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I ricordi

Mi ricordo… Il nostro appartamentino… Ci si arrivava dopo aver attraversato un vicoletto il cui ingresso era nascosto tra la mole di un imponente edificio storico e un caseggiato la cui parte più importante era costituita da un piccolo bar. Due rampe di scale portavano al secondo piano; un corridoio portava direttamente ad una piccola sala dove quasi mai si andava; a destra di questa c’era una grande stanza adibita a salotto e a studio; a sinistra, invece, c’erano il bagno e la camera da letto, nella quale si passava quasi tutto il nostro tempo a disposizione. La cucina si apriva appena dietro la porta d’ingresso; anche qui ci si stava poco: qualche volta ci entrava perché mi aveva portato le melanzane sott’olio o perché provava piacere a cucinarmi la polenta. Un’altra volta in cucina venne per farmi un piatto speciale, ma di questo parlerò forse successivamente. La camera da letto era arredata poveramente, ma i materassi erano buoni, soprattutto scaldavano presto; e le reti non cigolavano. Una portafinestra dava su un parcheggio di macchine e più in là si apriva la vista sui campi e sui boschi. A parte i rumori dei motori delle auto che arrivavano e partivano (poche, in verità) il silenzio ci circondava. Pace e silenzio: sempre li avevamo cercati e mai ci era stato dato averli. Ora, un’occasione insperata ci aveva dato questa possibilità di vivere qualche ora la settimana tutta per noi, senza tema di essere interrotti, senza badare agli altri e soprattutto senza che gli altri ci potessero disturbare in alcun modo.
Lei spesso si voleva comportare da moglie, voleva cucinarmi, voleva spazzare la casa, fare le pulizie: Io mi sono sempre opposto, perché so che la routine matrimoniale svilisce l’amore, lo trasforma in un contratto commerciale. L’unico modo per distoglierla era portarla a letto: sotto le lenzuola perdeva ogni velleità di essere moglie, regina del focolare, massaia e casalinga esemplare e si trasformava in tenera e calda amante, in femmina vogliosa, in lussuriosa sacerdotessa di Venere. Spesso era lei a prendere l’iniziativa; generalmente si stava un poco a parlare, seduti nelle poltrone dello studio. La chiacchierata durava un quarto d’ora, poi, quasi d’improvviso mi chiedeva: “Perché non me lo fai vedere? ” Allora mi aiutava a sbottonare la patta dei pantaloni e cominciava a giocare col mio coso. Talora lo prendeva in bocca, facendomelo diventare duro duro, quasi me lo sentivo scoppiare. Una volta mi trascinò in camera tirandomi proprio da lì.
Quando si spogliava, cercava sempre di farlo in modo seducente, da spogliarellista, ma faceva freddo e dopo qualche breve evoluzione si metteva a letto, coprendosi tutta per evitare di prendere un malanno. Anch’io mi spogliavo ed entravo nel letto. Qualche volta, per, mi piaceva mettermi al capezzale, in piedi, col picio ben ritto: lei si coricava di fianco e me lo prendeva in bocca. Poi voleva che io godessi pi pienamente della sua bocca: mi faceva sdraiare supino, a gambe divaricate, con le ginocchia sollevate. Si accovacciava e chinandosi cominciava a leccarmelo e a succhiarlo. Era come essere cullato dolcemente dalle onde del mare, standosene sdraiato su una morbida barca. Vedevo il cielo azzurro, limpido, solcato da qualche batuffolo bianco di nuvola che navigava mollemente nel vuoto. Sentivo dolci melodie sfiorarmi l’orecchio, penetrarmi dentro, scorrermi nelle vene, fino a farmi vibrare. Ecco che la sua lingua scorreva fino allo scroto, poi le sue labbra si aprivano per ingoiarlo. Era come se mi solleticasse l’anima e i miei pensieri ripartivano di nuovo verso lidi lontani, verso paradisi d’amore: vedevo volteggiare bianchi gabbiani che improvvisamente si tuffavano a catturare pesci d’oro guizzanti a fior dell’onde; mi sentivo cullare dolcemente, con i piedi immersi in tiepide onde solleticanti; brividi di piacere percorrevano la mia schiena, mi percuotevano il cervello provocandomi misteriosi piaceri intellettuali. E tutto questo solo con una sua slinguata sulla punta del pene, tra il solco del balano. Portato quasi allo sfinimento, chiedevo grazia; stavo qualche secondo con gli occhi chiusi a riposare, poi cercando di restituire ci che mi era stato dato rivolgevo le mie attenzioni a lei… ma non ne aveva quasi bisogno, eccola l che si stava a masturbare con passione! Sempre mi ha colpito questa sua capacità di autoeccitarsi, questa sua instancabilità che la porta a godere fino a quattro o cinque volte in un’ora, questa sua insaziabilità erotica che riesce a comunicare anche a me. Eccola l, a gambe aperte, col dito che freneticamente solletica il clitoride. Ha gli occhi chiusi e il suo viso in quel momento dolce e bello come quello di una bambina innocente; ed invece chissà quali immagini oscene passano in quell’attimo nella sua mente: immagini che mai mi ha voluto confessare. Poi il mio sguardo si sposta al centro del suo inguine: la mano copre il pube, il dito nella parte superiore della dolce conchiglia, le labbra appena dischiuse… ora tocca a me…
