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Passera solitaria

La donna sedeva assorta stringendo fra le mani un bicchiere mezzo vuoto.
Si trovava nel bar che stava dirimpetto a casa sua. Ci andava spesso negli ultimi tempi, la sera soprattutto, per smaltire la sua solitudine e il senso di vuoto che le attanagliava le viscere e con cui conviveva praticamente da sempre. Aveva ormai ventisette anni ed era sola, maledettamente sola, schifosamente sola e incapace di costruirsi uno straccio di legame, un briciolo di rapporto affettivo con chicchessia. Le venne alla mente Paul.
Paul, l’ultimo, in ordine di tempo, che aveva frequentato. Quanto tempo era passato? … sei mesi? … forse… forse qualcosa di più. L’ultimo, comunque, con cui aveva sperato di potersi sbloccare, per uscire dal bozzolo e spiccare finalmente il volo. Le affiorò alla mente il ricordo dell’ultima volta che si erano visti. Era sera, ricordava, e lui la stava riaccompagnando a casa dopo il pomeriggio passato insieme. Giunto alla Decima Strada, lui aveva fermato l’auto e si era voltato a guardarla. Lei aveva calato il gomito sulla maniglia dello sportello ed era già mezza fuori gridando un “Grazie” da sopra la spalla, quando l’uomo l’aveva afferrata e ributtata sul sedile.
– Che fretta c’è? Perchè vuoi svignartela subito? – le aveva detto.
– Sono stanca, Paul, – si era giustificata.
– Dio mio, – aveva replicato lui. – Per tutta la serata sei stata meravigliosa. Ho veramente creduto che ti svagassi, ti divertissi, e poi mi liquidi così, con un saluto freddo e sbrigativo. –
– Mi spiace, – aveva detto in tono umile. – Mi conosci. –
– No, Gloria, non ti conosco. Ma chi ti conosce? Hai mai concesso a qualcuno il tempo di sapere come sei? – aveva ribattuto Paul.
– Il tempo di strillare. – aveva risposto, impaziente. – Quante volte ripeti la stessa solfa. No, non fa per me. Non mi piacciono i saluti tirati per le lunghe. E se non ti fai più vivo, non me ne importa. Sono stanca, sì. –
– Ascolta tesoro, – l’aveva interrotta Paul, – non ho intenzione di violentarti! –
L’idea le aveva fatto nascere un sorriso crudele.
– Nessuno mi violenterà. La violenza carnale presuppone una donna in parte condiscendente. Un uomo potrebbe buttarmi a terra, ma non andrebbe oltre. –
– Quante congetture, – aveva detto Paul, – perchè non ti lasci amare da me come io desidero. Ti giuro, Gloria, che con quello che sento per te, sarebbe una cosa meravigliosa per entrambi. Saprei come accenderti di desiderio. Fino a portarti a un bisogno prepotente. – Così dicendo mi aveva posato la bocca sull’orecchio. – Non è carino che una donna come te, bella e dall’aspetto sensuale, tenga gli uomini sulla corda. è evidente che sei nata per soddisfarli, non per tormentarli. –
Nel sentire la sua lingua insinuarsi, bagnata, nel suo orecchio, Gloria aveva rabbrividito per l’eccitazione e l’orrore.
– Stai lontano da me – gli aveva detto con rabbia, senza che lui raccogliesse il terrore nella sua voce. – Quando sarò disponibile e pronta per darmi a un uomo, lo farò senza bisogno che, per convincermi, mi lecchi la faccia come uno stupido cane. –
La collera di Paul aveva mitigato l’amarezza che era in lei. L’uomo era diventato livido di fronte a quel netto rifiuto.
– Sgualdrina, – le aveva sussurrato. – Sgualdrina dalla vagina vergine. Cosa aspetti? Quando ti deciderai a disfarti del tuo dono prezioso? –
– Non si tratta di questo, – gli aveva risposto con voce pacata. – Sai che non è per questo. Il fatto è che non mi interessa. –
– Non t’interessa! – aveva gridato lui. – Che fesserie stai dicendo! A sentirti, pare che restituisca un libro alla biblioteca. –
– Non voglio il sesso, – aveva strillato lei. – Odio tutta quella roba falsa e sdolcinata. –
– Sei una puttana dispettosa, – l’aveva investita Paul. – E non conoscerai mai cosa significhi sentirsi donna. –
– Che cosa significa, – l’aveva guardato lei ironica. – Sentirsi donna? Cosa c’è di tanto diverso e eccezionale nell’essere donna? –
– Stupida, – l’aveva interrotta lui. – Non saprai mai cosa significhi allargare le ginocchia e dire a un uomo. “Riempimi col tuo cazzo perchè io muoio dal vuoto. ” –
– Guai a te, – l’aveva implorato lei, – guai a te se mi parli a quel modo. Come osi! –
– Da me non lo imparerai mai, – aveva proseguito Paul. – E nessun uomo sarà disposto ad aspettare quanto me. Smettila bambina! Infilati i calzoni, togliti il mascara dagli occhi e fattela con le ragazze. Il bar di Mona pullula di lesbiche che non aspettano altro che te. Conoscono lo sguardo opaco dei tuoi occhi e sanno che per farti sentire donna ci vuole una mano femminile. Mi fai schifo! Sei peggio di una sgualdrina! –
Lo ascoltava in un’estasi dolorosa, pensando, quando avrà finito mi picchierà, e non capiva quella sua attesa trepidante. Si sentiva stringere il cuore in una morsa paralizzante.
– Perchè non mi batti? – gli aveva chiesto senza fiato.
