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Città

Osservo dall’alto le tette e l’osceno solco fra le cosce che la divide in due.
La mia città è una baldracca in cui la fenditura costituita dall’arteria principale che dall’alto della collina scende fino in centro e ne costituisce la Natura e, come si dice da queste parti, una fenditura è una Fessa e l’arteria è Spaccanapoli e cosa è la spacca se non un sinonimo di fessa?
Dunque, se la guardo da una terrazza prospiciente il corso Vittorio Emanuele, non lungi dall’Ospedale militare, via Pasquale Scura, o più in alto, da San Martino, posso avvertire la ferita netta che divide la città in due parti senza peraltro né gerarchie né esclusioni: la città è altrettanto baldracca sia a destra che a sinistra e a ben vedere, non ci sono quartieri seri e quartieri meretrici: le plurisecolari vicende storiche che vi hanno avuto luogo, il porto di mare che ne è carattere principale, la napoletaneria di cui illustra molto bene La Capria come degrado verso la napoletanità essendo la seconda il verso che il napoletano fa della prima:
“Vuoi che ti faccia il napoletano e io te lo faccio! ” e dalla napoletanità, carattere del DNA si passa alla degenerazione sollecitata dallo straniero e propiziata dalla mezzana azienda di soggiorno con i festival della canzone popolare, la sceneggiata, ecc. tutte queste caratteristiche insomma fanno di Napoli, l’antica Partenope, un’unica Grande Meretrice Madre.
Quartieri Alti
Ci penso e mi viene in mente quel gigolò di Rino, riduzione del pleonastico e troppo popolare Gennarino che era stato affibbiato al mio amico d’infanzia.
Lui aveva un pesce enorme; no nessun acquario, aveva un, come si dice in Italiano, un pene davvero ragguardevole che lo faceva classificare come l’unico bipede a tre gambe del Quartiere Chiaia.
Non era né un capitone né un’aguglia, non una spatola o una spigola, diciamo che ricordava vagamente un’orata, con quella protuberante testa aggettante con cui giocava da ragazzino, esibendosi per il nostro ufficiale divertimento ed intimo scorno.
Era un fenomeno da sempre e le madri se lo spupazzavano fin da bambino esigendo di vedere quella stramberia della natura, e meno male che col tempo le proporzioni avevano poi ridimensionato il fenomeno, rendendolo meno mostruoso ed impraticabile; Rino era cresciuto nella convinzione corretta di essere un fenomeno e quando ci si decise provvidenzialmente a fargli frequentare la Scuola Militare Nunziatella fu per il suo bene perché, altrimenti, sarebbe cresciuto come un villanzone.
Viceversa, la dura scuola posta sulla collina di Pizzofalcone temprò il carattere del ragazzo, o quanto meno, ne fece formalmente un gentiluomo rendendogli facile la selezione della giusta posata o del bicchiere, durante un pranzo di gala.
Noi tutti, forti della divisa di panno blu per l’inverno e di tela bianca per l’estate, del kepì di sapore ottocentesco e dello spadino così simile a quello di più prestigiosi cadetti dell’Accademia Aeronautica di Pozzuoli, avevamo ragazze algide della buona borghesia napoletana, acqua e sapone, mentre Rino– No Rino aveva cominciato dal top, da una contessa di 40 anni, molto fascinosa e molto vogliosa che gli aveva risolto contemporaneamente due problemi, la concupiscenza erotica e quella economica, perché Rino, di famiglia decaduta, senza né arte né parte, aveva il problema di come buscarsi la giornata come qualunque proletario della sua stessa classe d’età.
Solo che Rino, grazie alla Nunziatella, aveva già assolto il servizio militare ed a 18 anni era libero come l’aria.
La Contessa era in realtà una ex sgallettata di classe che era riuscita a farsi sposare da un Conte, più vecchio di lei di 30 anni e, quel che conta maggiormente, rivelatosi molto incline alla deboscia. Così gli amanti della Contessa entravano di diritto a far parte della corte dei due, senza troppi distinguo e senza alcuno scandalo.
Rino era almeno il quarto o il quinto personaggio cooptato per gli sfizi erotici dei due coniugi e credo di sapere che il Conte, trascorso il primo momento di entusiasmo della moglie, passò ad un più assiduo e proficuo rapporto con Rino di cui peraltro questi, gentiluomo addestrato e professionista consumato, non si lamentò mai.
