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Conoscere se stessi

Conoscersi è la sapienza più bella, ma anche più difficile. Assumere consapevolezza di sé, delle proprie qualità, per convivere serenamente con esse e per potenziarle al massimo è faticoso. Spesso ci si scopre per caso, o attraverso un’esperienza imprevista. Così è capitato anche alla mia Elisabetta.
Elisabetta non amava sentir chiamare troie le donne. Era questo un segno della sua delicatezza e gentilezza d’animo; ma avevo sempre pensato che fosse anche un residuo della sua femminile ipocrisia. Semplicemente non voleva che si dicesse esplicitamente: le sembrava osceno, anche se nel vedere o leggere storie hard era la prima ad ammettere sinceramente che in quelle porcate non c’è nulla di inverosimile o di straordinario perché son cose che tutti facciamo.
Una settimana fa, in occasione del suo ventiduesimo compleanno, volli farle una sorpresa, portandole in camera, al pensionato universitario in cui ospita, il regalo comprato per lei. Giunto lì bussai, ma non ricevendo risposta entrai con la chiave da lei duplicatami. Poi mi nascosi dietro il tendone della finestra, per potenziare ulteriormente la sorpresa non appena Elisabetta fosse tornata. Ma dopo una manciata di minuti la porta si aprì e Elisabetta entrò in camera con un gruppo festante di compagni di studio. Non volli svelare la mia presenza e trattenni il respiro. Le felicitazioni durarono poco: ben presto la troupe si congedò, anche se Elisabetta non aveva fatto in tempo a richiudere la porta che si sentì nuovamente bussare. Erano, stavolta, due amici di Elisabetta che si erano ricordati del suo compleanno solo notando il baccano dei loro colleghi. Jean, uno studente zairese di veterinaria, e Marco, iscritto a medicina, volevano farle gli auguri. Elisabetta li fece entrare ma li pregò di concederle prima di togliersi le scarpe con i tacchi alti che l’avevano torturato per l’intera giornata. I suoi gesti spontaneamente sinuosi per chinarsi a slacciare le scarpe e l’incauto inarcamento di schiena che esponeva a mezz’aria il culetto rotondo e sodo, insinuò nella mente dei due il desiderio, sempre accarezzato da loro ma sempre deluso dall’integerrima studentessa, di regalarle una solenne scopata: nel giorno della sua festa non avrebbe potuto sottrarsi all’omaggio! Intendendosi al volo la afferrarono da tergo e la addossarono alla parete. Elisabetta, non sospettando le loro intenzioni, se ne uscì con una breve risata, che i due interpretarono come un implicito invito ad iniziare i giochi. Le loro mani cominciarono a palparla dappertutto e solo allora la sorpresa di Elisabetta si mutò in terrore. Li insultò, ma sottovoce per una sorta di strano pudore, dicendo loro che erano dei porci e che dovevano subito andarsene, altrimenti avrebbe gridato aiuto. Ma i due le promisero che avrebbero fatto di tutto per rendere piacevole anche a lei “troieggiare” un po’ con loro. A queste parole Elisabetta coraggiosamente accennò ad una reazione manesca per cacciarli fuori di stanza, ma Marco, precipitandosi a chiudere l’uscio a chiave le annunciò imminente la lezione più importante dell’intero suo curriculum universitario: le avrebbero insegnato le buone maniere della troia.
Jean le sibilò alle orecchie di tacere afferrandola per i folti capelli neri e ricci e strattonandola sul letto, mentre l’altro isolava il telefono e accendeva ad alto volume lo stereo. E così ebbe inizio quello strano stupro consensuale, subìto remissivamente da Elisabetta, mentre io mi rassegnavo a spiarli inerte dal mio nascondiglio, impietrito dalla curiosità di vedere la mia cerbiatta montata da quei due montoni infoiati. Le intimarono di spogliarsi, perché altrimenti le avrebbero strappato a sberle i suoi bei vestitini. Elisabetta, con molto realismo, si rese conto di essere ormai in balìa di quei due animali famelici di sesso e con la speranza di limitare i danni li assecondò docilmente. Si sfilò la camicetta e si slacciò il reggiseno; non fece in tempo a togliersi i fuseaux che fu subito costretta ad inginocchiarsi davanti al cazzo enorme dell’africano, duro e scuro, quasi fosse un totem a cui l’apprendista troia doveva sacrificarsi. Di fatti una mano spinse la sua nuca in avanti e la sua bocca ancora serrata si schiantò sulla cappella di Jean: il negro le ordinò di ricevere fra le labbra il suo membro e per convincerla tornò a tirarle i riccioli. Il dolore vinse la sua riottosità: aprì la bocca e si lasciò penetrare da Jean, che inziò a chiavarla con foga tra le guance. Nel frattempo Marco completava la sua denudazione sfilandole i pantaloni elasticizzati insieme allo slip minutissimo e mettendo così in mostra quella che chiamò la “mercanzia della nostra allieva”: una vulva moderatamente pelosa e due natiche bianchissime, subito esplorate dalle dita del futuro medico. Jean le affondava sino in gola il cazzo, rischiando di strozzarla; ad un tratto disse ridacchiando di aver urtato le tonsille della devota pompinara. Marco allora gli fece notare che curarle non è mestiere da veterinario, bensì da vero dottore, benché la paziente in questione fosse una troia. Si sdraiarono tutti e tre sul letto, ma stavolta Elisabetta dovette slinguare con dedizione il pene di Marco, mentre Jean come un cane da tartufi si diede a frugare con la lingua il clitoride della vittima. Esternò soddisfazione trovandole la fica abbondantemente bagnata, praticamente grondante di umori vaginali: era la prova che Elisabetta non era del tutto indifferente alla lezione che quei due le impartivano. Del resto, dopo i primi colpi di lingua e l’affondo dell’anulare di Jean nello sfintere, emersero chiari e distinti nella sinfonia dei rumori osceni dell’orgia i mugolii della ragazza. Stretta tra i corpi sudati dei due giovani la sua piccola figura denudata quasi scompariva alla mia vista, ma ogni tanto vedevo il suo viso con gli occhi socchiusi e quell’espressione stravolta tipica dei suoi momenti di maggiore eccitazione: ormai si era abbandonata al godimento. Le mani dei due la giravano e rigiravano senza sosta, mentre i loro cazzi si spalmavano in ogni piega del suo corpo lucidandole la pelle con fiotti di umori seminali. Marco le comandò di calzare di nuovo le scarpe col tacco alto, convinto che avrebbero esaltato la lunghezza delle sue cosce. Lei obbedì, ma mostrando perplessità. Le chiesero a cosa stesse pensando e lei rispose che temeva la lasciassero lì, proprio al quel punto. “E brava la mia troietta bianca”, risero, “impari presto la lezione! “. Elisabetta confidò, ormai senza più ritegno, completamente disinibita, che aveva spesso fantasticato sulle dimensioni del cazzo dello zairese, sditalinandosi nel cuore della notte.
