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In arte, Culo a Mandolino

Decisi di diventare una donna a diciotto anni, tre mesi, venti giorni. Fu in un giorno di primavera, mentre ripassavo latino con il mio compagnetto del cuore, in vista degli esami di maturità, che pensai che in fondo mi sarebbe piaciuto sul serio, farmi palpeggiare da lui le mie strane mammelline da latte. Strane, certo, per un ragazzino di diciotto anni, tre mesi, venti giorni. Avevo sempre avuto quelle strane pulsioni, quei fremiti che ogni tanto mi portavano a fantasticare rapporti sessuali con altri maschietti. Ed era davvero una strana passione, quella che nutrivo per il mio compagnetto del cuore. Strana era pure la sua passione per me. Tant’è vero che, non appena capì le mie intenzioni, mi assecondò, eccome.
Finì in una maniera un po’ goffa: lui mi pomiciò senza ritegno, slinguettandomi le tette per una buona ventina di minuti e chiudendo con una seghetta niente male; io glielo presi in bocca e glielo succhiai in un modo che lui mi prese per una bocchinara di professione. Fra l’altro, non sapendo che fare – per inesperienza, ma lui la prese per chissà quale malizia – nel momento in cui venne, ingoiai tutto il suo seme, fino all’ultima goccia. Con la conseguenza che da quel momento in poi cominciò a sfuggirmi e che io – forse anche per il suo rifiuto – me ne innamorai perdutamente.
E decisi che sarei diventata donna. Non solo per lui. Per me stessa e per quello che sentivo di voler essere.

L’estate la trascorsi in un villaggio vacanze, ospite di una famiglia di amici dei miei. Avevano un ragazzino mio coetaneo, col quale divisi la tenda. E non solo quella. Quando capì cosa provavo, nel vederlo nudo, decise di farmi osservare da vicino l’oggetto della mia curiosità. Anche a lui lo presi in bocca e devo dire che l’aveva più lungo del mio compagnetto del cuore.
Eravamo vicini a un lago, dove si poteva pure fare il bagno. Quando mi mettevo in costume sembravo in topless: fu così che si interessò di me, forse per studiare questo strano fenomeno della natura, un ragazzo spagnolo che aveva, ad occhio e croce, il doppio dei miei anni e che era al villaggio con la fidanzata, una bella mora, alta e formosa. Come facesse, questo, a pensare a me, non lo capii e non lo capirò mai. So solo che una notte senza luna, mentre io – reduce da un magistrale pompino al mio amico – facevo la doccia, lui si offrì di dividere con me i gettoni dell’acqua calda. Per riscaldarmi ancora di più usò un arnese che teneva tra le gambe: fu la prima volta che lo presi lì dietro e devo dire che mi piacque, nonostante il terribile dolore.
Da quel momento mi rafforzai sempre di più nella mia idea di diventare donna.

Mi ritrovai a diciotto anni, nove mesi e dieci giorni, cioè circa sei mesi dopo quelle prime esperienze “particolari”, a frequentare l’Università di una città molto lontana dalla mia. Una città che avevo scelto perché era talmente lontana dalla mia, che era difficilissimo trovare qualcuno che mi conoscesse e che potesse riconoscermi. Non chiedetemi come, ma avevo cominciato a travestirmi. A depilarmi. Avevo pure trovato un sistema per togliermi definitivamente il pensiero della barba, di quei pochi ciuffetti che mi erano spuntati sul mio viso glabro. Era bastato andare da una estetista brava, vincere remore e rossori, e soprattutto scucire un bel po’ di quattrini, per far sparire dal mio corpo tanti peli superflui da braccia, gambe e viso. Mi avevano pure insegnato a truccarmi: le ragazze che lavorano dalle estetiste sono comprensive; forse perché le pagano due soldi, sono portate a solidarizzare con le povere tipe che, pur essendo brutte come la fame, vogliono diventare Sharon Stone. Con me furono particolarmente carine e gratuitamente mi fecero corsi di portamento, mi insegnarono ad alterare la voce (che mai era stata molto virile) a camminare come una di loro, ad allacciare e slacciare il reggiseno, a truccarmi, a distinguere il mascara dal fondotinta, a vestirmi con gusto. Intanto una curetta di ormoni, fatta sotto il controllo del medico, mi faceva gonfiare sempre di più le tette, che già erano grosse in partenza, e allargare i fianchi.
Fu così che un giorno lessi su un giornale che un paio di studentesse fuori sede cercavano collega per dividere i costi di un appartamento del centro storico, troppo grande e caro per loro. Con il giornale in mano, mi presentai e suonai il campanello.

Filò tutto liscio. Non avrei mai creduto che non si accorgessero di nulla, eppure andò proprio così. Mi diedero una stanza da sola, mentre loro dormivano assieme. Per me erano un po’ lesbiche, ma una delle due aveva il fidanzato e aspettava che l’altra tornasse al paesello per scopare un pochino. Io nella mia città non andavo praticamente mai e quando lo facevo dovevo sottopormi a una trasformazione fastidiosa e anche dolorosa, dato che dovevo fasciarmi le poppe, cosa tutt’altro che semplice, visto che dovevo farla rigorosamente da sola. Di confidarmi con le mie coinquiline non se ne parlava proprio: temevo di essere cacciata. E non avevo tutti i torti.
In quei primi mesi da donna avevo tutto, di una femmina vera: l’aspetto, la fama, il nome, il portamento, i vestiti, persino la voce. Mi mancava solo una cosa: il sesso. Non la vagina, intendiamoci; quella non l’avevo e non la volevo nemmeno. Mi mancava il sesso nel senso più porco del termine, insomma non scopavo con nessuno. Appena vedevo un maschio interessante e cui in apparenza interessavo, fuggivo: temevo di essere scoperta e sputtanata e per questo ero diventata timida e antipatica. Di tal che cominciavo a pormi il problema del motivo della mia trasformazione: lo stavo facendo per restare casta e pura o per assecondare la mia vera natura?

