Atto di nascita

Zia Marina mi ha sempre raccontato che mia madre è morta dandomi alla luce. Mio padre non è mai tornato dalla piattaforma off-shore sulla quale lavorava. Anzi non se ne sono neppure trovati i resti.

La mamma, invece, è stata cremata, per sua esplicita volontà, e le ceneri sono conservate nell’ossario comune.

Inizio macabro?

È la verità che è lugubre, terribile, incredibile.

Zia Marina non si è mai sposata, e non ricordo neppure che abbia mai avuto qualche fidanzato.

Le suore la stimano moltissimo, ed è la sola laica ad avere compiti direttivi nella loro scuola femminile. Forse perché si è molto dedicata alla pedagogia, ed è una fervente praticante.

Cosa ricordo di zia Marina?

Non saprei dire se i primissimi ricordi di lei siano effettivamente una traccia rimasta nella mente o qualcosa che la mente ha costruito basandosi su narrazioni ascoltate.

No, la splendida ragazza che è nella mia memoria non me l’ha descritta nessuno. Né posso averla trasferita dalle foto di lei, perché io la ricordo quando la sera prima di andare a letto, o al mattino quando si alzava, restava nuda, per infilare o togliere la camicia da notte, si guardava allo specchio, girandosi e rimirandosi… ricordo tutto di lei quando si mostrava così. Nelle foto è sempre vestita.

Strano, ho la sensazione di aver poppato al suo seno… ma è solo, forse, che tutti i bambini bevono il latte della mamma e io, che non ho avuto mamma, ho eletto lei come mia nutrice putativa.

Che mi addormentassi abbracciato a lei, però, è memoria effettiva. Mi svegliavo la notte, allungavo la mano… la cercavo. La toccavo, mi sentivo sicuro.

Si è sempre interessata di me, totalmente.

Andavo all’asilo, dalle suore, le stesse dove lei insegnava. Tutti dicevano che quella bella maestrina era la più giovane ed anche la più bella e garbata delle insegnanti.

Quanti anni aveva, allora, zia Marina?

Suor Orsola mi diceva sempre che dovevo voler bene alla zia.

‘Pensa Giorgio, quando è morta sua sorella, tua madre, zia Marina aveva solo diciassette anni, non era ancora diplomata. È riuscita ad allevarti, a terminare gli studi con molto profitto, e ad essere la nostra più brava maestra a poco più di venti anni. E studia ancora. Le vuoi bene? ‘

Annuivo convinto.

Quando zia Marina mi dava la mano, per tornare a casa, gliela baciavo.

Ed è stato sempre così. Sempre…

Mi ha vegliato quando sono stato malato, mi ha sempre riempito di tanto amore.

Era tale l’abitudine di vivere con lei, in una naturale e disinvolta intimità, che rimasi sorpreso, sbigottito, quando, ad un certo momento scoprii che invece di guardarla apertamente, in certi momenti, la osservavo di nascosto. Attraverso lo spiraglio della porta… sotto la doccia…

Mi piaceva abbracciarla, e tenerla stretta a me, a lungo.

Era bello sentire il suo profumo, il suo tepore.

Non me ne ero neppure accorto, ma stavo per lasciare Il Vecchio Monastero delle Agostiniane, a San Giuseppe di Castello, divenuto sede dell’Istituto che frequentavo.

Il mio sogno era di proseguire gli studi per divenire ufficiale della marina mercantile, o cercare di conseguire una laurea e poi tentare la via delle Capitanerie di Porto.

Quando con zia Marina andammo a vedere i quadri, avevo ancora delle perplessità in proposito: imbarcato o a terra?

Entrammo con l’animo sospeso; non tanto per l’esito quanto per la votazione.

Ci tenevamo per mano.

Promosso col massimo!

Zia Marina mi abbracciò con trasporto, incurante del luogo, della gente. Sempre tenendomi stretto, alzò il volto verso il mio viso: rideva e piangeva, era esultante. Più di me.

