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Vendo un cavallo a dondolo in legno di una antica giostra di paese

Lessero il messaggio in un attimo, poi i loro sguardi si incontrarono e le labbra si schiusero in un sorriso molto malizioso, avvicinarono le teste e si diedero un bacio, profondo, lungo e pieno di una infinità di sottintesi.
Carla che era seduta sulla gambe di Paolo si accorse che il membro stava ingrossandosi sotto i sottili calzoncini del pigiama estivo e solleticava le sue gambe rese nude dalla posizione che aveva fatto risalire l’orlo del babydoll fino in vita in maniera indecente.
Cercò di sistemarsi meglio con un paio di colpetti di reni che ebbero come risultato quello di far insinuare l’ospite in mezzo alle gambe e farsi solleticare le grandi labbra dalla stoffa tesa; il bacio divenne ancora più profondo e lei, conoscendo i desideri dell’amante, serrò le gambe attorno all’intruso ed iniziò a strusciarsi lentamente.
Paolo sentì mancare l’aria, staccò le labbra e fissò con uno sguardo allucinato la compagna che, sinceramente, non era insolita a tali simpatiche imprese; il lampo nei suoi occhi durò un attimo ma gli diede la forza di reagire, sfilò le spalline della camicia da notte della ragazza e lasciò che si adagiasse mollemente sul seno, sostenuta solo dai capezzoli eretti in tutto il loro splendore.
Le affondò la lingua sul collo risalendo lentamente fin dietro l’orecchio, il brivido che ricavò fece cadere definitivamente il baby-doll fino alla vita liberando il seno dall’areola rosa pallido con i capezzoli orgogliosamente rivolti verso il cielo: la vista di quel seno gli provocava sempre una carica di eccitazione tale da contrarre i muscoli alla base del membro almeno un paio di volte e lei dovette accorgersene visto il mugolio di compiacimento che le uscì dalle labbra.
Le mani a coppa cinsero i seni da sotto avvicinandoli alla bocca e Paolo lambì dapprima l’areola destra, facendo scivolare lentamente in capezzolo in bocca per stringerlo con dolcezza fra i denti, mentre con l’altra mano ammaccava il sinistro tra l’indice ed il pollice, quindi invertì le posizioni ma, prima di lasciarlo scappare via della bocca verso la morsa delle dita, gli soffiò un lungo alito di aria fresca, facendo increspare la pelle del seno e lasciando correre un lungo brivido di freddo sulla schiena della sua amata che lo ricambiò con una leggera stretta delle cosce attorno alla cappella tumida ancora inguainata dal pigiama.
Pensò di aver terminato e di potersi dedicare ad altro quando senti l’umido della vagina di lei bagnare la stoffa attorno al suo membro, quindi sollevò Carla di peso e la fece sedere sul tavolo della scrivania, scostando la tastiera, le dischiuse le gambe, e si avvicinò togliendosi intanto la maglietta che aveva ancora addosso; le baciò l’incavo tra i seni, scese verso il monte di venere tenendo la punta della lingua a contatto con la pelle ed aumentando il desiderio di lei di una leccatina dove più l’avrebbe fatta godere, giocherellò con l’ombelico con brevi colpetti di lingua e lasciando che la saliva, abbondante nella sua bocca, scendesse come un piccolo rigagnolo verso l’inizio del pube, inumidendole la coroncina color champagne.
Decise che forse poteva concedere qualcosa a Carla, che stava uggiolando e si muoveva in cerca di un contatto per la propria figa in fiamme che potesse darle il sollievo di un orgasmo liberatore, la spinse indietro del tutto,
facendo aderire la schiena al piano di legno del tavolo ed appoggiò le gambe flessuose sulle proprie spalle; allargò in questo modo le grandi labbra e gli si offrì la visione delle piccole labbra umide e del clitoride che faceva bella mostra di se bisognoso di affetto, con le dita isolò il piccolo cappuccetto di carne ed iniziò a soffiarci sopra un alito fresco d’aria più per aumentare la portata di sangue e la sensazione di calore che sprigionava che per decongestionarlo: Carla contraeva i muscoli delle cosce nella vana speranza di avvicinarlo per godere di un contatto ma lui resisteva insistendo in quella condotta luciferina finché lei non lasciò la presa, sopraffatta dalla troppa eccitazione, decisa a lasciarsi guidare ovunque egli volesse portarla.
In un attimo Paolo lasciò che entrasse all’interno della bocca tutto il clitoride e, tenendolo premuto tra la lingua ed il labbro superiore, iniziò a suggerlo come fosse l’apice di una cannuccia. Come se mille spilli di piacere le si conficcassero della carne laddove era più sensibile si sentì portare via da un uragano e dovette chiudere gli occhi per evitare che le schizzassero fuori mentre le orecchie le regalavano un fischio continuo e l’eco di un urlo lontano che stava erompendo dai suoi polmoni senza controllo.