Con la testa tra le sue cosce, assaporo il suo sapore. Mi piace il suo sesso di bambina, la sua tenera peluria… il solo pensiero di baciargliela e leccargliela mi fa venire la voglia; ma quando sono l a passare la mia lingua sulle labbra vaginali, a succhiargliele e a mordicchiarle e a ficcarle la punta della lingua nella vagina, difficile che mi ecciti, anzi sempre mi si ammoscia. Il fatto che se pensassi anche a me in quei momenti non potrei dedicarmi completamente a lei. Così mi trasformo in puro strumento di piacere del tutto impassibile, penso solo a manovrare la mia lingua e le mie labbra in modo da darle il massimo del godimento. Conservo solo un po’ di lucidità per poter registrare i suoi movimenti che diventano sempre più spasmodici, i suoi mugolii, il suo respiro affannoso, il tremito del suo corpo nell’approssimarsi dell’orgasmo.
Una volta le proposi di farsi fotografare. Credo che mi abbia detto di no, ma io feci di testa mia e mi feci prestare una polaroid. Ricordo che qualche giorno prima la provai per vedere come usarla, che apertura dare al diaframma. Fotografai me stesso: in piedi su una sedia, davanti allo specchio, con i pantaloni abbassati, misi a fuoco il picio. Ma pendulo in quel modo, non riuscivo a distinguerlo tra le cosce; bisognava che fosse eretto, era necessario masturbarmi. Avevo comprato, dir dopo il perché, una rivista pornografica. Le foto erano brutte e per nulla eccitanti, ma ce n’erano due o tre che mi avevano particolarmente colpito: una ragazza si sollazzava con tre uomini contemporaneamente, ricevendoli in bocca, nel culo e nella fica; ma non era questo ci che mi colpiva, quanto invece la sua espressione e il bianco della sua carne, in particolar modo dei suoi seni, sotto la cui pelle trasparivano i lievi segni azzurri delle vene. La sua espressione di bambina che si abbandona tra le braccia di chi le vuole bene, il candore della sua pelle mi ricordavano il volto della mia donna, i suoi teneri seni, il suo abbandono innocente tra le mie braccia, mentre la penetro e le stringo le chiappe tra le mie mani. Mi masturbai, quindi, non per la donna fotografata, ma per l’immagine di lei che la foto mi faceva venire in mente. Potei così fare una foto superba: il picio riempiva tutto il fotogramma, superbo con la sua testa rossa, eretto in mezzo alla nera peluria. Non gliela feci mai vedere quella foto, non so perché; forse perché volevo che tutto sembrasse spontaneo e naturale e non apparisse che io ci avevo pensato. E spontanea e naturale fu lei quando le dissi che avevo la polaroid e che volevo fotografarla. Accettò la cosa di buon grado ed io potei fare il primo scatto mentre si spogliava e metteva in mostra il pancino bianco alla cui base spiccava un triangolino castano. Poi, non appena fu a letto, le chiesi di aprire un po’ le cosce. Lo fece subito e, spontaneamente e naturalmente, si portò la mano all’inguine e si infilò un dito dentro. Magnifico! Venne una foto di una dolcezza infinita! Poi, ricordandomi della ragazza della rivista porno, le chiesi di coprirsi fino al petto e di lasciare scoperti i seni: volevo che apparisse come una bambina dormiente, ma la foto non mi piacque perché mancava di spontaneità. Toccava a me farmi fotografare: lei stava seduta sul letto, con la macchina pronta; io ero in piedi, in modo che l’uccello fosse a portata dell’obbiettivo. Me lo accarezzai un po’ per metterlo in posa e difatti venne un bel primo piano. E mentre ero lì, in piedi, mi feci dare la polaroid e le chiesi di prendermelo in bocca. Fotografare quel pompino era difficile, ma rivolsi l’obbiettivo verso la specchiera del comò che rifletteva la scena e creava la giusta distanza per il tipo di obbiettivo che stavo usando. Fu certamente questa la foto più bella: rimpiango di averla distrutta! Lei mi circondava con le braccia le natiche e, rivolgendosi verso lo specchio, me lo prendeva in bocca. La distanza sfumava i suoi lineamenti e celava eventuali segni di lussuria. Non c’era niente di pornografico in quella foto, perché non si trattava di un pompino, ma di un puro atto d’amore.
