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Attesa

Erano passati mesi da quando l’avevo visto, tre mesi per essere esatto, tre mesi di solitudine e frustrazione emotiva e sessuale, più che altro intensamente sessuale. Tre mesi in cui diventare letteralmente padrona dell’arte della masturbazione e dell’autopiacere. Tre mesi che mi avevano dimostrato quanto non potessi ulteriormente aspettare di vedere di esperimenta io non potessi aspettare di vedere Bruno.
Questi erano i pensieri che attraversavano la sonnolenza del mio cervello mentre fissavo l’oblò in fiberglass dell’aereo. Non c’era niente da vedere ad eccezione della bianchezza lanuginosa delle nubi, così non c’era niente che potesse distrarmi dalla mia contemplazione.
La riunione era finalmente a portata di mano e sarebbero finiti i tre mesi di celibato.
Controllai di nuovo l’orologio, ancora un’ora e mezza di volo. Con un sospiro abbassai la tendina del finestrino ed annidai la testa contro il cuscino che avevo sistemato tra il sedile e la parete dell’aeroplano. Le mie palpebre inesorabilmente di abbassarono, e sonnecchiai…
Mi carezzò il viso e mi fissò negli occhi mentre io mi contorcevo sotto di lui. Lo fissai, tutto il bisogno ed il desiderio si rispecchiavano rumorosamente nei miei occhi, ma lui continuò a stuzzicarmi.
Alzando le anche sondò la mia micia solo con la testa del cazzo ed io, nella mia condizione di sensibilità, lo sentivo scivolare sul mio clitoride. Mi inarcai ulteriormente contro lui, cercando di succhiarlo in me, desideravo tanto una penetrazione che pensai che sarei morta.
Anche se sapevo che lui lo voleva come me, si trattenne ancora. “Solo un secondo”, disse, “Debbo assicurarmi che tu sia sufficientemente bagnata. ” Poi la sua bocca era su di me, la sua lingua penetrava la mia bocca aggressivamente. I miei occhi erano chiusi, la mia vagava, ma potevo sentire la sua mano scivolare tra i nostri due corpi sudati, muoversi nel mio cespuglio umido e far scivolare lentamente un dito sul mio clitoride e giù nella fessura delle scivolose labbra della fica. Spinse il dito dentro di me, fino all’ultima nocca, e lo ruotò.
“Oh Dio… ” Mi lamentai “Per favore… ” La sua mano lasciò la mia fica bagnata e scivolò su tra i nostri torsi lasciando su una striscia appiccicosa sul mio addome. Si posò su di un seno pesante e pizzicò rudemente il capezzolo. Io ansai.
“Per favore… ? ” disse.
“Per favore… ” Ripetei. Non potevo più resistere al suo stuzzicare. Le mie mani strusciarono sulla sua schiena fino al culo, afferrandolo ferocemente. Lui mi obbligò a riposizionarmi ponendo la testa dell’uccello all’ingresso della micia, annidando la punta calda fra le mie labbra ancora più calde. Tentai di tirare le sue anche contro di me volendo sentire la propagazione familiare della sua grossa verga nel mio buco. Ma anche se credo di essere una donna forte, lui è un uomo ancora più forte. Le sue natiche si contrassero con forza nelle mie mani e lui rimase bilanciato appena fuori della mia fica palpitante.
“Per favore… cosa? ” chiese.
“Per favore… fottimi ora! ” Singhiozzai, le parole mi uscivano come lacrime.
Non parlavo mai molto quando facevo sesso e lui non era mai molto insistente nel sentirmi esprimere i miei desideri carnali. Ma questa volta sembrava aver bisogno di verificare quanto avevo bisogno di lui: disperatamente.
Senza replicare schiacciò le sue labbra ancora una volta contro di me e la tensione del suo culo sotto le mie mani cessò improvvisamente mentre lui affondava dentro di me. Letteralmente affondò. Il suo cazzo era così grosso che anche con la mia relativamente spaziosa micia, la prima volta che mi penetrò ne provocò lo stiramento, il suo pene letteralmente spinse le pareti della fica in posizioni mai assunte e la sensazione, prolungata per tutto questo tempo, era tanto dannatamente bella che pensai che sarei svenuta. Oh, se solamente potessi avere quello spinta, più e più volte ogni volta.
Lui cominciò lentamente, spingendosi contro di me, il suo cazzo che scivolava fuori e dentro ritmicamente, riempiendo alternativamente e vuotando la mia micia, inseriva ancora una volta la sua considerevole verga ed il piacere tormentoso procurò rapidamente il formicolio familiare del mio orgasmo imminente. Sento sempre i miei orgasmi in anticipo e godo del loro prepararsi prima della liberazione. Ma questa volta quando lo sentii cominciare, mi trasformai in una donna selvaggia, afferrando e abbracciando Bruno come un’indemoniata, le mie anche inarcate contro le sue per aumentare i colpi della sua pelvi contro il mio clitoride dolorante. E ciò mi rendeva solo più pazza, più disperata.
