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Il tenente Gomez

Il tenente Gomez, della polizia segreta cubana, ordinò ai suoi uomini di rimanere in attesa e si avvicinò silenziosamente alla baracca situata ai limiti della città. Pistola in pugno, strisciò contro le rozze pareti di legno accostandosi alla finestra parecchio lurida. Guardò dentro con circospezione, sporgendo appena leggermente il viso scuro oltre il davanzale.
Gomez sorrise.
La sua preda era là con la donna.
La donna era già distesa nuda sul letto, ed Alvarez, il capo dei guerriglieri ribelli, si stava spogliando. Era in trappola, Gomez lo sapeva. La casa era circondata, e questa volta il ribelle non sarebbe sfuggito. Ma non vi era alcuna fretta. Forse, era meglio attendere che Alvarez fosse ancora più inoffensivo, cioè durante l’atto sessuale, ed estrarlo nudo dalle cosce di lei.
L’idea piacque a Gomez.
Si accinse ad aspettare ed i suoi occhi s’illuminarono di un interesse che andava ben oltre il suo dovere professionale…
Alvarez posò il cinturone sulla spalliera della sedia e, oramai nudo, si accostò al letto. Maria lo aspettava con evidente impazienza e malcelata agitazione, la stanza era illuminata solamente da un’unica lampadina, sporca e fioca, e la sua carne bruna ardeva nell’attesa. Alvarez le si sedette accanto, le pose una mano sul ventre liscio, e la fissò negli occhi.
* è da troppo tempo… -disse.
* Ho aspettato. -rispose lei con gli occhi lucidi.
La sua forte mano descriveva minuscoli cerchi sul suo addome, le sue dita scivolavano verso la folta peluria scura del pube. Le cosce si dischiusero lentamente, il suo corpo era ormai pronto all’amore, le labbra vaginali eccitate e umide. Egli fece scorrere le dita lungo il suo sesso avido di piacere, e Maria ansimò.
* Ogni notte, solo sulle colline, ho pensato a te, ho pensato al tuo corpo-sussurrò Alvarez. -Quando i miei uomini andavano con le prostitute io rinunciavo, pensando a te… –
Maria gli pose una mano sulle labbra, zittendolo, voleva il suo corpo non la sua voce. Quindi la sua mano si abbassò afferrando la dura verga che gli sporgeva ad angolo retto dal ventre. Abbassò lentamente il prepuzio, osservando emergere la grossa protuberanza del glande, un fremente triangolo purpureo. Alvarez gemette. Le parole d’amore vennero soffocate dalla lussuria, e lasciò che la sua mano lo guidasse, si distese su di lei, si sistemò tra le sue cosce ampiamente aperte. Lei sollevò i fianchi, e il glande scivolò dolcemente lungo l’umida fessura della sua femminilità. Lo strinse convulsamente e quindi, con frenetica impazienza, l’uomo la prese. Il suo duro membro con il primo violento colpo la penetrò quasi completamente, poi con un altra spinta decisa fu tutto dentro di lei, il glande batteva contro il collo dell’utero. Maria fremette e lo circondò con le braccia, sollevò le gambe al di sopra dei suoi fianchi, battendogli le natiche con le caviglie per incitarlo a muoversi.
Per un lunghissimo istante invece, egli rimase immobile, assaporando la strettezza e il calore di quella guaina che gli fasciava il membro come un guanto, quindi rispondendo alla sua necessità con la propria, cominciò a possederla.
* Ooooh, amore mio! … -essa mormorò.
Le sue gambe, incrociate dietro di lui, si tendevano quando l’uomo la penetrava fino in fondo e si rilassavano quando si ritraeva. Ad ogni colpo l’uomo si tirava indietro quasi completamente, in modo da lasciare in lei solamente il glande, mentre la vagina lo succhiava avidamente, e poi s’immergeva di nuovo, duro e delicato al tempo stesso, una spada rovente che le trafiggeva i lombi. Era stato per molte settimane senza una donna, ed il piacere lo pervase quasi immediatamente. I suoi testicoli pulsavano, duri e doloranti. Maria provava lo stesso bisogno. Si strinse a lui selvaggiamente, graffiandogli le spalle con le unghie.
