La marea

Non era proprio un isolotto quello su cui si ergeva la nostra casetta, ma tale diveniva allorché c’era la bassa marea, la basse mer.
Dalle parti nostre le maree sono di notevole ampiezza, raggiungono quasi i dieci metri alcune volte. Si verificano due volte al giorno, vengono classificate ‘semidiurnè.
La ‘bassà era al suo minimo.
Mi affacciai sulla veranda e vidi una bicicletta venire verso me. Era Vona, mia sorella più piccola. Non viene spesso a trovarmi, e ciò mi dispiace, perché le voglio molto bene, e le ho fatto quasi da mamma. Io avevo dodici anni quando è nata.
Ero sola, quel mattino.
Alan, mio marito, era andato, come al solito, alla centrale elettrica, di cui era responsabile, e Glen, mio figlio era atteso per il week end. Aveva conseguito il ‘bac’, l’anno scorso, e frequentava il primo anno di Biologia marina, nel Capoluogo.
Intanto Vona era giunta.
Le andai incontro, ci abbracciammo affettuosamente.
Mi guardò, con quell’aria sempre un po’ sbarazzina e sorridente. Non sembrava certo una donna di quasi trentadue anni, insegnate di fisica al Lycée professionel.
“Sei bellissima, Enora. Sempre bella la mia sorellina! ”
“Sei tu un fiore, Vona. E sembri che tu debba ancora sbocciare… fiorire… Quando ti decidi? ”
Poggiò la bicicletta vicino alla colonnina, mi prese sottobraccio.
“Vuoi bere qualcosa, Vona? ”
“Solo acqua, grazie. ”
Entrammo, andò a sedere sul divano. Presi l’acqua gliela portai.
Le posi la mano sulla spalla.
“Sai che pensavo a te? Ne parlavamo con Gln e Alan, sabato scorso. è un bel po’ che non ti si vede. Novità? ”
I suoi occhi splendevano, aveva l’espressione della bambina che sta per rivelarti di averne fatta una delle sue.
“Novità? Si! ”
Mi fissava con aria furbetta, in silenzio, a labbra strette.
“Allora, Vona, mi fai stare sulle spine… parla! ”
“Non so se io possa ancora fiorire… ma in me c’è qualcosa che deve sbocciare…”
“Cosa vuoi dire? ”
“Sono incinta, aspetto un figlio! ”
Cercai di nascondere non tanto la sorpresa quanto il disappunto.
Vona non era sposata.
Dal suo modo di fare si poteva anche immaginare che avesse una vita, diciamo affettiva, abbastanza disordinata. Ma da ciò ad attendere un bimbo…!
“E chi è il padre? ”
“Non lo so… forse lo immagino… ma questo che conta? Il bimbo è mio! ”
Ero perplessa. Non me lo aspettavo da Vona. Come mai, inoltre, non aveva osservato delle precauzione? Non prendeva la pillola, non usava profilattici? Non aveva paura dei pericoli dei rapporti sessuali ‘indifesì?
Ero tentata di subissarla di domande, ma non era quello il momento.
Cercavo di ricordarmi se l’avevo vista con uomini, quando, con chi.
Andammo a sedere in veranda, da dove si dominava la stretta strada di accesso che univa questa specie di ‘promontorio staccatò al resto del paese.
Stava cominciando il nuovo ‘respiro del marè, come chiamavamo la marea, ci si avviava lentamente al ‘plein mer’, l’alta marea, che avrebbe sommerso la strada, si sarebbe arrampicata lungo il pendio che portava al pianoro dove era la mia casa. Tutto sarebbe stato sommerso, sarebbe sparito.
Vona aveva lo sguardo fisso sull’incessante rifluire dell’acqua. Su quella inondazione.
“Che bella la marea, Enora, nasconde tutto, specie le asperità. Non ci sono più scogli, rottami, carcasse di vecchie imbarcazioni. Niente. Solo una distesa d’acqua, sulla quale puoi galleggiare, e sentirti leggera, più di una piuma.