Capitò un giorno, per caso. Avevo appena compiuto diciannove anni e stavo festeggiando con un bel bagno, nella grande vasca che avevamo nel wc comune. Il gabinetto era l’unico ambiente scomodo dell’appartamento: aveva due entrate, una dalla mia stanza, l’altra da quella delle mie amiche. Per evitare intrusioni sgradite, quando lo si usava, si doveva avere l’accortezza di chiudere la porta che dava sulla stanza delle altre ragazze. Quel sabato ero sola soletta e non mi curai di dare il solito giro di chiave. Fra l’altro, ero in bolletta e in attesa dei soldi da casa e per risparmiare avevo rifiutato di uscire con la mia coinquilina fidanzata, Pola (che nome strano) e con il suo ragazzo, Miro (che stava, credo, per Vladimiro). Avevo finto di voler fare la discreta, lasciandoli soli e decidendo di dedicare quel pomeriggio a un sano bagno e a una sana seghetta che mi sarebbe servita per tenere a bada gli eccessi di testosterone. Per la serie, chi fa da sé fa per tre o meglio, chi si contenta gode almeno un pochetto.
Fu mentre ancora stavo riempiendo la vasca, che la porta si aprì. Io ero nuda, in piedi, di spalle ed entrò, passo deciso e spedito, il bravo Miro, in mutande e null’altro. Puntò verso il water, alzò la tavolozza e, come se non mi avesse visto, iniziò a fare pipì, mostrando senza ritegno le sue non disprezzabili nudità.
“Scusa, sai, ma non ne potevo più – disse a metà pisciata, lasciando capire che mi aveva vista, eccome – e poi esistono le chiavi, no? Le hanno inventate apposta. Visto che non era chiuso, per me era libero. Faccio in un attimo”.
Io ero rimasta senza parole. Non capivo se era più stronzo o più cafone. Le mie mani erano corse a coprire quel che lui non si sarebbe mai aspettato di vedere, lasciando scoperto il mio seno florido: ero una terza abbondante, ma lui non ne sembrava attratto minimamente.
“Non ti sto nemmeno guardando – continuò, guardando ostentatamente davanti a sé – per ora ce l’ho con tutte le donne del mondo”. Solita storia: Pola, che forse si era satollata con Fiora (anche lei aveva un nome stranissimo: ero capitata davvero in un posto incredibile), l’aveva mandato in bianco e si era addormentata. E lui se l’era presa.
Non so come mi venne in testa. Non lo so ancora adesso. Forse fu quella frase (“Ce l’ho con tutte le donne del mondo”), forse fu la mia fame non saziata da troppo tempo, forse fu la voglia – già che c’ero – di vedere che effetto facesse, béh, insomma, tolsi le mani dal pube. Miro, che a capo chino stava tornando in camera di Pola, mi passò davanti e rimase come fulminato. Si fermò di botto, si girò piano piano, gli occhi calamitati da quel cosino che faceva capolino tra le mie gambe, e se ne uscì con un’esclamazione che non poteva essere più appropriata:
“Cazzo! “.
In quel momento ebbi paura. Temetti la sua reazione, le sue urla, che mi picchiasse. Vero che aveva appena giurato guerra a tutte le donne e io donna – con tutta evidenza – non ero, perlomeno non tutta. Però…
“Ma chi cazzo sei, tu, pervertito figlio di… Oh, ecco perché Pola non me la dà… E io che la credevo lesbica… In realtà te la sbatti tu, bastardo! “.
Mi si avvicinò minaccioso, mi prese per il collo con una mano, ma nei suoi occhi c’era un che di compiaciuto, di divertito. Era la sottile linea della perversione, quella che affiora in ogni uomo che si imbatta in una donna col pisello e che pensi di averla in suo potere.
“No, ti giuro, non l’ho mai toccata né ho mai pensato di farlo… Lei non sa che io sono… così. A me – deglutii, per mandare giù la mia confessione – piacciono soltanto i maschi… “.
Non strinse più. La confessione aveva fatto effetto.
“Sicuro che ti piacciono solo i maschi? “. Annuii con il capo, mentre la presa attorno al collo si faceva sempre meno serrata. Sorrise in modo malizioso. “E allora – riprese – perché non mi fai vedere cosa sai fare? “.
La presa al collo si era trasformata in una presa alla tetta, un giocherellare divertito con quella insospettabile terza misura che avevo al posto del torace, un movimento di polpastrelli, pollice e indice, sui capezzoloni, subito pronti a rispondere alla sollecitazione e a mettersi dritti dritti, sull’attenti, quasi. Il palpeggiamento durò qualche minuto, in un silenzio irreale, con una mia accondiscendenza che valeva più di cento “Sì, scopami”. Poi la mano si spostò sulla spalla, sulla quale Miro esercitò una pressione apparentemente lieve, ma decisa, verso il basso. Capii dove voleva portarmi, ma se non fosse entrato pure lui nella vasca, non se ne sarebbe potuto far niente. Capì al volo, scavalcò la sponda, si tenne al sostegno e si tirò giù i boxer.
Lo aveva grosso, sodo, abbastanza lungo. Ormai avevo una certa esperienza di uccelli altrui e potevo fare qualche raffronto. Io avevo proprio fame, perché mi tuffai con una foga che sicuramente lo lasciai di sasso. Gli sgusciai il glande in un battibaleno, iniziai a ciucciare la zona violacea con energia, glielo presi in mano e glielo menai avanti e indietro, percorrendo con la lingua tutta la lunghezza, da un lato e dall’altro, fino al cespuglio di peli che affollava il suo pube. Era il primo macho villoso che mi capitava e odorava di sesso puzzolente, quello che arraperebbe qualsiasi femmina in calore, come io mi reputavo in quel momento. Gli baciai la peluria che affollava il suo ventre, su su fino all’ombelico, lungo una linea retta che partiva dal pube.
Gli presi in bocca i testicoli, gli mordicchiai leggermente lo scroto, li leccai di sotto, ritornai a prendere tra le labbra il prepuzio, mi ficcai in bocca tutto quello che potevo, fino alla gola…
Lui, fino a quel momento, mi aveva tenuta a bada poggiandomi una mano sui capelli e ad un tratto la sua presa si fece più decisa: “Mica te lo vorrai divorare? “, chiese con aria seriamente preoccupata, staccandomi dal suo sesso con una certa energia.