* Presto, presto… godi, ti prego… sto per venire… -implorò.
Stava guardando oltre le spalle di lui, verso la finestra.
Ma, gli occhi chiusi per la passione, Alvarez era cosciente soltanto del desiderio del proprio corpo. La penetrò con violenza e foga sempre crescente. I loro ventri si scontravano, i suoi colpi la sollevavano dal letto mentre lei aderiva a lui, uniformandosi alla sua furia, lottando per mantenere il ritmo.
Alvarez era all’apice.
Ansimando come un animale, spinse ancora, dando gli ultimi colpi frenetici, ed il suo scroto esplose, il suo sperma rovente proruppe come un geyser inondandole la vagina. Maria si sentì allagare dal bruciante calore di quel seme mentre anch’essa raggiungeva l’orgasmo, i suoi lombi vennero pervasi da ondate di piacere irresistibili e irrefrenabili. L’uomo continuò a colpire, e la vagina, contratta dagli spasimi dell’orgasmo, estrasse da quel membro tutto ciò che poteva dare, fino all’ultima goccia.
Quindi l’uomo si abbandonò su di lei, gemendo.
E la polizia segreta irruppe…
Alvarez, esaurito e stremato, reagì lentamente.
Per un istante non si rese conto. Poi si staccò da lei con un balzo, scrollando la testa, si gettò sul pavimento e tentò di raggiungere la pistola: ma era troppo tardi. Il tenente Gomez, con lo stivale perfettamente lucidato, colpì violentemente Alvarez alla testa. Il ribelle stramazzò da un lato. Gomez prese il cinturone posato sulla sedia: sorrideva a labbra strette, pareva un lupo. Dietro di lui i suoi uomini erano pronti all’azione, con i fucili stretti contro il fianco.
Alvarez si alzò sulle ginocchia, tremante di rabbia, ma sebbene i suoi muscoli stessero riprendendo forza gradatamente, si rendeva conto di essere impotente. Il suo volto si oscurò, i suoi occhi lampeggiavano, come un animale in trappola, si guardò attorno per un momento. Quindi il suo sguardo si rivolse a Maria.
Lei abbassò gli occhi.
* Vipera, traditrice! — sibilò l’uomo. Il suo volto era contratto dall’odio, ed a Maria sembrò che i suoi occhi le bruciassero la carne. Sollevò il lenzuolo macchiato stringendoselo al seno, come per farsene scudo contro quell’odio.
* Alzati, stronzo! — ordinò Gomez.
L’uomo si alzò lentamente. Gomez gli puntò contro la pistola, ed Alvarez sollevò le mani, mettendole dietro la nuca. Ma nonostante il gesto di resa gli occhi continuavano a lanciare occhiate di sfida, e le vene del collo si tesero allo spasimo. Gomez gli si avvicinò.
Deliberatamente e con molta precisione Alvarez sputò sugli stivali del tenente.
Gomez, sempre sorridente, abbassò lo sguardo per osservarsi la punta degli stivali. Quindi, senza far trasparire nessuna emozione, colpì con un calcio violento l’inguine di Alvarez. Si udì un suono stomachevole, soffocato, prodotto dall’impatto dello stivale contro la carne nuda.
Alvarez si piegò in due senza un lamento.
Gomez fece un segno col capo ai suoi uomini, che sollevarono il corpo dell’uomo da terra. Era ancora svenuto quando lo portarono via.
Ci fu qualche attimo di silenzio, mentre il tenente osservava la donna distesa ancora sul letto.
* Mi sono comportata bene? — chiese Maria.