E se c’è qualche bruttura, sconcezza, sudiciume, l’acqua la copre e quando si ritira la porta via, con sé. E tutto torna pulito, e gli ostacoli li puoi vedere, scorgere. Non è detto che li vuoi evitare. Ma, a ben pensarci, sono ostacoli? O, invece, sono solo degli abbellimenti del paesaggio?
Uno scoglio sommerso è pericoloso, può ferire la carena di una barca, e farla affondare.
Uno scoglio visibile, invece, è un punto di salvezza per chi rischia di venir travolto dai marosi.
è la terra della vita per chi, con lena affannata, riesce a raggiungerlo, e da esso si volge all’acqua perigliosa, e la guata! ”
Aveva una luce particolare il volto di Vona, mentre lei, lentamente, pronunciava quelle parole. Più a sé stessa che a me!
Ebbe come un brivido, si riscosse, mi guardò.
“Parlami di te, Enora, di Alan. ”
“Ti fermi un po’, da noi? ”
“Se non reco fastidio…”
“Lo sai che sempre gradita, anzi attesa.
Più tardi torneranno Alan e Glen. Rimani per il fine settimana. ”
Annuì lentamente.
“Già, Alan… Glen… non dir loro che sono incinta… glielo voglio comunicare io. ”
Vona si alzò pigramente, andò a prendere la sacca che era sul portabagagli della bicicletta.
La accompagnai nella camera degli ospiti, al piano superiore, nel corridoio di destra. Dall’altra parte c’era la camera di Alan e mia, col nostro bagno, e, di fronte, quella, molto ampia, di Glen, che gli serviva anche da studio. Anche lui aveva il bagno, accessibile dalla camera.
Scesi le scale scuotendo il capo e pensando alla mia sorellina.
Non era certa chi fosse il padre del bambino che aveva in grembo. Mi aveva detto che era al secondo mese, e che tutto andava benissimo. Era felice!
Guardai fuori, verso terra. Ci separava il mare. La marea continuava a salire.
Nel tardo pomeriggio, quando le acque si ritirarono di nuovo, arrivarono Alan e Glen.
L’incontro con Vona fu particolarmente affettuoso, e lei domandò a Glen notizie dei suoi studi e dei propositi per l’avvenire. Dovevano ‘rifarsì del lungo tempo che era trascorso dal loro ultimo incontro.
Anzi, fu proprio Alan ad interromperli.
“Io direi di cenare, dopo avrete modo di raccontarvi le cose. La notte è lunga, e domani è sabato. Non si lavora. Io ed Enora pensiamo di poltrire un po’ tra le coperte. ”
Lo guardai quasi con riconoscenza, a me quel suo modo di ‘poltrirè piaceva molto, e lo attendevo con ansia.
La cena, tipica dei nostri luoghi, si svolse allegramente. Io fremevo dal desiderio di comunicare a mio marito e a mio figlio la ‘novità’ confidatami da Vona.

La camera di Vona era rischiarata dal riflesso della luna sul mare.
Sembrava un quadro irreale, in bianco e nero.
Bianco il lenzuolo, nere le ombre.
Vona era distesa, supina, con le mani dietro la nuca, gli occhi aperti, fissi al soffitto.
Sul volto aleggiava un leggero sorriso.
Pensava a sua sorella, Enora, che certamente stava amoreggiando col marito, con Alan. Beata lei, e la mente le suggeriva particolari che forse non stavano realizzandosi tra i due ma che la eccitavano. Si accorse di stringere involontariamente le gambe, e che c’era qualcosa di umido tra esse.
Con una mano si carezzò il ventre.
Era lì la sua creatura, e cresceva, quasi impercettibilmente, ma ininterrottamente. Ogni secondo abbreviava il tempo che la separava dal momento in cui sarebbe venuta alla luce.