Sorrisi e mi sentii veramente puttana, con quel mio sguardo sorridente dal basso verso l’alto, carico di malizia. Mi tirò su e cercò subito l’emozione forte, o forse fu solo un involontario scontro di labbra: so solo che nell’incontro fra le nostre bocche, lui tirò fuori la lingua, lambendomi il labbro inferiore e io mi ritrassi. I miei amanti occasionali non avevano avuto molti baci, da me, per una sorta di naturale ritrosia: da brava ragazza, cercavo il grande amore, per slinguettare dentro la bocca di un altro. Lui non la pensava così.
Si inginocchiò, mi tirò giù, mi piazzò una mano tra le cosce, la bocca su un seno e iniziò una pomiciata mica male. Sguazzava sott’acqua, giocherellando con la mia carne, di lunghezza modesta ma perfettamente funzionante e che rispondeva alla grande a tutte le sollecitazioni. Insistette per conquistare la mia lingua con la sua: risalì lungo il collo, violò il lobo e il padiglione auricolare, suscitandomi un tale brivido che per sottrarmi girai il viso e mi ritrovai a tu per tu con la sua bocca: dovetti cedere e le nostre lingue restarono allacciate quel tanto che bastava per convincermi del fatto che il sesso senza baci è come la torta senza la classica ciliegina.
Stavo seduta nella vasca, le cosce aperte, a mò di prostituta in servizio full time, quando sentii qualcosa di duro che bussava al mio sfinterino. Ricordai che la mia prima esperienza di sesso completo l’avevo fatta sotto una doccia e usando come lubrificante il bagnoschiuma. Adesso non ebbi molte difficoltà nel riconoscere la punta di un sapone, che forse le mie care coinquiline avevano modellato a bella posta, per usarlo come fallo e per giocare un po’ fra di loro.
“Che fai? “, gli chiesi, ponendo la solita domanda del tubo, che si fa sempre quando si è capito benissimo cosa sta facendo il tuo partner. Lui mi chiuse la bocca con un altro bacio (nulla da dire, ci andava proprio bene) e spinse più in su, facendomi sussultare. Poi tirò via il sapone e mi ficcò un paio di dita su per l’ano, poi di nuovo il sapone…
Mi ritrovai nella classica posizione della pecorina, le tette penzoloni, della serie la mucca Carolina. Lui, dopo avermi violata pian pianino, aiutandosi con sapone e vasellina, trovata chissà dove, aveva cominciato a stantuffarmi con vigore. La vasca mezza piena, o mezza vuota, ci se ne fregava, si andò svuotando per effetto dei suoi colpi, che provocavano una specie di maremoto e mi sconquassavano le budella, iniettandomi una masochistica e dolcissima sensazione di piacere profondo, quale solo una donna può provare.
Mi teneva per i fianchi, facendomi andare avanti e indietro, a suo (e mio) piacimento, sbattendomi con forza i glutei sui suoi addominali di acciaio. Il suo cazzo scorreva velocemente dentro di me e io non potevo non urlare, per quella spada di venticinque centimetri che affondava come voleva nel burro del mio ventre. Ogni tanto lasciava i fianchi e correva a torturarmi una tetta, mi dava della puttana, vacca, troia, mignotta, porca, e io volevo dette le parolacce, perché ero molto di più di quello che lui mi stava dicendo…
Quando capì che stava per venire, tirò fuori l’uccello: forse per rispetto delle norme igienico sanitarie, in tempi di Aids, forse per fare una cosa ancora più sudicia. Mi girò verso di sé e mi sborrò violentemente in faccia, in bocca, sul seno, costringendomi a riprenderglielo in bocca e a ripulirglielo con la lingua. Fu una cosa talmente zozza che sotto sotto me ne venni anch’io, mentre gliela facevo.
Fu proprio in quell’istante, fu proprio mentre gemevo per il mio legittimo piacere, che si aprì, anzi si spalancò con fragore la porta. Miro, imprudentemente, prima di tuffarsi nelle emozioni del sesso transex, non l’aveva chiusa e Pola, assieme a Fiora, rincasata chissà perché e chissà come (scoprimmo dopo che aveva perso malauguratamente il treno), penetrarono nel luogo che noi due avevamo trasformato in alcova di sesso estremo e diverso. Di quest’ultimo aspetto, però, loro non si erano ancora accorte, perché io stavo sott’acqua e sarei voluto sparire togliendo il tappo e facendomi inghiottire dal tubo di scarico…
Miro non riuscì nemmeno a dire la solita frase che si usa in casi come questo (“Posso spiegarti tutto”). Uscì dalla vasca, rincorso da Pola, che urlava come un’ossessa. Fiora invece ricoprì me di insulti e per la rabbia, non volendo pestarmi a sangue come pure sarebbe stata capace di fare, tirò via il tappo. A modo suo, voleva farmi morire di freddo e di vergogna, perché afferrò il mio accappatoio e lo strinse a sé con l’aria di chi vuol farti capire che te lo mollerà solo dopo averti vista strisciare con la lingua sul pavimento.
L’acqua scolò via, lentamente ma inesorabilmente e quando restai senza veli, anche Fiora, come Miro mezz’ora prima, fece la scoperta del secolo.
Cacciando un urlo micidiale.

Mi ritrovai a vagare per la strada, in un sabato pomeriggio di normali fidanzati che passeggiano in centro, di normali mamme che cercano un abitino o l’ultimo saldo per comprare qualcosa ai figli, di normali anziani che stanno a chiacchierare su una panchina, discutendo animatamente del solito, normalissimo, nulla.
Buttata fuori di casa. E senza una lira. Senza una prospettiva. Non dico una prospettiva per il futuro, per i prossimi sei, sette, dieci anni. Non avevo una prospettiva per le prossime ore, non sapevo dove andare a dormire, a chi chiedere ospitalità, anche solo per quella notte, sempre più vicina, sempre più incombente.