Paul l’aveva guardata con freddo disprezzo, non meno marcato dell’ardente desiderio di prima.
– Non ci penso neppure, bambina, – le aveva detto. – Ti lascio marcire intatta. Alle signore piace accaparrarsi una vergine. Quando vedono il sangue sulle loro mani sanno di tenerle in pugno per sempre. –
L’aveva fatta scendere dall’auto, si era girato e si era allontanato da lei senza degnarla di uno sguardo. Lei era rimasta immobile sul marciapiede seguendo il brontolio del motore, finchè l’auto aveva svoltato nella Sesta Avenue. La strada era rimasta buia.
Oh Dio, aveva pensato, come li odio questi uomini schifosi. Le loro facce avide e le loro mani intraprendenti. Li odio quando mi si appiccicano al corpo e sento il rigonfiamento nei loro pantaloni. Non mi lascerò amare da nessuno. Ti ci vedi nuda sul letto, e loro che strisciano sopra, ti allargano le gambe mentre te ne stai lunga distesa e avvilita come un nemico sconfitto, e quelli ti infilano il loro cazzo duro, l’unica parte in cui hanno della sensibilità. Si comportano da bestie impazzite finchè ti gettano dentro il loro seme impuro. E poi pretenderebbero che gli baciassi i piedi e che ci si mostrasse soddisfatte. Me, non mi avranno mai. E neppure una donna. Non voglio che lingua o dita di donna mi portino a furia di carezze a un eccitamento che mi intralci le idee e il respiro. Si, preferisco farlo da me. E andrò alla tomba senza essere stata lo zimbello di maniaci sessuali.
Ecco quella era stata la sua ultima sconfitta. Adesso stava seduta davanti al banco di mogano del bar con i talloni sulla sbarra in fondo allo sgabello. Si mise a chiacchierare tranquillamente con Mike, il barista, che miscelava i martini freddi e pareva sinceramente preoccupato per lei.
– Salve, Gloria, – le aveva detto mentre lei si sedeva con aria stanca davanti a lui. – Non ti si vedeva da un paio di settimane. –
– Sono stata via, – mentì lei.
– Sei andata dai tuoi? – le chiese interessato. Erano undici anni che faceva il barista nella zona, ma la sua missione era di mandare via dalla città le ragazze di provincia.
– No, – disse lei. – Solo una breve vacanza a Coney Island. –
– Coney Island, – le fece eco lui. – Anni fa ci andavo regolarmente. Ma allora vi affluiva gente tranquilla. Ho sentito dire che è cambiata. –
– Già, si scatenano un po’, – convenne Gloria. – Ma l’isola ha tutt’ora un’impronta dignitosa e piacevole, e la spiaggia è favolosa. –
– Con quella conversazione calma e mondana, la ragazza sentì di aggrapparsi freneticamente al suo equilibrio mentale. Era prerogativa di un buon barista far sentire l’ubriaco sobrio e il cervello ragionevole. è quello che capita a noi, pensò, quando il cervello dà i numeri. Diventiamo del tutto banali. Dio, gli donerei la vita purchè stesse qui a parlarmi per tutta la sera del tempo.
– Scusami, Gloria, – le disse ad un tratto Mike, spostandosi più in là per prendere una ordinazione di due Manhattan. Si soffermò a parlare con l’uomo che aveva ordinato i beveraggi e poi andò in fondo al banco per preparare i cocktail. Gloria resse il bicchiere di martini con entrambe le mani e ingollò il liquore.
Senza bisogno di parole, Mike le mescolò un martini doppio. Glielo versò nel bicchiere vuoto, con una certa sbadataggine perchè i bicchieri da martini dovrebbero essere raffreddati. Ma la ragazza non avrebbe sopportato di stare un secondo senza il liquore davanti a se, per lei il bicchiere stava diventando un bisogno, come un ciucciotto, come le tettarelle di gomma che succhiano i neonati.
Era già a buon punto del secondo bicchiere quando un uomo le si sedette di fianco e le disse:
– Vorrei offrirle il prossimo. –
Mike alzò subito lo sguardo. Non gli piaceva che le clienti regolari fossero importunate. Si avvicinò ai due. Gloria lo bloccò con una occhiata.
– Grazie, – disse. – Accetto l’offerta con molto piacere. –
Mike parve sbalordito, poi deluso. Pensò che tutte le donne, in fondo, dovevano essere corrotte, e dopo, al ricordo della moglie e della figlia, avrebbe voluto piantare lì tutto e filare in macchina verso casa a Queens. A quell’ora le sue donne dovevano essere a cena, ma come esserne sicuri? Non si poteva essere sicuri di nulla!
– L’ho vista molto spesso nel locale, – le disse l’uomo.
– Si. Abito di fronte. è un buon posto per una cosetta in fretta. –
– Tutti, ogni tanto abbiamo bisogno di cosette in fretta, – fraintese lui di proposito strizzandole l’occhio con lascivia di adolescente.
Gloria lo odiò per lo stupido sottinteso e per il disappunto che ne provò.
– Che genio! – esclamò.
L’uomo la guardò, dapprima un po’ confuso, poi con diffidenza.
– Ehi, femmina, – le disse rude, – non voglio che un po’ di figa. –
Gloria credeva che solo dei rozzi militari usassero certe espressioni e la sua faccia mostrò una smorfia di disgusto.
– So quello che vuole, – gli disse.
Lui era disposto ad accettare il suo disprezzo, pur di procurarsi un quarto d’ora di sesso.
– Lei mi sembra una ragazza in gamba, – le disse cambiando tono.
– Mi offra un altro bicchiere, – ribattè lei.
Allungò il braccio e diede un colpetto sulla mano dell’uomo.