Suo figlio!
Fu percorsa da un brivido, pervasa da una profonda tenerezza.
Chissà quale fu la volta in cui la concepì!
Il ginecologo le aveva assicurato che la pillola era sicura ‘quasì al cento per cento.
E quel ‘quasì toccò a lei.
Incredibile. Ne era felicissima.
Lei lo sapeva benissimo chi era il padre. E non poteva sbagliare, perché era il solo uomo col quale avesse avuto rapporti sessuali.
Che belli quei rapporti.
Sospirò profondamente.
Le gambe si erano lentamente dischiuse…
Come sarebbe stato bello sentirlo in lei, su lei… con quel movimento sempre più insistente, fino a farle quasi perdere il contatto con la realtà per volare alta, lontano, sulla cima della più deliziosa delle voluttà.
Era splendido, lui, la conduceva all’acme del piacere, a orgasmi travolgenti, poi si fermava un solo istante, fremeva… e l’invadeva col calore balsamico del suo seme. Lo sentiva spandersi in lei, nel suo grembo, e poi irradiarsi dovunque, nella testa, fin sotto le unghie dei piedi… un incanto!
E come le piaceva essere lei la sfrenata amazzone, montarlo, infilzarsi su quel pomolo ardente e pulsante impalandosi lentamente. Poi l’ondeggiamento graduale, il cadenzare delle sue natiche su lui, in un trotto che andava sempre più accelerandosi, diveniva galoppo, galoppo sfrenato, travolgente, come l’orgasmo che l’invadeva, la faceva riversare su lui, con le labbra schiuse, alla ricerca della sua lingua, e sentiva le mani di lui abbrancarle glutei, impastarli, tormentarli deliziosamente. E lei si strofinava su lui, seguitando a mungerlo. Fino all’ultima stilla.
Poi giaceva, soddisfatta ma non doma.
Solo una sosta!
Quando era stato?

[Circa due mesi prima dovevo andare a Cassis, non lontano da Marseille, dove, a cura dell’Université di Luminy, si teneva un corso di aggiornamento.
Era un’ottima occasione per stare insieme, glielo dissi.
“Si” -mi rispose- “ma tu sarai occupata… ed io cosa farò? ”
“Mi attenderai e, intanto, organizzi qualcosa. Sarebbe bello visitare le Calanques. ”
Non era del tutto convinto, anche perché erano moltissime ore di treno o, ancor più faticose, di auto.
Lo rassicurai. Potevamo andare in aereo.
“Ma costa troppo, Vona. ”
“Non preoccuparti, ho un bel po’ di euro da parte.
Stipendio del liceo, proventi delle consulenze, e qualche altro lavoretto per aziende varie… Insomma, non sono poverissima, e posso permettermi di offrirti una gita. ”
“La cosa non mi dispiace, certo, soprattutto per restare con te. Come avresti organizzato? ”
“A Brest, aeroporto Guipavas, con la mia auto, poi da lì a Marseille con l’aereo, e quindi affittiamo una piccola auto per raggiungere Cassis e muovere come meglio ci aggrada. Per la verità… io ho già prenotato tutto… anche la camera a Les Roches Blanches, poco prima di arrivare a Cassis, sulla strada delle Calanques…”
Lui l’abbracciò stretta, l’abbracciò, la baciò. E Vona si rifugiò tra le sue braccia. ]

Adesso, Vona, ricordava quei giorni, con lo sguardo al soffitto.
L’arrivo a Cassis, lo splendido panorama che s’ammirava dal balcone della camera. La diversità del mare. Non era quello di casa sua. Diverso il colore, diverso il sole.
Ed era sicura di percepire anche qualcosa di diverso nelle mani di lui che le avevano afferrato il seno, mentre lei guardava verso l’infinito di quella azzurra distesa d’acqua.
Era di pomeriggio.
Giunti da poco, accompagnati in camera.
