
“thank you Sara, let’s stop now, wèll go on later”, le dico, rimandandando al secondo round un’altra lezione di sesso. Mi tolgo rapidamente il condom, lo lego e lo getto nella tasca piccola del mio Jansport.

Ormai siamo entrambi risistemati, quando siamo alla portata visiva di Andre, che si avvicina sorridente e distribuisce i gelati.
“get the rest”, mi dice porgendomi circa 2 euro di resto
“no matter, yoùll give me them back later”, gli dico rifiutando gli spiccioli.

Ci sarà il tempo di sdebitarsi, la vacanza di Andre e Sara prosegue fino al weekend prossimo. FINE

About Esperienze erotiche

Mi piace partecipare al progetto dei racconti erotici, perché la letteratura erotica da vita alle fantasie erotiche del lettore, rispolverando ricordi impressi nella mente. Un racconto erotico è più di una lettura, è un viaggio nella mente che lascia il segno.

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