Mi ritrovai davanti a quel cinema a luci rosse non so come e non so dire nemmeno perché mi convinsi a investire le uniche diecimila lire che avevo in tasca per entrare in quel posto squallido, orribile, vomitevole. Pensai che avevo di fronte due strade: o andare a battere il marciapiede, sfidando la concorrenza di brasiliani, marocchini, o di ghanesi, polacche, nigeriane, e rischiando una coltellata, nella migliore delle ipotesi. Oppure potevo entrare in quel posto orribile e nel buio della sala rimediare – grazie a un qualche servizietto a un qualsiasi spettatore – una carta da 50 mila lire.
Il bigliettaio e la maschera mi guardarono perplessi: credettero forse che avessi indossato quella gonna appena sopra il ginocchio, le autoreggenti, i tacchi alti, la canotta senza reggiseno e il giubbotto di pelle per attirare l’attenzione. In realtà, nella fretta di lasciare quella casa, diventata inabitabile e invivibile per me, mi ero messa quello che avevo trovato.
Il buio era fitto, lo schermo enorme e l’immagine proiettata era sovrastata da gemiti tanto innaturali quanto amplificati. Contai una mezza dozzina di spettatori, tutti opportunamente distanti l’uno dall’altro. Non appena dentro mi pentii di quel che avevo fatto, ma ormai che c’ero dovevo ballare.
Presi posto a distanza di sicurezza dagli altri, anche se in teoria non erano le distanze, che dovevo cercare, ma le vicinanze. D’un tratto mi accorsi che nella mia fila, ma al capo opposto rispetto a dov’ero seduta io, si era accomodato un signore. Feci finta di nulla, non girai nemmeno lo sguardo per l’imbarazzo. Poi mi diedi una mossa, girai gli occhi e mi resi conto che si era avvicinato di una decina di posti. Deglutii, mi sentii uno strano fremito addosso.
Il film andava avanti con un accoppiamento di una donna con un cane. Una scena disgustosa, al punto che abbassai gli occhi, proprio come le persone sensibili fanno di fronte alle scene di sangue nei film horror. Nel portare gli occhi in basso mi accorsi che lo sconosciuto era ormai a un paio di posti da me. La barba lunga, lo sguardo apparentemente interessato al film, la camicia che lasciava vedere un pancione niente male. Mi feci forza. Ero lì per combattere. Saltai il fosso e mi andai a sedere accanto a lui.
Non fece troppi complimenti. Non passò nemmeno un minuto che mi poggiò una mano sul ginocchio. La mano era ruvida, da contadino o da meccanico, e rischiò di sfilarmi subito le calze. Strinsi le gambe come se ci avessi passato una tonnellata di attack. Non ci eravamo neppure degnati di uno sguardo e già quello tentava di risalire sotto la mia gonna. Lo fermai sovrapponendo la mia mano alla sua. Fu allora che mi sussurrò una frase che mi lasciò di stucco:
“Da quanto tempo ti travesti? “. Aveva capito tutto senza neppure guardarmi in viso.
Inutile tentare di fingere: “Da qualche mese”, risposi, sempre sottovoce.
“Ma ce li hai diciotto anni? “, chiese con la voce di chi vuole evitare guai.
“Ne ho diciannove”.
“La metà esatta dei miei”.
Roba da non credere: quello lì aveva 38 anni o giù di lì. Ne dimostrava dieci di più. Una volta che aveva capito subito il mio segreto gli lasciai affondare il colpo, aprii le cosce e lui andò a tastare il mio pistolino, sotto le mutandine di pizzo.
“Ti do centomila lire per incularti nel cesso”, tagliò corto quello. Il cuore mi balzò in gola. Stavamo trattando.
“Ne voglio duecento. E la metà subito”.
Stavolta si girò a guardarmi, con l’aria di chi ha sentito dire una cosa folle.
“Sei matta. Centomila lire è l’ultimo prezzo. E niente anticipi”.
“Io valgo molto di più”. E per convincerlo gli piazzai una mano lì sotto. Lui me la bloccò.
“Tu fai quello che dico io, al prezzo che dico io”.
“Andiamo, su… “. Mi feci forza, trovandola chissà dove, e gli bucai l’orecchio con un colpo di lingua. Fu una mossa vincente, che disorientò lui e che per poco non fece vomitare me. Ma fui brava e riuscii a non fargliene accorgere. In un attimo fui accovacciata tra le sue gambe, gli tirai giù la lampo e glielo tirai fuori. Non controllava più la situazione, io ero diventata la padrona.
“Centomila subito… “, mugolai facendo sentire alla punta del suo cazzo, maleodorante come poche altre al mondo, il calore della mia lingua. “Dai… “, insistetti frenando a malapena un conato di vomito. La banconota scivolò tra le mie mani lentamente, mentre io riservavo un bacino alla punta del suo pene. Controllai che si trattasse davvero di centomila lire e poi mi misi all’opera. Il piano era di farlo venire subito e di accontentarsi delle centomila: alle altre centomila dell’inculata rinunciavo volentieri.
Lui capì che puntavo alla sua sborrata e tentò di opporsi. Mi afferrò per i capelli, fino a farmi male, per allontanarmi da lui.
“Lasciami – disse digrignando i denti – abbiamo fatto un patto”. Evidentemente quella era la giornata in cui tutti volevano tirarmi i capelli. Dopo Miro, lo sconosciuto. Stavolta mi incavolai e gli mollai un morsetto. Non forte, per carità. Ma certo un poco di male glielo feci. La sala fu scossa da un urlo. Il mio improvvisato e pagante partner si cacciò le mani sul pisello. Capii che era il momento di battere in ritirata. Riuscii a divincolarmi dalla presa e tentai la fuga. Imboccai la prima uscita che vidi e che mi sembrò a portata di tacco alto. Provai a svignarmela. Ma quello si era riavuto e mi correva appresso minaccioso.
Infilai la porta del bagno degli uomini e lì capii che mi ero cacciata in un vicolo cieco. Ero perduta. Non avevo più vie d’uscita. D’un tratto si aprì la porta di uno dei cessi.
“Entra”, mi disse lo sconosciuto dall’impermeabile chiaro. Era il soprabito tipico del maniaco sessuale, ma in quel momento non avevo molte scelte di fronte a me. L’altro uomo arrivò preceduto da un gran fragore: nell’entrare aveva sbattuto la porta.
