Home / Occasionali / Storia bionda
copertina racconto erotico

Storia bionda

Ero arrivato a lavorare li, in quel grande ufficio pubblico, solo da un anno.
Mi ero rapidamente fatto anche una certa fama perché, per la piccola ditta privata (sul perenne orlo di chiusura) in cui lavoravo prima, mi occupavo di computer e nel pubblico non è certo che avessero persone brillanti in materia.
Ero diventato una specie di consulente non ufficiale e di tecnico per ogni sorta di problema, compresa la realizzazione di alcuni programmi ad hoc per varie esigenze.
Aveva subito iniziato a svolazzarmi intorno la "bellona" dell’ufficio.
Non che fosse la più bella in assoluto, per quanto fosse una bella 30enne, ma sicuramente era quella che si abbigliava e truccava in modo da far maggiormente risaltare ciò che al natura le aveva donato.
Capperi che cotta mi ero preso. Io ero un super timido 24enne segaiolo, che riusciva solo a fantasticare ed aveva troppa paura delle donne per agire.
Sbavavo dietro le sue minigonne, sbirciavo le sue cosce e le sue scollature… ma esistono donne sposate, e anche non, che non cercano tanto l’avventura, ma soprattutto uno stuolo di ammiratori per sentirsi belle.
Avevo anche un’altra amica, una donna tanto simpatica quanto era grassa.
Sempre con la battuta pronta… e anche spesso scabrosa.
Era una donna molto amareggiata per la vita che reagiva prendendola con grande spirito.
Per me una specie di sorella maggiore (aveva almeno 10 anni più di me).
Ogni mattina, appena entravo, andavo da lei e le baciavo giocosamente la mano, o l’abbracciavo dicendole
<ciao sorellona>.
Lei mi rispondeva con una delle sue battute tipo
<si, vieni da me, ma poi corri dietro alla morona>, ed io
<quanto sei maligna, siamo solo amici> (purtroppo era la verità); Oppure
<se invece che con quella ci vuoi provare con me, guarda che io ci sto>, (anche questa era forse la verità).
E io le rispondevo
<lo sai che sarebbe incesto, sei la mia sorellona!>.
Poi andavamo nell’atrio prospiciente i bagni, dove avevano istallato un fornello elettrico e tutto l’occorrente per il caffè e li chiacchieravamo per un po’ prima di iniziare il lavoro: dopo tutto eravamo dipendenti pubblici no?
Un giorno la mia sorella adottiva mi confido:
<sai che hai una bella fama? Quando non ci sei, nell’atrio, si commenta spesso su di te e c’è chi afferma che hai un bel pacchettino sul davanti>.
Devo essere diventato rosso.
Possibile che diverse colleghe fossero così maliziose?
Nei giorni seguenti osservai, il più accortamente possibile, i loro sguardi, mi parve che fosse vero.
Volli anche fare una prova: venni al lavoro con un paio di jeans abbastanza aderenti e prima di prendere il caffè entrai nel bagno, mi stimolai un poco con la mano e iniziai a pensare alla mia bella mora con quei sogni erotici che spesso mi invadevano la mente, in modo da avere un pacco ben visibile e che perdurasse a sufficienza.
Quindi mi uscii e mi misi appoggiato al muro in modo da essere ben visibile praticamente da tutte.
Non c’erano dubbi.
Almeno tre mi guardarono con sguardi fuggevoli per non farsi notare, ma a più riprese e proprio li.
Era un regalo della morona!
Vedendomi sempre con lei mi avevano preso per un seduttore e …la pubblicità è l’anima del commercio.
La mia libidine di maschio represso dalla timidezza si scatenò ed da quella notte mi masturbai e sognai ogni tipo di avventura erotica con le tre porcelline, tre belle ragazze mie coetaneee.
Furono sogni premonitori.
Il circolo dei dipendenti aveva organizzato varie gite, come tutti gli anni, una era presso un isola di un arcipelago italiano, una piccola gita di tre giorni: alloggio in albergo, discoteca, escursioni, possibilità di barche a nolo per raggiungere spiaggette raggiungibili solo dal mare.