Paolo, terminato l’orgasmo, appoggiò la testa sul pube di lei godendosi il dondolio del respiro affannoso carezzandole al contempo le gambe: per qualche minuto si limitò a restare tra le ginocchia e le caviglie quindi, mentre il moto del ventre andava regolarizzandosi, iniziò lentamente ad avvicinarsi alle cosce per ritrovarsi dopo poco a giocherellare con i riccioloni biondi del pube di Carla che ad ogni scantonamento quasi involontario verso il clitoride rispondeva con una lieve ma percettibile contrazione degli addominali.
Come un bambino monello, incurante delle richieste di lei di poterlo soddisfare, prese a leccare l’interno coscia da destra e sinistra verso la vagina, senza toccare le labbra, ma avvicinandosi molto, tanto da sentire forte l’odore di piacere che sprigionavano, lentamente facendosi più intraprendente prese a leccare le grandi labbra e si soffermò poi su quelle piccoline, prendendole in bocca, tirandole dolcemente e dardeggiando casualmente l’apertura da cui iniziava ad uscire nuovamente un nettare fruttato.
Sfregò quindi la lingua laddove sapeva avrebbe avuto una reazione immediata e visibile, e prese a titillare il clitoride, quasi con noncuranza, in maniera poco interessata, come se leccasse a caso un cono gelato, ma ad ogni toccatina riceveva un mugolio sempre più convinto finché non fu lei a chiedere apertamente di essere leccata: questo richiesta spudorata era ciò che desiderava e ciò che gli dava più soddisfazione. Aveva conosciuto Carla ad una fiera del paesino di Sant’Ilario, dove era nato e dove lei giunse al seguito del padre, il giostraio del “Merry-go-round” e le apparse subito bella come la Madonna, solo che a differenza di quest’ultima Carla, quella sera almeno, non indossava le mutandine sotto al vestitino primaverile, leggero ed azzurro.
Si erano messi insieme qualche mese dopo e facendo l’amore si era accorto di quanto lei fosse desiderosa di dare e provare piacere ma al contempo timida e si vergognasse a chiedere ciò che le avrebbe dato più piacere: ne aveva quindi fatto un punto d’onore, quello di farla diventare una ragazza aperta, che al momento chiedesse al proprio compagno il modo più dolce di farla godere.
Prese quindi il clitoride tra le labbra toccandolo a ripetizione con la punta della lingua e ricevendone un lungo respiro di approvazione, intanto con l’indice ed il medio della mano destra stavano accarezzando la figa, un dito per ogni labbra, insistendo ogni volta sempre più verso l’interno lasciando che si bagnassero e che scivolassero come facessero sci d’acqua; quando ritenne di avere le dita abbastanza umide, infilò l’indice dentro per aprire un varco e subito dopo solo il medio per andare a stuzzicare il collo dell’utero che sapeva essere molto sensibile, ed il grugnito di approvazione glielo confermò ancora una volta.
Qualche passaggio all’imboccatura e Carla era pronta a ricevere le due dita di Paolo dentro, certo – pensò lui – tra tutte le posizioni questa era una delle più fastidiose perché doveva fare più cose nell’arco di pochi centimetri e con le dita dava fastidio alla suzione del clito, ma concedeva sempre i frutti sperati e gli orgasmi più dolci e profondi che si potessero regalare senza penetrazione; le dita scivolarono dentro parallele e carezzarono le pareti umide della vagina fino a sfiorare l’utero, quindi si divisero attorno al collo per regalargli una carezza circolare per tutto il suo perimetro, si riunirono in fondo al giro e ne fecero alcuni stando appaiati, nel frattempo le labbra continuavano a stringere il cappuccetto di carne e la lingua a tributargli una copiosa dose di leccate brevi ma incessanti.
L’effetto stava facendosi vedere chiaramente e Carla era dibattuta tra l’istinto di dimenarsi e la consapevolezza che potesse ricevere il massimo della situazione solo restando ferma, quindi serrò le mani attorno ai bordi della scrivania sulla quale stava sdraiata da ormai molti minuti e contrasse leggermente i muscoli delle cosce nella speranza di allentare, almeno un po’, la concentrazione dalla vulva; Paolo si avvide di questi tentativi e sferrò il colpo di grazia iniziando a muovere le dita, letteralmente affogate dagli umori di lei, in modo asincrono l’una verso l’alto e l’altra verso il basso sempre più velocemente, fermandosi ogni tanto per accarezzare la parete della vagina che dava verso il pube, per poi ricominciare dando anche un leggero movimento dall’esterno verso l’interno e viceversa.
Qualche minuto e l’orgasmo di Carla gli stava bagnando il mento ed il polso, copioso ed accompagnato da respiri sommessi e profondi. FINE

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