L’insegnante di matematica che stava uscendo in quel momento, si fermò. Sorrise.

“Ti vuole bene la tua ragazza, eh, Giorgio? “

Mi scossi.

“Buon giorno, professore… scusi… siamo così felici mia zia ed io! “

Zia Marina gli tese la mano.

“Si, sono la zia, professore. “

“Però, Giorgio, che bella zia giovane. Complimenti e congratulazioni per la tua maturità. Lieto di averla conosciuta, signorina, sia orgogliosa di suo nipote. “

Salutò, uscì.

Zia Marina mi guardava commossa.

“La Madre Superiora mi lo ha detto: calma Marina, Giorgio sarà il primo. Andiamo. Hanno preparato la torta, dobbiamo festeggiare… andiamo. “

Quando entrammo nella sala delle riunioni, dove era stato apparecchiato il lungo tavolo, con al centro una monumentale torta, calici scintillanti, e bottiglie di Prosecco, c’erano tutte le suore, il personale laico, anche il portiere, che aveva nserà el portòn, come disse.

Madre Orsola era divenuta superiora, Mi abbracciò.

“Dai Giorgio che sei un po’ figlio di tutte noi… lasciati abbracciare… auguri! “

Durò più a lungo del previsto.

Era quasi buio quando tornammo a casa.

Sottobraccio.

Zia Marina aveva intrecciato la sua mano con la mia, e il dorso le sfiorava il seno, tiepido, sodo. Lo sentivo chiaramente, muovevo la mano per carezzarlo. Il vestito era leggerissimo. Eravamo d’estate.

Mi piaceva quel contatto.

Quando entrammo nel portone le cinsi la vita, con la mano aperta sul fianco.

Meraviglioso.

C’era intorno, quella sera, una particolare atmosfera, come una nube rosa che ci avvolgeva e ci faceva vedere tutto bello, attraente, desiderabile.

La solita ‘rinfrescatinà, prima della cena.

Zia Marina mi chiese se avessi fame.

Le risposi che la torta era stata più che abbondante.

“Comunque, Giorgio, tu sei giovane, devi mangiare. Ti farò compagnia: bistecca ai ferri e insalata? Va bene? “

Ero nella mia camera, a cambiarmi. Mettermi comodo, pantaloncini e t-shirt.

Dopo alcuni minuti mi avvertì che la cena era in tavola.

La raggiunsi in cucina, la grande cucina, dove, in genere consumavamo i pasti.

Il solito bacetto. Sedemmo. Lei di fronte a me.

Quella nube aveva imprigionato anche lei. Era raggiante, un volto splendido, che emanava luce, dagli occhi, dalla pelle, dalle labbra color rubino. Ogni tanto batteva le lunghe ciglia, mi guardava. Era in vestaglia. Di quelle corte, un po’ sopra il ginocchio. Non completamente abbottonata. Del resto, era una sera abbastanza calda. La fissavo compiaciuto, attratto da quella sua espressione estatica, come circondata da un alone. Una visione avvincente, incantevole, ammaliante.

Però, non m’ero mai soffermato sulla bellezza di zia Marina.

La stavo osservando, quella sera, come donna.

Veramente pregevole. Fisicamente, parlo. Altezza giusta, forse appena un po’ sotto la media. Un corpicino delizioso. Capelli neri e lucidi. Lunghi. Io conoscevo bene, come dire, la sua anatomia. E mi soffermavo sempre più ad guardarla con ammirazione, restandone affascinato. Specie in questi ultimi tempi.

Aveva qualcosa di statuario, proporzioni divine, e nel contempo una celestiale armonia di forme e di colori. Era una sinfonia di luci e ombre, dal corrusco dei suoi occhi verdi, al corvino dei suoi capelli; dal rubino delle sue labbra, al rosa delle sue areole sormontate dal lampone dei suoi capezzoli a forma di ciliegia. Le piccole venuzze azzurre del seno; il roseo del suo ventre, dei suoi fianchi, dei meravigliosi alti e sodi glutei; l’ancor più nero dei riccioli folti che le impreziosivano il pube, tentando di sottrarre al mio occhio indiscreto l’incantesimo del suo sesso. Che da sempre m’aveva incuriosito… ma ora mi ossessionava.