S’inginocchiò sul letto, sempre tenendosi stretto il lenzuolo contro il seno. La stoffa aderiva perfettamente alle forme del suo corpo.
Nella stanza era rimasto solamente il tenente.
L’uomo si chinò e raccolse dal pavimento il vestito che la donna si era tolta frettolosamente poco prima, posò il piede sul bordo del letto, e si servì di quel vestito per togliere dallo stivale lo sputo di Alvarez. Maria osservava nervosamente.
Dopo essersi pulito accuratamente, il tenente lanciò via il vestito e sollevò gli occhi su di lei.
* Ho fatto come mi avete chiesto. -disse la donna trepidante.
* Come io ho ordinato! — sottolineò l’uomo.
Maria annuì col capo più volte, a labbra strette.
* Non avevi scelta, donna. –
* Ma io… ho obbedito. Ora non mi arresterete, vero? —
* Stai per caso chiedendo pietà? —
* Mi avevate promesso… –
Una smorfia di disprezzo si disegnò sul volto del tenente Gomez.
* Promesso? … Hai fatto solo il tuo dovere verso il paese, niente di più. Come si possono fare promesse ad una come te? Una troia che si accoppia con uno schifoso ribelle… –
Maria tremava. Le sue mani stringevano convulsamente il lenzuolo, le nocche erano sbiancate.
Gomez si avvicinò, afferrò il lenzuolo e lo tirò con violenza. Per un attimo la donna resistette, poi fu costretta a cedere. L’uomo lo gettò da un lato. Con lo sguardo percorse tutto il suo corpo snello, le guardò le cosce tornite, il ventre piatto con il pube ricoperto da un folto pelo scuro, i fianchi rotondi, i seni piccoli e sodi. Maria si rassegnò, non fece alcun tentativo per coprirsi.
* Ed ora… sto pensando che… potrei essere generoso… forse non sarà necessario arrestarti, dopo tutto… –
Le toccò il seno. Maria chinò il capo, osando appena sperare. Le dita di lui si strinsero attorno ai piccoli capezzoli torcendoli violentemente, stirandoli. Quindi la lasciò. Lo sentì slacciarsi la cintura, sollevò gli occhi in tempo per vedere i suoi pantaloni cadere. L’uomo, con un ghigno stampato sulla faccia, finì di spogliarsi esibendo un membro di ragguardevoli dimensioni. Maria tentò di sorridere, ma i suoi muscoli facciali erano tesi per la paura.
* Ti ho osservata attraverso la finestra, — disse l’uomo. -Ti ho vista con quello schifoso fra le gambe, sembrava provassi piacere! —
* Ho fatto solo quello… quello che mi avete chiesto. –
* Il tuo corpo mi piace, donna. –
Maria afferrò l’unica possibilità che aveva, non appena se ne rese conto. Si distese nuovamente sul letto ed aprì le gambe, offrendo a Gomez il suo magnifico corpo. Egli le si sedette accanto accarezzandole un fianco. Maria sollevò un ginocchio. Lui le pose la mano sulla vulva, esplorando con il dito medio l’interno della sua vagina. Maria si contorse tentando di manifestare un piacere che non provava.
* Si… prendimi! — sussurrò.
Improvvisamente la mano di Gomez si serrò, le sue dita scavarono selvaggiamente nella sua carne più intima. Maria gemette di dolore. L’uomo l’afferrò con mani cattive ai fianchi e la rivoltò mettendola sul letto a pancia sotto.
* Tu pensi che io possa prendere una donna come ha appena fatto un ribelle? — chiese cattivo. – Credi che voglia introdurre il mio cazzo in quel tuo buco puzzolente e pieno di sborra? No donna, ti sbagli e adesso vedrai! —
Maria sentì il peso di lui schiacciarla contro il materasso, soffocò un singhiozzo. Sentì che le apriva rudemente le gambe, che le accarezzava lascivamente le natiche, che gliele apriva oscenamente….
