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Aurevoir Paris

La stanza vuota, dalla finestra vedevo le luci di Parigi muoversi frenetiche, il mio volto era riflesso sul vetro tra i rivoli di pioggia, quasi sovraimpresso alla città, il fascino della “Ville Lumière” mi aveva completamente assorbito.
Il mio sentimento predominante, in quel momento, era la solitudine, per la prima volta nella mia vita mi sentivo veramente “straniero”, in una città che non era la mia.
Il cellulare acceso sul comodino rimaneva in silenzio, attendevo il suo squillo come un libertino attende la sua “bella”; ma non trillava, rimaneva muto, quasi ad evidenziare lo stato di solitudine che mi aveva pervaso.
Un catalogo rosso in finta pelle, con le scritte incise in oro, attrasse la mia attenzione.
Era posato sulla cassettiera ai piedi del letto, sulla sua copertina troneggiava, in stile corsivo inglese, la scritta “les femmes de la ville” (Le donne della città).
Lo presi svogliatamente, mi distesi sul letto e cominciai a sfogliarlo.
Al suo interno delle pagine satinate che riportavano delle foto di donne in lingerie e sotto ad ogni foto una scheda dettagliata con misure, gusti, inclinazioni, numero di serie e costo in euro.
Rimasi un po’ a sfogliarlo più per curiosità che per altro, sorridendo a quella esposizione “commerciale” di quelle donne e ragionando con tristezza sui possibili problemi che le avessero spinte ad esporsi su un “catalogo” pur di guadagnare quel pugno di soldi vendendosi come una mercanzia.
Forse per solitudine, forse per avere solo un po’ di compagnia, alzai la cornetta del telefono e composi il numero indicato dal catalogo.
Una suadente voce femminile mi accolse chiedendomi, senza troppi preamboli, che il pagamento sarebbe avvenuto in euro ed in contanti direttamente alla ragazza (anzi disse “per rimessa diretta”) e quale fosse il codice della ragazza scelta. Dopo un primo attimo di esitazione, durante il quale stavo anche per riattaccare, pronunciai il primo numero che lessi sul catalogo, senza neanche curarmi dell’ aspetto della ragazza.
Mi fu detto che entro mezz’ora la ragazza avrebbe bussato alla mia porta, ringraziai e riposi la cornetta.
Negli attimi che seguirono la telefonata, provavo quasi ribrezzo per quello che avevo appena fatto.
“Cavolo, Ale, sei ridotto a dovere ricorrere alle squillo ? ” pensavo tra me.
Avevo riflettuto al lungo sul da farsi quando presi la decisione, a mio avviso migliore, riallacciai la cravatta, misi la giacca e, presa la chiave della stanza, mi diressi verso la porta con l’ unica intenzione di scendere al bar dell’ albergo per bere qualcosa di forte e non farmi trovare dalla ragazza che avevo “acquistato”.
Controllai di avere con me le chiavi della stanza, spensi la luce ed aprì la porta.
“Bonjour, je suis Monique, ca va ? ” un sorriso smagliante, due occhi azzurri come il mare, lunghi capelli rossi leggermente ondulati, mi ero perso in quella donna che mi stava di fronte.
“Buongiorno Monique”. Mi ero dimenticato di essere in Francia, tale era il fascino che emanava quella “femmina” e gli risposi in italiano.
“Hoooo, mais tu sei italianò, io parlo pocco pocco de italien, me plais molto de parler italianò”
Era delizioso il modo in cui parlava italiano, con quella erre muille, quel forte accento francese, quel sorriso di una dolcezza esasperante.
“Je suis en train de aller boir quelque chose”
“Mais non, parliamò italiano, mi piace molto ! ” Mi disse sempre più sorridente.
“Ok Monique, allora parliamo italiano. Stavo andando a bere qualcosa, vuoi farmi compagnia ? ”
“Mais oui, certo, con grande piacere”
Mi richiusi la porta alle spalle, presi Monique sotto braccio e mi diressi verso l’ ascensore.
Mi era capitato solo un’ altra volta nella vita di provare un senso di attrazione così forte nei confronti di una donna, ma era una donna sposata che viveva lontanissima dalla mia città, vista solo in fotografia e sentita qualche volta al telefono.