Chinai la testa e cominciai a mangiare.

Quel pensiero era sempre più ricorrente, insistente. Non mi dava pace… mi eccitava…

Ogni tanto ci guardavamo. Quella sera in un modo diverso dal solito. O era solo la mia fantasia.

Comunque, ero eccitato.

Quando terminammo, mi disse di andare a vedere la TV.

Sedetti sul divano.

Dopo un po’ mi raggiunse. Andò a mettersi dal lato opposto. Tra noi c’era uno spazio vuoto.

Mi sdraiai, come avevo fatto altre volte. Poggiai la testa sulle sue gambe. Sentii l’effluvio inebriante del suo corpo. Non un sia pure costosissimo profumo, o l’anonimato di un deodorante che rende tutte impersonali. La fragranza, l’ odore soave di zia Marina.

Aspiravo profondamente, col naso, espiravo con la bocca. Le labbra vicine al suo grembo, fonte di tale fragranza. Lei, certamente, doveva percepire il tepore del mio alito.

Mi carezzava i capelli, lentamente, teneramente.

“Zia, mia madre, Lucia, era più grande di te, per età? “

“Si, caro, aveva tre anni più di me. “

“E perché tu non sei restata a Chioggia, nella casa dei nonni. È grande! “

“Ho preferito evitare il pendolarismo. I miei interessi erano e sono qui. “

“Però, nonno Nane e nonna Piera, non sono mai venuti a trovarci, in tutti questi anni. Sono affettuosi, carini, con me, quando ci andiamo, ma…”

“Ognuno è fatto a modo suo Giorgio. “

Affondai la testa sul suo grembo e, attraverso la stoffa del vestito, il velo delle mutandine, mi parve di distinguere i suoi bei riccioli corvini…”

Chissà se si notava che ero… eccitato.

Zia Marina seguitava a carezzarmi. Chinò il capo, mi baciò sulla guancia. Alzai le mani, l’abbracciai, forte, la strinsi, la baciai sugli occhi, sul collo… sulle labbra. Sentii che s’irrigidiva, ma non si staccò.

Dopo un po’ decisi di rimettermi seduto. Mi appoggiai a lei, il mio viso indugiò lungamente sul suo seno, carezzandolo.

Fu in quel momento che decisi che dovevo cercare di essere ammesso all’Università di Pisa, alla facoltà di Scienze Navali. Pisa era lontana. Poi dovevo scegliere di navigare, stare lontano da zia Marina…

“Buona notte, zia. “

Un altro bacio, e una contorsione per allontanarmi senza far scorgere la mia eccitazione.

Zia Marina m’accompagnò con gli occhi fino alla porta.

Mi voltai per un altro saluto. Mi mandò un bacio con la mano.

Stentai ad addormentarmi… mi svegliai di soprassalto… sentivo il profumo di zia Marina, annusavo, come nel film… Profumo di donna… Ecco, era profumo di donna, di femmina.

Mi girai più volte.

Era giorno da poco quando mi alzai.

Doccia, accappatoio.