– Non faccia caso a me, – si scusò. – Combatto contro uno spettro. –
– Le è morto qualcuno in famiglia? – si informò lui con l’interesse beffardo e puerile che riservava alle sgualdrine.
– Si, – disse lei. – Mi è morto qualcuno in famiglia. –
– Cribbio, che peccato, pupa, – mormorò. – Ma tutti, prima o poi, dobbiamo morire. –
Gloria era in dubbio se uccidere o no quell’uomo.
– Tutti dobbiamo morire, – ripetè scoppiando a ridere.
– Questo ci fa pensare, – aggiunse lui, – ci fa pensare che è meglio godersi la vita finchè c’è. –
– Ha ragione, – disse lei. – Tutti dovrebbero godersi la vita. Come una coppa piena, traboccante. –
Lui abbassò lo sguardo sulle sue scarpe bianche e marroni.
– Bè, non sia sacrilega. –
Lei perse quasi l’equilibrio sullo sgabello, i martini facevano effetto.
– Voglio dire, – precisò schiacciandosi contro quel pezzo d’uomo per non cadere, – che tutti dovrebbero scopare parecchio. –
Lui non le rispose subito. La guardò assorto rimuginando per un po’.
– Chi le è morto? – le domandò alla fine, riportando la conversazione su un terreno più sicuro.
– Io, – gli rispose Gloria. Se non è contrario alla necrofilia, le garantisco un buon passatempo. –
– Che roba è? – e, un po’ confuso, alzò la mano verso Mike per un altro beveraggio.
– è l’accoppiamento con un cadavere, – gli spiegò lei con lo stesso tono che avrebbe usato per dire l’ora o il suo nome.
L’uomo girò il capo dall’altra parte.
– Ha un buffo senso dell’umorismo. –
– Come? – l’interrogò lei.
– Ha un maledetto senso dell’umorismo, – le rispose lui con una lieve alterazione di durezza.
– Ero anche più buffa quando ero viva, – gli spiegò. – Da viva ero proprio ridicola.
– E adesso? – fece lui, per la paura di sembrare stupido.
– Adesso sono soltanto una lagna. –
L’uomo le guardò le braccia snelle e il pallore del volto appena incipriato. Era un peccato rinunciare a lei solo perchè era pazzerella.
– Da dove viene? – le chiese alla fine.
– Dalla casa di fronte, – gli rispose lei ormai quasi sbronza.
– Voglio dire, dove è nata? – insistette l’uomo.
– Sotto una scala, – gli rispose, – nel sangue e nel dolore. Un vero e proprio choc. Poco è mancato che morissi. Anzi, è proprio allora che sono morta… –
– Senti sorellina, – le propose con aria stanca, – mi restano un paio d’ore prima di prendere il treno. Se vuoi stare con me, bene. Sennò, preferisco finire di bere da solo. – Il mento gli tremava nell’offrirle il suo atto di rinunzia.
Gloria rimase imperterrita. Scolò il liquore e lo guardò. Guardò la patta dei suoi pantaloni. Nulla. La testa le pesava per i quattro martini e lei pensava solo alla difficoltà di risalire le scale di casa tutta sola. Sola. Sola. Per distendersi sul letto e tendere l’orecchio ai rumori della strada.
– Voglio farre… un affarre, – gli disse con la voce impastata. – Ti affitto per rriaccompagnarrmi a casa… –
L’uomo non aggiunse altro. Raccolse gli scontrini di cassa e pagò Mike. Poi prese la ragazza sottobraccio e l’aiutò a scendere dallo sgabello. Il locale si trasformò, per Gloria, in una girandola vorticosa, ebbe uno sbandamento pauroso e si sentì immersa in una baldoria carnevalesca.
– Abito proprio di fronte, – riuscì a farfugliare.
– A che numero? –
– … Sessantadue. –
L’uomo aprì la porta a molla e lei mise piede sulla via buia e tranquilla. L’aria fresca della sera la rianimò un poco. Si diressero in silenzio verso la casa.
– … Quarto piano, – disse lei camminando traballando appesa al suo braccio.
Salirono le scale senza parlare. Se non l’avesse sorretta lui, lei di certo non ce l’avrebbe mai fatta.
Quando sta zitto non è poi tanto male, pensò Gloria.
Giunti alla porta, lei frugò nella borsetta ed estrasse le chiavi. Le porse all’uomo come avrebbe fatto con un fratello. Lui si mostrò sorpreso, ma inserì la chiave, fece scattare la serratura e i due entrarono nell’appartamento. Le stanze erano immerse in un silenzio pauroso, e l’uomo si schiarì la gola con fare nervoso. La ragazza accese il lume in soggiorno. Una luce distorta cadde su un dipinto dai toni blù e grigi.
L’uomo si fermò a guardare il quadro.
– Discreto, – si dondolava sui talloni.
– Chiudi il becco, – gli disse.
– Cosa? … Cosa hai detto? – Lui pareva impressionato.
– Chiudi il becco. Chetati. Tappati la bocca. Non ti vengono fuori che stupidità, da quella bocca. Non hai il diritto di essere tanto stupido. Nessuno ha il diritto di esserlo tanto, – capiva di essere del tutto sbronza ormai. – Scommetto che tu non dai mai a nessuno dello stupido. Gli dai dell’ignorantone. Scommetto che hai in serbo sei parole lunghissime da sfoderare nei discorsi e con gli estranei. Bè sai che ti dico? Mi hai stufata. Grazie per la bevuta e il passaggio sulle scale. Ora sei pregato di girare i tacchi e di andartene. –
– Ma quante cose sai! – esclamò lui. Poi, spinta la mano indietro, le assestò un ceffone sulla bocca. Lei, sorpresa, sentì il sapore del sangue e cominciò a rendersi conto che forse si era cacciata in un pasticcio.
