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Viaggio in trasferta

“Ma chi me l’ha fatto fare? Appena torno in ufficio il mio capo mi sente… “.
Quella giornata per me non era iniziata nel migliore dei modi, anche se quello era nulla in confronto agli accadimenti delle settimane e dei mesi successivi.
La causa del mio cattivo umore era da ricondurre alla cronica avarizia del mio capo: solo lui infatti poteva impormi un viaggio di sei ore in treno con un caldo torrido, per giunta in un decrepito e puzzolente vagone di seconda classe.
Il paesaggio scorreva inesorabilmente lento fuori dal finestrino, sempre immutabilmente monotono.
Un rumore improvviso mi fece sobbalzare dal mio ipnotico torpore, mi volsi e vidi due persone, per meglio dire due suore, che si accingevano ad entrare nel mio scompartimento.
Un senso di profondo disagio mi assalì, come l’impressione che qualcosa di spaventoso stava per accadere. Fugai immediatamente questa impressione, mi convinsi fosse frutto dell’ambiente e dell’aspetto tetro della prima suora entrata.
Questa infatti doveva avere una settantina d’anni, alta, magrissima, con dei lineamenti duri, quasi maschili, dei movimenti decisi, netti, che tagliavano l’aria surriscaldata.
L’altra era ben diversa, molto più giovane, non molto alta, con un viso dolce e l’aria intimidita.
Entrambe vestivano in modo estremamente pesante, direi molto più pesante delle solite suore che si vedono quotidianamente in giro, con una tonaca completamente nera fino alle caviglie, con proprio solo mani e viso scoperti.
Il mio primo impulso fu quello di esprimere qualche battuta ironica, tuttavia lo sguardo della vecchia mi intimidiva a tal punto che riuscii solo ad emettere uno strozzato “Buongiorno”.
“Buongiorno” mi apostrofò lei “senta non è che ci può dare una mano per i bagagli? “.
Il mio sguardo si posò si due grossi bauli che queste si portavano appresso. Malgrado la voglia fosse quella di defilarmi, mi alzai automaticamente, preso dall’autorità di quella voce e sistemai le loro valigie sul portabagagli.
La vecchia mi ringraziò freddamente mentre la giovane neppure aprì bocca.
“Predicano di carità cristiana e poi neppure sanno dire grazie” borbottai tra me e me sempre più incazzato.
Lo sguardo che mi lanciò la vecchia mi diede letteralmente i brividi, poi questa con voce melliflua mi disse: “La prego di scusare la mia consorella, deve sapere che noi siamo due suore del monastero di clausura di Santa Petronilla di A.. Io sono l’addetta alla foresteria e sto accompagnando Suor Lucia al convento di F. Il nostro ordine proibisce di avere qualsiasi contatto, anche solo una parola, con persone esterne che noi siano i famigliari prossimi. ”
“Beh ma lei mi ha parlato… ” ribattei
“Sì, come addetta alla foresteria, io ho diritto di parola, se necessario. Adesso la prego di rispettare la nostra pace. ”
Esegui immediatamente ciò che io recepii come un ordine perentorio e ripresi il mio posto vicino al finestrino e mi immersi nella lettura.
Di tanto in tanto sollevavo gli occhi ed osservavo le mie compagne di viaggio, erano entrambe sedute di fronte a me, la giovane nel posto centrale e la vecchia accanto alla porta dello scompartimento.
La vecchia si era assopita, o meglio, si era profondamente addormentata e stava russando pasantemente. Questo aggiungeva uno sgradevole “sottofondo musicale” alla già soffocante situazione.
La giovane era immersa lettura di un libretto, ovviamente dalla copertina nera, che supposi essere una bibbia.
In quel viaggio il tempo si stava ormai dilatando all’infinito, ad un certo punto decisi di cercare di dormire qualche minuto, ben sapendo che in quelle condizioni sarebbe stata impresa ardua.
Riposi la mia lettura e cercai, eufemisticamente, di mettermi comodo.
Inavvertitamente il mio polpaccio andò a sfiorare la tonaca della giovane, avvertendo appena la sua gamba sotto le vesti.
Non mi scusai, nè mi ritrassi, fingendo di essere ormai prossimo ad addormentarmi.
Con mia grandissima sorpresa, lei non si mosse, ed anzi ebbi la chiara sensazione che avesse accentuato la pressione della sua gamba contro la mia.
Un turbine di pensieri mi affollò la mente, il cuore comincio a battere forte… Cosa dovevo fare? L’idea che stesse cercando una specie di contatto fisico mi sembrava assurda, tuttavia decisi di stare a gioco.
Accentuai a mia volta la pressione. Lei non solo rispose ma iniziò un lieve movimento di sfregamento.
Non nascondo che stavo cominciando ad eccitarmi a quel gioco, iniziai anch’io a muovermi.
Con mia grande sorpresa lei balzò in piedi di colpo e velocemente uscì dallo scompartimento.
Sulle prime venni invaso da un senso di vergogna per ciò che avevo fatto, avevo frainteso un contatto casuale e, senza mezzi termini, avevo fatto una incredibile figura da cretino.
D’altra parte una voce dentro di me mi diceva che stavo sbagliando e che forse, se solo avessi voluto, avrei potuto realizzare una incredibile fantasia erotica.
Ho sempre amato il gioco, il rischio, l’azzardo, che fosse puntare una grossa somma alla roulette, giocare a battaglia navale durante i corsi all’università oppure passare le nottate a giocare a qualche gioco con il computer.
Seguendo l’istinto mi alzai e uscii dallo scompartimento dirigendomi verso i bagni.
Avevo le palpitazioni cercando di immaginare cosa sarebbe potuto accadere: avrei bussato alla porta, e poi? Avrebbe urlato chiamando la virago russante? O forse non era andata al bagno, e mi avrebbe aperto qualche energumeno che, pensandomi un omosessuale in cerca di avventure mi avrebbe picchiato selvaggiamente?
Ancora pochi istanti ed avrei avuto la risposta.
Bussaì.
E mi fu aperto.