Ora le mani erano nella sua blusa, sotto il reggiseno, e titillavano i capezzoli turgidi. Sentiva la virilità di lui premerle tra le natiche.
Una mano aveva lasciato le tette ed era emigrata verso il sud… s’era infilata nelle mutandine, aveva raggiunto i riccioli del pube, ancora più giù… lei aveva appena dischiuso le gambe… ecco… ora erano le sue dita… entravano nella valle tumida ed umida… s’infilavano ancora… oddio… stavano stimolando il clitoride… poi s’intrufolavano dolcemente in lei… tornavano alla piccola e sempre più palpitante protuberanza. Sentiva piegarsi le gambe, non riusciva a sorreggersi, si muoveva, agitava, respirava profondamente, affannosamente, era travolta dal piacere, dalla voluttà, e l’orgasmo la sconvolse…
Lui la prese tra le braccia, la portò sul letto, cominciò a spogliarla, lentamente, carezzandola, quasi sadicamente, mentre lei vibrava per l’impazienza… la lasciò… iniziò a togliere i vestiti, finché restò nudo, col fallo eretto, spavaldo, prepotente, presuntuoso.
Vona aveva allargato le gambe, inarcato il dorso, alzato il bacino, il suo sesso era in smaniosa e concupiscente offerta. Si vedeva l’impercettibile vibrare delle piccole labbra beanti, cosparse della lattiginosa testimonianza del suo piacere.
“Adesso… amore… adesso… ti prego! ”
Lui entrò di colpo, impetuosamente, fino in fondo, fin quando sentì di non poter procedere oltre.
Vona s’inarcò di più, come se volesse che la sua vagina si allungasse ancora per accogliere completamente quel brando infuocato che la infiammava.
Una sorta di voluttà masochista.
“Sfondami, tesoro… sfondami… dai…. così…”
Accoglieva, avida, bramosa, ingorda, i colpi di quell’ariete instancabile che la stava facendo impazzire.
Ogni volta era una nuova e più incantevole sensazione.
Era un anno che andava avanti quella storia, solo un anno…. Dopo interminabili anni di attesa… di mille sotterfugi per toccarlo, carezzarlo…
Il suo grembo era come terra arsa che attende di essere dissetata, come zolla che aspetta il seme… ed eccolo, il seme… dilaga in lei… si spande in lei… come un balsamo lenitivo, l’appagamento dell’attesa… la quiete dopo la tempesta.
Quiete del momento.
Lui giaceva su lei, ancora in lei, e sentiva l’ondeggiare del grembo che seguitava a succhiargli il sesso.
Adesso, occhi al soffitto, Vona, e mano freneticamente intenta a recarle una pallida idea di quello che era stato e che certamente sarebbe ancora stato.
Era stato quella la volta?
Chissà.
O forse fu la notte della domenica.
Lei s’era svegliata, poco prima dell’alba.
Prima di addormentarsi avevano fatto l’amore, con impeto.
Guardò lui, che dormiva, supino, con la solita espressione nel volto. Espressione risoluta, decisa. Eppure era così dolce, a volte, sapeva coccolare teneramente, e desiderava le carezze.
Allungò la mano, incontrò ciò che chiamava ‘l’arbre de la viè, l’albero della vita, lo carezzò lentamente, dolcemente, per non farlo svegliare. Poi, senza lasciare… la presa… si voltò verso lui, si mise sulle ginocchia… a cavallo a lui… portò il fallo all’ingresso del suo sesso, e vi impalò voluttuosamente, cominciando subito a godere.
Lui s’era svegliato, piacevolmente sorpreso, e le aveva afferrato il seno. Lo stringeva, poi passava ai fianchi, alle natiche, accompagnandola nel dondolio che diveniva sempre più eccitato ed eccitante… fin quando, nello stesso preciso istante, il piacere li unì meravigliosamente, e lei si gettò su lui, seguitando a stringerlo.