Avevo intenzione anche di fare qualche foto un po’ sconcia, con lei che, alzando le gambe in aria, si apriva tutta e si allargava con le mani la vagina in atto puttanesco e triviale. Ma dopo quella scena così commovente non ne ebbi il coraggio. Le chiesi solo di farsi fotografare il culo, ma si trattò di un’operazione di tutto riposo.
Certo, non si faceva sempre all’amore, si parlava anche, si stava sotto le coperte accontentandoci del tepore dei nostri corpi sazi, e di lievi carezze. Era bello starsene così, uno accanto all’altra e sentire nella piazzetta sottostante lo scalpiccio dei passanti, il motore delle macchine. I rumori arrivavano attutiti, si vivevano attimi e minuti completamente al di fuori del mondo: in quei momenti eravamo noi due soltanto, nient’altro e nessun altro esisteva all’infuori di noi. Eravamo come Adamo ed Eva e la nostra buia cameretta era il nostro paradiso terrestre. E come Adamo ed Eva andavamo alla scoperta del mondo, anzi del nostro mondo costituito dai nostri due corpi nudi. Nessuna parte della nostra carne abbiamo lasciata inesplorata: arti, schiena, pancia, cosce, collo, viso e… culo. Lei era stata sempre restia a farselo toccare, ma ora, l’intimità del luogo la faceva essere più sciolta. Spesso le infilavo un dito e la titillavo: diverse volte l’ho masturbata davanti e dietro e in un paio di occasioni non fu capace di trattenersi e, con la voce rotta dal piacere, gorgogli: “Com’ bello, davanti e dietro nello stesso tempo! ” Talora me lo offriva per farsi sodomizzare, ma essendo molto stretta non sono riuscito mai a penetrarla, che anzi, nello sforzo di farlo, la verga mi si ammosciava indolenzita.
Anche lei, in verità, si divertiva col mio culo. Aveva già cominciato da qualche anno a tentarmi, a stuzzicarmi, a divertirsi nel vedermelo rizzare mentre mi frugava dietro. Aveva scoperto questo gioco un giorno, mentre eravamo al bosco, a fare l’amore sulla macchina. Non ricordo come successe, so solo che mi infilò un dito ed io stetti lì, inginocchiato sul sedile, mostrandole la schiena. Poco dopo la sentii mugolare: mi volsi e vide che si stava masturbando con grande godimento. Ebbe l’orgasmo; poi mi vide che la guardavo e diventò rossa e mi chiese scusa per essersi eccitata in quel modo e per quell’atto… Da quel giorno non ebbe più vergogna, anzi cercava spesso di ripetere il gioco, specie quando me lo prendeva in bocca. E nemmeno io da quel giorno ebbi ritegno, che anzi più il tempo passava, più sentivo il desiderio di farmi frugare da lei. E così, nell’intimità della nostra camera, spesso sentivo la voglia di darmi a lei nel modo più totale, e non solo le offrivo la mia lingua, le mie mani, tutto il mio apparato genitale, ma anche le mie chiappe aperte. E così mi mettevo carponi e lei da dietro, mentre la sua mano mi accarezzava lo scroto o mi stringeva la verga, scappellandola, cominciava ad esplorarmi. Prima era la sua lingua che mi inumidiva il solco tra le natiche e poi cercava di introdursi nell’andito buio. Brividi mi percorrevano la schiena mentre il suo puntuto muscolo mi solleticava con rapidi tocchi; poi mi infilava e sentivo che provava godimento nel penetrarmi quanto più in fondo possibile, a volte fino a farmi male. E sommo piacere doveva avvertire nel sentire il mio sfintere stringersi ed allargarsi sul suo dito. Intanto il picio mi si gonfiava fino a scoppiare, e lei, in cambio della penetrazione, allora me lo prendeva in bocca e mi spompinava per bene. Certe volte questo gioco si faceva in fine di giornata, quando non le potevo venire dentro: e quella era la volta in cui le eiaculavo nella bocca; talora ero così ingrifato che dovevo aiutarmi con le mani a venire e quando stavo per scaricare, lei lo ingoiava ed io le riempivo la cavità orale col mio caldo sperma. Lo succhiava tutto, lo raccoglieva con la lingua fino all’ultima goccia, lo assaporava come liquore raro e prezioso.