Senza preavviso un dito si infilò con una violenta stoccata nell’ano, strappandole un grido di sofferenza.
* Quello schifoso ribelle ti ha posseduta qui? — le chiese forzando il dito.
* No, no. Nessuno mai… aaahiii, mi fate male! … –
Egli grugnì. Il letto scricchiolò mentre si metteva in posizione. Maria si morse le labbra, tremava di paura.
L’uomo appuntò il glande contro lo sfintere. Maria sussultò, strinse le natiche cercando di resistere a quella perversa penetrazione. Lentamente, senza fretta, egli spinse. Acuti spasimi di dolore la percorsero tutta, si rattrappì ancor di più, stringendo le natiche a scatti convulsi.
* No! No! … Non voglio! … -gridò.
Ma Gomez la ignorò. Spingeva lentamente, con forza sempre maggiore, tenendo il pene in una mano per poter meglio guidare i colpi. Il suo ano gli resisteva, ma non poteva durare a lungo, prima o poi si sarebbe stancata e avrebbe ceduto, voleva incularla a sangue, fino ai coglioni.
Maria sudava freddo, si mordeva una mano, continuando a resistere, ma il dolore per la violenta pressione si andava facendo ogni istante più forte, il suo ano si dischiuse di alcuni millimetri, si sentì aprire, gemette e strinse più forte le natiche. Sentiva come se il suo bacino venisse squartato, come se le sue reni venissero fatte a pezzi. Ansimava, singhiozzava e si contorceva sotto di lui. Poi con un improvviso colpo più violento, il glande massiccio riuscì a penetrare superando l’anello serrato dello sfintere. Un urlo altissimo di agonia le sfuggì dalla gola.
* AAAAAAAAAAH! …. Mio Diooooo! …… — il suo corpo scattò in avanti tentando di sfuggire alla violenza.
Gomez la bloccò artigliandole i fianchi, mentre le sue urla gli rintronavano nelle orecchie.
* Stà ferma, non ti muovere! … Te lo voglio infilare fino allo stomaco, puttana! —
* Nooo! … Nooo! … Non vogliooo! … Aiutooo! … -Maria urlava, isterica, sentendosi dilatare l’ano fino a spaccarsi. Si agitava come un indemoniata sotto la morsa delle sue mani, tentando di scappare, di sfuggire a quella violenza dolorosissima. Artigliava le lenzuola con le unghie cercando di scivolargli via da sotto.
* Ferma donna, non ti agitare, tanto non puoi scappare. -il tenente sogghignava. -Ti dovrai fare rompere il culo anche se non vuoi… Buona! … Buona! .. Non ti muovere… è solo la testa che è entrata, sentirai fra poco quando te lo infilo tutto dentro! —
L’uomo cominciò a muovere la verga. La grossa cappella avanzava a scatti come un tizzone ardente nelle viscere della donna. Lo sfintere era asciutto e così pure il membro e il dolore per la frizione era lacerante.
Crampi terribili le attanagliavano le cosce e il ventre, lacrime incontrollate le sprizzavano copiose dagli occhi e la sofferenza inaudita che provava la faceva lamentare con un grido continuo e modulato. Lo sentì penetrare adagio, riempiendola, allargandola, forzandola dolorosamente, stirandole le pareti del retto, si fermava, poi riprendeva ad avanzare causandole fitte sempre più lancinanti, finchè sentì il ventre dell’uomo batterle contro le natiche, i peli del pube le solleticarono la carne: l’aveva impalata fino in fondo, si sentiva riempita all’inverosimile. Una sensazione assurda e sconvolgente di pienezza, che non aveva mai provato in vita sua, le martellava i nervi.