Lei era lì in piedi che mi fissava dritto negli occhi. Richiusi la porta dietro di me, con il cuore in gola iniziai ad avanzare, le presi le mani…
Iniziai a baciarla prima sulla fronte poi avvicinandomi sempre più alla sua bocca, lei non reagiva, non diceva una sola parola.
Le mie labbra si appoggiarono sulle sue e si fusero in un profondissimo bacio.
A quel punto l’atteggiamento della suora cambio improvvisamente, iniziò a contraccambiare le mie effusioni con passione sempre crescente. Io ero eccitatissimo ed incredulo per quello che mi stava accadendo.
Mi inginocchiai ai suoi piedi, infilai le mie mani sotto le sue lunghe vesti. Iniziai ad accarezzarle le gambe, sopra le spesse calze nere, poi sempre più su verso le sue coscie e verso la sua intimità più profonda.
La mia bocca seguiva il percorso delle mani, avanzavo alla cieca sotto di lei.
Le strappai letteralmente i pensanti mutandoni.
Sentivo le sue mani stringermi le spalle.
Non mi fermai, le mie dita carezzavano il pelo morbido del suo sesso.
La mia bocca bramava di lei.
Iniziai a baciare al sua intimità mentre le mie mani le serravano le natiche sode e verginali.
La mia lingua si insinuò tra le sue piccole labbra risalendo fino al clitoride, lo lambii con la lingua, la sentii gemere sommessamente.
La mia bocca e la mia lingua erano come impazzite; sentivo il suo clitoride inturgidirsi tra le mie labbra.
Sentivo il suo respiro farsi affannoso.
A momenti lo massaggiavo dolcemente, a momenti lo stringevo forte tra le labbra facendola sobbalzare.
Ogni volta che mi sembrava prossima all’orgasmo, la mia lingua scendeva e penetrava nella sua vagina assaporandone gli umori un poco aspri, per poi riprendere a tormentare il suo clitoride che sentivo inturgidirsi sempre più, quasi fosse sul punto di scoppiare.
Improvvisamente lei emise un gemito prolungato, di piacere ma che mi parve velato di tristezza.
Mi rialzai, mi abbassai i pantaloni e la strinsi a me per finalmente penetrarla. Mi sentivo letteralmente esplodere di desiderio.
Lei fece il gesto di allontanarmi, ma ormai era troppo tardi: le avevo già alzato le vesti e stavo scivolando dentro di lei.
Mi aspettavo di trovarla vergine, cosa che non fu.
Li in piedi, appoggiati al lavandino, mi muovevo con forza dentro di lei. Sempre di più. A venire impiegai pochi secondi, l’eccitazione era tale che mi fu impossibile non inondarla con il mio sperma.
Come era cominciato, di colpo tutto finì. Rapidamente ci risistemammo e, prima io poi lei, tornammo ai nostri posti nello scompartimento, dove la vecchia ancora dormiva. Era successo tutto molto rapidamente, forse in 15 minuti, e durante quel tempo non ci eravamo scambiati neppure una parola.
Il viaggio riprese monotono, io ero frastornato, ma felice per avere realizzato una delle mie fantasie erotiche più segrete. Ora anche l’afa e il puzzo dello scompartimento si erano dissolti.
Arrivai a destinazione, al momento di scendere non ci fu neppure uno sguardo, un saluto, nulla.
Mentre mi dirigevo verso casa mi chiesi se per caso non avessi sognato tutto, ma la sensazione di umido che sentivo nei miei pantaloni mi confermava che tutto era stato reale.
Pensavo di avere vissuto l’avventura più incredibile di tutta la mia vita e che a ciò non vi sarebbe stato un seguito, ma mi sbagliavo. FINE

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Mi piace scrivere racconti erotici perché esprimo i miei desideri, le storie vissute e quelle che vorrei vivere. Condivido le mie esperienze erotiche e le mie fantasie... a luci rosse!

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