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La direttrice

La direttrice è come sempre vestita in modo impeccabile. L’abito con il collo sciallato, chiuso con tre bottoni laterali, le disegna una figura splendida. I primi tempi ero a disagio ad avere un capo donna. Poi ne ho apprezzato sempre di più la professionalità. Il corpo da subito era entrato di prepotenza nelle mie fantasie.
Ogni settimana, il lunedì mattina, devo consegnarle i resoconti delle vendite delle filiali. Devo raccogliere i dati, ordinarli, preparare i grafici ed una breve relazione.
Lei prende la cartella, la apre, scorre rapidamente le pagine fino all’ultima. Quella dove devo indicare le percentuali, le variazioni ed i riferimenti con gli stessi periodi dell’anno precedente.
Anche oggi ho fatto lo stesso. Se i dati sono positivi, gli obiettivi raggiunti e le percentuali corrette, mi regala un sorriso compiaciuto. Se i dati sono esaltanti mi regala anche un complimento. Questa settimana invece i dati non sono positivi. Alcune filiali sono state molto al di sotto delle aspettative. Quando le ho consegnato la cartella ho visto il viso, affilato e forte, diventare come una lama di ghiaccio. Non ha neppure sollevato lo sguardo. Ha sfogliato la cartella, ha verificato alcuni dati e mi ha detto che potevo andare, Non dico un sorriso, ma nemmeno uno sguardo. Non ho potuto fare a meno di frugare dentro la scollatura. Non indossava il reggiseno e la vista di quelle due dolci protuberanze, piccole ma sincere mi ha scaldato la mente.
La responsabilità delle filiali è mia, quindi il suo silenzio è opprimente. Il clima in ufficio è stato tutto il giorno tetro. Tutti nel terrore di sentire qualche rimprovero o peggio un sermone collegiale. Alcuni colleghi stavano già uscendo. Squilla il telefono: è lei, mi chiede di andare nel suo ufficio. Lei non chiede mai, ordina. Garbatamente ma ordina.
Entro nella stanza e mi fa accomodare sulla poltroncina di fronte alla sua scrivania.
Insolito, perché generalmente aspetto in piedi. Mi offre una sigaretta, una l’accende lei. Si rovescia sulla sua poltrona, come se fosse stanchissima ed a caccia di un attimo di relax. Comincia a parlare dei risultati pessimi. non ci vuole molto ad arrivare al punto. Le filiali dipendono da me, quindi sono io a rispondere.
“Mi spieghi tutto Ruggeri, cerchiamo di capire.. ” la sua voce è ferma ma non spigolosa.
Comincio a spiegare i problemi e le motivazioni. Snocciolo numeri e dati che dovrebbero secondo me dare la ragione dei risultati. Mi guarda interessata. Poi si alza, gira intorno alla scrivania e si siede sulla stessa, proprio di fronte a me. Le gambe accavallate a pochi centimetri da me. Lo spacco che mi mostra la coscia lunga e magra.
Cerco di controllarmi ma inutilmente. Mi eccito e credo che lei lo capisca. Continuo a parlare. Lei scende dalla scrivania e si china verso di me, per indicarmi alcuni grafici. La scollatura fa il suo lavoro e mi mostra interamente il seno. Credo una seconda piena. I capezzoli turgidi, come se anche lei fosse eccitata. Quando si gira a spegnere la sigaretta le vedo un sedere che solo un pittore potrebbe celebrare degnamente. Mi perdo per quell’attimo che serve perché lei mi colga in flagrante.
“qualche cosa non va Ruggeri? ” ma la domanda è intrisa di malizia e doppio senso
“no… ” rispondo io.
La mia eccitazione è evidente. Il rigonfiamento dei pantaloni è testimone dei miei veri pensieri.
“non sarà che lei pensa troppo al sesso invece che al lavoro.. ? ” mi chiede con una dose massiccia di violenza femminile.
Si slaccia i tre bottoni. Uno dopo l’altro. Lentamente ma con consumata sapienza.
Quando anche il terzo si slaccia, il suo seno emerge dal tessuto, gli autoreggenti fanno da cornice alle mutandine color pesca, in seta. Guardandomi fisso negli occhi si infila una mano sotto l’elastico e comincia a carezzarsi piano. Non riesco a stare seduto. Il mio pene vuole fuggire dalla gabbia di stoffa.
“mi faccia vedere se la sua carne è migliore dei suoi dati… ? ” porca, mi stai facendo impazzire.
Mi slaccio i pantaloni e li abbasso un poco, appena abbasso l’elastico dei boxer, lui si srotola e si mostra fiero. Allungo una mano per toccarle il seno, lei la afferra e dolcemente la guida sul mio pene. Vuole che mi masturbi di fronte a lei. Si mette seduta di fronte, i piedi appoggiati ai braccioli della mia poltrona. La sua mano che di agita dietro le mutandine. La vedo di fronte a me. Il suo seno ed il suo paradiso a pochi centimetri. Ma ogni volta che cerco di avvicinarmi lei con un piede mi allontana.
Comincio a masturbarmi, prima piano poi con vigore. Il desiderio represso di lei è tale che dopo poco sento sopraggiungere l’orgasmo. Quando sento i suoi gemiti, brevi ma intensi, segnale del suo piacere, esplodo. Una fontanella di sperma che schizza verso l’alto e ricade sulle mie mani e sui miei pantaloni. Ancora due brevi pulsazioni, due brevi getti, poi quegli attimi di oblio intenso che seguono ogni orgasmo. Lei mi guarda e continua a toccarsi. Anche lei persa nel suo piacere. Trascorrono quei pochi attimi in cui il mondo non esiste. Poi lei si rimette in piedi, si allaccia il vestito e si va a sedere. Io mi sistemo, cerco di ripulirmi i pantaloni con un fazzolettino ed aspetto una parola. Nulla.
“tutto a posto Marika? ” le chiedo in tono confidenziale
“si, tranne i risultati delle sue filiali.. ” la sua voce è tornata secca e professionale.
“sono sicuro che la prossima settimana sarà meglio… ” devo difendermi, il timore della direttrice ha ripreso il sopravvento.
“ne sono certa caro Ruggeri…. lei è licenziato! ” FINE

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