Era ancora Giugno, quindi un pre-ferie che potevano sfruttare quei dipendenti che, come me, non avevano ancora esaurite le ferie dell’anno precedente e, per una vecchia legge, dovevano farlo entro il 30 del mese.
Non so chi lanciò l’idea, ma ad un certo punto non si faceva che parlare di una bella gita dell’ufficio "senza consorti, fidanzati/e e simili tra i piedi, per festeggiare", visto che avevamo appena riscosso un grosso incentivo che ci veniva promesso da almeno tre anni.
Naturalmente tutti i maschi, me compreso, erano della partita, mentre le donne erano poco più della metà, ma data la grossa componente femminile degli uffici amministrativi, erano quasi il doppio di noi: undici contro sette.
Due giorni prima che partissimo, per sbrigare il lavoro urgente, chiesi ad una collega meno impegnata di completarmi lei una pratica mentre io ero impegnato in un grosso lavoro di elaborazione al computer (era una delle tre "porcelline", per altro sposina da pochi mesi).
<Va bene Giovanni, ma in cambio voglio il primo ballo della gita>
Disse ridendo.
<Lara, se mi fai questo favore, ballo con te fino a che ti viene a noia>
Le risposi.
<Ti prendo in parola, e ricorda che ogni promessa è debito> aggiunse immediatamente con un gran sorriso.
Pensai fosse soprattutto una battuta, ma non me ne preoccupai, sarebbe comunque stato piacevole, perché era molto carina.
Partimmo fra lazzi e scherzi, e viaggiai quasi tutto il tempo in compagnia della mia sorellona, che con le sue battute creava un clima proprio da vacanze spensierate.
Tralascio tutto ed arrivo all’albergo: rapida corsa a sistemare i bagagli (avevo pagato il supplemento per avere una camera singola, uno dei miei soliti sogni, ma non si sa mai), corsa al ristorante dell’Albergo a cenare tra scherzi e battute e tutti di corsa a vestirsi per il ballo in discoteca.
Imbocco il corridoio.
Sul fondo si vede l’ingresso della discoteca.
Davanti un gruppetto di colleghe, tutte ben truccate e vestite "da discoteca", c’è anche la sorellona, vestita in modo spiritoso.
Di spalle c’è una biondina da sballo.
Una minigonna vertiginosa nera che fasciava un culetto a mandolino perfetto.
Si gira e…. Lara! Bella come non mai e sensuale come non mai, non l’avevo mai vista in minigonna e camicetta trasparente.
La leggera camicetta bianca lasciava scoperto l’inizio delle dolci curve del seno dalla pelle liscia come seta, arricchito da un reggiseno tutto pizzi che traspariva volutamente; la camicetta entrava, la dove la vita si assottigliava, nella corta minigonna nera, che le disegnava le più ampie curve dei fianchi, e terminava molto presto sulle sue gambe messe in risalto dalle calze velate di scuro.
<Ecco il mio cavaliere>
<Lara, sei stupenda>
Ma avrei voluto dire alte cose, accidenti alla timidezza, speravo solo di non avere un volto da baccalà per la sorpresa.
<Lo sapevo che mi tradivi, mascalzone> disse ridendo mia "sorella"
<del resto, con una tutta messa così, se avessi qualche tendenza ti tradirei anch’io. Ma il marito lo sa che vai in giro mostrando quasi la passera!?>
<Carmen> Dissi a mia sorella.
<sei l’unica che riesca a trasformare una volgarità in una battuta esilarante>
Quindi i balli, il suo splendore, i suoi sorrisi le sue parole piene spesso di inviti velati.
E poi, improvviso, quel lento.
La mia mano che dolce e imbarazzata si pone sulla sua schiena; le sensazioni che mi da la vicinanza del suo corpo.
Prima mi sfiora e d’improvviso, dicendomi che non ha intenzione di mangiarmi, si fa più vicino ancora, aderendo con semplicità, al mio.
Annego nel lago verde dei suoi occhi, poi lo sguardo corre alla pelle liscia di quel collo, all’incavo formato con le spalle e al desiderio di porre li le mie labbra succhiando quella giovane pelle.