Pensavo in continuazione: Pisa…. Lontano…. Navigare… Pisa…

Fu, soprattutto, un dormiveglia agitato. Un girarsi e rigirarsi nel letto. Alternarsi di sogni, anzi di incubi. Zia Marina che s’avvicina a me, come un’apparizione. Avvolta in veli trasparenti, poi si dissolve lentamente, svanisce in una nebbia rosa. Ecco, ora è un seno enorme che s’erge maestoso e imponente di fronte a me… mi sovrasta… lo devo scalare per raggiungere il capezzolo, lassù, dal quale zampilla un getto latteo…. È latte… scorre a rivoli… lo lambisco… è dolciastro, tiepido… ma non riesco a conquistare la vetta… mi avvicino…. Scivolo… Ora mi sento smarrito… non vedo nulla… sono in una foresta scura, dove la luce non filtra… non sono alberi, ma come alti e sottili giunchi che mi sfiorano, mentre tento di farmi strada tra essi… sono lisci… morbidi… vellutati… flessuosi… emanano un effluvio che mi stordisce, mi inebria… mi inoltro nella valle, lunga, profonda, con alte pareti… laggiù c’è una luce che tinge di rosa… più mi avvicino più è calda… scotta… è un cratere dove ribolle il magma che cola fuori, lentamente… non è rosso… e lattescente… la bocca del cratere palpita… tutto intorno sussulta… allungo la mano. Sparisce d’improvviso, e mi trovo in un altro bosco… pini marittimi… sento lo sciacquio del mare… l’onda che muore sulla battigia… odore di resina… un cartello ‘Tombolò… laggiù un edificio, austero… uno stemma… un’ancora… una grossa scritta, in caratteri latini: ‘Scienze Navalì.

Esco da quel sogno angoscioso, lentamente, sono fradicio di sudore. I capelli appiccicati sulla fronte, il respiro affannoso.

Ho sete!

Mi alzo. La testa mi scoppia, mi gira…

Vado in bagno.

Apro il rubinetto dell’acqua. Vi ficco sotto il capo, mi lavo il viso, il collo… tolgo la giacca del pigiama… passo la spugna bagnata sul petto… sfilo i pantaloni… acqua fresca dappertutto…

Bevo direttamente dal getto… mi sciacquo la bocca… sputo…

Mi asciugo alla meglio, col telo del bagno.

Mi ravvio i capelli.

Prendo l’accappatoio dall’attaccapanni, è quello di zia Marina, corto, a nido d’ape.

Mi avvio per tornare nella mia camera, dopo aver infilato il pigiama, bagnato del mio sudore, nella cesta della biancheria da lavare.

Passo dinanzi alla porta della camera di zia Marina, come al solito non è chiusa completamente, c’è uno spiraglio. Zia dice che non vuole isolarsi dal resto del mondo. Anche se è presto, il caldo comincia a farsi sentire.

“Giorgio? Sei già in piedi? “

Mi fermo dietro la porta.

“Si, zia. “

“Stai bene? “

“Si, grazie. “

“Entra… tanto sono sveglia anche io da parecchio… ho sentito scorrere l’acqua del bagno…”

Entrai. La camera era avvolta nella penombra. Solo la luce che filtrava dalle serrande. Zia era a letto, col lenzuolo tra le gambe. Le gambe nude, un po’ dischiuse.

“Scusa, zia, ti ho svegliata? “

“No… no… non ho riposato benissimo… fa caldo… vieni…”

Mi fece cenno, con la mano, il posto vuoto, accanto a lei, nel suo gran letto.

Mi sdraiai, di fianco.

Era quella la vicinanza che dovevo sfuggire!

Quella donna era incantevole.

Dormiva sempre con delle corte camicie da notte, ricamate. Dalla scollatura, non abbottonata, si vedeva il seno meraviglioso, il turgore del capezzolo, lo scuro dell’areola, i piccoli canali azzurri delle vene.

“Allora, Giorgio, cosa pensi… cosa mi racconti… vieni vicino a me, che ti abbraccio… anzi no… abbracciami tu. Metto la testa sulla tua spalla… O ti do fastidio. Hai caldo? “

Eravamo stati così tante altre volte, ma ora mi sentivo agitato. Eravamo sul fianco, uno di fronte all’altra. Molto vicina, il suo capo sul mio braccio destro, i suoi capelli sparsi intorno, e la mia mano era lungo la sua schiena. Tiepida, morbida… e la carezzava.

Ma cosa stava facendo, zia Marina!