Adesso avevo davanti a me la causa del mio “scossone” ormonale, sembrava tutto un sogno, sembrava continuasse anche dentro di me, la fatale atmosfera “sognante” che solo Parigi, anche se sotto una pioggia battente che sembrava volesse lavare via i miei ricordi, sa dare.
Ci accomodammo ad un tavolino, si avvicinò immediatamente un compitissimo cameriere, che in un francese pronunciato a trecento aprole al secondo mi elencò il menu.
Rimasi inebetito a guardarlo cercando di esprimere con gli occhi il mio imbarazzo nel non avere capito proprio nulla di quello che aveva detto.
Mi venne in aiuto Monique che ordinò per tutti e due aggiungendo : “Ho ordinato io aussi pur toi: ti piace il folinoir ? ”
“Veramente non so nemmeno cosa sia” dissi io con una faccia meravigliata.
Monique scoppiò in una risata e mi spiegò che si trattava di un liquore ottenuto dalla distillazione di spirito di castagne “curato” con bacchette di cannella.
“C’ est molto buono” aggiunse con il più dolce dei sorrisi che mi spinse a pensare che se anche fosse stato fiele, me lo sarei tracannato lo stesso pur di non deluderla.
Arrivarono i due “famosi” bicchieri di folinoir, il cameriere posò sul tavolo il vassoio che recava anche dei piattini con alcune tartine al salmone.
I bicchieri erano di quelli da “rosolio” (molto piccoli), ghiacciati, ed erano riempiti per metà , quindi il “liquorino” doveva essere una specie di concentrato chimico della nitroglicerina, ipotesi rafforzata ancora di più dalla presenza degli stuzzichini abbastanza “consistenti” per essere un aperitivo.
Monique prese il bicchierino e ne tracannò il contenuto in un solo colpo.
Rimasi a guardare la sua espressione del tutto normale quindi mi feci coraggio, “non deve essere poi tutta sta forza” pensai tra me e mandai giù il mio liquore tutto d’ un fiato.
Ebbi la sensazione di avere ingoiato una fiamma ossidrica accesa.
Riuscivo perfettamente a sentire la strada che il folinoir stava percorrendo lungo il mio corpo.
Lo sentì arrivare allo stomaco, depositarsi sul suo fondo e combattere per qualche minuto con i succhi gastrici, poi più nulla. All’ improvviso il fuoco si era spento come non fosse mai accaduto nulla.
“Cazzo ! Fortino l’ amico” dissi tra me, quasi sussurrando.
“Cosa hai detto ? non capisco” mi disse Monique
“No, lascia perdere, nulla, dicevo che è molto alcolico” aggiunsi io.
“Mais oui, c’est un liquore che beviamo quando ci sentiamo tristi, e siccome tu mi sembravi triste, te lo ho ordinato”.
“Grazie allora, devo dire che in effetti mi ha tirato su ! ” aggiunsi con un sorriso.
“Che ne dici de prenderne un altro e berlo nella tua camera ? ”
Non credo di avere avuto un’ espressione intelligente in quel momento, avevo lo sguardo perso nei suoi occhi, ero emozionato dal suo sorriso ammaliante.
“Va bene – dissi – se vuoi … andiamo”
Ordinammo un altro folinoir e ci avviammo verso l’ ascensore.
Appena dentro, Monique, si avvicinò a me, mi guardò negli occhi, e con fare sensuale cominciò a leccarmi le labbra dando con la lingua dei piccoli colpetti, invogliandomi a fare altrettanto.
Le nostre lingue si incrociarono più di una volta, in un fremito di emozioni intensissime ed indescrivibili.
Allungai la mia mano destra sulle natiche di Monique cominciando un lento massaggio che, ad ogni palpata, mi permetteva di alzare di qualche centimetro la sua gonna.
Monique aveva messo la sua coscia destra in mezzo alle mie gambe dando vita ad un lento massaggio del mio pene.
L’ ascensore arrivò al piano, non ci staccammo neanche un attimo, incoscienti del fatto che ci avrebbero potuto incrociare, la passione di quel momento superava ogni pudore.
Aprì la porta della mia stanza, me la richiusi alle spalle spingendovi contro Monique.
Cominciai a sbottonarle la camicetta, mentre continuavo a godere dell’ incrocio sensuale delle nostre bocche.