Avvicino la testa e ricevo la lieve carezza dei suoi stupendi capelli che mi sommergono col loro profumo.
Tutte quelle sensazioni dettero luogo ad una prepotente erezione, dolorosa nell’intrigo delle mutande.
Mi sembrò che lei accentuasse addirittura la pressione del suo ventre contro il mio.
Ero ubriaco senza aver bevuto, come se il suo profumo fosse stato alcool puro vaporizzato che direttamente, tramite le nari, mi giungeva al cervello.
Ormai non esisteva più la timidezza.
Gli ormoni mi dominavano e piano scesi con la mano, scorrendo quella schiena stupenda, fino alla natica.
<Giovanni, non credi che ci sia troppa gente per fare di queste avance?> mi sussurrò all’orecchio sorridendo.
<Scusami, sei stupenda ed io un cretino>
<Che ne dici di fare due passi qui fuori? Mi sembra che tu abbia bisogno di un po’ di aria fresca>
Aveva un aria seria, ma non arrabbiata.
<Grazie, con una donna stupenda come te occorre avere un autocontrollo perfetto, ed è bene che lo recuperi immediatamente>
<Sei gentile, davvero mi trovi così bella?>
<Sei un sogno, un sogno di mezza estate. Probabilmente tra un poco scomparirai>
Le mie parole fecero effetto e mi regalò un sorriso smagliante
Si incamminò con me verso l’uscita sul giardino.
<Ci sono già stata qui. Ti faccio vedere una cosa>
Mi condusse ad un piccolo cancello senza chiusura dal quale si dipartiva un viottolo in salita tra le balze degli ulivi.
Non potrò mai scordare quella notte d’inizio estate.
Una brezza leggera mi carezzava la pelle beandomi il corpo con il suo tepore.
I grilli trinivano nell’erba alta dove, tra i magici giochi d’ombre della luna quasi piena, silenziose e saltellanti si accendevano le luci delle lucciole.
Il profumo dei piccoli fiori selvatici, nascosti tra l’erba, era coperto da un altro profumo, che invadeva le mie nari stimolandomi, fin nel basso ventre, gli ormoni di giovane maschio.
Era l’odore leggero e talcato di profumo femminile che veniva dalla sua giovane pelle.
Ogni volta che il mio volto si avvicinava ai suoi capelli, che sapevo coloriti e mossi come una collina ricolma di messi mature, l’odore si mescolava al profumo di pulito che sa dare un buon shampoo.
Ci sedemmo ai piedi di un ulivo.
I miei occhi scorrevano, lenti come una carezza, su di lei.
Vagavo sognante sul volto, fissandone gli occhi finemente truccati sotto sopracciglia ben curate e leggere.
Poi il mio sguardo scorreva lungo il nasino delicato per giungere alla bocca dove le labbra, piene e morbide, già di per se stupende, erano poste in risalto dal suo rossetto, esaltando la loro sensualità con un tono umido.
Continuavo a scorrere lungo il suo corpo, passando attraverso la curva del suo seno ben delineato, privo dell’aggressività di un’eccessiva abbondanza, e arrivavo a posare gli occhi sulle sue gambe.
Qui rimanevo ipnotizzato dalle sue cosce, piene come piacciono a me, terminanti in un ginocchio dolce e non spigoloso.
I giochi della luna rendevano brillanti le sue calze leggere, che compattavano e rendevano sensuali le sue gambe, costringendomi a guardare là dove iniziava la sua corta gonna.
Lì l’ombra invitava la mente ad immaginare tesori riposti.
Chiaramente si vedeva, nel risalire della gonna mentre stava seduta, la trama pizzata della calza (autoreggenti?
Calze con giarrettiere? Ed era calda la sua pelle la dove le calze finivano?)
I pensieri si facevano meno romantici e più peccaminosi e una fitta mi coglieva il basso ventre, dove il pene iniziava ad inturgidirsi.
Gli ormoni protestarono.
Aveva detto "c’è troppa gente" e non "non lo fare": potevo toccarla?
Forse è questo che vuole.
Non c’era alcun bisogno delle calze, ad esempio, in una sera come quella.