“Bastardo frocio pezzo di merda – gridava – ti faccio cambiare sesso io. Guarda che bel coltello che ho… “.
Aprì le porte a una a una. Fino a quando non arrivò a quella dove c’eravamo io e il mio aspirante salvatore. Con grande freddezza si girò, guardò male l’uomo armato di coltello e gli sparò un tranquillizzante:
“Bèh? ? “.
Quello non capì un tubo. Non capì come avessi fatto a sparire. Non capì come quel tale si fosse materializzato nel cesso. Non capì cosa volesse realmente fare quell’altro.
“Mi scusi”, abbozzò, e sparì.
L’impermeabile era stato provvidenziale e al tempo stesso rischiava di essere galeotto, come tutti gli impermeabili da maniaco che si rispettino. Il mio salvatore mi aveva fatta salire sulla tazza del cesso e mi aveva fatta accovacciare faccia al muro. Operazione non facile, con i tacchi alti. Per sorreggermi si era piazzato dietro di me, poggiandomi la patta giusto sul mio sedere tondo e tenendomi le mani sulle poppe. Nel silenzio obbligato di quella posizione, avevo provato un certo gusto a farmi cingere da quello sconosciuto che, a dispetto dell’abito e del luogo da maniaco, sembrava beneducato e rassicurante.
Una cosa mi colpì in particolare. Una delle mani con le quali mi sorreggeva (si fa per dire) le poppe aveva una cosa fredda al dito. Quando, passato il pericolo, ci slacciammo, mi accorsi che era una fede. Era un uomo sposato.
Quel cinema lo conosceva a memoria. Attese ancora qualche istante, poi mi diede il via libera e mi pilotò fuori attraverso l’uscita di sicurezza. Ad un centinaio di metri c’era la sua auto.
“Vieni, ti do un passaggio”. Quando fummo dentro la sua elegante berlina, mi pose la domanda d’obbligo: “Dove devo accompagnarti? “.
Fu allora che sfogai tutta la tensione accumulata in quel pomeriggio di un giorno da cani, in un pianto dirotto. In pochi minuti gli raccontai la mia storia e gli dissi che non avevo dove andare, perché mi ero scopata il fidanzato della mia inquilina e più ancora perché in sostanza avevano scoperto che le differenze tra me e quel bellimbusto erano questione di centimetri. Nel senso che lui l’aveva più lungo di me, ma io sotto sotto ero come lui.
Tentò di consolarmi, mi offrì un Kleenex profumato, mi disse che se volevo per quella sera avrebbe potuto ospitarmi lui, in un certo suo cottage di montagna che era poco distante. Prima ancora che io dicessi sì o no, era uscito dalla città. Del resto, quali alternative avevo?

Il cottage era veramente bello. Ci arrivammo che era già buio. Entrammo direttamente dal garage, con l’automobile. Passammo attraverso la porta di servizio e mi resi conto che lì c’erano soldi a palate, visto che le tecnologie più all’avanguardia erano state usate per renderlo il più possibile moderno e confortevole. In particolare, ogni volta che entravamo in una stanza non avevamo bisogno di accendere la luce: una fotoelettrica la faceva partire da sola. Ed era una luce strana, particolare, carina.
“Lì c’è la stanza degli ospiti – disse lo sconosciuto – puoi metterti comoda. Ci sono vestiti, vedi se ce ne sono della tua misura. C’è anche un bagno, fai una doccia. Insomma, fai come fossi a casa tua. E non ti preoccupare – sorrise – qui donne gelose non ne entrano… “.
Sorrisi anch’io. La garçonniere era evidentemente a prova di moglie.
“Grazie” gli dissi con aria promettente. Sentivo una gran voglia di ringraziarlo a modo mio. Andai nella stanza che mi aveva indicato e trovai una enorme quantità di abiti femminili di tutte le taglie. Chissà quante amanti c’erano passate, pensai. Mi infilai sotto la doccia e la trovai estremamente rilassante. Da brava quasi-donna impiegai quasi quanto una donna vera, per lavarmi, incremarmi, profumarmi, scegliere la biancheria intima (un perizoma che ringhiava al solo vedersi nello specchio) e la vestaglietta di seta bianca cortissima, che mi rendeva quanto mai arrapante.
Quando uscii, animata dalle migliori intenzioni, però non lo trovai. Girai tutta la casa, sempre preceduta e seguita dall’accensione e dallo spegnimento automatico delle luci, ma non c’era. Fino a quando non scorsi un biglietto che campeggiava accanto a un cesto pieno di frutta, nell’angolo cottura.
“Mi dispiace di doverti lasciare così – c’era scritto – ma improvvisi impegni mi richiamano in città. Resta pure quanto vuoi. Questa sera dovrebbero venire a trovarmi un paio di amici. Puoi intrattenerli e cercare di essere un po’ carina con loro? Grazie! A proposito. Mi chiamo Aldo. Ciao”.
“Essere carina con loro… “. Lessi e rilessi questa frase, dal contenuto inequivocabile e cercai di capire… Sollevai il foglietto e vidi un blocchetto di banconote: sobbalzai. Le contai. Due milioni! Oh, cavolo, pensai… Altro che carina…

I due amici se la presero comoda. Bussarono alla porta che erano le undici di sera. Alla tivù, non so come, un normale telefilm si era improvvisamente trasformato in un film porno: una donna leccava un’altra donna, in una maniera che mi piaceva tantissimo, perché in fondo la mia vocazione verso il mio stesso sesso l’avevo scoperta apprezzando le immagini di omosessualità femminile. Quella scena, poi, mi colpì in maniera particolare, perché era una lei dai capelli rossi che leccava una lei dal pube velato da una peluria rossiccia. Rosso su rosso, pensai divertito.
Andai ad aprire e mi trovai di fronte due fusti, uno biondo, l’altro bruno, uno più bello dell’altro, che mi salutarono con un sorriso a 32 denti ciascuno. Non solo: senza nemmeno presentarsi, uno mi diede il bacetto sulla guancia, l’altro direttamente sulla bocca. Entrarono in salotto e la tv stava trasmettendo ancora il leccafiga di prima: strano, mi dissi, ero sicura di aver cambiato canale. Loro apprezzarono, sorrisero e si misero comodi.
