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Il foulard rosso

Il foulard rosso

Ormai sono “nel mezzo del cammin di nostra vita”, e ho vissuto molto, in tutti i sensi. Ho voluto bermi l’esistenza a grandi sorsi, provare sempre cose nuove, stando, però, attento a non ubriacarmi, a non perdermi. Per fortuna. Sono così, probabilmente, per il genere d’educazione ricevuta da genitori, seppur premurosi, poco inclini a slanci d’affettuosità, molto razionali; come contraltare, avendo vissuto per lunghi periodi con zii di vedute assai ampie, veramente liberali, ho presto assaporato il gusto della voglia di vivere e maturato la consapevolezza che è attraverso le esperienze provate sulla propria pelle e non per mezzo di precetti imposti da altri, che si compiono le scelte essenziali e fondamentali della propria vita.

Mia madre sottostava acriticamente alle regole fissate dal capofamiglia, dalla società d’allora; pur essendo una donna acculturata, intellettualmente vivace e piena d’interessi, si appiattiva frequentemente sulle posizioni del conformismo più retrogrado, assecondando, con ciò, mio padre e la di lui famiglia. Sua sorella, poco più giovane, era, invece, l’esatto contrario; anche il marito, dell’età di mio padre, appariva un uomo esuberante, divertente, passionale. Quando le due coppie stavano assieme, il contrasto risultava evidente, persino nei modi di vestire.

Vivevo bene coi miei genitori ma con gli zii mi divertivo da matti, anche con mia cugina, diciottenne come me. Quando i miei mi “depositavano” dagli zii – abitavano in un’altra città – mi trasformavo. Abbandonavo i panni del signorino e mi trasformavo in un ragazzo vivace e, finalmente, libero di vivere la propria età. Gli zii avevano capito la mia situazione. Non criticavano assolutamente i miei genitori ma cercavano di mostrarmi altri aspetti della vita, degli esseri umani. Non erano trasgressivi ma disinibiti. A casa loro poteva accadere, il mattino, di incrociarsi in mutande e maglietta, cosa che dai miei sarebbe stata vista come una sregolatezza, un riprovevole comportamento. Ricordo ancora una di quelle mattinate, quando mia zia aiutò la figlia assonnata, in ritardo sull’appuntamento per un controllo medico, a lavarsi con me presente. La spogliò del pigiama mentre mi parlava, piccole incombenze domestiche che dovevo svolgere mentre erano fuori, la spinse sotto la doccia, socchiudendo appena la tenda di quel tanto che serviva a non far schizzare all’esterno l’acqua, e l’insaponò da capo a piedi. Sebbene cercasse di non bagnarsi, dei piccoli getti dal corpo della ragazza rimbalzarono sulla sua leggera vestaglia, rendendo il tessuto semitrasparente e aderente in alcune parti del corpo, in particolare sui seni. Stavo in mutande e la zia s’era accorta della mia erezione. Ero stimolato sia dalla nudità della cuginetta sia dall’aver intravisto i seni e i capezzoli, peraltro turgidi, della zia. La mia buon’educazione m’impediva di battere in ritirata intanto che qualcuno mi parlava, al contempo, però, morivo di vergogna poiché non riuscivo a controllare la mia eccitazione. Con sollievo ubbidii alla richiesta d’andare a prendere l’accappatoio della cugina. Andai prima nella mia stanza, quella riservata agli ospiti, e mi vestii frettolosamente: coi pantaloni, sebbene lì davanti ci fosse ancora un bel bozzo, l’erezione era meno evidente; poi, finalmente, consegnai l’indumento a zia. La zia mi ringraziò, sorridendo, guardando fugacemente verso la patta, e mi mandò a fare colazione.

Un giorno, rimasto solo a casa, la cugina era da qualche amica, gli zii a fare compere, bighellonando da una stanza all’altra, mi ritrovai a contemplare i trofei delle vittorie sciistiche e calcistiche dello zio, un vero sportivo. Erano nella stanza matrimoniale, sopra ad un alto armadio. Volendo prenderne uno, cercai di afferrarlo compiendo un salto; m’accorsi che era troppo rischioso, dovevo usare la scala riposta nello sgabuzzino. Salito sulla scala, notai dietro ai trofei due scatole da scarpe. Strano, pensai, tenere le scarpe sopra l’armadio. Incuriosito, tralasciai coppe e targhe per dedicarmi alle due scatole. Le depositai sul letto, sollevai i coperchi. In una c’erano decine e decine di fotografie e di negativi, nell’altra cinque sei bobine con filmini super otto (ancora non esistevano le videocamere amatoriali). Osservai le fotografie.