In quegli anni, mentre frequentavamo faticosamente Giurisprudenza, non era difficile incontrarlo in città mentre passeggiava su e giù sullo spider fra via dei Mille e via Caracciolo o prendeva l’aperitivo in Piazza dei Martiri o anche cenava al Circolo canottieri dove incontrava la créme delle signore bene che se lo contendevano similmente alle mamme di 20 anni prima!
Lui poverino non era nemmeno eccessivamente spocchioso, anzi ci offriva la cena e ci ragguagliava, senza falsi pudori, sulle sue performance e sulle relative prebende che ne ricavava, limitandosi solo al riserbo sulle signore coinvolte, memore dei seri insegnamenti della scuola di gentiluomini.
Una sera che era particolarmente in vena di effusioni ci invitò alla villa dei suoi amici, dove sarebbe stata festeggiata non so più quale coppa velistica, datosi che il Conte era un consigliere di una qualche federazione e benemerito finanziatore di attività varie.
Eravamo io e Carlo e non ci facemmo pregare a recarci puntualmente alla festa.
Il clima era di quelli giusti, la piscina contornata da tavoli con splendidi canapé pieni di ogni ben di Dio che potesse venirci dal mare, l’orchestrina suonava dal vivo musiche di Peppino di Capri, le ragazze giovani, poche per la verità, erano carine e si attaccarono subito a noi.
La serata volò e quando pensavamo ormai di riaccompagnare le rispettive ragazze scoprimmo che erano incaforchiate ai genitori che non le lasciarono con noi e così mentre ci accingevamo ad andarcene ci sentimmo dire da Rino “Ma dove credete d’andare adesso, fra poco comincia il bello per voi! ” e ci portò, furtivo, in un salottino che aveva un vetro mono direzionale da dove avremmo potuto osservare impunemente.
Qui, dopo un attimo, arrivò il Conte che si fece una pista di polvere bianca e poi con voce in falsetto cominciò a chiamare “Rino, Maria, dove siete venite a fare compagnia al povero Fefè” La contessa entrò subito e cominciò a spogliarsi, immediatamente interrotta dal marito scandalizzato:
“Che fai, non conosci le buone creanze, aspetta Rino, per la miseria! ”
Rino non si fece attendere a lungo e si avvicinò immediatamente alla Contessa cui sussurrò qualcosa, poi si allontanò per mettere della musica e infine si mise a sedere in una poltrona proprio sotto il finto specchio, in modo che lo strip che aveva richiesto fosse, di fatto, in favore della nostra prospettiva.
La donna cominciò a tirare su la gonna, senza mostrare gran che all’inizio, in un su e giù che faceva intravedere delle gambe lunghe, molto ben fatte; improvvisamente poi sfilò con mossa sicura e fulminea le mutandine che roteò maliziosa e che lanciò al nostro amico di cui intravedevamo appena il profilo ma che dovette passarsele sul viso.
Carlo, con voce strozzata per l’eccitazione ma anche per non farsi sentire, disse “Cesù ma qua è meglio della lap e del pip show”.
La donna , giocando sulla propria nudità virtuale continuò per un bel po’ la manfrina di tirare su e giù mostrando il triangolo scuro dei peli poi, apparentemente colta da improvvisa noia, si sfilò il vestito dal capo e, rimasta totalmente nuda, invitò Rino a raggiungerla sul divano, quasi di fronte al nostro punto d’osservazione. Nel frattempo il marito aveva abbassato i pantaloni e si era messo in libertà, con uno strano sospensorio che gli teneva su lo scroto, unica testimonianza del suo abbigliamento. Ci perdemmo così la scena di Rino che si spogliava e, già nudo, notammo come impugnasse il suo pesce e lo sbatacchiasse, a mò di manganello, sulle rotonde opulenze della donna che sembrava trarne gran divertimento.
Il manganello venne poi inserito nella capace caverna della donna che cominciò da subito a gemere e a dire oscenità mentre il Conte si avvicinò alle natiche di Rino ed iniziò a sfregare il suo cazzo, davvero misero, a confronto con la incredibile mazza che Rino esibiva ogni volta che usciva dalla caverna, una specie di tunnel di Piedigrotta, in grado di riceverlo tutto e di farne ansimare la beneficiaria, per l’eccitazione e non per dolore.
L’armeggiare del padrone di casa sulle natiche e sul buco di Rino sembrò avere sortito qualche effetto nel senso che, dopo aver raggiunto una modesta erezione, nel corso di un’ennesimo strofinio ci fu una moderata eiaculazione sottolineata da squittii davvero poco maschili, e a cui Rino reagì minacciando un’inculata che avrebbe stracciato, a suo dire, l’uomo in due, ma si capiva che si trattava di un gioco, forse ricorrente che, infatti destò solo l’ilarità dei tre che si concessero una breve pausa.