Il tenente non si mosse. Se ne stette fermo per un po’ gustando la strettezza di quel budello che gli stringeva la verga come una morsa, aspettando che la donna si abituasse a quella presenza nelle viscere e che smettesse di tremare e di agitarsi per gli spasimi violenti di dolore. Quando la sentì calmarsi si ritrasse lentamente com’era entrato, e, quando la penetrò nuovamente, l’attrito fu minore, ma l’urlo che lanciò Maria non fù meno acuto dei precedenti.
* Sollevati donna. -disse.
Le sue mani si chiusero attorno alle ossa iliache. Maria si contorse, tremante e sconvolta raccolse le ginocchia sotto di se e sollevò il posteriore. Il tenente s’inginocchiò dietro di lei e, usando le mani per premersela contro, cominciò a muovere il pene dentro e fuori il suo culo. Il bruciore era sempre fortissimo, ma il dolore andava diminuendo. Si dimenò leggermente, arcuando la schiena, per allentare la tensione, la vagina si dischiuse ed il liquido vaginale la inumidì andando a bagnare le grandi labbra. Continuava a gemere per il bruciore che il membro le provocava scorrendo nel suo intestino: le sembrava come se fosse passato attraverso lo scuro labirinto delle sue viscere giungendole fino allo stomaco, come se, continuando nella sua corsa, le fosse giunto fino alla gola così che il suo seme avrebbe potuto schizzarle dalla bocca.
A quell’idea oscena Maria si sentì pervadere da una lussuria selvaggia.
Contro la sua volontà, nonostante il suo odio per quell’uomo e la sua repulsione per ciò che la stava costringendo a fare, era incapace di frenare la sua libidine. Il suo corpo arcuato sobbalzava sotto i colpi violenti, ma sussultava spontaneamente, nonostante il dolore degli affondo, uniformandosi agli spasmodici colpi dell’uomo. Le sue natiche sfregavano contro il ventre di lui, i testicoli gonfi le sbattevano violentemente contro la vagina ora abbondantemente bagnata.
Improvvisamente egli s’irrigidì.
Se la premette contro con forza, facendola gridare.
Tenendosela stretta contro il ventre, eiaculò copiosamente nel suo retto.
E Maria, odiandosi per questo, venne con lui.
Gemette a lungo persa nel suo orgasmo, sentendo i getti di sperma scorrerle nell’intestino e bagnarla dentro.
Forse, a suo modo, Gomez si dimostrò generoso.
Se ne andò senza una parola, dopo essersi rivestito, attraversando in silenzio le rozze tavole del pavimento e lasciandola ancora prona, gemente e con l’ano dilatato da dove fuoriusciva un rivolo denso di sperma.
L’uomo chiuse la porta dietro di se.
Maria giaceva a faccia in giù. Una volta scomparso il godimento sessuale, il suo corpo aveva ripreso a dolerle enormemente. Si sentiva come se il membro di Gomez fosse ancora in lei, come se la stesse ancora squartando. Ma il dolore era nulla, essa lo sapeva.
Era viva, ed era libera. Aveva fatto una cosa vergognosa nel tradire il suo amante, ma aveva ben poca scelta, e sebbene le dispiacesse, ammetteva che era stato necessario. Le cose necessarie non sempre erano le più giuste in quell’isola.
Ora aveva finito di piangere e si preparò qualcosa da mangiare.
E fu così che Alvarez, il ribelle, venne tradito dalla sua donna e catturato dalla polizia segreta di Fidel. Era semplicemente l’inizio di un gioco talmente complesso che nessuno dei giocatori era veramente a conoscenza delle regole… un gioco che procedeva, fase dopo fase, finchè i partecipanti ne diventavano essi stessi componenti essenziali, mossi dal fato, pedine guidate dalla passione sul palcoscenico della vita. FINE

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Storie sexy raccontate da persone vere, esperienze vere con personaggi veri, solo con il nome cambiato per motivi di privacy. Ma le storie che mi hanno raccontato sono queste. Ce ne sono altre, e le pubblicherò qui, nella mia sezione deicata ai miei racconti erotici.

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