“Mi sento tanto la ‘principessa sul pisellò, quella della fiaba di Andersen…” -la voce era rotta dall’affanno, lo sguardo era splendido, luminoso, il ventre palpitava- “…come lei… neanche io posso dormire, riposare, quando sono sul pisello… sul tuo pisello… così… Sento che è stato come non mai… una sensazione nuova, strana, mai provata… meravigliosa… tu mi hai ‘marcatà… per sempre…”
Ecco, andava riflettendo Vona, fu allora… sì… allora… il seme era stato accolto nel solco, in esso s’era annidato, lo aveva fecondato, cominciando subito a germinare …
Quasi due mesi fa!

“Dezmat, buongiorno. ”
Enora, in vestaglia, era entrata in cucina. Al tavolo, Vona stava sorseggiando una tazza di tè.
Di solito parlavano in Bretone, tra loro.
Vona alzò il capo verso la sorella, sorridendole, e notò subito che aveva una espressione di soddisfacimento, di beatitudine.
“Ciao Enora… Alan deve averti… trattato bene… ti si legge in volto… hai uno sguardo splendente…”
Enora sorrise a sua volta.
“In effetti non posso lamentarmi. è stato più che premuroso e solerte… non ha lasciato nulla in sospeso, ed ha saldato anche gli arretrati… è stato incantevole… ed io l’ho ripagato con la stessa moneta…”
Enora si riprometteva di stimolare la sorella per conoscere qualcosa della vita sessuale di quella ragazza, di quella donna. Ormai aveva oltre 30 anni. Non era mai riuscita ad avere confidenze, eppure l’esuberanza di Vona non si conciliava con una eventuale vita… monastica.
“Lo ami? ”
“Infinitamente. Lo desidero come la prima volta, più della prima volta. Vorrei non separarmi mai da lui. Mi piace sentire il tepore di lui… Non vorrei apparirti volgare, addirittura sconcia, ma… non mi sono ancora fatto il bidet, questa mattina, ho messo un pad, un tampone, tra le gambe, ho infilato la vestaglia sulla camicia da notte… e via… Sento la sua deliziosa mirra che ha distillato in me seguitare a carezzare il mio grembo. Un voluttuoso vellichio, un lascivo solletico… come il rincorrersi di invisibili formichette…
Se non prendessi la pillola, forse una di quelle si fermerebbe nel mio grembo… e Glen avrebbe…un fratello.
Sai, Vona, a volte lo desidero.
Glen ci è venuto bene, non credi? E un bel ragazzo. Come il padre! ”
Vona annuì. Convinta.
Lei quel formicolio nel ventre lo conosceva, lo sentiva.

Pomeriggio della domenica.
Fra poco, quando la marea avesse raggiunto il minimo. Si doveva ripartire.
Enora aiutava Alan.
Vona era andata nella camera di Glen.
Chiuse la porta.
Si abbracciarono avidamente, con un bacio che non voleva finire mai.
Si guardarono negli occhi.
“Glen, devo dirti una cosa…”
“Si? ”
“Sono incinta…”
“Incinta? ”
“Si, amore…”
“Il padre? ”
“Sciocco, tu lo sai che tu sei stato il primo e sei l’unico uomo della mia vita… ti ho atteso per anni…”
“Che pensi di fare? ”
“Chiamarlo Gose…”
“Gose? ”
“Un modo per dire Godsend, dono di dio! ”
“E cosa diremo agli altri? A mia madre? ”
“A Enora? ”
“Le diremo: stai per diventare nonna e zia nello stesso momento, scegli! FINE

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Luce bassa, notte fonda, qualche rumore in strada, sono davanti al pc pronto a scrivere il mio racconto erotico. L'immaginazione parte e così anche le dita sulla tastiera. Digita, digita e così viene fuori il racconto, erotico, sexy e colorato dalla tua mente.

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