– Le batti, stupido, le tue sgualdrine? Tu picchi le sgualdrine e tua moglie picchia te? – lo guardava inviperita con gli occhi stretti a fessura, l’odio adesso le offuscava il cervello. – Bè vuoi sapere una cosa? … Che dovresti essere contento di quello che ti dico. A uno sciacquacervelli dovresti sborsare un sacco di soldi per ottenere queste risposte veritiere. Hai la pancia grassa, la crapa dura, il cervello ottuso. Anzi non hai cervello. Sei, di fatto, un ignorantone. Ecco, uso la tua parola. Levati dai piedi, accidenti a… –
Allora lui le mollò un cazzotto, in cui mise tutta la sua collera, e la colpì in faccia. La botta le arrivò sulla mascella e Gloria pensò che le avesse rotto qualche osso. Lui la guardò senza allegria, la fece voltare e, standole dietro, le tirò le braccia dietro la schiena. Lo sforzo le diede dolore ai muscoli. Poi l’uomo le premette i pollici e successivamente le mani sui seni. Gloria temette di svenire dal dolore.
– Toglimi le mani di dosso, buffone. Ignorante, pancione disgustoso e insignificante! –
Le mani di lui accentuarono la stretta sui seni mentre col ginocchio le premette i reni. La ragazza scivolò a terra, spasimando dal dolore.
– Scendi dal gradino, damigella, – le disse l’uomo, con gli occhi fuori dalle orbite, – che adesso ci facciamo un bel festino. –
La ragazza aprì la bocca per strillare, ma non le uscì alcun suono.
– Niente rumori, damigella, – le sibilò lui, – un bel festino tranquillo. –
Ascoltandolo, Gloria aveva recuperato un po’ del suo equilibrio. Lo smonterò a furia di chiacchiere, pensò.
– Senti amico, – gli disse con fare umile. – Ti chiedo scusa per quello che ho detto. Ero… , sono ubriaca, non lo pensavo veramente. Scusami. Ti darò tutto il denaro che ho. Sono vergine e devo sposarmi la prossima settimana. E se tu… se tu… mi prendi, mi rovinerai la vita. Perchè il mio fidanzato non vorrà più sposarmi. Capisci, lui vuole… una ragazza pura. –
L’uomo la guardò con odio, era folle di rabbia. Si sfilò la cinghia dai pantaloni e la fustigò sul ventre. Lei strillò dal dolore, poi gli vide la faccia carica di furore maligno e ne ebbe paura. Era indegno di lei, comunque, strillare per chiedere pietà a quell’idiota.
L’uomo teneva la cinghia sollevata per un’altra frustata.
– Io scopo le vergini, – le disse ghignando, – vieni vergine, spargeremo sangue in questo bell’appartamento. – La colpì con forza sul petto. Pareva che non l’udisse, che non udisse nulla. L’uomo di Neanderthal, l’uomo della preistoria, era stato insultato.
Le si inginocchiò al fianco e le sbottonò la camicetta con gesti rozzi. Lei pensò sono perduta, trovò la voce per gridare ma lui la schiaffeggiò tanto che la testa le rintronò in modo assordante. Le tolse la gonna, e Gloria rimase distesa accanto a lui con soltanto il reggiseno di nailon leggero e le mutandine trasparenti. Le strappò gli indumenti intimi e la ragazza gli notò le mani enormi, senza peli. Quelle mani bastavano da sole a renderlo disgustoso. Gloria piegò il capo e vomitò sul tappeto. Si sentì subito la puzza del gin inacidito e lei vomitò ancora. L’uomo avvicinò la testa a quella di lei e le disse:
– Puttana, lurida puttana! –
Poi si tirò in piedi e guardò a lungo il suo corpo nudo, bellissimo, che giaceva mollemente accanto alla macchia fetida. Sollevò la cinghia di cuoio e le percosse la coscia. La rivoltò con un colpo della scarpa appuntita e lo stomaco di lei cadde sul vomitaticcio. Adesso era tornata sobria, sobria, contusa e con la voglia di morire. Sentì la cinghia che le lacerava la schiena e non potè frenare un tremito in tutto il corpo. Le sferzate si ripeterono con forza bruta e primitiva. Le staffilò selvaggiamente le bianche natiche e il bel vitino. La colpiva senza direzione, su e giù per il corpo, certe volte sbagliando completamente il bersaglio e colpendo il tappeto. Ogni tanto, da certi echi rimbalzanti, Gloria capiva di gridare aiuto per essere risparmiata. Tendeva le braccia all’indietro per cercare di parare i colpi, mentre il braccio di lui scattava frenetico sopra di lei e la cinghia sibilava in aria prima di abbattersi sulla sua pelle. Vi fu una pausa a un certo punto e il fruscio vagamente familiare di una cerniera lampo che si apriva. Gloria attese di essere rivoltata, ma evidentemente l’uomo si beava alla vista di quel reticolato di segni rossi sulle natiche e sulla schiena.
La ragazza incrociò le braccia davanti alla faccia e appoggiò la guancia sulla parte superiore del braccio come un bimbo addormentato. Il dolore la staccava dal corpo. Null’altro esisteva tranne una creatura che giaceva sofferente tra la sporcizia sul pavimento; una creatura scaturita da un incubo. La sua faccia poggiata sul braccio era rigata di lacrime. Strano che avesse pianto. Era terrorizzata e nella sua testa martellavano solo alcune parole:
ora mi prenderà, ora mi prenderà e io avrò perduto per sempre la mia verginità, ora mi prenderà, sto per essere violata, stupidamente e da un becero simile.
