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Ghiaccio

-Adesso ti faccio un massaggio- Mi disse sedendosi sopra di me.
Va bene, un massaggio. Era una brava bambina, proprio una brava bambina.
Incenso, candele profumate, lenzuola non proprio fresche, indumenti buttati sulla scrivania.
-Non mi piace questa cravatta! Chi sono questi? I Puritani? – Era una bellissima cravatta, non mi aspettavo che lo capisse, ma la mia era una cravatta davvero molto bella.
-No, sono i Medici… non la stropicciare! Me la sono fatta arrivare da Firenze, è dell’anniversario… ne esistono solo mille esemplari. –
– No, questi sono i Puritani! –
Sono quello che vuoi, pensai, basta che la fai finita e lasci in pace la mia bella cravatta.
Accese il mangianastri e ricercò alternando i tasti del Rewind e del Forward il brano più adatto… musica realizzata con un composer midi e schiaffata senza tanti riguardi su registrazioni d’ambiente. Scelse una spiaggia infestata dai gabbiani. Le piacque cose. Lei non viveva in una cittr di mare, non sapeva quanto poco fosse romantico dribblare a piedi scalzi le cacche dei gabbiani, sulla spiaggia.
Il vento, quello si che era piacevole, l’avrei ascoltato per ore.
Si inginocchiò sul letto al mio fianco.
Bisognava lasciar parlare le sue mani e pensare a qualsiasi cosa. A qualsiasi altra cosa.
Le sue dita risalivano la colonna vertebrale, la pelle le rispondeva come il buon cuoio alle lusinghe della lama.
Caldo e freddo. Dentro e fuori. Io e qualcos’altro.
Pattini nuovi della mia misura, ghiaccio non ancora battuto, le porte da hockey e lo scotch nella boccetta che si affacciava dalla tasca bassa dell’invicta. Non più bambino, non ancora uomo, avanzo d’infanzia nelle festicciole glamour della gente bene, nomi importanti, sorrisi di pesca e profumo di vino.
– Buena sorte! – disse in italiano. Un vecchio film di Sergio Leone, non ricordo quale.
Frequentavo questa comitiva di ragazzine carine carine, felici di aver scoperto di essere donne in un paio di mutandine sporche di sangue.
Una di queste la ricordo bene perchc mi chiamava sempre per parlarmi dell’uccello del suo ragazzo. Parlavamo per ore della sua appendice prediletta, di come per lei fosse piccolina e di quanto le facesse tenerezza e di tutte quelle piccole rivelazioni sulla capacità cerebrale di un glande. Poi si chiudeva sempre sul fatto che poteva diventare grosso e che i rossi hanno i peli dell’inguine rossi e non neri come lei si aspettava.
Un’altra me la ricordo bene perchè aveva un dalmata gay fuori al balcone che nutriva un fastidioso interesse nei confronti dei miei jeans e questa mi aveva lasciato un paio di volte sul balcone con il suo bel dalmata e una volta la dirimpettaia mi aveva detto: -Non ti preoccupare, che non morde! – e io non ebbi la freddezza di dirle -Signora, con tutto il rispetto, si faccia i cazzi suoi che il cane non morde ma forse mi si incula! -.
Andavamo tutte le domeniche a pattinare sul ghiaccio. Io e le ragazze, non io e il dalmata.
Eravamo proprio una bella comitiva.
E pattinavamo.
Ci misi un paio di settimane per staccarmi dal cordolo e iniziare a girare in tondo come tutti gli altri cretini che frequentavano il palaghiaccio, mentre gli atleti a centro pista si prendevano gioco di noi profani ballando come farfalle. È’era questa ballerina con gli slip bianchi. Bianchi. Dovevano essere molto caldi quegli slip bianchi, sotto il gonnellino blu con l’orlo rosso. Piroettava e si faceva palpare con classe dal suo partner.
Il ragazzo di lei, fuori pista, sorrideva sempre ed io credevo fosse molto gentile sorridere mentre la tua ragazza viene palpata da un cretino con i pantaloni a zampa d’elefante.