Parlo sempre di atti d’amore: leccate, pompini, chiavate varie. Il nostro amore si risolveva solo in questi atti, non era fatto d’altro? Era solo la carne che ci attirava? Non so rispondere con molta sicurezza: so solo questo: che per noi non c’ mai stato tempo per altre manifestazioni d’amore, perch i nostri incontri sono stati sempre molto limitati nel tempo.
Così è stato che il nostro amore, a mio parere, si è trasformato in passione, in carnalità pura. Forse i nostri atti erotici possono rientrare tra quelli più spinti, in uso presso persone che del sesso hanno idee distorte e malate; ma ogni volta che noi arriviamo a questi atti, ci arriviamo, per così dire, con innocenza. Non c’è in noi nessuna malizia, nessuna intenzione di godimenti proibiti o artificiali. Masturbarsi davanti ad una persona è certo un atto di esibizionista pervertito, così almeno lo presenta la psicanalisi, tanto che la legge prescrive sanzioni penali per chi pratica questa attività. Se io mi masturbo davanti a lei è perché le voglio dimostrare con i fatti, e non con le parole, i sentimenti profondi che lei mi ispira. E se lei mi guarda mentre mi masturbo e poi finisce con l’accarezzarsi anche lei, lo fa non perché ha animo di puttana, ma perché vuole corrispondere ai miei sentimenti e vuole dimostrarmi di essere pronta a darsi per amore, anche abbassandosi a quel livello, a farsi solo strumento di piacere. E né lei, né io, in quei momenti, ci comportiamo come persone che disprezzano il corpo dell’altro. Starei ore ed ore a contemplare le sue gambe aperte, il nido d’amore che vi si nasconde in mezzo, il cespuglietto odoroso dei suoi molli peli, senza minimamente pensare a lei come a un oggetto di puro piacere, senza giudicarla come in questi casi si giudica una puttana, una troietta da quattro soldi; che anzi, in quei momenti lei per me è come una dea da adorare, una divinità a cui si deve tutto ciò che riguarda la propria felicità terrena. Guardare profondamente nei suoi occhi o nel rosa vellutato della sua piccola fica appena dischiusa per me è la stessa cosa; anzi meglio, perché guardarle gli occhi significa cercarvi di leggervi dentro se ti ama fino all’estremo limite della dedizione; guardarle la fica, magari mentre se l’accarezza, significa vedere concretamente questa volontà di dedizione.
In quell’appartamentino ci si incontrava una volta la settimana, quel tanto che serviva a mantenere un rapporto continuo nel tempo, ma senza l’assillo e la noia della quotidianità. Per questo i nostri incontri sono diventati indimenticabili: potrei descriverli tutti, uno per uno. Non lo faccio perché diventerebbe fastidioso descrivere per decine di volte gli stessi atti; posso al massimo portare ad esempio tre occasioni che resteranno per sempre segnate nella mia memoria. La prima riguarda una frase sua che esprimeva un suo desiderio recondito: eravamo sotto le coperte e mentre la baciavo appassionatamente, la stavo masturbando. è notevole come lei sappia godere anche di questi piccoli mezzi! il fatto che ad un certo punto il suo godimento fu tale che lei quasi cadde in deliquio e sospirò: “Perché non compri un vibratore? ” Ho già detto prima che lei mai si lascia scappare frasi o parole che certamente le vengono in mente nei momenti più delicati, mai accenna alle sue fantasie erotiche che pure deve avere in quantità, per un certo ritegno, penso, per una certa delicatezza tutta femminile. Ma quella volta più che il pudore poté l’amore, tanto che il suo desiderio inconscio venne a galla, richiedendo uno strumento meccanico di piacere. La cosa mi piacque tanto che cercai di procurarmi il vibratore. Per questo comprai la rivista pornografica, perché in essa avrei trovato le informazioni necessarie per poterlo acquistare. Ma il vibratore non arrivò mai, nonostante la richiesta fatta per raccomandata e i francobolli per la spedizione mandati in anticipo. In compenso nella rivista trovai quelle due foto che per un paio di volte mi suggerirono le immagini opportune per il gioco solitario.