Il cuore cominciò a battermi velocemente: ritraevano principalmente la zia assieme ad altri uomini, facevano sesso, solo in alcune compariva lo zio o entrambi assieme. C’erano pure altre donne ma il soggetto principale era lei, mia zia, con un corpo stupendo: mentre faceva una pippa ad un signore panciuto di mezza età, succhiava il pene ad un ragazzo, stando seduta, ora direi impalata, sul membro di un altro che le strizzava i seni; lei a quattro zampe, con la testa affondata tra le gambe di una nuda sorridente signorina, e dietro un tizio inginocchiato che comprimeva la propria pancia contro il sedere della zia; solo il viso della zia in primo piano, la lingua fuori che cercava di leccare grosse gocce di liquido cremoso che le ricoprivano il volto; sempre lei, in piedi, schiacciata tra due uomini, tutti nudi; bendata e legata ad un letto, a gambe divaricate, con qualcosa che le usciva dalla vagina, sembrava una bottiglia della coca cola, a fianco del letto, in piedi, mio zio, nudo, il pene eretto, con in mano un frustino da equitazione, dall’altro lato un signore anziano, calvo, grasso, solo con la camicia e i calzini, che si masturbava. Dalla seconda scatola prelevai una delle bobine; i fotogrammi erano piccolissimi, però riuscii ad intravedere, contro la luce della finestra, corpi nudi in gruppo o da soli. Ero estremamente turbato ma anche così arrapato che sentivo il forte impulso di tirarmi una sega.

Mi masturbavo poco, lo facevo con sensi di colpa e con la paura d’indebolire il corpo. I miei, in particolare babbo, non erano cattolici praticanti ma d’etica laica rigida, estremamente severi sulla questione morale, tanto più su temi di natura sessuale. Papà m’aveva avvertito: l’onanismo era segno di debolezza psicologica e morale, un vizio che conduceva all’ammaloramento del fisico e dello spirito.

In quella situazione non resistevo. Mi aprii la patta ed estrassi l’uccello ingrossato, menandomelo forsennatamente davanti a quelle fotografie. Stavo per venire: presi alcune foto e corsi in bagno, davanti al lavandino, dando di spalle alla porta rimasta aperta. Non m’accorsi che qualcuno era entrato e mi stava osservando. Guardavo le foto, la mia mano correre su e giù, il glande rosso, quasi violaceo. Casualmente lo sguardo passò sullo specchio sopra il lavabo. Appoggiata allo stipite, a braccia conserte, una figura. Mi venne un accidente. Mi bloccai di colpo e un crampo mi trafisse la bocca dello stomaco. Non avevo il coraggio di voltarmi. Cercai di mettere a fuoco la figura, speravo fosse solo un’ombra, un imbroglio della mia vista. No, quella era zia. Sentii che si avvicinava. Non parlava. Abbassai lo sguardo, non avevo nemmeno il coraggio di guardare nello specchio. Tremavo, le gambe stavano per cedere. Zia mi cinse la vita con un braccio, quasi volesse sostenermi.

Si appoggiò alla mia schiena; sentivo le punte dei seni. Mi baciò lievemente su una guancia e accostò il suo viso al mio, senza parlare. Chiusi gli occhi. Avevo il cuore che stava impazzendo. Sentii la sua mano accarezzarmi il pene, stringerlo leggermente e riprendere quel su e giù che avevo bruscamente interrotto. L’altro braccio non mi circondava più i fianchi. Con una mano mi masturbava, con l’altra a tratti massaggiava a tratti stringeva delicatamente i coglioni gonfi. Mi stava facendo una sega fantastica. Con gli occhi socchiusi sbirciai nello specchio. Teneva il mento sulla mia spalla e guardava verso il basso. Mi sussurrò soltanto un

«Ti piace porcellino? », il mio

«Da morire! » accompagnò un’abbondante eiaculazione. Continuò a menarmelo per un po’, quasi volesse estrarmi anche l’ultima goccia. Nello specchio aveva un’espressione divertita, felice. Osservai le dita della mano che si stava portando alla bocca: erano intrise di sperma. Le succhiò, le leccò, dicendomi che era buono, le piaceva. Mi baciò fugacemente sulle labbra, prese le fotografie e scomparve nella sua stanza.

Stetti a lungo appoggiato al lavandino, col cazzo moscio fuori delle brache e con le gambe non proprio ferme. Stordito ma contento, felicissimo.

Nelle ore successive, a cena zia si comportò normalmente, come se nulla fosse accaduto. Anch’io cercai d’adottare un atteggiamento normale ma, evidentemente, non riuscii granché nell’intento se lo zio mi chiese cos’avessi. Lo rassicurò la zia, non era alcunché: dopo, quando sarebbe tornato dalla riunione condominiale, parlava fissandomi fintamente accigliata, gli avrebbe spiegato tutto; mi strizzò l’occhio e rise.

