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Il gusto

Senza chinarsi, fece scorrere le dita sui fichi. Ridicoli sacchettini. Singolari, scuri, grinzosi, come due coglioni strappati al legittimo proprietario. Eppure assolutamente squisiti sulla lingua. Ma se li inclini, ecco la trasformazione. La spaccatura appena accennata diventa ampiamente familiare. Il fico. Totalità, unione di opposti, l’ermafrodita tra i frutti, Il Perfetto. Il flusso di comiche riflessioni si trasmise subito dal cervello alla bocca, suscitando una grassa risata, apparentemente ingiustificata ma non per questo più controllabile. Diana puntò lo sguardo sui due lati del corridoio, gettando all’indietro i lunghi capelli mossi, poi si ricompose con naturalezza, per un comprensibile riflesso condizionato, del resto inutile: il supermercato era deserto come un contenitore luminoso e dimenticato. Le sembrava di essere onnipotente, in quel curioso isolamento, di poter fare ciò che voleva. Avrebbe persino potuto abbattere a suo piacimento intere pile di prodotti nevroticamente ordinati, un vecchio sogno ricorrente e iconoclasta.

Si era prossimi all’orario di chiusura. Un attento osservatore lo avrebbe dedotto dal disordine organizzato degli scaffali, dai prodotti molestati in continuazione da mani curiose. L’unica cassiera di turno aveva appena contabilizzato il superfluo scatolame di quella che doveva essere l’unica altra cliente, e si era di nuovo gettata a capofitto nella sua porcheria sentimentaloide in formato tascabile. Si chiamava Grazia, fedele al nome nel suo aspetto discreto e dignitoso, di ventiduenne né bella né brutta, satura di sogni televisivi, squinternati, inespressi. Intorno, nessun rumore a interrompere fosse il ronzio dei vani frigorifero e il ritmo sommesso della musica da tappezzeria pre-registrata e diffusa con diligenza dagli altoparlanti.

Il freddo artificiale sputato fuori dal sistema di condizionamento attenuava quello che altrimenti sarebbe stato un caleidoscopio di odori di una potenza quasi intollerabile, per la sensibilità olfattiva della prode Diana. Dal sentore dolciastro delle banane mature a quello pungente e caldo degli agrumi, agli effluvi persuasivi degli scomparti riempiti di verdure lussureggianti. Tracce vitali nel cuore dell’inorganico, nel regno incontrastato dell’asetticità che sembrava gridare la sua igienica convinzione dai pavimenti tirati a lucido con fatica degna di miglior sorte, dall’acciaio raggelante degli scaffali, dalla fluorescenza mortifera dell’illuminazione.

Diana prese un fico dal mucchio e lo annusò. Lo schiacciò alle due estremità, il frutto si schiuse mostrando una ferita policroma che si allargava, mentre le dita si inumidivano di succo lattiginoso; quel liquido insapore, denso l’aveva sempre stupita, come una specie di piccolo miracolo, acqua dalla roccia, nettare da un frutto che solo a guardarlo pareva irrimediabilmente asciutto, rinsecchito. Sporse la lingua, si incuneò nella spaccatura, la leccò. Sollevò lentamente la corta gonna nera e aderente sopra i bordi di pizzo delle calze, tenendo il prezioso frutto racchiuso nel palmo della mano destra. Non portava mutande. Non se le metteva quasi mai. Si toccò con l’altra mano e si scoprì bagnata. Con la destra si portò il fico tra le gambe. Lo usò per giocherellare con l’imboccatura della vulva, impiastricciandosi tutta fino ai peli, prima con delicatezza, poi con vigore. Sentì la buccia del fico esplodergli tra le dita, il suo contenuto appiccicarsi. Parte della polpa e alcuni semini microscopici schizzarono fuori, aderendo alle labbra della fica e ai punti più nascosti all’interno delle cosce. Si rimise il fico in bocca, quello che restava almeno. Lo risucchiò tutto, assaporandone il sapore mescolato con i suoi stessi afrori femminili, con una frenesia innaturale che la faceva sembrare una bambina denutrita alle prese con una ghiottoneria.