La seconda occasione riguarda la sua dedizione, il suo darsi completamente. Avevamo fatto l’amore per più di un’ora e lei era venuta quattro o cinque volte. Io invece non riuscivo ad avere l’orgasmo: la verga mi diventava così dura da essere insensibile; né le sue mani, né la sua bocca, né la sua vagina erano state capaci di portarmi alla liberazione. Il tempo scorreva e si avvicinava l’ora in cui lei doveva andar via. Mi rivestii e mi portai in cucina. Dopo un po’ anche lei era vicino a me, accanto alla finestra che dava sulla vallata. Si parlò del più e del meno: l’ora della partenza si avvicinò, arrivò e passò, ma lei rimase lì. Aspettava che io mi calmassi. E così fu. Si avvicinò a me come per salutarmi, mi strinse a sè, mi baciò; poi cominciò a palparmi l’inguine. Il verbo divenne nerbo e così lo tirai fuori.
Lei si inginocchi e me lo prese in bocca. Furono sufficienti pochi movimenti delle sue labbra a portarmi all’orgasmo: glielo feci arrivare fino in gola e le venni dentro. Raccolse tutto il mio liquore, detergendo con la punta della lingua anche le due gocce che alla fine si affacciano timidamente in cima alla cappella. Finalmente soddisfatta di aver soddisfatto me, andò via. Io rimasi quasi sfinito, ma con un grande senso di gratitudine nei suoi confronti.
La terza occasione che non dimenticherò mai fu anche l’ultima volta che ci si vide in quella casetta. Sapevamo che lì avremmo chiuso e quindi facemmo l’amore con tutto il nostro impegno. Al solito lei era venuta tre o quattro volte, prima con la lingua, poi a cavalcioni sul mio picio, e poi non ricordo più come. Io invece resistevo, cercando di darle il massimo. Ad un certo punto mi trovai inginocchiato, sul letto, davanti a lei. Le aprii un poco le gambe, perché potessi vedere la sua natura e cominciai a masturbarmi, sapendo che a lei piace vedermi mentre mi tocco e mi accarezzo per lei. Il mio sguardo andava dalla sua fica al suo volto, che a poco a poco si trasformava. Vedermi mentre mi faccio le seghe per lei la turba profondamente, la eccita fino allo spasimo. Credo, (ma adesso il ricordo, per quello che avvenne dopo, non è così nitido), che abbia cominciato a leccarsi le labbra mentre si accarezzava i seni. Io continuavo a far su e giù con la destra sul cazzo e intanto mi accarezzavo lo scroto con la sinistra. Le sue mani scesero all’inguine, si fermarono ai lati delle grandi labbra, poi cominciarono ad imprimere un movimento altobasso a tutta la vulva. Guardavo ormai solo il gioco delle sue mani, la fica che si apriva e si chiudeva vogliosamente. All’improvviso (forse gridò qualcosa, ma non ne sono sicuro), il movimento delle sue mani che era verticale, divenne orizzontale: la sua vagina si aprì tutta, mostrandomi le sua rosea profondità… Penetrai in quel vuoto sublime colmandolo tutto e sborrai, sborrai, sborrai. Non credo di aver finito mai una chiavata, nemmeno con lei, in un modo così grandioso, solenne, glorioso, pieno, totale, definitivo. Altre volte con lei il piacere provato è stato grande, grandissimo, ma quella volta fu semplicemente indimenticabile. Mi auguro di poterlo provare ancora, almeno un’altra volta sola, prima che la mia verga si addormenti per sempre.
Fu quello il nostro addio. O almeno così credevamo. Fu, invece, solo un a rivederci. FINE

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Colleziono racconti erotici perché sono sempre stati la mia passione. Il fatto è che non mi basta mai. Non mi bastano le mie esperienze, voglio anche quelle degli altri.

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