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Un pesce fuor d’acqua

Era caldo, insopportabile, e sulla spiaggia non si poteva proprio stare. D’altronde era metà agosto, non ci si poteva aspettare diversamente. Con piacere mi tuffai in acqua, e in poche bracciate raggiunsi una distanza tale dalla riva che a mala pena scorgevo le persone. Continuai a nuotare fino alle barche ormeggiate a circa 300 metri, per riposarmi un po’, e appoggiatomi ad una di queste, esposi il mio corpo già abbronzato al sole.
Il mio sguardo, all’improvviso, fu attirato dalla figura di una ragazza che, ad una trentina di metri, riparata da una barca, si godeva il sole in acqua. I suoi capelli biondissimi e ricci esaltavano un viso solare. Aveva gli occhi chiusi, ma non riuscivo a distinguere bene i suoi tratti, così silenziosamente mi avvicinai ad un’altra barca che distava solo una decina di metri da lei. Potevo decisamente vedere la prorompente bellezza di lei, che avrebbe potuto avere poco meno di 30 anni. Teneva appoggiata la testa sulla boa della barca, rivolgendo l’intero corpo verso i raggi solari, il corpo era quasi orizzontale, i suoi piedi uscivano dall’acqua, ma anche il suo busto e le braccia stese all’indietro per tenersi allo scafo.
Io ero poco più che ventenne, ed avevo un debole per le donne più mature. Mentre rimuginavo con i miei pensieri, senza staccare lo sguardo da quel belvedere, la tipa si sciolse il pezzo di sopra del costume color crema lasciando libere di galleggiare due tette da urlo, che risaltavano ancora di più sull’abbronzatura. Erano grosse e sode, almeno così sembrava da quella distanza, così mi spostai nuotando verso un’altra barca, dalla quale, essendo più favorevole la vista, potevo scorgere bene anche i capezzoli, che si ergevano turgidi quasi in uno stato di notevole eccitazione. Cominciai a sentire il mio uccello premere contro il bermuda, e non potetti fare a meno di liberarlo, tanto nessuno poteva vedermi. Mentre me lo menavo, pensai che quel pezzo di gnocca si era accorto della mia presenza (o forse mi aveva visto dal primo momento) e ogni tanto volgeva lo sguardo verso di me, e così cercavo di mostrarmi indifferente o quanto meno distratto. Ma quando la vidi toccarsi i capelli in maniera voluttuosa, capii che forse stava facendo un gioco sottile, per farmi eccitare, sapeva di piacere, e mostrava i suoi seni ad un ragazzo molto più giovane per controllare le sue reazioni. Mi feci coraggio, e nuotando timidamente verso di lei, le passai accanto, e con il cuore in gola ed un cazzo durissimo, le dissi semplicemente “Ciao”: Lei rispose sorridendo, ed io mi fermai, accorgendomi che innanzitutto aveva due occhi neri profondi che parlavano da soli, ma soprattutto aveva riagganciato il costume, senza poter nascondere però la fierezza dei suoi capezzoli, che quasi scoppiavano nelle coppe.
“Da quanto tempo sei qui? ” mi chiese con tono deciso.
“Da una decina di minuti”, le risposi, temendo di aver frainteso, e di aver fatto un figurone di merda.
“Allora mi hai guardato anche quando…? ” abbassando i suoi occhi sulle tette.
“Beh, non ho potuto farne a meno. ”
“Pensavo di essere sola” mi disse, tradendo un sorriso malizioso.
“Non devi preoccuparti, sei davvero spettacolare”, risposi dichiarandomi sputtanatamente.
Rimase stupita per qualche secondo, e mi fissava quasi non credesse a ciò che le avevo detto.
“Cosa? ” mi chiese, passandosi una mano tra i capelli.
“Volevo dire che hai proprio delle belle tette”. Le sferrai un colpo alla va o alla spacca.
“Ti piacerebbe succhiarmele? ” fu la risposta, e così dicendo si slacciò nuovamente il costume. Da così vicino mi sembravano almeno il doppio di prima. Mi avvicinai e ne afferrai una con la mano, tirandola fuori dall’acqua, e cominciando a passare la mia lingua sull’aureola rosata del capezzolo, che era almeno di tre centimetri. Lei mi passò una mano tra i capelli e spingeva ritmicamente la mia testa ora su un seno, ora sull’altro, dicendo: “Ti prego, non fermarti, continua a leccare, mordimi, fammi sentire la lingua”. Scoppiavo dal desiderio di scoparmela e continuavo a lavorare di bocca su quelle tette favolose.
