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Invito a pranzo con delitto

La telefonata giunse a casa in una mattinata di inizio settembre. I corsi non erano ancora iniziati e potevo dormire relativamente fino a tardi. Comunque odiavo e odio tuttora essere svegliato dal telefono. Risposi, per quello che mi ricordo, veramente in malo modo.

– Pronto… chi è ! ? !
– Ciao Cavlo sono io… Mvra. Cosa stai facendo ! ? !
Quell’erre moscia, quel tono di voce distaccato erano inconfondibili.
– Beh, niente di particolare… studiavo un po’.
– Ah, volevo sapeve, sei libevo per ora di pvanzo ! ? !
– Fammi pensare…. Sì… non ho niente di particolare da fare.
– Bene. Perché invito alcuni amici a pvanzo, e volevo sapeve se vuoi venive anche tu.
Rimasi per un attimo perplesso.
– Ehi Cavlo ci sei ancova ! ? !
– Sì sì certo…. Mah non c’è problema.
– Ok, allova ci vediamo alle due da me. E povta un po’ di vino. Bianco. Fveddo. Fvizzante
– Ho capito ho capito….
– Allova ci conto ! ? ! vieni ! ? !
– Ho detto che vengo, Mara, non ti preoccupare…
– Ecco lo sapevo…. Sei avvabbiato con me…
– Sia che non è vero, Mara…
– Allova ci vediamo più tavdi. Ciao.
Come al solito, mi riattaccò il telefono in faccia. In realtà non ero arrabbiato… ero stupito. E impaurito. Non parlavo con mia sorella maggiore da un paio di mesi. Anzi era LEI che non voleva saperne di parlare con me… da quel giorno.
Erano gli inizi di giugno. A casa non c’era nessuno: papà al lavoro, mamma al bridge, e Mara già da un annetto aveva deciso di andare ad abitare con un gruppetto di amiche “per aveve più indipendenza. A 25 anni ovamai sono una donna ho bisogno dei miei spazi, della mia autonomia”.
In realtà con una scusa o un’altra stava sempre da noi: attaccata come era e come è alle gonne di mia madre. E ai continui vizi che mio padre le faceva, non ultimo l’affitto della sua casa.
Comunque la casa vuota era perfetta per un po’ di .. divertimento. Ed in questo caso il divertimento consisteva nella mia vicina di casa diciottenne, che a 13 anni mi dava del lei e del signore e che da un mesetto a questa parte mi dava del porco, maiale e grande scopatore. Fisicamente non era niente male: bionda, occhi marroni da cerbiatta, un sacco di lentiggini, un corpo snello, Verena aggiungeva una carica di entusiasmo e di vitalità inesauribile.
Avevo appena finito di leccarle la vagina e di farla venire copiosamente che lei si era alzata dal divano abbracciandomi.
– Dai Carlo – mormorò languida, strusciandomi le tettine appuntite- prendimi da dietro..
– Vuoi dire…- balbettavo.
– No quello no…non ancora per lo meno. Voglio dire prendimi a quattro zampe. Oggi ho visto due cani al parco che si divertivano come matti… mi hanno così arrapata…
Come fare a dirle di no ! ? ! Sistemai Vere a sul divano, con lei che si reggeva sul bracciolo e che mi guardava carica di lussuria. Io posizionai l’uccello all’altezza delle grandi labbra. Lei non mancò di afferrarlo delicatamente e di portarlo lentamente dentro la vagina per tutta la sua lunghezza, con un mugolio eccitato.
– Dai, Carlo – mi disse sensuale – montami come una cagna.
Non me lo feci ripetere due volte. Tenendola per i fianchi cominciai a scoparla dapprima con colpi lenti e profondi, poi con un ritmo sempre più veloce. La bambina lanciava dei gridolini estasiati ad ogni colpo.
– Oh …oh…. Dai così…. ahhh… – mugolò- come mi monti bene…. Ah ah ah ….
All’improvviso la porta d’ingresso s’aprì ed un cesto di panni sporchi semovente avanzò verso di noi.
– Ciao famiglia sono tovnata…ho povtato un po’ di voba da lavave…- disse mia sorella abbassando il cesto – ehi ma non c’è ness..
Per un attimo rimanemmo tutti e tre impietriti. Verena divenne rossa come un peperone. Io impallidii ed il mio coso divenne delle dimensioni di un cece. Mara si limitò a far cadere teatralmente la cesta dalle braccia, con mutande e camicette che volavano da tutte le parti, lanciando un urlo altissimo.