Carlo ed io eravamo molto eccitatati e, ignari degli sviluppi, ci dicemmo in un sussurro che, forse, al secondo round avremmo fatto meglio a soddisfarci da soli perché le evoluzioni dei tre, altamente spettacolari, avrebbero potuto concludersi per noi, solo in quel modo inglorioso ma–.
Ma fu quasi con allarme che udimmo la voce chioccia che diceva “Rino, adesso però potremmo anche invitare questi tuoi amici a raggiungerci e giocare un po’ con loro! ”
Quasi trasognati, ci ritrovammo al di la dello specchio, nel salottino, con la donna che ci baciava e ci spogliava, con il marito che carezzava e succhiava , con Rino che guidava le danze, gestendo il “tableau vivant” che ci accingevamo ad interpretare.
La donna è in piedi e viene penetrata davanti da Carlo mentre a me viene affidato il culo che leccherò e penetrerò con uno e poi più dita, per prepararlo ad una mia penetrazione, ma poi Carlo, vuoi per l’eccitazione precedente vuoi per la situazione inconsueta, ha un improvviso spasmo e gode come un porcello fra la fredda disapprovazione della donna ed il corruccio di disappunto del Conte.
Io vengo subito messo al lavoro e su suggerimento di Rino che, forse ha capito come regolarsi, comincio a penetrare la pucchiacca con le dita, da due a tre e poi a quattro, fino ad introdurre tutta la mano fin quasi al polso, in questa vagina che sembra potersi dilatare all’infinito e che dilatandosi sembra concedere sensazioni sempre più forti, per cui ad un certo momento il mio introdurre ed uscire, iniziato con garbo e dolcezza, diventa sempre più cattivo, incalzante e frenetico mentre Rino le piazza il suo pesce fra le chiappe e lei urla “No Rino no! là no” ma vuoi per il timore di una possibile sodomizzazione davvero spaventosa vuoi per la mia cattiveria nella penetrazione, sentiamo che la donna ha un primo cedimento e sta venendo copiosa nei suoi lamenti e nelle secrezioni che mi bagnano fino al gomito.
Rino però sa il fatto suo, conosce le vere esigenze della donna e, senza quasi interruzione, la penetra dal davanti e mi ordina di fare altrettanto da dietro mentre il marito, salito su di una sedia si fa spompinare dalla moglie; Carlo riavutosi improvvisamente e poco disponibile a rinunciare alla sua parte di piacere, alterna una sega a qualche slinguata qui e là che sollecita le tette della nobildonna che, in un mare di sudore, saliva, sborra ed altre sue secrezioni, gode ancora ed ancora ed ancora fino a quando l’ultimo di noi, l’impavido Rino manco a dirlo, si concede la propria meritata conclusione.
Usciamo dalla Villa dei Conti che è quasi l’alba e si cominciano a sentire nel silenzio che precede il giorno, i diesel delle motobarche che dal molo prendono il largo.
Cerchiamo, tutti e tre insieme sulla spider di Rino, un baracchino per l’ultima birra che, dopo lo champagne di livello ci sembra, di metallo. Rino paga per tutti e poi tira fuori due banconote di grosso taglio, già pronte e ce le consegna “da parte di Fefè” che s’è divertito tanto ma, signori si nasce, non voleva offenderci a darcele direttamente.
Sospetto che Rino possa aver fatto la cresta ma arrossisco comunque, davvero imbarazzato, mentre mi sembra che Carlo intaschi senza problemi.
Devo assolutamente andare a casa a dormire dopodomani, cioè no è già mattina, domani mattina ho l’esame di sociologia criminale. Sono preparato ma non riesco a formulare il pensiero su come classificare la nostra nottata, secondo questa disciplina, forse per la stanchezza, ma fra 24 ore, sono certo, lo saprò e sarò in grado eventualmente, di rispondere.

Quartieri Bassi
Gennaro, per amici e non, Gennà, è figlio di zoccola. Lui non ne ha colpa, non è un insulto ma la mamma, povera donna per buscarsi la giornata fa la vita.
Maria, la madre, esercita in una traversa di via Nardones, “n’coppa ai quartieri” dove entrambi vivono.
A ridosso del centro storico, il S. Carlo e la Galleria, quella per intenderci servita come modello per la più nota e recente Galleria milanese, ci sono i Quartieri Spagnoli, i quartieri e basta per i napoletani veraci che forse sanno che si tratta degli antichi acquartieramenti delle milizie spagnole, ennesima soldataglia d’occupazione, accolta con apparente spirito fraterno ma di fatto con quella napoletaneria che si riserva ai potenti, ai ricchi, a quelli che ci vogliono così, pazzarielli sempre allegri e con gli spaghetti in mano!