Ma lei me la ricordo molto carina, le sue mutandine erano molto carine e il loro naturale confrontarsi con la sua più sincera espressione… era anche questo molto carino.
Ma da adolescenti è tutto molto carino.
Una volta inciampai sui miei stessi pattini.
Mi succedeva spesso e il più delle volte rovinavo a terra ritrovandomi coperto dai culi e dalle mani di quelli che mi stavano dietro.
Stavo incrociando i pattini senza staccarli da terra facendogli disegnare due linee ondulate, come i capelli appena mossi dalla piastra di un parrucchiere. Non so se rende l’idea, ma le due linee sembravano formare una treccia. è un passo molto difficile ed io non ero certo in grado di realizzarlo, tant’è che la treccia non era affatto parallela al bordo della pista, ma tracciava una curva che andava a chiudersi proprio a centropista. Io non potevo saperlo perché ero troppo concentrato sui miei pattini e le mie gambe erano “storte” come quella statua di Apollo ritrovata in Tracia, per cui avevo una gran paura di sbattere le ginocchia e capitolare facendo una squallida figura davanti alle belle mutandine della ballerina. La ballerina ballava e saltava e tutto quello che doveva fare il cretino con i pantaloni bianchi a zampa d’elefante era metterle le mani sulle coscie e tenerla per aria un paio di secondi mentre lei teneva le braccia in posa plastica. Ricordavano gli omini sulle torte nuziali o uno di
quegli stupidi carillon che le ragazze tengono sui loro stupidi comò.
Inciampai sui miei stessi pattini, accennai un passo per riprendere l’equilibrio, ma sapevo gir che era inutile. Il ghiaccio lo guardavo in faccia e il ghiaccio mi chiamava. Era bluastro e vedevo le condutture sottostanti e pensavo a quanto gas freon occorresse per ghiacciare tutta quella pista. Di buono è’era che mi accorsi subito di essere lontano dal bordo pista e che quindi non mi sarei ritrovato coperto di mani e culi. Detesto essere toccato. Qualche volta.
In quel tratto il ghiaccio non era ruvido e rigato come si potrebbe immaginare, sembrava piuttosto lo specchio di un palazzo di ghiaccio, di quelli che si vedono spesso nei vecchi cartoni delle maghette. Le maghette che venivano dal mondo della magia per riportare la pace nel loro regno o per riunirlo al nostro. E in quello specchio c’erano le mutandine bluastre della ballerina. Erano davvero delle mutandine molto carine. Carine carine.
E io cadevo. Pensavo di aver lasciato scivolare via le umiliazioni, il rancore, le paranoie miti e cruente… e invece, l’inferno. Voci che urlavano il mio nome in cento modi diversi, lamine gelate pregne di umiditr e frenesia, correnti e canditi e lampi nella nebbia e solo quelle mutandine.
Ah! Ah! Ah! Ah! Ah!
Forse ho riso troppo. Ma stavo male e il ghiaccio era sempre più vicino, scivolando. Era uno scarno istante, potevo scegliere come cadere, nel tempo, nei pertugi di un secondo, fra le dita di Urano… mi veniva quasi da piangere. E scelsi di cadere sulla stessa gamba che aveva cercato di trattenere il mio collasso, rovinando di schiena, forse per non incontrare il freddo tessuto, forse per poter incontrare la sorgente del riflesso… morire cose, in un respiro.
Ricordavo mia nonna e la sua insopportabile nenia… urlava ad alta voce “ninna oh ninna oh” mentre sbatteva la culla contro il muro, ed io più che addormentarmi svenivo. Ricordavo mio padre, avevo otto anni, lungo la riviera sulla sua Mercedes grigia e i suoi occhi sulle fanciulle e la sua voce – Albc, ricorda: la donna è puttana! –
– Si, papà. –
E poi diceva sempre: – Non c’è niente di più brutto di una donna brutta! – guardando le amiche di mia madre, e io dicevo – Si, papà. –
E io adesso mi specchiavo nell’abisso, ed io adesso vedevo l’apice di ogni pensiero, il nucleo dell’essere, un gelato al pistacchio, una lepre che trema, attraverso le mutandine, quelle belle mutandine bianche, davanti a me.