I seguenti cinque minuti furono un uragano: noi due colti sul fatto che scappavamo da tutte le parti cercando di rivestirci su una gamba sola, lei che, apostrofandoci povci e maiali ci lanciava inviperita i panni sporchi. Alla fine Mara inviperita ci chiuse rumorosamente fuori di casa, con ancora i panni mezzi messi e mezzi no. Verena ed io rotolammo per due piani di scale prima di scoppiare a ridere come matti, soprattutto per il nervosismo e la situazione tragicomica e di finire quello che avevamo cominciato nel ripostiglio di casa sua, tra valigie e bottiglie di vino. Per fortuna la prese bene, ci limitammo a fare calmare un po’ le acque e a continuare a vederci a casa sua.
Invece Mara la prese veramente male: non mi rivolgeva più la parola, non mi guardava più in faccia, addirittura se a casa rispondevo io a telefono riattaccava senza complimenti. I miei genitori mi chiesero più volte spiegazioni di questo comportamento (stranamente non aveva fatto la spia) ed io mi limitavo a rispondere che erano cose nostre, litigi tra di noi.
Ma questo invito a pranzo veramente non me lo aspettavo… forse mamma l’aveva costretta ad invitarmi per chiarire la faccenda e fare la pace, probabile conoscendo mia madre e le sue attitudini da paciere. Dal canto mio non mi sentivo per niente in colpa. A 21 anni avevo tutto il diritto di fare i miei comodi a casa MIA, se lei se n’era andata di casa era perfettamente per questo motivo. Se questo non lo capiva peggio per lei… non avevo un grande rapporto con mia sorella: visto che studiava ingegneria elettronica era sempre circondata da una torma di maschi che la trattava esattamente come la trattavano a casa, da regina. Aveva un po’ di puzza sotto il naso e mi aveva sempre guardato con l’aria di superiorità da sorella maggiore.
Però la situazione mi dispiaceva. Se ne avessi avuto modo, gliene avrei parlato ma a quanto pare ci sarebbero state altre persone. In realtà la situazione era strana… sentivo puzza di… trappola.

Arrivai nervoso davanti al suo pianerottolo. Bussai, non sentendo stranamente alcun rumore.
Lei mi aprì dopo cinque minuti, non la vedevo da un mese. Dovevo ammettere che mia sorella era molto carina: piccolina, con lunghi e lisci capelli neri trattenuti alle tempie da due mollettine rosa, occhi color carbone che ti scrutavano dentro, un bel viso dolce. Aveva un top all’uncinetto rosa che faceva risaltare la sua carnagione scura ancora abbronzata ed i seni abbondanti, una quarta penso… sostenuta dai reggiseni con spalline trasparenti ora in voga.

– Ciao fvatellino, entva. – mi disse con fare disinvolto, voltandosi per andare in cucina.
Notai che i jeans fasciavano un sedere sodo e rotondo, e che non aveva perso l’abitudine di mettere tacchi iperbolici per alzare la statura . Così mi arrivava al collo.
Come avevo previsto in casa non c’era nessuno, il salotto, spazioso, era praticamente vuoto.
– Dove stanno gli altri, Mara ! ? ! E le ragazze ! ? !
– Vieni in cucina.
La raggiunsi dentro che armeggiava con i fornelli. Stava scaldando della pasta già pronta in una pentola, invece di mettere l’acqua sul fuoco.
– Le vagazze sono tutte a casa, dato che abbiamo il week-end libevo – mi disse senza neanche guardarmi in faccia – e gli altvi miei amici sono usciti in bavca, visto che è una bella giovnata, savei andata volentievi con lovo ma già avevo pveso impegno con te….
– Potevi benissimo avvertirmi , avremmo rimandato.
Mi guardò con un’aria strana, quasi beffarda. Evidentemente le mie supposizioni erano giuste.
– Pevchè – mi chiese – non hai piaceve a mangiave con me ! ? prefevivi altva compagnia ! ? !
– No – risposi sincero – volevo sapere se a te fa piacere che io sia qui.
– Lo sai che mamma mi ha costvetto ha invitavti – ripose, girando il cucchiaio di legno e poi fissandomi con i suoi occhi profondi -ma penso che pvima o poi lo avvei fatto lo stesso…pevchè dovvemmo chiavive…
– Va bene, Mara, per piacere, rimandiamo la discussione dopo pranzo… ho troppa fame e per lo meno voglio mangiare tranquillo.
Mia sorella fece uno strano sorriso, poi mi porse il cucchiaio, dirigendosi in salotto.