Si sentì afferrare al ventre e alle cosce. L’uomo tentava di sollevarne il posteriore a un’altezza comoda.
Praticità prima del piacere. Che tu possa morire stronzo, fulminato prima ancora di potermi toccare.
I pollici di lui le premettero le natiche ferite e lei sobbalzò dal dolore. Dunque, era capace di sentire ancora male; eppure credeva che l’avesse distrutta. Le dita dell’uomo risalirono le sue gambe fino alla morbida peluria del pube. Ebbe un moto di disgusto mentre lui le massaggiava il promontorio di carne sensibile, si dimenò per l’insulto. Voleva trovare la voce per offenderlo, sempre meglio i suoi colpi infuriati che quella tenerezza sconcia e offensiva. Ma la voce apparteneva al suo corpo e lei non possedeva nè l’una nè l’altro. Il dito di lui penetrò nella stretta fessura con una stoccata, andando a fermarsi contro l’ostacolo del suo imene. Lei cercò di ritrarsi, impaurita, ma lui la bloccò saldamente, mentre continuava a saggiare lubricamente l’interno della sua vagina. Sentiva la nocca dell’uomo sfregare contro di lei, misurare la capienza della sua figa. Lui grugnì eccitato.
Porco. Grasso porco, maniaco di pugni, maniaco di fighe.
Le parole non le uscirono di bocca e lei pensò allarmata:
Ho paura. Paura del signor Porco!
E il suo corpo si rannicchiò di più sul pavimento. L’uomo la sollevò ancora con gesto irato e impaziente.
– Rimani come ti metto, puttanella, – le gridò, – se ci tieni a vivere. –
Ma lei non voleva vivere e ributtò il corpo a terra. Lui la sculacciò duramente sulle natiche infiammate e le sollevò il corpo facendola posizionare sulle ginocchia e con la faccia a terra. Rimase così per lui, come un arco gotico. Il corpo le tremava per la paura e la vergogna di ciò che l’aspettava e lui le si inginocchiò dietro, godendosi il disagio della ragazza. Infine la passione e il desiderio ebbero la meglio sul suo breve momento di sadismo e lei lo sentì contro la sua coscia, era duro e caldo. Lui se lo prese con una mano e lo guidò verso di lei, verso la sua verginità da violare.
Gloria sentì la punta del pene, incredibilmente grossa, toccarle le labbra e chiuse gli occhi aspettando il dolore della penetrazione.
L’avrebbe ammazzata!
Non appena sentì dischiudersi le labbra dal suo coso che premeva pericolosamente, chiuse gli occhi. Stava per abusare di lei.
Provò per la prima volta la sensazione di essere dilatata. Sentiva che quel coso aveva bisogno di spazio e premendo se lo stava creando. Le fece male.
Si sentì inesorabilmente divaricata da quella punta così calda, rovente.
Strinse i pugni, lo sentì entrare. Lo sentì dentro. Inutilmente provò a chiudere le gambe, a muovere il bacino per sfuggirgli, ma fu inutile.
Lui era più forte e continuava a penetrarla.
-Ahhiiiii…. Nooooo !!! … – gridò.
Il suo affondo violento sembrò ucciderla. Lo sentì penetrare in profondità ed il dolore della deflorazione la prese alla sprovvista. Si sentiva stranamente riempita, una sensazione sconosciuta, violenta.
L’aveva sverginata brutalmente, senza alcun riguardo.
Le faceva molto male quel coso piantato in profondità dentro di lei, avrebbe voluto liberarsene, ma ogni movimento che faceva, oltre che inutile, non faceva altro che aumentare il suo supplizio.
-Adesso scalpita pure damigella, che ti ho rotto la figa! – rise lui ed iniziò a muoversi dentro di lei.
Lo usciva un po’ e poi si rituffava dentro fino in fondo. Lo faceva sempre più velocemente, le toglieva il respiro. Sentiva le sue mani palparle il sedere, le cosce, salire per i fianchi, strizzarle il seno. Sentiva un rumore che le sembrava terribilmente osceno quando il suo sesso la penetrava a fondo.
Sentiva anche il rumore del corpo di lui che urtava il suo, … non poteva crederci, … la stava stuprando, … si vergognava da morire a dover subire tutto questo.
-Prendilo tutto, sorellina. Adesso sei mia, – disse eccitato lui.
Continuò con quel ritmo. Il suo corpo possente sopra quello suo, così fragile, sembrava non voler mai smettere di tormentarla.
Sentiva tanto male, ma ancor più brutta era la sensazione che provava a dover sottomettersi alla sua prepotenza.
Ad un tratto accelerò i movimenti, la sua penetrazione dentro di lei le sembrò ancora più profonda. Sentiva il suo ventre sbattere contro il suo sedere. Poi i movimenti si fecero più veloci e compatti, mentre il pene le cresceva dentro. La ragazza sentì l’aumento della pressione e poi lui l’afferrò al ventre e si dimenò frenetico mentre veniva, le spruzzò il suo seme caldo, lei sentì i suoi spruzzi dentro e si sentì tutta piena di quella sostanza schifosa che aveva visto soltanto nei suoi giochi con i ragazzini. L’uomo sborrò come se fosse stata l’ultima volta, come se la scopata non avesse seguito, e il cuore di lei si congelò insensibile.