Ero scivolato sulla spalla, roteando.
Capita.
Meglio cose, senza dubbio.
Sentivo le mie amiche gridare, che importava?
Mia madre. Mia madre ci credeva veramente, in Dio, nel domani, nel sacrificio… ed io li ho sempre delusi. Mi veniva naturale. Mia madre che mi baciava, mia madre che mi picchiava, mia madre che organizzava la mia festa di compleanno, mia madre che mi lasciava davanti al collegio. E solo quella ballerina. Il mondo era tutto le. I peli sulle mie braccia erano sottili e biondi, i miei capelli erano sottili e castani, la mia vita era solo il riflesso di un cognome importante e tante lacrime di nascosto, ma si può piangere in silenzio, nel freddo.
Il ghiaccio. Ed ecco anche la spalla destra a terra. Ormai piegavo il collo verso lo sterno per assaggiare con le mie libere pupille l’essenza di una vita, le mutandine bianche di una ballerina. Il cretino con i pantaloni a zampa d’elefante era sempre davanti a me.
Era ancora più buffo visto da quella prospettiva. Pensavo a Paolo Bonolis e a Bim Bum Bam, pensavo che Uan dovesse avere delle gambe proprio come quelle del ballerino: corte e con i pantaloni bianchi a zampa d’elefante.
E iniziò a cadere anche lei. Possibile non si fossero accorti di me?
che scivolavo sulla schiena, sul ghiaccio fresco, nel nulla… possibile. Lei cadeva giu, presto avrebbe incontrato il mio torace, fragile, avezzo più alle attenzioni di un pedagogo che non alle avances di un sedere universale. Quelle mutandine. Bianche. Mi avrebbero ucciso, se avessero potuto. Ed io sarei morto senza aver mai imparato a sciare. A cambiare le lenzuola. A bluffare con una coppia di sei. A cantare durante l’elevazione dell’ostia.
Mi sarei pisciato sotto se non fosse stato un solo istante, se quelle bianche mutandine non fossero state ormai cose vicine.
Fu in quel momento, credo, che mi vide. Poco. Ma mi vide. Allargò le gambe per evitare di tagliarmi con le lame dei pattini, le mutandine si stesero e vidi il significato di ogni cosa. Nessuno mi avrebbe più ferito, ora sapevo. Un pube. Semplicemente un pube. Perché stavo studiando? Per avere uno di quelli con una donna più gradevole intorno. La mia moto serviva a caricare cose, la mia pettinatura ordinata ad attirarle, il maglione firmato a splendere fra i concorrenti. Tutto le. Ogni azione quotidiana, dallo sciacquarsi le mani al radersi la barba, dal giocare a freesbee al suonare uno strumento… tutto nella vita di un uomo era indirizzato solo a quel riccio universo. E quell’universo mi stava crollando addosso.
Due, tre fotogrammi e il mio stomaco la baciò. La ballerina, le bianche mutandine e il mondo dietro.
Poi non ricordo altro. Risero, chiesi scusa, rosso in viso. Le mie amiche, il cane checca, il pene del ragazzo della mia amica, mia nonna, mio padre, mia madre… scivolò tutto via e forse, dico solo forse, il mondo si è realmente estinto con la luce del suo divenire.
Fine anche il massaggio e non stavo tanto meglio.
Mi rivestii oziosamente e placido, attraversando il clamore dell’alba, caddi nel mio letto ristorando le mie spalle ottuse nel sonno angoscioso. FINE

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Mi piace scrivere racconti erotici perché esprimo i miei desideri, le storie vissute e quelle che vorrei vivere. Condivido le mie esperienze erotiche e le mie fantasie... a luci rosse!

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