“Prendiamo un caffè? “, propose il biondo.
“Lo prepari tu? “, aggiunse il bruno, rivolto a me. Obbedii, andai in cucina e mi accorsi di non avere notato, in tutta la serata, una caffettiera che pure faceva bella mostra di sé in un angolo alquanto in vista. Un’altra cosa strana, pensai. Era pure carica: l’avrà lasciata Aldo, mi dissi, e io non me n’ero accorta.
Tornai con il vassoio e le due tazze di caffè. Al centro del salone c’era un tavolino basso, circondato da due divani, sui quali, uno di fronte all’altro, erano seduti i due miei ospiti.
“Zucchero? “, chiesi al biondo.
“Grazie, uno”.
Per servirlo dovetti necessariamente inarcarmi. La vestaglietta era corta e in breve mi ritrovai con il culo scoperto. Fu un attimo: sentii la mano del biondo insinuarsi proprio sotto la congiunzione delle mie natiche, giocherellare con il perizoma, scostarlo per andare in esplorazione ancora più sotto. La mossa mi disorientò, perché non me l’aspettavo. Goffamente mi girai verso di lui, inciampai sul suo piede e versai il caffè addosso all’altro. Sporcandolo proprio laggiù.
“Oh, diamine! – esclamò quello – i pantaloni appena comprati! Accipicchia! Ma che fai, perché stai così impalata? “.
Ero impalata perché quell’altro, il biondo, continuava imperterrito, nonostante il disastro che aveva provocato, a giocare col mio sedere.
“Vai a prendere qualcosa per pulirmi”, mi ingiunse il bruno con l’aria e il tono severi del padrigno di Cenerentola.
Tornai in cucina e scoprii uno strofinaccio in un punto in cui avrei giurato che fino a un minuto prima non ci fosse. Cominciavo ad agitarmi, ma non c’era tempo per porsi troppi problemi.
Iniziai a strofinare. Dovetti accovacciarmi e il bruno pretese di essere ripulito per benino. Tirò giù la lampo, mi fece infilare una mano sotto la parte macchiata. Mi resi conto ben presto che l’operazione lo stava facendo gonfiare. Nel frattempo l’altro si era tolto la scarpa e aveva continuato con il piede l’operazione prima svolta con la mano sotto il mio culo.
Il bruno mi tolse lo strofinaccio dalle mani e si tirò fuori l’uccello. Mi accarezzò il volto: “Vediamo cosa sai fare, baby”.
Glielo presi in bocca senza tanti complimenti, slacciandogli la cintura e tirandogli giù i calzoni. Aveva un paio di boxer a fiori profumati di pulito. Anche l’uccello era pulito. Era il più pulito che avessi preso tra le labbra in quella giornata diciamo movimentata, da questo punto di vista.
Il bruno mi portò la testa sul suo ventre: come Miro, aveva anche lui addominali di ferro, ma al contrario del mio amante pomeridiano non aveva un pelo. Tuttavia era lo stesso eccitante, baciarlo e leccarlo attorno all’ombelico. Il biondo, intanto, alle mie spalle, si era denudato del tutto e ad un tratto invocò le mie attenzioni a modo suo, prendendomi per i capelli. Quella evidentemente continuava ad essere la giornata dei pompini e delle tirate di capelli, per me.
Cominciai a ciucciare anche quell’altro, mentre intanto tenevo in caldo il bruno menandolo pian pianino, giusto per non fare allentare la tensione.
Mi spogliarono dolcemente, complimentandosi per le mie supertette, così le chiamarono, e per il mio culo a mandolino. Era un’espressione che adoravo: la usava spesso il mio primo amore, il ragazzo che per primo, quando avevo diciotto anni, tre mesi e venti giorni, mi aveva fatto gustare i piaceri del suo sesso.
“A proposito, come ti chiami? “, mi chiese uno dei due. Domanda insolita, mentre si scopa.
“Chiamatemi… Culo a mandolino”.
“Già… Culo a mandolino! Ottimo nome”.
Tornai a spompinare uno dei due, mentre l’altro mi leccava il buco del culo, tenendomi le natiche allargate con le mani.
“Sai già di cazzo, però sei ancora in forma”, sentenziò dopo avermi esaminata a lungo con la lingua. Si era accorto che quel giorno avevo già fatto sesso.
Ad un tratto mi fecero una cosa che non mi sarei mai aspettata: mi fecero stendere sulla moquette e il biondo mi prese l’uccellino in bocca. Fu una sensazione speciale. Contemporaneamente il bruno si accovacciò su di me, facendosi leccare tra il buco del culo e i testicoli: il punto G dell’uomo medio.
Il biondo mi spompinò per qualche minuto, poi, temendo che venissi, mi schiacciò quasi il prepuzio tra le dita. Chissà da dove, poi, afferrò una crema e cominciò a spalmarmela nell’ano. E due, pensai: il mio culo era ambitissimo, quel giorno.
Cominciò a penetrarmi il bruno. Messa alla pecorina, docile docile, lo ricevetti mentre succhiavo il cazzo al biondo. Un classico, mi dissi. Ma quei due amavano le variazioni sul tema. Il biondo mi fece stendere supina, mi sollevò le cosce quasi a novanta gradi e poi entrò a tutta forza. Non l’avevo mai fatto in quel modo, potendo vedere in volto il mio amante: fu un’emozione nuova, particolare, da donna vera. Il biondo mi infilò i suoi ventotto centimetri di carne fino all’ultimo micromillimetro, facendomi ululare di dolore e piacere. Al tempo stesso mi baciava in bocca, mi slinguettava i lobi, le tette, mangiandosele con voracità. Anche il bruno prese a poppare con foga, poi pretese di infilare il suo membro fra le tette, mentre il biondo mi traviava facendo su e giù sopra di me. Tenendomi le cosce sollevate, poi, mi succhiava gli alluci, mi baciava i calcagni, mi mordeva le caviglie, mi leccava le piante dei piedi. Avevo sempre avuto paura che i piedi mi puzzassero e per questo mi imbarazzava quel che il biondo stava facendo, ma in realtà l’odore dei piedi sudati, miei o di altri, mi eccitava tantissimo.