La strizzatina d’occhio mi rassicurava ma, ugualmente, lo stomaco non accettava più il cibo. Troppe emozioni e, alla fine, la paura che lo zio fosse informato, provocarono una nausea terribile. Corsi in bagno a vomitare nel wc tutta la cena. Non tornai in sala da pranzo. Mi coricai sul letto a luce spenta. Questa volta era lo zio fermo sulla porta. Lo rassicurai che tutto andava bene e che, probabilmente, era stata l’acqua troppo fredda, con la quale avevo pasteggiato, a provocare una piccola congestione.

Fui svegliato da qualcuno che stava spogliandomi. Nella penombra intuii che era zia. Non avevo più i pantaloni né gli slip. Dovevo aver dormito profondamente. Stava sollevandomi il busto per sfilarmi la camicia.

«Già che sei sveglio, allora, infilati da solo il pigiama, dai che prendi freddo. » Era proprio come mamma. Mi misi la giacca del pigiama. Stavo per infilarmi i pantaloni quando la sentî accarezzarmi l’uccello, poi si piegò e lo baciò sulla punta, diede dei colpetti con la lingua attorno al glande, lo leccò e ingoiò l’arnese ancora moscio massaggiandomi lo scroto. Mi venne duro nella sua bocca. Ecco il mio primo bocchino (i diciottanni all’inizio degli anni sessanta possiamo paragonarli ai tredici, ai quattordici d’adesso) e a farmelo era la sorella di mia madre! La luce nella camera matrimoniale, l’unica che illuminava debolmente, di riflesso, la mia stanza, fu spenta. Lo zio, probabilmente tornato dalla riunione, stava per dormire, la cuginetta a quell’ora già era con Morfeo.

Zia, interrompendosi un attimo, mi disse di chiudere gli occhi, di pensare a quelle fotografie. Potevo anche non chiudere gli occhi, tanto eravamo immersi nel buio, ma ubbidii lo stesso. Ingoiava completamente l’asta, l’estraeva e la leccava per tutta la lunghezza fino alle palle, succhiandole avidamente, ritornava su, sempre leccando, per succhiare il glande, colpirlo con la lingua e infilarsi nuovamente tutto sino alla base del pene. Una vera goduria. S’interruppe solo un attimo. Mutò leggermente il ritmo; più che leccare ora succhiava e si aiutava con una mano masturbandomi. Pensavo alle fotografie, a zia che soddisfaceva le voglie di più uomini contemporaneamente, a volte di donne; lei che scopava, che masturbava, che spompinava. E zio che guardava, che addirittura la fotografava, la filmava. Cose del genere pensavo le facessero solo le puttane, quelle che i miei amici chiamavano “troie” e i miei genitori “meretrici”. Avrei voluto insultarla, mi sarebbe piaciuto chiamarla troia, ma se poi si fosse offesa? Però la voglia era troppa; mi prese un desiderio lascivo, sadico di umiliarla; se io ero un porcellino lei era una porca, una troia appunto.

«Sei una gran troia! » La reazione fu un aumento della velocità della mano, evidentemente le piaceva farsi insultare. «Lo so, porcellino mio» mi sussurrò all’orecchio. Rimasi disorientato: come poteva essere all’altezza del mio orecchio e contemporaneamente spompinarmi là in basso? La voce era la sua ma, allora, chi mi stava lavorando? Improvvisamente qualcuno era salito cavalcioni sul mio torace e mi si strusciava contro. Quel qualcuno mi prese le mani e le portò a delle tette grandi e sode. Sentivo i capezzoli dritti, tesi. Afferrai i seni e strinsi. La bocca sconosciuta continuava a darmi piacere. Un’altra bocca si appoggiò alle mie labbra. Era una figa depilata. Per un attimo pensai a mia cugina ma lei non possedeva dei seni tanto prosperosi. Sicuramente era mia zia. La figa era bagnata, odorava di muschio. Mi venne spontaneo tirare fuori la lingua e con essa esplorare ogni angolo della grande bocca. Aveva un sapore piacevolissimo e il profumo mi inebriava. Sentivo sospirare e fremere la zia. Presi a succhiargliela voracemente. Scoprii il famoso bottoncino che amici navigati avevano decantato come lo strumento, per molte femmine, che portava all’acme del piacere. Leccavo, picchiettavo con la lingua, succhiavo la clitoride che sentivo indurirsi. Stringevo le tette e, ogni tanto, torcevo i capezzoli. Avevo la faccia completamente bagnata dagli umori ficali di zia. Non potevo più trattenermi, ero al colmo dell’eccitazione. Anche zia iniziò a fremere. Con voce rauca mi ordinò di leccarla più a fondo, di girare la lingua attorno al fatato bottone. Zia fu squassata da un orgasmo lunghissimo mentre mi svuotavo nella bocca sconosciuta, provando un piacere tanto intenso che, se non avessi avuto la figa a tapparmi la bocca, m’avrebbero sentito ululare tutti i condomini del palazzo.