Le abbassai il reggiseno sull’ addome e staccai la mia bocca dalla sua per dedicarmi ai suoi seni, piccoli ma ben fatti.
Monique mi alzò improvvisamente la testa, mi guardò negli occhi e ansimando mi disse: “Fiche moi ! ” cominciando a spingermi verso il letto.
Mi fece cadere sul materasso, mi sbottonò con “ingordigia” i calzoni, e con un rapido gesto mi abbassò alle caviglie sia i pantaloni che gli slip.
Erano attimi infiniti, il desiderio, la paura, l’ emozione, ero confuso da tutte queste sensazioni che si erano impadronite del mio corpo, non ero in grado di reagire se non agli stimoli impulsivi che la situazione dettava.
Si mise in piedi sul letto, sfilò i suoi slip mostrandomi il suo sesso oscenamente intriso dei suoi umori e lentamente prese ad abbassarsi su di me.
Raggiunse la punta del mio pene fino a sfiorarla con le grandi labbra, e continuò così per un paio di volte, in quel movimento che per me era un supplizio.
All’ improvviso, con un secco movimento del bacino, mi avvolse con la sua umidità emettendo un gemito e rimanendo ferma a guardarmi come un predatore che osserva la preda dopo averla catturata.
Ordinavo a tutti i muscoli del mio corpo di muoversi, ma non accadeva nulla.
Ero succube di quella donna, che ormai sapevo essere la mia compagna, almeno per quella fittizia notte di passione.
Monique cominciò un lento movimento circolare col bacino.
Una sferzata di piacere mi colse, il brivido datomi da quella donna mi percorse la schiena e fece si che mi riprendessi dallo stato di “black-out” reattivo nel quale ero caduto.
Presi anche io a seguire i suoi movimenti, assecondando ogni sua mossa, favorendo ogni sua iniziativa.
Cominciai lentamente ad accarezzarle i fianchi, poi i seni, strinsi tra le dita i suoi capezzoli strappandole un gemito di piacere, le portai la mano destra sulla bocca e lei, capendo il mio intento, prese a succhiare le mie dita con fare voluttuoso. Tutto questo non faceva che aumentare la mia eccitazione.
Capovolsi la situazione, la afferrai per i fianchi e con un colpo di reni la rigirai con la schiena sul letto ma senza mai interrompere quella penetrazione che avrei voluto infinita.
Cominciai a penetrarla con delicatezza, le sue gambe mi stringevano al bacino e con i talloni dava il ritmo ai miei “affondi”.
Sentivo ormai vicino il piacere. Con decisione urlai un “Vengo”. Monique capì, mi sfilò da lei, si mise sotto di me e cominciò a succhiare il mio pene con vigore e passione.
Venni come mai, le riempì la bocca del mio piacere.
Ci accasciammo stanchi e felici uno accanto all’ altra, ci addormentammo.
Mi risvegliai poche ore dopo accanto a quella occasionale, fantastica compagna.
Aveva il volto dipinto di serenità, i rossi capelli abbandonati sul cuscino e vagamente scompigliati, il trucco era ormai scomparso ma la vedevo sempre bellissima.
Mi alzai, mi diressi verso la doccia.
Non so quanto rimasi sotto l’ acqua, non molto comunque, perché quando uscì dal bagno lei era ancora ddormentata.
Mi rivestì, presi il portafogli dalla tasca interna della giacca, estrassi i 51. 65 euro e li misi dentro la sua borsetta.
Uscì dall’ albergo e optai per una passeggiata lungo la Senna, non so perché ma non avevo intenzione di rivedere Monique, forse se la avessi rivista sveglia non l’ avrei lasciata più, forse sarei stato solo una complicazione, forse mi avrebbe fatto male vederla, con la sua freddezza da “squillo”, chiedermi i soldi e salutarmi, pronta per un’ altro “cliente”. Tornai dopo circa un’ ora, presi un caffè (peraltro orribile) al bar dell’ albergo e risalì in camera.
Aprì la borsa del portatile pronto a scrivere un racconto, più per distrarmi che per altro ma sul PC trovai una busta, dentro c’erano i soldi ed un biglietto con scritto : “Aurevoir à Paris”.
Era firmato “Monique” con il rossetto e in fondo c’era il numero di un cellulare. FINE

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