– Continua a givave qui, mentve appavecchio di là in salotto.
– Siamo solo noi due, per me possiamo anche rimanere qui.
– No. Ho voglia di stave comoda, con più spazio – mi disse lei di rimando dal salotto.
– Cosa stai preparando ! ? non ho mai visto questo piatto… dall’odore non sembrano male.
– è una vicetta che mi ha insegnato Vobevta, la vagazza che abita qui con me. Penne alla thailandese…non si sevvono bollenti, ma si prepavano pvima e si viscaldano leggevmente al momento di sevvivli. Aspetta vengo a contvollave.
Giunse trafelata, prendendo una pennetta. La mise per un attimo sul dorso della mano sinistra e poi l’assaggiò.
– mmmm pevfetti…- disse, versandoli in una zuppiera – andiamo di là.
La seguii in salotto, rimanendo incantato dall’incedere maestoso delle sue natiche. Il tempo di distrarmi un attimo, per notare che i posti a tavola erano disposto in maniera strana: uno era sul lato lungo del tavolo, ma senza piatto. L’altro era sul lato corto, anch’esso sul lato corto, e col bicchiere sul bordo del tavolo, all’incontrario.
– Come mai mancano i piatti , Mara ! ? ! – chiesi perplesso.
Lei mi sorrise, facendomi sedere al posto dal lato lungo.
– Vedi, fvatellino queste penne si mangiano in modo speciale…. alla thailandese – disse posando la zuppiera al suo posto – io mangevò divettamente da qui….
– Ed io ! ? io ti sto a guardare ! ? – risposi nervoso – dov’è il mio piatto ! ? !
Mia sorella sorrise, mettendomi il tovagliolo in grembo e spostando più in avanti le posate di plastica. Poi con un unico fluido movimento si levò il top rosa, rimanendo solo in reggiseno trasparente. Con una certa perizia si tolse anche questo, mostrandomi due seni rotondi, leggermente cascanti data la grandezza con areole enormi e capezzoli induriti, grandi quanto un pollice di un bambino. Si vedeva ancora il contrasto tra il bianco del non abbronzato, in realtà molto poco, e la parte scura di carnagione.
Io ero rimasto senza parole, allibito. Arrossendo leggermente, Mara si tolse le scarpe e si abbassò i jeans…Non aveva le mutande !! Per un attimo la visione di folto cespuglio nero, anche se ben curato, mi fece venire il sangue agli occhi. Poi languidamente si stese sulla tavola, a pancia in giù davanti a me.
– Se non hai ancova capito – mormorò – il tuo piatto sono io…dai sevviti pvima che si fanno fveddi.
Ero come in trance. Guardia estasiato quella schiena nuda abbronzata, perfetta, dalle spalle larghe e dal sedere prominente, frutto di anni di atletica. Lei aveva spostato i capelli di lato e si era puntata sui gomiti, dandomi occasioni di scorgere i seni golosi.
Come un automa afferrai il mestolo e delicatamente sollevai una manciata di pasta. Appena gliela versai nell’incavo della schiena, fece un fremito seguito da una risatina. E non accennava a smettere visto che guardava con insistenza l’erezione che era cresciuta nei miei pantaloni a livello record.
Devo dire che cercai anche di mangiare qualcosa, e le penne erano PURE buone…ma diamine ero troppo distratto, scene del genere succedono solo in pubblicità, e per giunta era mia sorella !!! Non mi volevo chiedere niente, volevo solo godermi la scena.
Lei si trovava con la testa alla mia destra, e ogni tanto davo un boccone pure a lei che mi guardava strana.. mentre la mia mano sinistra poggiava sul resto del.. piatto. La pasta finì presto.
– Complimenti – le dissi, accarezzando il sedere e strizzando il sedere – è bella dura.
– Gvazie. Dopo sei anni di atletica…- rispose lei irrigidendo per un attimo la natica.
– No, cosa hai capito – risposi ridendo – mi riferivo alla pasta…. è bella al dente come piace a me…solo che…
– Solo cosa ! ? – mi chiese alzando la testa.
– Forse manca un po’ di …sale.
– Sale ! ? sei sicuvo ! ? Fammi vedeve…
Le imboccai una pennetta, facendole sussultare i seni.
– Non mi sembva – disse pensosa – ma se dici così…
– Aspetta che vado a prendere un po’ di condimento….
La mano che non aveva smesso per un attimo di accarezzare le natiche scese nell’incavo dell’ano, poi sempre più giù fino disegnare i contorni delle grandi labbra della vagina. Il viso di mia sorella si aprì in un sorriso stupito.