Zia, trascorsi alcuni minuti nel silenzio assoluto, accese l’abat-jour sul comodino, dopo averne affievolito la luce con un rosso foulard semitrasparente magicamente comparso, con una piccola bruciatura di sigaretta in un angolo. Altrettanto magicamente era scomparsa l’altra persona. Volevo sapere chi fosse il fantasma, niente, non rispose.

«Che t’importa? Ti ha fatto godere alla grande come tu ti sei rivelato un bravo maialino. Quel che conta è che ti sia piaciuto. Ora va in bagno e poi fatti una bella dormita. Hanno telefonato i tuoi: domani torni a casa. »

Accesi la luce del corridoio, andai in bagno seguito dalla zia. Mentre mi lavavo la faccia, zia orinava. Mi guardava e sorrideva con un’aria maliziosa, seduta sul cesso.

«Hai un bel corpo e un bel cazzo, nipote mio. Non sprecare tempo, datti da fare e goditi ‘sta vita. Non dar retta ai bacchettoni, un giorno potresti rimpiangere il tempo perduto … »

Tornato in camera, m’accorsi che il foulard era scomparso. Forse lo aveva tolto zia prima di venire al bagno.

Il mattino seguente arrivarono i bacchettoni. Avevano fretta e si fermarono solo per i saluti. Zia e cugina scesero in strada mentre zio ci guardava dal balcone. Mio padre era già al volante; mia madre salutava la sorella, io la cuginetta.

«Ciao cugino – mi baciò affettuosamente sulla guancia, si avvicinò al mio orecchio, sottovoce – sei proprio saporito …» Capii al volo o, almeno, credetti di capire. Salutai zia con un casto bacio per guancia, lei mi fece l’occhiolino accompagnando quel gesto con un «Ricordati quel che t’ho detto – e a voce più bassa – porcellino. » Rammento sempre quelle parole e sempre ho fatto del mio meglio per non tradirle mai. Prima di salire in auto, rivolsi l’ultimo saluto allo zio. Mentre agitava il braccio, notai che si ripassava la lingua sulle labbra, come a leccarsi i baffi per qualcosa di … saporito! Ma forse era solo una mia impressione …

Mia madre, seduta accanto a papà, si voltò chiedendomi se tutto era andato bene, se mi ero comportato bene. Non mi fece, però, nemmeno parlare. La risposta se la diede lei stessa:

«Sì sì, sei stato bravo, lo so! » Solo allora realizzai che al collo portava lo stesso foulard rosso che zia aveva usato sull’abat-jour.

«Te lo ha regalato oggi, la zia? » chiesi indicando l’oggetto

«No – fu la risposta – questo è mio, è un pezzo unico, comprato da un artigiano al mercato di Fès due giorni fa, il giorno prima di partire ed è – ora sorrideva – praticamente impossibile che ce ne sia un altro uguale. » Domandai se potevo vederlo. Se lo sfilò, ma non ci fu bisogno che approfondissi l’esame: c’era una bruciatura di sigaretta nel medesimo punto dell’altro. Papà, che m’aveva osservato nello specchietto retrovisore, commentò:

«Tua madre non sente ragioni di smettere di fumare. Ieri sera, in albergo, ero stanco morto e non vedevo l’ora di dormire, s’è messa a fumare una sigaretta dietro l’altra mentre era al telefono con tua zia, ha impestato la stanza di fumo e con una brace per poco non brucia il foulard; fortunatamente poi è andata dalla zia e mi ha lasciato dormire. »

«Allora ieri eravate già qui. Perché non siete venuti dagli zii? »«Perché sai com’è la mamma. Non voleva disturbare tua zia, anche se ha un appartamento enorme; all’ultimo momento non sta bene, dice, creare del trambusto. È corsa da zia, ieri sera, solo per vedere in che condizioni eri ma tu già dormivi … » Mia madre mi fissava intensamente, in silenzio. Sorridendo mi fece l’occhiolino, proprio come zia, poi si voltò verso papà e canticchiò sottovoce i primi versi di una canzone d’un giovane cantautore emergente:

«La chiamavano Bocca di Rosa …» Mio padre non capì, io sì. FINE

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