Ributtò il frutto spolpato sullo scaffale tra i suoi simili ancora intatti, e passò al contenitore delle fragole. Grosse, rosse, appetitose, sembravano avere la precisa consapevolezza di quale fosse la loro giusta collocazione. Dentro il suo corpo, fino in fondo. Se ne infilò tre, con cura. Fece alcuni passettini a gambe strette, piazzando un tacco a spillo davanti all’altro, tutta concentrata sulla sensazione provocata dalle fragole che scivolavano e si spappolavano l’una contro l’altra. Le sembrò di poter distinguere i microscopici peduncoli a uno a uno vagare nei suoi spazi privati, verdi foglioline deliziosamente solleticanti. Si fermò, si lasciò andare di schiena contro i frigoriferi che come sentinelle inflessibili campeggiavano di fronte al reparto frutta e verdura, chiuse gli occhi, serrò le cosce in una stretta senza scampo. Si sentì squagliare.

Luigi deglutì con fatica inquadrando il movimento della cliente, percependone le reazioni e tentando di armonizzarsi con esse. Cercò di guadagnare una visione migliore allungando la testa, facendola sbucare da dietro la pila monumentale di pannolini che aveva scelto come punto d’osservazione. Il groppo in gola scese per il collo, arrivando fino al colletto della camicia rigidamente abbottonata. Riprese a respirare al ritmo abituale, dopo aver rischiato il soffocamento. Luigi, lo Sherlock Holmes del negozio, infallibile rivelatore di irregolarità da denuncia. Era lì, in piedi, come una belva corpulenta maldestramente acquattata in attesa di prede succulente, puntando Diana come fanno i segugi, fin dal suo ingresso trionfale nel supermercato. Aveva visto tutto. Sapeva che, da regolamento, avrebbe dovuto fermarla quando lei aveva compiuto quel gesto sconveniente con il fico, ma si era reso conto di sentirsi pressoché paralizzato, in una specie di trance voyeuristica.

Visto da fuori, sarebbe stato uno spettacolo da non perdere. Fin troppo facile cogliere il ridicolo della scena, nella fissità di un uomo qualunque in lotta tra dovere e desiderio, nell’oscenità ardita di una donna senza inibizione, nella frustrazione passiva di una giovane donzella in cerca d’identità tra righe prolisse e un registratore di cassa tutt’altro che espressivo. Un triangolo impossibile, dentro una scatola di luce e consumismo, magicamente fluttuante nel nulla.

L’eroico Luigi si sentì percorrere da un fremito, iniziato chissà quando e chissà in che punto. Si tirò su per la cintura gli anonimi pantaloni d’ordinanza color blu scuro, scrollandosi di dosso quello strano torpore confinante con l’eccitazione che lo aveva reso inoffensivo. Si passò una mano incerta sui capelli a spazzola. Movimenti impacciati. Urtò un instabile pacchetto di carta igienica confezione famiglia, infida variabile impazzita di quel gioco a distanza. L’oggetto si adagiò a terra con morbidezza, attutito dalla sua stessa consistenza, ma il silenzio generale lo fece sembrare uno schianto ai timpani del giovane, che infatti trasalì.

Se lei se ne accorse, non lo diede a vedere. La sua espressione rapita resisteva imperterrita sul bel volto di donna sana e indipendente, padrona di sè. Sollevò ancora di più la gonna, fin sopra il reggicalze, all’altezza dei fianchi. Ficcatasi a fondo tre dita nel suo intimo frutto privato, con gesto plateale ci si abbandonò sopra di peso, se le spinse dentro interamente, inzuppandole di succhi freschi e pungenti. Quindi le estrasse lentamente e se le ficcò in bocca, succhiandole tra le labbra serrate a cuore. Un grumo di crema pastosa color fragola le rimase colpevolmente appiccicato al mento. Frugò nella borsa in cerca dello specchietto. Si piegò in avanti, con il culo puntato verso l’inossidabile guardiano, si mise lo specchietto tra le gambe e allargandosi le labbra con le dita si esaminò con attenzione.