Aveva la sua mano tra le gambe, infilata nello slip, e si stava furiosamente masturbando il clitoride. “Vengo, sìì vengo” disse passandomi la lingua sul collo e sull’orecchio. “Continua a succhiare, fammi impazzire”, e poi si lasciò andare con un gemito liberatorio. Restai un attimo a guardarla mentre godeva, poi la girai verso la barca. Lei si fece manovrare e afferrò con le mani il bordo dello scafo. “Ora fottimi, fammelo sentire dentro”, sussurrò come una troia navigata. Mi strinsi a lei da dietro, passandole la bocca salata in un orecchio, misi un braccio sulla barca per appoggiarmi, e con l’altro le sfilai gli slip. Non era una posizione molto comoda, perché non avendo i piedi poggiati da nessuna parte, facevo difficoltà a tener fermi i nostri corpi che si muovevano per galleggiare. Lei spalancò le gambe per facilitare i miei movimenti, ma riuscii solo a puntarle il cazzo tra le gambe, senza penetrarla per bene.
Capimmo che dovevamo trovare una soluzione, e così ci spostammo qualche metro più in là, dove c’era la barca di una mia amica, già collaudata, che aveva una tendina parasole che poteva aiutarci.
In un attimo ci fummo sopra, ed anche se eravamo non molto lontani da altre barche, eravamo stati colti come da un raptus furioso. Lei si sdraiò sul fondo dello scafo, che per fortuna era abbastanza ampio, spalancandomi le cosce in faccia e passandosi una mano sulla fica che era bagnata non solo di acqua di mare.
“Ma che stiamo combinando? ” mi disse in un attimo di lucidità, “non so nemmeno come ti chiami”.
“E cosa cambia? ” le risposi “ci stiamo presentando in un altro modo”, e così dicendo mi inginocchiai tirando la tendina e sistemando qualche cuscino sui lati per evitare che qualcuno ci vedesse. Poi mi abbassai il costume e le porsi l’uccello davanti ai suoi occhi. “Dimmi cosa vuoi, sono in debito con te” mi disse afferrandolo con una mano.
“Prendilo in bocca, fammi vedere quanto sei brava a fare i pompini. ”
“Non devi avere dubbi” rispose, e iniziò a leccarmi l’asta partendo dalle palle, muovendo abilmente la lingua su e giù, poi se lo ficcò in bocca succhiandomi la cappella roteando la testa per qualche secondo. Finalmente se lo infilò tutto, fino ad arrivargli in gola, poi riprese con lenti movimenti a stantuffarmi, insinuando il suo dito indice tra le palle e il mio retto. Continuò fino a che sentì il mio uccello ingrossarsi la cappella quasi a scoppiare. Si fermò, ci soffiò sopra e disse “Vuoi venirmi in bocca? “. “Non ancora, voglio scoparti prima” le risposi e così facendo mi spostai all’indietro, le piazzai un cuscino sotto il culo, e tirandole le gambe sulle mie spalle, affondai il cazzo dentro di lei. Aveva una fica larga e grossa, vuoi per la sua costituzione fisica, vuoi perché ne aveva preso di cazzi molto più grandi del mio, ma sentivo comunque le pareti dilatarsi ad ogni spinta del mio membro. I nostri movimenti erano coordinati, ogni volta che affondavo i colpi, lei spingeva il bacino verso di me, e ritmicamente sentivo il rumore delle mie cosce sulle sue chiappe.
“C’è qualcuno” disse all’improvviso lei, e notai un piccolo gommone avvicinarsi alla barca, “ma non fermarti, continua a spingere, fammi venire, ti prego” continuava in preda ad uno stato di eccitazione ancora più forte, forse nel timore che qualcuno potesse scoprirci”. “Prendilo tutto, sentilo come ti sbatte dentro” incalzai, mentre lei si toccava le tette e si tirava con due dita quei chiodi rosa che svettavano.
Intanto il gommone era a pochi passi da noi, e vidi che era la mia amica, venuta evidentemente a prendere la barca, ma non poteva immaginare che era occupata, e in che modo. Per fortuna era da sola, e avrebbe capito la situazione, tanto più che la bionda non ne voleva sapere di staccarsi. Ero sul punto di arrivare, e mi tolsi, lei subito alzò il busto e cercò il cazzo con la bocca. Appena glielo infilai dentro venni copiosamente inondandola di sperma, che evidentemente doveva piacerle, perché continuò a gustarlo con la lingua. Subito dopo sentii la padrona della barca toccare col gommone il bordo, per cui, ancora in preda al piacere, cacciai la testa dalla tendina, e a lei quasi venne un colpo. Le chiesi di aspettare un minuto che sarei andato via, ma capendo la situazione, disse “OK, stai tranquillo, passo tra una mezz’ora”, sorridendomi e pensando ai momenti passati insieme su quella stessa barca. Ida era una ragazza carina veneziana molto aperta, ma non proprio troia, diciamo che se gli piaceva un tipo, ecco, non le diceva di no.