Ne era obbligata a venire con me e a portarmi in un luogo appartato e scuro.
E se invece voleva solo piacermi?
Se era la semplice civetteria di una giovane ragazza?
I dubbi di timido mi tormentavano portandomi più a fantasticare che ad agire.
Ma quella sera i miei sensi erano troppo eccitati.
Meglio uno schiaffo, l’imbarazzo per qualche giorno in ufficio, che perdere questa occasione!
La mia mano si pose sul suo ginocchio, cercando di imitare un gesto puramente confidenziale.
Lei non fece alcun segno di imbarazzo, accentuando, casomai, il sorriso e continuando a discorrere delle banali cose di cui stavamo parlando.
La stoffa della calza, il calore e la consistenza della sua gamba sotto di essa mi andarono alla testa.
Gli occhi si trovarono vicini ai sui.
Fu un intenso e reciproco fissarsi nel profondo, mentre la mano risaliva a carezzare con vigore la sua coscia.
I suoi occhi continuavano a sorridere.
Le labbra si unirono e un impercettibile tremore mi percorse il corpo quando la lingua penetrò in lei vorticando con la sua.
L’universo spalancò le sue porte.
La mano risali là dove le calze terminavano e, gioendo della dolce arrendevolezza di lei, si insinuò sin dove la pelle urlava il suo calore.
Turbina in me il ricordo di ogni singola emozione di quella notte.
Il brivido della sua mano che penetra sotto la mia camicia, giungendo a carezzarmi la schiena; arpionandola, in seguito, con le unghie.
Il dolce cadere di fianco sull’erba.
Le mani di entrambi impazzite che correvano da un punto all’altro dei corpi.
La sua mano si intrufola ora a cercare l’analogo di ciò che ormai ero giunto a carezzare
La sua agognata carezza sul pene, il frullar delle sue dita, così chiaramente riportato dalla sensibilità del glande, per porre l’asta nella giusta posizione e la stretta decisa attorno che mi diede un brivido profondo.
La mano esce e cerca la cinta.
Le vesti impacciate cercano di fuggire in ogni dove.
Ricordo il difficile districarsi delle mie dita tra il pelo ricciuto del suo tesoro riposto per giungere con la mia mano, stretta nel caldo interno delle sue piene cosce, a scostare le labbra della sua vagina.
Rammento l’affondare in un mare umido e caldo.
Come era bagnata!
Il mio indice scorse tra le pareti calde e risalì, umido, all’imbocco della vagina per frugare e trovare il rigido clitoride.
Il suo corpo impazzi, si tese; la sua mano impazzava lungo l’asta del mio pene: ora scorrendovi, ora serrandolo con forza.
Le fui sopra e … l’affondare in lei, in quell’universo caldo e umido
I corpi e le anime ch’esplodono, fremono, si abbrancano con foga.
Le mani vogliono essere ovunque e ….
Riuscii a resistere, fin quando non sentii lei che mi stringeva forte divenendo irrigidita e sussultante.
Un lampo mi attraversò la mente: mi chiesi che dovessi fare, ma le sue gambe stupende e le sue braccia mi serravano così forte che non vi erano alternative ad esplodere il mio seme in lei.
Restammo lì, abbracciati l’uno all’altra, ancora fusi assieme, baciandoci e mordendoci le labbra.
E infine ci sciogliemmo ed io ruotai al suo fianco, entrambi supini, guardando a tratti il suo volto o il cielo stellato, dove riuscivo a distinguere il grande carro.
<Lara.>
<Si.>
<Ti amo.>
<Esagerato, comunque è stato proprio bello. Sei bravo come immaginavo.>
Iniziai a far scorrere la mano su di lei. Come era liscia e morbida la sua pelle!
E di nuovo mi prese la voglia.
Anzi, le vecchie voglie dei sogni di ogni notte.
La mia mano scorse sul ventre e si insinuo a giocare con la sua passerina grondante.
Lei ruotò sul fianco, lasciando una gamba distesa e poggiando l’altra a terra col piede, in modo da lasciare le cosce disgiunte affinché la mia mano potesse ancora frugare in lei.
<Porcellino, sei di nuovo in tiro!>
Ed iniziò a carezzarmi il pene.