Intanto era giunto il momento di scopare sul serio. I due, facendosi l’occhiolino, le proposero cavallerescamente un’alternativa: poteva scegliere quale cazzo avrebbe dovuto tapparle il culo e quale invece colmarle la fregna. Davanti si vide schierate due nerchie sbrodolanti: una color cioccolato di almeno 22 cm, l’altra paonazza e più grossa ma sicuramente nella media minima dei 16 cm. Elisabetta le stimò con espressione maliziosa e infine scelse masochisticamente la più lunga per davanti e la più tozza per dietro. La impalarono contemporaneamente, regolando il ritmo alterno dei colpi da infliggerle: a lei non rimase che dimenarsi selvaggiamente tra uno scossone e l’altro, sentendosi spaccare ad ogni loro affondo. Non so se stesse godendo, ma di certo si trasfigurò, mentre incitava i due chiavatori a non fermarsi e a sfondarla senza tregua. Marco venne quasi subito, dentro di lei, irrorandole di sborra l’intestino. Jean resistette poco più e, per timore di ingravidarla, sborrò fuori, schizzandole la faccia e le tettine gonfie e turgide. Rimasero fermi per un minuto, tutti spossati; poi, mentre Marco andava in bagno, Elisabetta si catapultò a ripulire con ingordi colpi di lingua il pene di Jean. Stavo a guardarla di nascosto: più che prigioniera dei due, mi pareva in preda alla sua stessa incontrollabile libidine. Finalmente i due studenti, dopo mezz’ora di monta bestiale, si accinsero ad andarsene. Elisabetta li guardò con occhi imploranti: li supplicò di non spargere la voce sull’accaduto; in cambio avrebbe accettato di ripassare con loro la lezione. Ma i due la ricattarono più pesantemente, strappandole la promessa di andare ad “animare” l’addio al celibato di un loro amico: nel modo in cui stavano ormai le cose lei non poteva più permettersi il lusso contrattare. “Su, ammetti che il regalo ti è piaciuto, troietta” le disse Jean: lei annuì lascivamente; Marco sulla soglia le raccomandò di fare tesoro degli insegnamenti di quella sera: lei sussurrò piano, quasi tra sé e sé, che potevano giurarci. Rimase sola, accovacciata sul letto, in mezzo alle lenzuola fradice di umori, infarcita e spalmata lei stessa di sperma, soddisfatta e sazia. Una gocciolina le rigò il ventre, scivolando dal capezzolo destro: la catturò con l’indice e ne assaporò golosamente il gusto; trascorse qualche minuto alla ricerca meticolosa di altre gocce residue.
A me intanto tremavano le gambe per la confusione. Elisabetta fece la doccia canticchiando serenamente e si preparò per l’appuntamento con me: prese una lunga e sottile catenina in oro platino e se la cinse alla vita, cascante lenta sui fianchi; si truccò con inusuale accuratezza, scelse attentamente il pizzo più ricamato e si accinse ad indossarlo; poi cambiò idea, gettò tutto alla rinfusa in un cassetto e rinunciando a slip e reggiseno mise soltanto un paio di calze autoreggenti – mai indossate prima – e poi direttamente una minigonna blu e la sua maglietta rosa trasparente, infine le solite scarpe col tacco che le spingevano verso l’alto i glutei sculettanti. Si voltò ed emise un gridolino, fissando il pavimento nella mia direzione: temetti di aver lasciato fuori della tenda le punte dei piedi e mi preparai ad affrontarla; invece Elisabetta s’era semplicemente accorta del filo staccato del telefono ed evidentemente s’era preoccupata di una mia eventuale telefonata non sentita. Prese dal comodino una carta telefonica e uscì correndo per le scale; intuii che stava per chiamarmi e ne approfittai per sgattaiolare dalla sua camera e guadagnare furtivamente l’uscita del pensionato.
Il trillo del cellulare non si fece attendere:
“Ciao mio bel porcellone, la tua studentessa di psicologia è stata ad una istruttiva seduta di autoanalisi, è affaticata ma immensamente desiderosa di festeggiare con te: allora ci vediamo? “……… FINE

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