Il suo pene rimase dentro la sua vagina ricolma di sperma per un tempo che le parve eterno. Quando l’uomo si decise a liberarla della sua presenza, Gloria scoprì il suo grado di spossatezza. Si afflosciò sul tappeto, piangendo sommessamente, la stanza prese a vorticarle intorno prima di perdere i sensi.
Forse lo svenimento fu questione di pochi minuti e Gloria riaprì gli occhi sentendosi palpare in modo aggressivo i seni, le cosce e la vagina. L’uomo le alitava sul collo, il fiato che sapeva di liquore, e la strizzava con l’estasi del possesso.
– Sentilo, – la sollecitava, – sentilo. –
E lei lo sentiva battere imbizzito contro la coscia, rigido e fremente.
– Il vecchio Charley non si contenta di una sola volta, – le disse eccitato – Ti chiaverò ancora, sorellina. Sono buono per altre sei riprese! –
Gloria si mise a piangere dalla ripugnanza. Immaginò con terrore di dover passare il resto della vita sul tappeto macchiato, a farsi violentare da quell’insaziabile zoticone, tra uno svenimento e l’altro. La testa adesso non le girava più e lei era inesorabilmente lucida. Finse di essere priva di sensi, ma lui continuò a strizzarle il corpo. Poi le girò la testa e le aprì la bocca a forza. Le scrutò i denti con prepotenza da ubriaco.
– Ti compro! – urlò in modo volgare. – Questa cavalla è buona per altre sei chiavate! –
– Porco! – riuscì a mormorare lei.
– Come? Non ho sentito bambina! Pensi che il vecchio Charley non faccia dei buoni numeri? Sono uno che gira io. Sono abituato ad avere le donne ai miei piedi per una scopata. Charley non lascia mai una donna in pena. – e sfoderò una risata da veterano di guerra.
Gloria era troppo spaventata per chiamarlo ancora porco.
Girò la testa di lato e vide una bottiglia di Gin sul pavimento accanto a lei. L’uomo aveva scovato il mobile bar. Lo sentì inghiottire e si chiese se l’avrebbe uccisa. La figa le bruciava da morire e aveva le cosce imbrattate di sperma e sangue che le era fuoriuscito dalla vagina fradicia della sua sborra.
Charley la rivoltò sulla schiena e posò le sue chiappe carnose sul ventre di lei.
– Sei la migliore puledra che abbia mai comprato. Una vera cavalla da monta. –
Il suo cazzo era proteso verso il soffitto. Era bianco e venato, quasi purpureo in cima. Era enorme e massiccio, più grosso di quanto avesse mai immaginato in un uomo.
Ed era entrato tutto dentro di lei!!
L’uomo si spostò verso la sua faccia.
– Apri la tua bocca di vergine e succhialo, – le disse, e Gloria chiuse gli occhi schifata.
– Apri la bocca, apri la bocca! – le gridò a denti stretti. Poi, afferratala per la testa, la spinse contro di se in modo da ficcarle il membro tra i denti e fino in fondo alla gola, soffocandola. Diede dei colpi contro la faccia di lei, usando la sua bocca come aveva fatto col suo sesso ostile. Se ne serviva quasi fosse stata una spugna coi buchi a grandezza umana. Ma lui non era fatto per gli sforzi fisici, così si stancò presto di quel movimento a stantuffo che le faceva venire conati di vomito ad ogni affondo.
La ragazza aveva ancora gli occhi chiusi e li riaprì soltanto quando lui si sollevò e le si distese a fianco. Aveva la faccia e il bianco degli occhi leggermente venati di rosso. Sembrava il tipo apoplettico, capace di morirle lì accanto per una improvvisa emorragia cerebrale. Magari fosse morto! Per un attimo le diede l’impressione di passare a miglior vita, e Gloria si accorse di quanto fosse ubriaco. Tuttavia il fallo si manteneva eretto e vivo. L’uomo si riprese, scuotendo impaziente il capo e mosse dei passi incerti per la stanza. Gloria non potè distogliere gli occhi da quel pene rigido che l’affascinava con orrore, quasi avesse una sua vita indipendente. Charley si precipitò verso di lei quando captò il suo sguardo beffardo, e per la prima volta, da quando aveva smesso di batterla con la cinghia, si mostrò insicuro. Lei abbassò gli occhi sulle sue gambe sottili, fragili, bianche, venate, che sostenevano il tronco enorme, e si mise a ridacchiare per l’orrore, l’umiliazione, la stupidità della serata. L’uomo si fermò inferocito accanto a lei e assestò una pedata al suo corpo prostrato. Ma quel calcio non ebbe l’entusiasmo e la determinazione di un’ora prima. Charley si accaparrò la bottiglia di Gin, mezza vuota, e l’accostò alle labbra con affanno.
Devo ricordarmi di gettare via la bottiglia.
Il liquore forte sembrò ridargli sicurezza.
– Mettiti in ginocchio, puttana! – le ordinò.
Lei lo guardò schifata, e l’uomo le rovesciò il corpo con malagrazia. Si appiattì sul pavimento, ginocchia, cosce, ventre, seni, spalle e capelli a contatto col tappeto. Lui le si inginocchiò dietro e le tirò su il corpo nella stessa posizione di prima, la posizione preferita per scoparla. Gloria non gli oppose resistenza, anzi il suo cervello non registrò neppure la sua presenza alle spalle.