Cambiarono ancora posizione, mentre io cominciavo ad essere esausta. Va bene due milioni, va bene essere un po’ carina, ma quei due mi stavano facendo nuova.
Il bruno si mise sotto di me. Il biondo mi aiutò a mettermi su di lui e provai le emozioni della cavalcata su un uomo. Quello si muoveva sotto di me e io avevo la sensazione di essere impalata lentamente, come nel Medio Evo. Solo che quello mi faceva fare su e giù. Anche il bruno volle provare la posizione del frate, mi mise spalle a terra e mi saltò di sopra. Il biondo a quel punto improvvisò un 69 perlomeno azzardato, ma azzeccato. Si incuneò fra me e il suo amico, mi schiaffò in bocca il suo uccellone, prese il mio uccellino e cominciò a succhiarlo a sua volta.
Il primo che sentì l’avvisaglia dell’eiaculazione fu il bruno. Poi arrivò il biondo. Uscirono simultaneamente, uno dal mio culo, l’altro dalla mia bocca, e all’unisono sborrarono su di me, annaffiandomi di sperma dalla faccia al pube. Sarà stata la sensazione di liberazione provata, sarà stata la voglia di partecipare alla gioia collettiva, venni anch’io e anch’io contribuii a sporcarmi di liquido caldo e di piacere intenso.

Con i due milioni guadagnati quella sera, il lunedì mattina, presi il taxi che mi aveva mandato Aldo e andai in un’agenzia immobiliare. Affittai una casa tutta per me, mandai a prendere la mia roba a casa delle due ex amiche e cominciai una nuova vita. Aldo mi mandò un fascio di rose rosse e una busta contenente altri due milioni. Poi sparì.

Poco prima di Natale si rifece vivo. Mi arrivò un pacchettino regalo. Lo aprii e dentro c’era un telefonino. Lo accesi e subito scattò un sms: “Vediamoci al cinema in cui ci siamo conosciuti, oggi alle cinque. Aldo”.
Trovai l’idea quanto mai romantica e anche eccitante. In quei mesi avevo avuto numerosi amanti occasionali, ma Aldo, l’unico che non avevo avuto e che tanto bene mi aveva fatto, mi era rimasto qua. Frugai nella mia memoria per vestirmi esattamente come quella volta, da mezza puttanella, poi presi un taxi e andai fin lì.
Lui non era fuori. Poco importa, pensai: sarà dentro. Quando fui entrata, ricordai con un brivido la disavventura con quel maialone puzzolente che voleva incularmi. In sala non c’era nessuno, almeno in apparenza, perché qualcuno, scivolato il più possibile sotto la poltrona, c’è sempre. Il film non era ancora cominciato, ma c’era lo stesso buio. Era una prima, così almeno prometteva il cartellone: un esempio di cinematografia innovativa, con attori non professionisti. Màh, pensai, sarà la solita menata con le casalinghe che vogliono guadagnare 200 mila lire facendo una pompa davanti alla cinepresa.
Cominciarono a scorrere le prime immagini: una lesbicata maestosa. Ebbi la sensazione di aver già visto quelle scene, ma per una consumatrice di film porno come me (in realtà dovrei dire consumatore, perché li vedevo quando ancora mi sentivo maschio) non era una cosa insolita. Non vedevo arrivare Aldo e cominciai a innervosirmi, perché d’un tratto sentii una presenza, dall’altra parte della mia stessa fila. Un altro uomo. Non riuscivo a capire chi.
Il film scorreva ancora con la scena saffica. D’improvviso colsi un fotogramma e riaffiorò un flash-back nella mia memoria: la donna rossa di capelli che leccava la donna rossa sul pube… Quel film l’avevo visto nel cottage di Aldo. Mentre lo pensavo, comparve dal nulla proprio lui, facendomi saltare in aria. Ripresami dallo spavento, me lo abbracciai forte. Lui andò oltre e mi baciò in bocca: risposi alla sua lingua con la mia. Ero fortemente intenerita.
Mi prese la mano, me la strinse. Sembravamo due innamorati. La scena lesbica nel frattempo era finita. Il film proseguiva con un’auto che si inerpicava lungo una strada di montagna. La classica scena di passaggio tra una scopata e l’altra.
Ero troppo contenta di vedere Aldo. Poggiai la testa sulla sua spalla. Lui insinuò la mano tra i miei seni. Sentii il freddo della fede che portava al dito. Ricordai le emozioni provate nel gabinetto di quel cinema. Infilò la mano sotto la canotta, tastò e palpeggiò i seni nudi, fece drizzare i capezzoli.
Il film proseguiva: ancora l’auto che andava in montagna, fino a raggiungere una villa. Pensai tra me che sembrava quella di Aldo. Anzi, le somigliava proprio. Fui distolta da questi pensieri dall’improvvisa iniziativa di lui. Era sparito sotto il sedile. Mi aveva preso i piedi, mi aveva tolto le scarpe, aveva cominciato a succhiarmi gli alluci, a mordermi caviglie e calcagni. Come faceva a sapere che mi piaceva tanto? Gliel’avevano forse raccontato i suoi amici, il biondo e il bruno, quelli che mi avevano scopato.
Aldo insistette, mi baciò le ginocchia, poi le cosce. Dove vuoi arrivare? , mi chiesi, pur sapendo benissimo quale fosse la risposta. Mi sollevò la gonna, tirò giù gli slip, lo prese in bocca.
Estasiata per come ero, sbirciavo soltanto lo schermo. D’un tratto, però, la mia attenzione fu attratta da qualcosa. Una bella donna, con una vestaglietta di seta bianca, accendeva la tivù e vedeva due donne che si leccavano tra loro. Una era rossa di capelli, l’altra era rossa nelle parti intime… Strabuzzai gli occhi, mentre Aldo proseguiva la pompa. Nel film qualcuno bussava alla porta. La bella donna – ancora non inquadrata in viso, ma solo nel corpo – si alzava e con un incedere dolce ed elegante andava ad aprire.
Sull’uscio, due fusti: uno biondo e l’altro bruno, che la salutarono come se la conoscessero già, con un bacio ciascuno.