Uva. Fu precisamente quello che le transitò per la testa in quel momento. Acini d’uva. Li scelse con cura. Frutti sodi, addensati in grappolo compatto. Di quelli grossi, tondeggianti, color vino. Si voltò in modo da essere di nuovo rivolta nella direzione di Luigi, si lasciò andare all’indietro sullo scaffale. Spalancate le gambe, si mise d’impegno a tracciare piccoli circoletti con un dito sul clitoride, mentre con le dita dell’altra mano si spinse dentro qualche acino, poco alla volta, ritraendosi un attimo prima di ogni nuova spinta. I peduncoli graffiavano e solleticavano. Le piaceva. Tanto. Senza preavviso, ubbidendo a un suo personalissimo stimolo, sollevò la testa per guardare diritto negli occhi l’uomo che aveva continuato ininterrottamente a spiarla. Un sorriso le affiorò sulle labbra umide e vermiglie come carne sanguinolenta. Con quel ghigno stampato in faccia, tirò fuori un acino isolato e gocciolante e glielo tese, in un gesto d’offerta, senza fiatare. Il sorvegliante rimase pietrificato, colto in contropiede, colpevole per non aver avuto l’accortezza di preparare un piano d’azione. Affondava nell’immobilità, si sentiva coperto di ridicolo, trasformato in un istante da osservatore senza rischi a osservato speciale.

Lei scrollò le spalle. Aprendo le labbra, inghiottì l’acino con grande ostentazione, producendo uno sgradevole rumore di risucchio. Poi rimise il resto del grappolo sullo scaffale. Senza abbandonare un solo attimo lo sguardo dell’uomo, inchiodato al suo, cercò a tentoni alle proprie spalle finché trovò un mandarino. Lo impugnò con rabbia e lo spaccò in due semisfere usando le unghie color prugna, affilate come lame. Il succo schizzò per terra, pioggia profumata. Diana si portò una metà del frutto all’altezza della vulva e se lo premette contro. Poi lo schiacciò come se stesse preparando una spremuta. Gli spicchi si sfaldarono spiaccicandosi contro il pube. La buccia le cadde tra le gambe, ormai inservibile. Diana iniziò a succhiarsi il palmo della mano e le dita, mentre un liquido trasparente colava in una piccola pozza tra le gambe e scivolava furtivo sull’inguine e lungo le cosce, accumulandosi sul bordo delle autoreggenti.

Luigi fece un unico passo titubante nella sua direzione. Lei finse di non accorgersene. Sbucciò in un attimo l’altra metà del mandarino, si infilò uno spicchio nella vagina, con un sospiro prolungato, lo offrì al sorvegliante imbalsamato, inarcando un sopracciglio. Grande prodigio, la mummia si sbloccò definitivamente, resuscitò, si mosse avanzando a grandi passi verso Diana, come per recuperare il tempo perduto, d’un tratto consapevole del suo ruolo, del suo lavoro, del suo compito, della sua identità. Le si parò davanti con un’espressione indecifrabile, le strappò di mano lo spicchio e iniziò a masticarlo, con fare deliziato. Le cadde davanti in ginocchio, come di fronte a una divinità.

Lei allargò le gambe. Con un solo movimento rapido e secco allungò una mano, lo afferrò per la nuca, gli schiacciò la faccia contro il suo pube.

‘Mangiamì, gli ordinò.

‘No… ma cosa fa? ‘ borbottò lui, la voce rotta dal panico.

‘Mangiami… succhiami… che cazzo aspetti? ‘ ripeté lei, questa volta in tono minaccioso, con rabbia, o forse, desiderio inappagato. Gli strinse la nuca, con una forza inaspettata, premette le unghie contro la pelle e il cuoio capelluto. Luigi scosse la testa, non intenzionato ad arrendersi facilmente. La donna si passò i capelli corti e folti su tutto il pube, si strofinò la testa del giovane su e giù sul suo sesso sensibilizzato, dilatato, voglioso. La barba pungente del mento le raschiava in modo irresistibile l’interno delle cosce. Lo manovrava come un oggetto.