– Ho intenzione di fare una cosa di cui ho sempre avuto voglia. Ma non ho mai trovato una battona con cui abbia osato farlo. Te lo infilerò tanto in profondità dove dico io, che sentirai il sapore del mio sperma sulla lingua. –
In un attimo i sensi di Gloria furono svegli. Aveva percepito la minaccia insita nelle parole di lui. Aveva intenzione di violentarla nel sedere. Non poteva assolutamente permettergli di fare una cosa così abominevole. L’avrebbe sicuramente massacrata con quel suo affare mostruoso, per non parlare dello schifo e della vergogna che provava per un atto così rivoltante e umiliante. Si preparò a fare un balzo in avanti per poi cercare di scappare. Se riusciva a raggiungere la camera da letto prima del grassone, avrebbe potuto chiudercisi dentro. L’uomo parve capire, dai muscoli tesi di lei, le sue intenzioni e l’abbrancò con forza per le anche bloccandola. Le passò un braccio attorno alla pancia e usò l’altra mano per guidare il suo membro fra le sue natiche tremanti.
– Noooooo!! …. Per favore non farlo! …. Ti scongiuro desisti, mi ammazzerai con quel tuo affare gigantesco! …. Ti prego, abbi pietà, sono vergine anche lì! –
Gloria ora si dibatteva con forza cercando di sfuggire a quella profanazione, ma già sentiva il pene sfiorarle pericolosamente le natiche indifese.
– Nooooooooo!! …. Porco schifoso!! …. Non vogliooooo!! …. Non farlooo!! –
L’uomo aveva appoggiato il glande sull’ano serrato allo spasimo per il terrore e spingeva con ferocia per stuprarla anche nel culo.
I ripetuti tentativi non sortirono il loro scopo ed il pene non riuscì a forzare l’anello di muscoli dello sfintere. Furibondo, schiaffeggiò ripetutamente e con forza le natiche delle donna macchiate di sangue per ottenere più collaborazione ma, nonostante le violente sollecitazioni, il buchetto rimase inesorabilmente chiuso. L’uomo spinse ancora alcune volte poi, imprecando, le mollò un terribile pugno fra le scapole che la tramortì lasciandola boccheggiante. Assicuratosi che adesso non poteva sfuggirgli, le divaricò con forza le natiche, facendola gridare per il dolore e mettendo a nudo l’ano scuro e grinzoso che palpitava per la paura. Riappoggiò il glande paonazzo contro il buchetto e riprese a spingere con furia silenziosa. L’assenza di lubrificazione non favoriva certo l’introduzione che si preannunciava dolorosissima per la ragazza.
– Noooo! …. Pietà, abbi pietà! … Non lo fare, no! … – supplicava Gloria gemendo per il dolore lancinante che sentiva irradiare dallo sfintere.
Lui per tutta risposta premette ancora più forte e lei sentì spingere verso l’interno la corolla del suo buchetto, le faceva un male incredibile.
– Ecco, … tra poco ti apri…. – disse lui ed aumentò ancora la forza.
Non entrava, non poteva mai entrare! urlava la sua mente. Ricordava bene quell’organo così grosso che aveva dovuto accogliere nella sua vagina e nella sua bocca. Non sarebbe mai entrato.
-Ahhhiiiiii! , …. Nooooo! , … aaaaaahhhhhhgggggg!!!! –
Il suo fu un’urlo disumano, le mancò il respiro. Il suo ano vergine aveva ceduto con un rumore sordo e Gloria si sentì lacerare.
Le sembrò d’avere un palo enorme e rovente conficcato nel sedere.
– Su, sorellina è solo la cappella che è entrata… Adesso ti farò sentire il resto. – disse ridendo lui.
Lei lo sentiva avanzare, raschiando, millimetro dopo millimetro. Era grosso, troppo grosso perché potesse sopportarlo, voleva alzarsi, respingerlo, scrollarselo di dosso, si divincolava come una cavalla mai montata, gridava e scalciava e roteava le braccia cercando di colpirlo. E ad un tratto Sentì il contatto del corpo dell’uomo contro le sue natiche violate.
– Ecco! è tutto dentro la tua pancia. Benvenuta nel mondo delle femmine inculate, – le ansimò lui sulla schiena.
Era tutto dentro. Quella mazza enorme le faceva un male lancinante e le faceva sentire atrocemente la sensazione di essere invasa, riempita, dilatata.
Gridò e pianse sempre di più quando lui iniziò a muoversi avanti ed indietro.
– è un culo meraviglioso, … sapessi quanto stringe… – disse Charley senza fermarsi un solo attimo.
Gloria si sentiva il retto in fiamme e l’ano le doleva da impazzire. Se lo sentiva così largo con quell’affare piantato dentro. Sentiva un dolore devastante, totale e a ogni affondo arcuava la schiena urlando.
– Ferma! … Sta ferma che sto per venire, – disse lui accelerando i suoi affondi.
L’uomo si spingeva dentro sempre di più, sembrava volerci entrare anche lui dentro quel culo.
Quando lo faceva, la prendeva con le mani dai fianchi e tirava verso di lui e Gloria sentiva le sue natiche schiacciate con quel paletto enorme infilato dentro incredibilmente a fondo.