Dunque, Maria vive ed esercita in un basso, un vascio come avrebbe detto la Filumena di Eduardo ma i tempi sono cambiati e un basso non è più un basso: prima di tutto Maria ha solo Gennà, e quindi non è sovraffollato e poi il basso ha adesso il bagno con l’acqua, il frigo e tutte le comodità. Poi il basso dispone di una porta finestra a scuderia che permette di chiudere ed aprire a piacimento così quando Maria è in attesa di clienti può conversare con le vicine e, magari, zizze seminude posate sul davanzale, proporsi ai passanti di cui alcuni sono lì per quello.
Altra novità rispetto alla Napoli di tanti anni fa sono le auto parcheggiate un po’ dovunque, esposte ai graffi che passando le altre macchine lasciano in ricordo, e i motorini, selve di motorini di tutti i tipi. Nuovi e nuovissimi e poi vecchi e poi semi distrutti ma tutti ronzanti con in sella almeno due o tre pre adolescenti.
Spesso dai motorini un braccio si sporge e la borsa o il pacco è bellesparito.
Maria vuole stare in pace con tutti ma non approva e, anche se non fa “a scpia” dice sempre ai clienti di stare attenti, che queste sono strade malfamate!
Gennà ha quasi 15 anni e ha finito gli studi tre anni fa, licenziato dalle elementari per cause di tipo anagrafico, e aiuta la madre nell’attività di famiglia, accompagnando i marinai della Sesta Flotta della marina americana che, grazie al comando NATO di Bagnoli, non mancano mai.
Insomma, è un operatore turistico!
Li accompagna in giro per la città e li dirotta quanto e quando può nel bascio di mammà, purchè loro non sappiano del rapporto che c’è fra loro perché si sa, gli Americani sono belli e buoni ma non capiscono, mica sono come noi, anzi addirittura a volte manco sò cristiani, e non gli piacerebbe sapere certe cose.
E così la nonna di Gennà, Carmelina, faceva la vita subito dopo la guerra e facette parecchi figli e figlie la quale una era addirittura di colore e poi nascette Maria, la bella ed adesso fa la vita anche lei però dopo l’imbroglio del primo figlio non ne ha fatti più e se lo è tenuto, mica comme a Mammà, pace all’anima sua, che mandò figli e figlie alla Madonna, alcuni con la mediazione del brefo, altri direttamente.
Gennà è un buon figlio, rispettoso e di buon carattere, solo che adesso sì è messo in testa di accattarsi un motorino e così una parte dei proventi delle marchette è destinata, come percentuale di commissione, allo scopo.
Quel giorno Gennà ha agganciato un biondino pallido, smilzo, dall’aria mite triste, del Tennesee che non si capisce cosa voglia; ad ogni proposta dice nou nou, anche se ha scoperto che la pizza la fanno anche a Napoli oltre che in America, e se ne è fatte un paio, alla faccia dello smilzo e poi il locale per americani in zona angiporto non gli va bene, men che meno le gerls o le uimen, alla fine Gennà capisce qualcosa che gli suona come un fac iu e s’incazza e gli dice “a soreta” ma poi più che le parole potè l’espressione triste ed afflitta che illumina Gennà e che dice “iu wonna bum bum mi? ”
Si sono capiti, finalmente, e Gennà agguanta il cellulare, chiama mammà e le dice di lasciargli il posto libero e mammà, sospettosa, non vuole ma Gennà tanto dice e tanto fa che lei ci crede, che si tratta di un’ausiliaria dell’Ohio, e lo lascia fare.
Cosi qualche mezzora più tardi abbiamo un Johnny meno triste e ridanciano, un Gennà che, al settimo cielo s’è buscato direttamente un andred dollar e vede più vicino il motorino.
E poi, a cascata, c’è il concessionario Piaggio, il distributore che a credito erogherà la miscela ed incasserà a fine mese, e se Gennà non potrà pagare, niente di male, qualche commissione, consegna di pacchetti a domicilio di polvere bianca, dal basso di don Gennaro magari alla casa dei Conti, è il debito è saldato. FINE

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Scrivo racconti erotici per hobby, perché mi piace. Perché quando scrivo mi sento in un'altra domensione. Arriva all'improvviso una carica incredibile da scaricare sulla tastiera. E' così che nasce un racconto erotico.

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