Cominciavo a capire, mentre intanto Aldo faceva la spola tra il mio seno, che aveva denudato, e il mio uccello. Sullo schermo si vedeva – ancora da lontano – la bella donna che andava a fare il caffè, poi tornava in salotto, sporcava uno degli ospiti.
Finalmente comparve il bel visetto imbarazzato della bella, giovanissima donna: ero io. Capii tutto mentre Aldo si stava impegnando per farmi godere, leccandomi il buco del culo, i testicoli, infilandomi una, due dita nell’ano. Vidi me stessa nuda, le poppe maestose, il pisello piccolino a stonare, ma non troppo, in quel panorama tutto femminile.
Vidi il bruno che mi dava il cazzo in bocca, il biondo che mi leccava il buco del culo, e tutto quello che era successo quella sera nel cottage. Vidi la scena in cui mi ero battezzata Culo a mandolino. Vidi per la prima volta primi piani incredibili e mi chiesi dove cavolo fossero mai state piazzate, tutte quelle videocamere…
Aldo aveva girato a mia insaputa un film porno. E chissà quante altre persone aveva coinvolto, in precedenza o successivamente: ecco perché c’erano tutti quegli abiti femminili, di diverse misure, ecco perché le luci si accendevano e si spegnevano automaticamente, ecco perché il caffè e lo strofinaccio comparivano all’improvviso, quando servivano. Quella villa non era una garçonniere, ma un set da film porno.
Chissà quante persone mi avevano vista scopare in quella maniera con i due attori professionisti (a proposito: ecco perché erano così belli e forti… ), chissà quante persone mi avrebbero vista nelle sale…
Pensavo tutto questo, mentre vidi sullo schermo la scena della sborrata collettiva, compresa la mia. Venni così di nuovo, stavolta nella bocca di Aldo, che ingoiò tutto il mio sperma.

Si allontanò per andare a ripulirsi. Restai sola, sovrappensiero, mezza nuda, la gonna sollevata, la canotta che lasciava scoperte le poppe. Ma non me ne curavo. Attrice porno mio malgrado, a diciannove anni, dieci mesi e qualcosa, quasi vent’anni, insomma. Attrice porno a mia insaputa. Trovai la cosa sporchissima ed estremamente bella al tempo stesso. Ero stata naturale: avevo sofferto, goduto e fatto godere in maniera naturale, senza fingere, partecipando con tutta me stessa.
Aldo ricomparve alle mie spalle. Si sedette dietro di me, mi lambì un orecchio con la bocca.
“Produco e dirigo film porno perché sono impotente – disse d’un fiato – cerco il modo per eccitarmi vedendo godere gli altri. Per questo voglio che i miei film siano veri, cerco i miei attori sulla strada, reclutandoli dove capita. Ora, se vuoi, puoi continuare a recitare per me, ma non sarà più la stessa cosa… Oppure ci salutiamo e amici come prima”.
Mi girai verso di lui, lo baciai teneramente sulla bocca. “Grazie – gli dissi – non è la mia strada”.
La mano sulla mia coscia mi sembrò sincera, amorevole. Mi chiesi come facesse, Aldo, che mi stava dietro, a poggiarmela lì. Anche perché sentivo le sue mani, una sulla mia spalla, l’altra attorno al collo.
Mi girai di scatto: era l’uomo della volta precedente, quello che avevo morsicato sull’uccello. Balzai in piedi terrorizzata, ma Aldo mi prese per i fianchi, con fare rassicurante.
“Non ti preoccupare, non morde – disse – non vuole vendicarsi. è un mio amico… C’è rimasto male, per l’altra volta… E ora che ti ha vista all’opera, vorrebbe… Bèh, vorrebbe completare il discorso che avevate cominciato… “.
“Se lo può scordare”, tagliai corto decisa.
“Su, dai, vedi se puoi fare un’eccezione… “. Sentii che mi faceva scivolare qualcosa nel taschino del giubbino di pelle. Toccai: banconote. Mi girai verso Aldo: “Ti aveva promesso centomila lire in più… Questi sono due milioni… “.
Mi dava piacere, fare la puttana di alto bordo a pagamento. Quei soldi vinsero la mia resistenza immediatamente. Il maialone mi saltò addosso, mentre le immagini del film continuavano a scorrere sul grande schermo. Si satollò con le mie poppe, mi diede il cazzo – finalmente un tantino ripulito – in bocca, poi, una volta che lo ebbe dritto, mi sollevò sulla spalliera della poltrona, mi spalancò le cosce, se le appoggiò sulle spalle e cominciò a incularmi senza vasellina. Ormai avevo il buco del culo più che abituato alle penetrazioni, ma mi fece male lo stesso. Non mi curai se nella sala ci fosse qualche altro spettatore, cosa che comunque non mi pareva.
Nonostante fossi venuta qualche minuto prima, quella vigorosa inculata risvegliò prontamente i miei sensi: godevo col culo, dopo aver goduto col cazzo. Mi faceva male e avevo voglia di gridare, ma di piacere.
“Mi fai male…. Ma mi piace… Cazzo, se mi piace…. Continua, continua… Sfondami, sì, sfondami… Aaaaah…. Sì, sì, sì…. “.
Il maialone estrasse l’uccello dal mio ano un attimo prima di sborrare. Mi annaffiò tette, bocca, pancia… Me lo fece riprendere in bocca, me lo strofinò fra le poppe, inzozzandomi tutta. Poi mi accarezzò teneramente il viso sporco di sperma e, dulcis in fundo, mi cacciò il pollice tra le labbra. Ciucciai pure quello.
“Stop! “, si sentì all’improvviso.
Da dietro una tenda comparve una cinepresa, da un paio di posti avanti ne comparve un’altra e un’altra ancora spuntò dal nulla, praticamente sotto le mie cosce. Aveva ripreso i primi piani.
Aldo riapparve con aria trionfante: “Altre due scene magnifiche… Hai un futuro, tesoro mio… Culo a mandolino… ” FINE

About A luci rosse

Mi piace scrivere racconti erotici perché esprimo i miei desideri, le storie vissute e quelle che vorrei vivere. Condivido le mie esperienze erotiche e le mie fantasie… a luci rosse!

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