Io le sorrisi. Nel mentre le risposi
<anche te, vedo>.
Facevo scorrere la mano, lubrificata dei suoi e miei umori, in un ampia lenta carezza, dall’inizio delle grandi labbra fino in fondo al solco dei glutei, soffermandomi a tratti: ora a carezzare con le dita il clitoride, ora l’ingresso della vagina e infine la rosetta anale, e riprendevo dal principio.
Ormai era ben lubrificata ovunque.
Le infilai indice, medio ed anulare nella passerina e, mentre lei buttava la testa indietro, socchiudendo le labbra e chiudendo gli occhi per il piacere, le mossi.
Ma non era per darle il piacere, bensì per catturare quanto più umore potevo.
Quindi le estrassi ed entrai nuovamente in lei con il pollice.
Le carezzai la rosetta anale con l’anulare, forzando appena un poco, per iniziare ad inumidire l’interno.
Quindi passai al medio e ripetei, forzando di più ed inumidendo l’intero anello anale.
Lei aprì gli occhi fissandomi con sguardo interrogativo ed io mi precipitai a baciarla prima che potesse dire qualcosa.
Estrassi anche il medio e sprofondai fino in fondo con l’indice ben inumidito.
La sua lingua si fermò.
Iniziai a giocare con pollice ed indice, che riuscivo a sentire tra loro attraverso la sottile parete.
Facevo scorrere ora l’uno ora l’altro, ed ora tutti assieme.
La sua lingua iniziò a vorticare per fermarsi nuovamente ed abbandonare la mia quando fermai il pollice ed iniziai a ruotare l’indice nello stretto pertugio, esplorandone le calde e molli pareti, interne a quell’anello che mi serrava la base del dito.
Iniziò ad ansimare.
Estrassi la mano e, scavalcandola velocemente, mi portai dietro di lei, sempre sul fianco.
<No! Urlo quasi, è grosso, mi farai male!>
Ma se veramente non voleva il suo errore fu di non muoversi.
Respirò comunque di sollievo quando cercai e penetrai la sua topina.
Iniziai a scorrere con movimenti lenti, accelerati di colpo nello sprofondare in lei, per gustare il colpo contro quei glutei sodi ed morbidi nel contempo.
Sentivo il pene inturgidirsi ancora di più, allungarsi fino a dolermi.
<non l’hai mai fatto?>
Dopo un esitazione mi disse, con voce rotta dal piacere,
<Si, ma non ho mai visto un pene grosso come il tuo> (devo precisare che il mio pene non è più lungo di diciotto/venti centimetri.
Lo reputo sopra la media, ma non mostruoso. sicuramente però ha una notevole circonferenza.
Ma fate comunque una simile affermazione ad un uomo ed allora si che le sue voglie moltiplicheranno.
Volevo possedere completamente quella donna stupenda.
Le passai un braccio sotto l’ascella e arrivai a schiacciarle un seno con l’avambraccio e serrare l’altro con la mano.
Estrassi il pene e, aiutandomi con l’altra mano, lo puntai alla rosetta.
<Mamma mia! Ti supplico!> implorò con tono lamentoso, ma di nuovo non si ritrasse.
Alzò le mani a serrarmi con forza l’avambraccio per resistere ad previsto dolore e trattenne il respiro.
Iniziai a premere con forza.
<Non ti contrarre, se vuoi diminuire il dolore devi lasciarti andare. Anzi, spingi come se dovessi evacuare>
Sentire che obbediva e sentire la cappella che affondava di colpo fu tutt’uno.
Fece un <Ah!> prolungato ed inizio di nuovo a contrarsi, ma ormai attorno al mio pene.
Le sue unghie si piantarono nel mio avambraccio e il suo respiro si fece affannoso, mi sembrò che singhiozzasse.
Sollevai il capo quanto potei e vidi che teneva gli occhi chiusi e si mordeva il labbro inferiore.
Iniziai a muovermi con dolcezza: un poco arretrando e ancor più avanzando, fino a che il pene non fu completamente dentro e il mio bacino non colpiva nuovamente i suoi glutei.