‘Non è regolare… lei non si rende conto di quello che… ‘ ansimò lui, parole spezzettate, incomplete, aggrappandosi alle sue gambe con entrambe le mani. Lei gli diede una gran tirata d’orecchie, come a un bambino capriccioso. Gli sferrò due schiaffi roboanti per ridurlo alla ragione. Alla fine, con la coda tra le gambe, l’impavido detective si rassegnò e si mise all’opera, incollando le labbra alla fica della donna, mangiando avidamente, come se stesse morendo di fame. La divorò con la lingua, le labbra, i denti, aiutandosi con le dita per scovare ogni piccolo rimasuglio di frutto nella vagina di Diana. Inghiottì ogni traccia di fico, di fragola, di uva, di mandarino, trasformati dal suo magico shaker sessuale in uno yogurt grottesco, caldo e salato, in una gustosa macedonia preparata da un cuoco folle.

Diana sembrava sul punto di perdere i sensi. Godeva di quel bacio vorace come se la lingua serpentina di Luigi le entrasse nelle viscere e le scoprisse fonti sconosciute di piacere. Si era sbottonata rapidamente la camicetta, aveva fatto uscire le sue grosse tette dal reggiseno. Se le massaggiava con le dita impregnate di succo di mandarino, dopo aver ridotto quanto rimaneva del frutto a una poltiglia informe. Si portava i capezzoli alle labbra, se li torturava, morsicandoli e succhiandoli come frutti gonfi e maturi, solo suoi. La mano destra si serrò su un casco di banane, mentre si lasciava scivolare sul pavimento. Il guardiano le stava inginocchiato tra le gambe, continuando a pascersi con la faccia affondata nel suo voluttuoso pasto. Tese le braccia, le afferrò le mani e le inchiodò al pavimento con le sue, costringendola a lasciar andare le banane. Lei sollevò la testa e gli scoccò uno sguardo di fuoco. Si ribellò, ma senza esito. Adesso il sorriso maligno lo aveva lui. Con il suo personalissimo ritmo, esasperante come un supplizio maligno, tornò a occuparsi della sua fica. Gemendo, lei gli venne in bocca, scalciando furiosamente con un piede e facendo schizzare una scarpa nella corsia, in zona ‘prodotti per la prima colazionè. Continuando a leccare come un cane, lui le lasciò andare le mani che le ricaddero inerti lungo i fianchi. Quindi andò a tentoni in cerca delle banane e ne sbucciò una. Lei trattenne il fiato mentre il ragazzo gliela ficcava nel ventre. Luigi si tirò faticosamente in piedi e la guardò di sottecchi mentre, con spinte ben ritmate, lei si masturbava. L’altra mano si era insinuata sotto la vulva, con un’unghia si stava stuzzicando il perineo e l’ingresso del retto. In breve tempo Diana si concedette un altro prolungato orgasmo. Non si fermò finché la banana non si fu ridotta a una massa informe e giallognola. Poi si raschiò la vulva prendendone una certa quantità e mettendosela in bocca. Ne offrì anche al sorvegliante, che certamente non aveva ancora perso l’appetito.

‘Che troià ringhiò Luigi affannato e sudaticcio, dirigendosi verso le verdure. Tornò indietro con un cetriolo imponente.

‘Cos’hai detto, pezzo di merda? ‘ tuonò Diana con tono imperioso. Infuriata, si alzò.

‘Guardati, guarda che casino… sei una troia schifosà ripeté lui, in tono un po’ meno convinto, gli occhi ballonzolanti dal pube al seno, ai capelli spettinati, al volto stravolto della donna.

‘Calati i pantaloni, stronzo! ‘

Luigi restò immobile, tentando di carpire le reali intenzioni della donna. Passò qualche istante. Diana le ripeté l’ordine in tono perentorio. Il ragazzo abbassò lo sguardo, si tirò giù i calzoni e i boxer, svelando un’erezione poderosa. Diana le appioppò uno schiaffo sonoro sulle natiche, facendogli ballonzolare la verga grossa e tesissima. Poi emise una risatina di scherno: ‘Guarda qui… te la sei goduta fin dall’inizio, vero? Porco! ‘. Luigi si rifiutò di incrociare il suo sguardo.