– Ma Cavlo..
– Aspetta, aspetta che ora lo prendo…
Infilai prima dentro un dito. Ci stava comodamente, quindi ne infilai un altro. Cominciai a pistonare ritmicamente le dita le dita nella sua fica, strappandole mugolii di piacere, e titillandole ogni tanto il clitoride.
Mara cominciò ad ansimare sempre più forte, reggendosi sul bordo del tavolo, finchè la mia mano non fu inzuppata di secrezioni mentre lei si mordeva la mano in preda ad un orgasmo gorgogliato.
Mi guardò con aria lussuriosa, gli occhi neri in fiamme mentre riprendeva fiato, mentre le facevo leccare le dita dei suoi umori vaginali.
– è questo il condimento che intendevo- le dissi rosso in viso.
– Hai vagione, è molto buono- rispose infoiata come non mai, girandosi sul tavolo – non ti va di pvendevtene un altvo poco ! ? !
Mi alzai ridendo e mi sistemai tra le gambe di mia sorella, appoggiandole le cosce sulle mie spalle.
Inizia a leccare tutto quel ben di Dio, passando tra labbra piccole e grandi, clitoride, perineo e buco del culo. Lei si agitava come un’ossessa, non riuscendo a trattenere frasi chenon le avevo mai sentito dire, neanche quando era arrabbiata.
– Dai fvatellino, leccami la fichetta.. ohh. come lecchi bene… chissà come gliel’hai leccata a quella tvoietta…ahhh ma la mia è più buona vevo ! ? …mmmm …pevchè io sono più tvoia di lei…. oohhh
La portai rapidamente all’orgasmo. Mi strinse le cosce stritolandomi la testa, la sentii sbattere i pugni sul tavolo mentre emetteva un urlo rauco. Poi si calmò ansando.
Io mi alzai dal posto, palpandole gustosamente i seni ed i capezzoli.
– Fin’ora tutto ottimo – le dissi – cosa preve ora il menù ! ? !
– In verità – mi rispose ansimando – volevo un po di salame pev me.. ma non ce la faccio più.. ti pvego Cavlo sbattimelo dentvo…. chiavami pev bene.
A sentire queste parole da mia sorella i miei pantaloni ed i boxer erano già volati via. Il tavolo era ad altezza giusta, mi agganciò con le gambe attorno alle natiche e reggendomi al tavolo la infilai perentoriamente. Lei si inarcò fino ad afferrarmi per le spalle, guardandomi estasiata, e strappandomi un sugoso bacio con la lingua. Cominciai a muovermi dentro quella vagina stretta e umida, succhiandole ogni tanto i seni o riempiendola di bacetti…lei mi guardava accesa dalla lussuria, agitando i capelli e graffiandomi le spalle.
– oohh fvatellino…scopami.. viempivi col tuo salamone… te l’ho visto tante volte… e mi sono toccata così a lungo pensando a questo momento… aahhhh e tu .. mmm scopavi con quella puttanella…aaahhh ma io dovevo avevti tutto pev me.. ti piace ! ? !
– e chi ti lascia più !! ? risposi ansando mentre l’infilavo sempre più velocente.
– Sono una puttana…. Ahhh che bello oohh…
Ad un certo punto la feci scendere e la feci girare, facendole puntare le braccia sul tavolo. Le infilai la vagina da dietro, mentre le abbrancavo i seni gustosi torcendo i capezzoli…
– ssìììì che bello , a che io voglio esseve pvesa come una cagnetta ahhhh- mi urlò mentre i miei copi erano sempre più forti.
Arrivammo insieme all’orgasmo, entrambi con un urlo assurdo ci abbattemmo sul tavolo. Non feci in tempo né volli venirle fuori. In verità volevo riempirla tutta, quella cagnetta di lusso di mia sorella.
Rimanemmo abbracciati sul tavolo, scambiandoci coccole, e accarezzandoci a vicenda.
– mmm Cavlo che bello.. che ne dici se passiamo di là per i dolce ! ? – mi mormorò alzandosi, andando nella sua camera di letto scodinzolando il sedere. Sulle gambe si vedeva ancora una traccia del mio sperma.
Stranamente, mi era rivenuta fame. FINE

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Luce bassa, notte fonda, qualche rumore in strada, sono davanti al pc pronto a scrivere il mio racconto erotico. L'immaginazione parte e così anche le dita sulla tastiera. Digita, digita e così viene fuori il racconto, erotico, sexy e colorato dalla tua mente.

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