Mise una gamba sulla mia coscia. Eravamo incollati, anche di sudore… sentivo il suo grembo premere. Caldo, bellissimo. Mi sembrava percepire sulla mia carne nuda, i riccioli del suo grembo. Cercai di sbirciare. La corta camicia era quasi arrotolata sul suo stomaco.

“A cosa hai pensato? “

“Che forse è meglio che tenti di andare all’università di Pisa. “

Sentii che s’irrigidiva.

“A Pisa? Così lontano? “

Si strinse ancora di più a me, e una tetta andò a sfiorare il mio petto.

Non capivo più nulla, ero eccitato, altro che agitato.

L’abbracciai anche con l’altra mano.

“Ti dispiace, zia? “

“Mi distrugge…! “

Si avvinghiò a me. Tremava.

“Ma zia, Pisa non è in capo al mondo…”

“No…è ancora più lontana…”

Alzò la testa, mi guardò, era sconvolta, sgomenta.

Cercai di calmarla, carezzandola dolcemente.

“Ma zia, sono quattro ore di treno… ci saranno pure dei voli…”

“Quattro ore di treno? Cosa vuol dire… ma quando staremo insieme…. Voli? No… non ce ne sono… e poi perché allontanarsi tanto… quando potremo stare così? Così… Giorgio…”

Mi abbracciava, mi carezzava, mi baciava… freneticamente…

Ero straordinariamente, terribilmente eccitato.

Non stava ferma un momento.

Le tette, ormai, erano completamente fuori della camicia… aveva abbassato una mano… per carezzarmi… no… evidentemente s’era accorta della mia prepotente erezione… e come non avrebbe potuto… salì su me…. Si distese su me… alzò un po’ il busto per sfilarsi completamente la camicia… il mio accappatoio era completamente aperto… i nostri corpi si toccavano… mi sembrava impazzire…

“La guardai, smarrito…

“Zia…”

“Non lasciarmi, Giorgio… non puoi lasciarmi… devi restare con me… tesoro mio… piccolo mio… bambino mio… con me… così… sempre…”

Sentivo la sua mano delicata intorno al mio fallo.

Sera posta sulle ginocchia… ma che stava facendo? Il mio glande era al caldo… caldo umido… vibrante, fremente… sì… zia Marina si stava infilando su di lui… lentamente… con la testa rovesciata indietro, i capelli sciolti, le labbra dischiuse, gli occhi semichiusi… sì… ero in lei… in lei… in lei… la strinsi quasi con furia, mentre lei, impetuosa, mi stringeva in sé, con forza, energicamente, decisamente, come se volesse strapparmelo…

“Zia…. Zia… è bellissimo…. “

Lei seguitava con sempre più vigore, appassionatamente, con voluttà…

“Ma io te lo stacco… te lo stacco… lo conservo in me… in me… così… così… coooooosì… cooooooooosì! “

S’abbatté su me, affranta, ancora col ventre palpitante, e grossi lacrimosi sgorgavano dai suoi occhi magnifici, mi bagnavano la gola.

Il pulsare del mio fallo, che avevo cercato di controllare fino a quel momento, divenne irresistibile, sentii le pareti della sua vagina contrarsi, in quel momento, poi, al il tepore del mio seme che dilagava in lei, di rilassò.

“Giorgio… bambino mio… sei delizioso…”

Non fu facile rendermi conto di cosa e come era accaduto.

Credevo che stessi ancora sognando.

No, era realtà. Zia Marina era tra le mie braccia, mi baciava, avidamente… golosamente… mi carezzava… mi volle ancora, ed io la desideravo ancor più di prima… Eravamo insaziabili.

Pisa?

Non ci pensavo nemmeno.

Qui c’è un’ottima Università, ed anche la possibilità di una borsa di studio.

Mi dettero un modulo da riempire e mi chiesero dei documenti.

Sì -mi dissero- è vero che puoi fare la dichiarazione sostitutiva, ma sono sicuro che tu spontaneamente e senza che te lo chiediamo, ci porterai la copia integrale dell’atto di nascita, e il certificato penale nonché dei carichi pendenti. Serve anche per risparmiare tempo; non dovremo provvedere noi alle varie incombenze in merito.