Bruno rispose alla mia frenesia aumentando il ritmo, affondando e prelevando con più forza, sbattendo e scuotendo, fottendomi con sempre maggior velocità e forza. Eravamo ambedue fuori controllo e tesi uno contro l’altro, comprendendo che l’orgasmo si avvicinava. Gli ultimi due anni ci eravamo accordati come due strumenti mentre “giocavamo” l’uno con l’un l’altro. La mia melodia: crescendo, crescendo, crescendo… forte! Venni dannatamente, il mio corpo si irrigidì, il respiro mi si fermò in gola, solo piagnucolii appena udibili, di piacere, uno staccato al ritmo dei nostri corpi. E mentre venivo, la mia fica spasimava con forza intorno alla sua verga martellante spremendogliela, incoraggiandolo e lui con alcuni grugniti e spinte, rispose con la sua armonia: un lamento di un timbro più profondo, lungo, con il suo sperma che si spandeva dentro di me come un suono di cembali, forte poi più morbido, più morbido, più morbido… per diventare silenzioso come una sinfonia che andava alla sua conclusione. I nostri corpi ed i nostri respiri andavano in decrescendo, decrescendo, decrescendo… pianissimo.
Faceva caldo nella stanza, i nostri corpi erano lucenti di sudore. Ma dopo che si fu tolto da me, mi strinse a se, ignorando il nostro calore appiccicoso.
Condividemmo un momento di languoroso silenzio, poi “Sto per perderti. ”
Mi girai verso di lui, vidi la sincerità nei suoi occhi e lo baciai piano.
“Anche tu mi mancherai. Ti amo troppo… ”
“Anch’io ti amo. ”
Ci coccolammo a lungo, poi cominciò il processo doloroso dei bagagli…
Una scossa di turbolenza mi svegliò, battei le palpebre e mi accorsi di essermi accoccolata contro il finestrino.
Un braccio era sceso al mio grembo ed il palmo della mano era pigiato nella fessura tra le mie gambe.
Arrossii ricordando che le donne non hanno orgasmi in sogno a meno che non ci sia una stimolazione fisica. Annusai e sentii un chiaro odore di stimolazione intorno a me.
Oh Dio, alzai la testa dal cuscino e sollevai il collo per sbirciare verso il passeggero seduto sull’altro sedile, separato da me da un a poltrona vuota. L’uomo era piuttosto giovane, e di bell’aspetto… e mi fissava intensamente.
Tentai di non arrossire furiosamente, dopo tutto non sapevo quanto delle mie attività erano visibili, o quanto di quelle attività avesse notato.
Distolsi rapidamente gli occhi e cominciai a drizzarmi. Tolsi braccio e mano da tra le mie, mi ravvivai i capelli ed accarezzai il vestito sciupato, poi mi alzai e mi schiarii la gola mentre indicavo al mio vicino la mia necessità di passare. Lui rapidamente, quasi troppo rapidamente, si alzò dal suo posto e si mise nello stretto corridoio per darmi spazio. Passai goffamente ad occhi bassi e mentre scivolavo nel corridoio non potei fare a meno di notare un qualcosa nei suoi pantaloni larghi, sarebbe meglio dire una grossa protuberanza nei suoi pantaloni.
Borbottai un breve grazie e mi affrettai ai bagni in miniatura nel retro dell’aereo. Scivolai in un box non occupata, misi il segnale di occupato e mi sedetti sulla toeletta.
Qualche attimo più tardi fui presa da un’irrefrenabile voglia di ridere, mi dovevo stringere i fianchi doloranti sotto la spinta della risata. Non sapevo se il mio vicino mi aveva visto masturbarmi sino all’orgasmo, poteva semplicemente aver sentito l’odore del mio calore. Bruno mi aveva detto spesso che quando ero eccitata era evidente. Sperai che si fosse appagato.
Passai alcuni minuti a mettermi in ordine, ad orinare con molto sollievo ed ad asciugare dei succhi estremamente copiosi di un altro genere dalla mia micia bagnata, aggiustandomi i vestiti, pettinandomi i capelli e schizzandomi dell’acqua fredda sulla faccia. Dopo mi sentii di nuovo umana, calma e composta, estremamente rilassata.
Quasi fischiettavo ritornando al mio posto e fui anche capace di sorridere piacevolmente al mio vicino, ed alla sua erezione ancora evidente. Mi allacciai la cintura e mi preparai all’ultima parte del volo che, per il mio orologio, sarebbe stato solo di una mezz’ora.
Finii il volo come l’avevo iniziato: fissando fuori dal finestrino, i miei pensieri rivolti all’imminente incontro con Bruno, ora mancavano solo pochi minuti. L’uomo vicino a me fece alcun tentativo a comunicare con me e la cosa non mi dispiaceva, troppo impressionante era stata la sua erezione ed io volevo solo pensare a Bruno.