Lei cominciò a roteare pazzamente il bacino per farlo venire il più presto possibile. Ma lui aveva il forte controllo dell’ubriaco e martellava nello stretto orifizio con grida di piacere. Allungò la mano, cingendole il fianco, per toccarle la vagina. Era asciutta — un deserto di disperazione. Le dita toccarono il clitoride contratto, e presero a massaggiarlo in modo approssimativo. Gloria, come scioccata, sentì gocce di sensualità fluire sulle dita di lui. Non sapeva se il suo corpo reagiva sotto la spinta del terrore o del piacere. Lui tirò ostinato il bottoncino del clitoride e lo strizzò crudelmente. Il corpo di Gloria era un rogo di dolore dalla vita alle ginocchia stanche. Lui la investì di nuovo, con forza, costringendola ad affondare il mento nel tappeto. Con la mano libera le prese il seno destro. Le sue unghie furono come morsi sulla tetta rigida e molto arrossata. Il corpo di lei celebrò la propria sconfitta e cattività, e lei si dimenò infuriata contro l’uomo che aveva le mani impegnate a titillarle intensamente i capezzoli e la vagina. Poi si immerse nel suo ano martoriato con un grido finale e le tolse bruscamente le mani dal corpo dolorante, che si accasciò al suolo. Il membro si stava contraendo dentro il suo retto ferito. La sensazione che provò fu talmente strana, insolita, inaspettata, .. non sapeva come definirla, quasi troppo … intima, e ne rimase turbata. Sentiva quel liquido invaderla in profondità, .. dentro, … molto dentro il suo corpo. Si sentiva violata, … violata nel suo intimo più profondo e scoppiò a piangere ancor di più.
L’uomo scaricò un ultimo getto di sperma e il liquido parve fluirle sulla lingua con un sapore di fumo. La sua bocca si riempì del gusto di lui, e Gloria vomitò con un terribile gemito di sconfitta. Charley si sfilò lentamente e lei rimase dolorante e con la sgradevolissima sensazione di essere rimasta larga.
Lo sperma che sentiva dentro le procurava lo stimolo di evacuare e istintivamente cercava di stringersi. Fu doloroso e inutile perché sembrava che il suo ano violentato non si volesse più richiudere.
Charley era immobile al suo fianco, e a Gloria parve davvero morto stecchito. Non dava segni di vita. Aspettò qualche minuto per riprendere fiato e poi ingollò una boccata di gin puro. Le scese in petto con tutto il suo calore, dandole un attimo di forza. Scosse quel corpo senza vita. L’uomo non ebbe nessuna reazione. Gli diede una pedata violenta, ma lui si rivoltò con calma impotente. Anzichè il malvagio assalitore di poco prima, sembrava una balena in letargo. Memore delle offese fatte al suo corpo, gli diede un calcio in cui mise tutto il suo disgusto. Voleva infilarsi a letto e dormire, dormire per cento ore. Ma come faceva a dormire con quel pachiderma insensibile sul pavimento del soggiorno? I suoi indumenti erano ammucchiati accanto a lui.
Gloria si recò a fatica e dolorante in bagno e si lavò la faccia rigata di lacrime e sporca di vomito. L’ano le faceva un male insopportabile ed era costretta a stare a gambe larghe. Se lo toccò delicatamente con le dita, sobbalzando per il dolore e le ritrasse sporche di sangue. Maledetto, le aveva spaccato lo sfintere. Dall’attaccapanni dietro la porta prese una vestaglia e se la infilò sul corpo dolorante. La vestaglia le si incollò ai fianchi e sulle natiche e Gloria capì che le ferite le sanguinavano ancora. Si allontanò i capelli dal viso e li raccolse sulla nuca con un elastico di spugna. Aveva il volto stremato e contuso, la pelle aveva il pallore della convalescenza. Non pensava allo stupro, non aveva altro pensiero che liberarsi del ciccione nel soggiorno. Tornò presso di lui per trovarlo ancora lungo disteso, immobile e intontito. Dall’angolo della bocca gli scorreva della bava sul mento, e russava con un gorgoglio di gola. Gloria si chinò, gemendo per il dolore, e lo prese per i piedi nudi. La sua mole fece da perno, e la ragazza girò quel corpo come una trottola verso la porta.
L’aprì e si assicurò che la casa fosse tranquilla e il pianerottolo vuoto. Con uno sforzo tremendo trascinò il corpo fuori dalla porta; era nudo e ridicolo sull’impiantito a piastrelle, nella semioscurità delle scale. Non voleva che la sua mole inerme russasse fuori del suo appartamento; così lo trascinò per i piedi lungo le scale fino al pianerottolo del secondo piano. Ad ogni gradino la testa rimbalzava con un rumore sordo.
Perderai il treno Charley. E forse non correrai mai a prenderne un altro.
Lo lasciò al secondo piano, senza fiato, e quindi risalì più in fretta che potè su in casa senza fare rumore. La porta era rimasta aperta. Afferrò la sua roba, biancheria intima, scarpe, calzini, pantaloni e giacca, camicia e cravatta, e con quel mucchio fra le braccia, si precipitò giù dove aveva lasciato il suo corpo. Gettò gli indumenti sul corpo inerte e risalì in fretta al quarto piano. Si richiuse la porta alle spalle e fece scattare la serratura di sicurezza, con gesti nervosi. Il suo respiro si era fatto affannato e isterico e, portandosi automaticamente il palmo sulla fronte, Gloria sentì che bruciava di febbre.
Ecco sono malata, pensò, ho cercato di morire, ma sono riuscita soltanto a sentirmi male.
Aveva solo una gran voglia di distendere il suo corpo pulsante tra le lenzuola. Si diresse verso la camera da letto e vide la bottiglia di gin vuota. Vicino alla bottiglia era la cinghia di Charley. Nella furia di raccogliere la sua roba, non l’aveva notata. La prese per esaminarla. Era lunga, quanto occorreva per cingergli quella circonferenza ridicola. Vi erano sei fori verso l’estremità e la fibbia d’argento recava le iniziali C. D. Il cuoio era liso e aveva macchie di sangue, a seguito delle frustate.
Un ricordo ben guadagnato. Terrò la cintura di Charley per souvenir.
Si trascinò con passo stanco verso il letto, reggendo la cintura con entrambe le mani, come se vi si appoggiasse. Si distese tra le lenzuola e si addormentò. FINE

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