Ormai la resistenza era vinta ed il pene si muoveva serrato ma scorrevole in quell’antro caldo.
Sollevai la testa come prima e mi beai del vedere gli effetti dei miei movimenti dipinti sul suo volto.
Gli occhi ancora chiusi, teneva le labbra dischiuse e ne usciva un flebile lamento, che non sapeva di dolore, ma di perverso piacere nel sentirsi così violati gli intestini.
Le sue mani si rilassarono ed iniziò a lasciarsi andare; a subire con condiscendenza i miei affondi.
Le iniziai a carezzare il fianco e giunsi alla vagina.
Non arrivavo a penetrarla, ma al clitoride si.
Iniziai a stuzzicarlo col polpastrello e lei si mise a gemere
Il viso era ora solo contorto dal piacere ed iniziò a muovere il bacino venendo incontro ai miei colpi.
Mi piaceva stare così.
Cambiando ogni tanto il ritmo e beandomi di ciò che il pene trasmetteva al cervello.
o sforzo di stare a testa alta mi favoriva nel non giungere all’apice.
I gemiti aumentarono, prese ad agitarsi spingendo, ora con vigore, le natiche incontro alla mia spada di carne, che entrava fino a sbattere i testicoli contro i suoi glutei.
Pose una sua mano sulla mia premendola, per sentir meglio le mie dita contro il clitoride.
Quindi il respiro divenne corto, il corpo si inarcò costringendomi ad inseguirlo.
Urlò, con espressione quasi di stupore
<Mio Dio, Godo!>.
Divenne rigida come un palo, squassata dal tremore del godimento.
Detti due rapidi, profondi colpi e, piantata la lancia nel fondo delle sue viscere, lasciai che il pene vibrasse eruttando il suo seme.
Ristemmo lì col mio pene, che andava via via perdendo volume, ancora affondato nel suo antro, con lei che si rilassava tra le mie braccia, scossa da tremori sempre più radi.
Il mio pene uscì, lei ruotò verso di me e mi abbracciò.
Anch’io l’abbracciai e le nostre gambe si intrecciarono.
Sentivo l’umido caldo della sua passerina sulla mia coscia.
Si avvinghiò in un bacio mozzafiato e quindi mi sorrise
<Stronzo! Mi hai fatto capire cosa vuol dire essere rotti in culo! Non avevo mai goduto così tanto! Se diventerò una culaiola sarà colpa tua.>
Ci rivestimmo (tra parentesi era ben organizzata, ed aveva dei fazzoletti per ricomporsi) e andammo verso la festa.
Prima che varcassimo il cancello, mi dette un rapido bacio e mi disse, tra il seri e il giocoso
<Devo scappare in camera, col clistere che mi hai fatto ho urgenza di un bagno. Per di più mi hai aperto il sedere e non riesco a trattenere la tua cremina bianca, ho le mutande mezze.>
E chi c’era sulla porta? Ma la sorellona no!?
<Guarda chi si rivede! Avete frescheggiato o vi siete accaldati?>
Lara si voltò verso Carmen e gli fece la linguaccia come una ragazzina.
Voltò il volto verso di me e, sorridendomi, mi strizzò l’occhio come a dire
"tutto bene, di Carmen mi fido".
Poi di passo svelto scappò via.
Carmen mi tiro per una manica, mi fece avvicinare l’orecchio e mi bisbigliò <Poverina, l’hai fatta scappar via. A gambe larghe si balla male…>
Stavo già per dirgli che era la solita maligna, ma lei mi gelò il sangue nelle vene
<..e dopo un inculata come quella le deve tenere larghe per un bel po’>
Beh! Immaginatevi la mia faccia da pesce lesso a bocca spalancata…. FINE

About Hard stories

Scrivo racconti erotici per hobby, perché mi piace. Perché quando scrivo mi sento in un'altra domensione. Arriva all'improvviso una carica incredibile da scaricare sulla tastiera. E' così che nasce un racconto erotico.

Leggi anche

copertina racconto erotico

E come Emma

Emma la peste. Solo a pronunciarne il nome, i paesani reagivano infastiditi. Meno se la …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.