All’anagrafe mi dissero di ripassare dopo tre giorni.

Io stavo vivendo nelle nuvole. Non capivo più nulla.

Forse era la stessa sensazione provata dai cercatori d’oro quando, avendo deciso di abbandonare l’impresa, trovano improvvisamente una ricchissima miniera d’oro che certamente cambiava loro la vita.

Forse la stessa cosa che avvertì Colombo quando, poco prima di invertire la rotta per andarsene, vide quella che per lui era la ‘terra promessà.

Tutto era cambiato.

Anche zia Marina.

Era allegra, pimpante, si curava ancora di più nella persona, girava per casa saltellando, canterellando, con poco o nulla addosso. Ogni volta che ci incrociavamo mi baciava, mi carezzava. E le mie mani non erano mai stanche di approfondire la conoscenza del suo magnifico corpo.

Ogni ritaglio di tempo, oltre le notti, era la ricerca di vecchie ma sempre nuove esperienze. Sempre dolcissime, appaganti.

Tornai all’anagrafe per ritirare il documento richiesto.

Mi fermai all’uscita per dargli uno sguardo.

‘Estratto integrale dell’atto di nascità

Anzi, la copia fotografica del registro, con tanto di bollo e firma per autentica.

L’Atto diceva che il giorno… alle ore… in…. Era nato Giorgio Alvise (io), figlio di Marco Alvise (mio padre) e di Marina Zorzi.

Evidentemente c’era un errore. Marina è mia zia, mia madre si chiamava Lucia.

Tornai indietro, dall’impiegato. Mi ascoltò attentamente, ma ebbi l’impressione che mi guardasse in modo strano.

Mi disse che quella era la copia fotografica, nessun errore.

Entrai a casa abbastanza innervosito.

Zia Marina mi venne incontro, mi abbracciò, mi baciò.

“Cosa c’è, Giorgio, sei arrabbiato? “

“No, sono furibondo… guarda un po’ cosa hanno pasticciato al Comune. “

Le detti il foglio.

Zia Marina lo lesse. Impallidì, andò a sedere sulla poltrona.

Le andai vicino.

“Cosa hai, zia, ti senti male? Non farmi impressionare…. “

“Non ho nulla Giorgio, nulla. Siedi…”

Sedetti seguitando a guardarla.

“Allora? “

Mi tese la mano, prese la mia e la tenne tra le sue. Sudate, tremanti.

Lo sapevo che prima o poi sarebbe venuto a galla, lo avresti saputo.. Non c’è nessun errore, perché non c’è mai stata nessuna Lucia Zorzi.

Tua madre sono io! “

“Tu? “

Ero esterrefatto. La guardavo con gli occhi sbarrati.

La sua voce era calma, quasi atona.

“Io e tuo padre non eravamo sposati… i miei volevano che abortissi… per questo me ne sono andata da casa… non volevo rinunciare, nel modo più assoluto, di dare la vita al frutto del mio amore con Alvise, di mettere al mondo quello che, poi, è divenuto la mia unica ragione di vita, il mio solo amore… ed ora più che mai…”

Mi guardò, timorosa, come se stesse per capitarle qualcosa di irreparabile. Sembrava in attesa d’una condanna. Capitale.

Andai di fronte a lei, mi inginocchiai, le presi il volto tra le mani. La guardai intensamente.

“Mamma? “

Mi strinse al petto, pazzamente.

“Si, figlio mio? “

“Ti voglio bene, mamma…”

“Anche io, tesoro, anche io. Non sai quanto. “

“Lo so, mamma, lo so. E tu sai quanto te ne voglio. “

Rimanemmo abbracciati.

Dopo un po’, cercò di mettersi in ordine… mi guardò… sorrise mestamente.

“Hai fame, Giorgio? “

“Si, mamma. Tanta fame, più che mai. Fame di te. “

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