‘Piegati in avanti! ‘

‘No. Che cazzo vuoi? ‘

‘Non farmi arrabbiarè sbottò Diana, accentuando le parole.

Lui si corrucciò ma obbedì, porgendole il culo, reggendosi con le mani contro lo scaffale del comparto frutta. Le narici fremevano, il suo sesso gonfio quasi gli doleva.

‘Dammi quel cetriolò.

Obbedì subito. Voltata la testa di lato, la guardò mentre lo lubrificava infilandoselo nella vagina. Poi, con accortezza, glielo ficcò per tre quarti nel culo. Lui gemette, torcendosi di dolore e piacere. Diana si accostò al giovane, gli diede un morso alla pelle del petto, ai capezzoli, mentre con l’altra mano gli soppesava i coglioni, li stringeva, li schiacciava. Gli prese in mano il membro congestionato e iniziò a masturbarlo, seguendo il ritmo con cui scuoteva il cetriolo, avanti e indietro. Pochi colpi furono sufficienti, Luigi si irrigidì tutto e si lasciò sfuggire un rantolo prolungato mentre i fiotti di sperma schizzavano avanti ricadendo sulle banane e i mandarini freschi.

Scese improvviso il silenzio, irreale, sconcertante come un rintocco di campana nella notte. Qualcuno aveva spento la musica. I due rimasero fermi come ipnotizzati mentre con un leggero gracidio elettrico di fondo, anticipata da un colpo di tosse, dal sistema di altoparlanti cadde la voce avvolgente di Grazia: ‘Attenzione, il negozio chiude. preghiamo i signori clienti di fare le ultime scelte e di approssimarsi alla cassa. Grazie per la vostra comprensione. Tornate presto qui a trovarci per fare i vostri acquistì.

Diana tolse il cetriolo dall’ano del sorvegliante e lo ributtò nella zona di competenza. Andò ad atterrare accanto agli altri cetrioli sotto gli sguardi spossati dei due. Il guardiano era ancora eccitato, a giudicare dall’erezione persistente che non accennava a rilasciarsi.

‘Mi serve qualcosa per staserà, rifletté Diana, pensando a dove erano sistemate le zucchine. le individuò in fretta, ne prese due di lunghezza considerevole e le mise in un sacchetto trasparente. Recuperò la scarpa, entrambi si riassettarono rapidamente gli abiti.

‘Sarà meglio che comperi qualcos’altro per sviare i sospettì, si disse sottovoce la donna, riempiendo altri due sacchetti di frutta presa a caso.

‘Ci vediamo la settimana che viene, tesoro… stessa ora? ‘ chiese Luigi.

‘Forsè

‘Per adesso ciao, allorà.

‘Ciaò.

Il ferreo sorvegliante, rimase lì a guardarla mentre si allontanava con passo disinvolto nel corridoio, verso la cassa. Grazia alzò lo sguardo a gettarle un’occhiata, chiedendosi quale fosse l’origine di quel liquido chiaro che le luccicava appena sotto l’orlo della gonna. ‘Robe da matti… meno male che ci sono i guardianì, pensò tra sè.

‘Bel libro? ‘ le chiese Diana, porgendole i suoi acquisti.

‘Si, moltò, sospirò Grazia, lo sguardo fisso sulla sua coscia. ‘Adoro le storie romantiche. E lei? ‘

‘Oh, sì’, rispose Diana, come assente, ‘Ne sogno di continuò.

La cassiera si immerse di nuovo tra le righe, mentre la bizzarra cliente si perdeva nella nebbia. FINE

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Storie sexy raccontate da persone vere, esperienze vere con personaggi veri, solo con il nome cambiato per motivi di privacy. Ma le storie che mi hanno raccontato sono queste. Ce ne sono altre, e le pubblicherò qui, nella mia sezione deicata ai miei racconti erotici.

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