Intanto il mio uccello era rimasto duro come prima. Le chiesi, forse in ritardo, se usava qualche contraccettivo.
“Prendo la pillola, ma non capisco perché me lo chiedi”, rispose.
“Perché conosco un altro metodo che permette di venire dentro senza pericoli”, dissi sorridendo.
Lei capì al volo. “Penso proprio che dovrai accontentarti”, disse facendo una smorfia di disapprovazione.
“Non vedo qual è il problema”, insistevo per capire se c’era qualche chance.
“Non l’ho mai fatto, e non credo di volerlo fare ora”, rispose senza mezzi termini.
“OK, come non detto”, dissi e mi avvicinai con la bocca sulla sua pancia ancora distesa. Lei mi strinse il collo, mi passò le mani tra i capelli e spinse la mia testa tra le gambe, mentre le allargava spudoratamente.
“Perché non mi fai sentire la tua lingua ora? ” mi chiese quasi sospirando. Non me lo feci ripetere due volte e affondai con abilità nella sua spaccata, sollecitando il clitoride a piccoli colpettini sussultori e girando contemporaneamente le mie labbra sulle ali che erano decisamente bagnate dal suo umore dolce e abbondante. Stetti lì per un bel po’, poi la presi e la girai sopra di me. Era seduta sulla mia bocca e con la mano dietro mi toccava il cazzo ancora in tiro.
“Siediti sopra l’uccello, voglio vederti come ti muovi”, le dissi perentoriamente.
“Sì, voglio ancora sentirlo dentro di me”, e così facendo si impalò quel pezzo duro nella fica. Le sue grosse tette si muovevano davanti ai miei occhi, le afferrai con due mani e le strinsi alla mia bocca, succhiandole voracemente.
“Dai, cavalca così, ficcatelo in fondo”, le dicevo.
“Sì, così lo sento di più, lo sento in fondo, mi fa impazzire”, accelerava i suoi movimenti del bacino. Scostai la mia mano dietro il suo sedere, accarezzandolo in tutta la sua grandezza, poi mi alzai leggermente sulla schiena per arrivare con il dito sul suo buchetto. Lo accarezzavo piano tutto intorno, poi raccoglievo il suo liquido dalla fica e con l’indice ed il medio glielo bagnavo. Lei continuava a fottere, anzi mi sembrava allargasse il culo per accogliere le mie dita. E così fu. Cominciai a stuzzicarle l’ingresso con un dito, poi con l’altro, poi ancora glielo infilavo appena, giusto un centimetro.
“Non farmi male, ma non fermarti, continua a toccarmi” ed intanto sentivo i suoi colpi sempre più pesanti intorno al mio uccello.
“Dai, infilamelo dentro, mettimi il dito in culo, sì dai, non fermarti”.
Le infilai prima l’indice, per metà, poi il medio che faceva più difficoltà, ma entrò nella sua interezza. Il buco era stato abilmente allargato e ora il dito ne entrava ed usciva meravigliosamente.
“Uhh, sììììì, ancora”, era al massimo dell’eccitazione, ma non glielo avrei messo dietro. La girai a pecora. Ebbe un sussulto.
“Non temere, non entrerò lì” le dissi. Appoggiò il viso su un cuscino, abbassò la schiena, e mi offrì la fica da dietro.
“Prendilo così, senti com’è duro” e glielo piazzai dentro con un colpo netto. Ma quel forellino vergine ancora aperto si apriva alla mia vista. Le misi dentro di nuovo il medio e cominciai ad andare avanti e indietro, simultaneamente al cazzo. Venne subito, con grossi gemiti di piacere. La sua sborra mi bagnò completamente l’uccello, poi si lasciò andare distesa, senza dir niente. Ci guardammo negli occhi per un po’, ci demmo un grande bacio. Le nostre lingue parlavano da sole. Il sole era ancora forte, il mare ci invitò presto a tuffarci, una nuotata ci tonificò i corpi ancora scossi da quei momenti intensi. Ci saremmo rivisti, forse qualche altra volta senza sapere come ci chiamassimo, ma ormai ci conoscevamo molto bene. FINE

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