Dopo poco i viaggiatori stavano aspettando per scendere dall’aereo. Sorrisi un’ultima volta al mio vicino e lo sopravanzai impaziente di sbarcare dall’aereo.
Ho lasciato l’aereo e ho imboccato il lungo tunnel che portava all’uscita, davanti a me vedevo contro la luminosità dell’apertura le teste dei passeggeri, ad ogni passo la luce si ingrandiva ed alcune brillanti facce ansiose di salutare, amici, famigliari ed innamorati (non potevo fare a meno di sorridere) divennero visibili. Ad ogni passo la mia eccitazione aumentava e mille domande si accalcavano nella mia testa.
Come l’avrei visto? Come mi avrebbe vista? Come ci saremmo salutati? Avrei dovuto saltargli al collo o lasciarlo fare a lui? Sarebbe stato freddo o eccitato? Mi amava ancora?
Il tunnel sbucò nel salone arrivi ed io mi trovai insieme al resto della folla all’aperto. C’erano persone dappertutto, che spingevano, esclamavano abbracciandosi gioiosamente, piangevano ed alcuni si baciavano appassionatamente. Io cercai una faccia familiare. La folla cominciava a diminuire avviandosi verso il ritiro bagagli. Alla fine rimasi sola con la delusione che pesava come piombo sul mio petto. Lui non c’era.
Era bloccato nel traffico; si era dimenticato del volo; era vittima di un incidente orribile; stava comprando fiori all’ultimo minuto; era… era…
Dovunque fosse non era lì. Sospirai avviandomi a fatica verso il ritiro bagagli, i miei occhi vagavano ancora nella notte dell’aeroporto alla ricerca di lui. Nulla. Digrignai i denti quando sorpassai una coppia attorcigliata appassionatamente come statue di una fontana. Disgustoso. Ci dovrebbero essere leggi contro quel genere di cose. Quella donna avrei dovuto essere io!
Guardai il viso dell’uomo e vidi che si trattava del mio vicino di poltrona sull’aereo Non ne sono sicura ma mi parve che mi sorridesse furbescamente e ridacchiasse mentre io pensavo a quello che la sua ragazza avrebbe ricevuto più tardi.
Al ritiro bagagli presi le mie due borse e cercai una panchina solitaria. Lasciai cadere le borse e mi lasciai cadere, il mento nelle mani e continuai ad osservare la folla che diminuiva; sperando, ma non aspettandomi, di distinguere la sua faccia.
Improvvisamente accadde. Il suo sguardo mi fece fermare quasi il cuore. Vidi lo sguardo ansioso, come quello che era stato dipinto sulla mia faccia per molti minuti. Lui si scagliò attraverso la folla, la testa alta, gli occhi che saettavano. Per me. Mi stava cercando. Gli ero mancata. Chiaramente.
Mi abbeverai alla sua vista prima che lui mi vedesse. Dimentico sempre quanto è alto, ma lui domina le persone intorno a lui. Sembrava anche più alto nella sua uniforme bianca ed inamidata della Marina militare, il cuore cominciò a battere all’impazzata a quella vista. Chiunque abbia reso popolare la frase “Io amo un uomo in uniforme! ” non stava scherzando. Forse era la sua autorità o solo la virilità, ma io fui eccitata al massimo.
Gli carezzai le larghe spalle, il torace potente, le braccia forti, la vita e le gambe lunghe con gli occhi. Era un animale goffo, pensai, ma era il mio animale.
Mi alzai dal mio sedile ed in quel momento lui guardò verso di me ed incrociò i miei occhi. Ci avvicinammo, silenziosamente, disperatamente precipitammo l’uno nelle braccia dell’altro. Non ci baciammo, solo un lungo, stringente abbraccio. Seppellii la mia faccia contro il suo torace, lui mi carezzò i capelli, e la vita era di nuovo buona con me.
Quando finalmente ci lasciammo ci rendemmo conto per un momento della nostra goffaggine.
Ci scambiammo notizie sul volo mentre lui raccoglieva la più pesante delle due borse ed io prendevo l’altra.
Ci dirigemmo quietamente fuori del terminal ed andammo al parcheggio, non dicendo più nulla finché non entrammo nell’ascensore.
Una volta dentro, tuttavia, la mia calma scomparve, lasciai cadere la mia borsa, lo attirai a me e bisbigliai “Baciami, Bruno, mi sei tanto mancato… ” Senza alcun preambolo lui mi strinse nelle sue braccio e mi baciò con forza, la sua lingua che immediatamente scavava nella mia bocca. Il suo braccio mi stringeva ed io mi schiacciai sempre più contro di lui finché non sentii una durezza rigida contro il mio ombelico. Mi entusiasmò sapere che gli provocavo questo, che ispiravo questa eccitazione in lui con la mia sola presenza.

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