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La svedese

Ingrid Larsson era nata a Olshammar, una tenuta nella provincia di Narke, al centro della Svezia, tra profonde e malinconiche foreste che circondano il lago Vattern.
Lì aveva trascorso tutta la sua infanzia insieme al padre e a due vecchie zie (senza fratelli o compagni della sua età), creandosi un mondo suo, irreale, favoloso, fantastico, evocato da quella stessa natura cupa e romantica che ha ispirato a tanti artisti opere così svedesi che possono essere capite solo da uno svedese, cresciuto ed educato nell’atmosfera mistica e malinconica che domina i romanzi di Selma Lagerlof, i drammi di August Strindberg, i film di Ingmar Bergman.
Questo il quadro che, in due ore di conversazione, avevo ottenuto, sul filo della confessione privata (l’unico che mi interessasse veramente) dalla mia hostess, accompagnatrice-traduttrice a uso e consumo degli inviati all’ultima edizione del Premio Nobel a Stoccolma.
Quella infatti fu per me la prima e ultima presenza al Nobel perchè il mio giornale, dopo quell’incarico, pensò bene di passarmi alle cronache mondane.
Da me, inviato a Stoccolma, non riuscì infatti a ottenere se non qualche articoletto insipido, sulla falsariga dei comunicati stampa ufficiali, preparati esclusivamente per la legione di giornalisti stranieri presenti, i quali, come me, preferivano rincorrere le bionde scandinave, piuttosto che mettersi a meditare sui profondi valori del più importante riconoscimento artistico e scientifico del mondo.
Non fui licenziato solo perchè il proprietario nonchè editore del giornale è mio nonno.
Ingrid Larsson era una deliziosa creatura del nord che parlava discretamente un italiano imparato a scuola.
Per quello che dovevamo dirci, in ogni caso, il suo italiano andava benissimo, anche perchè io non sapevo una parola di svedese e, quanto all’inglese, arrivavo al massimo al ” my love “.
Ve l’ho detto che mio nonno era l’editore del giornale, no?
Così ci intendemmo subito.
– Tu italiano! – mi apostrofò alle spalle, riconoscendomi forse per il taglio impeccabile dell’abito (un Armani autentico, strapagato e acquistato a Roma appena prima di partire).
Mi voltai ed ebbi subito l’esatta sensazione di trovarmi finalmente in Svezia.
A dire il vero ero arrivato tre ore prima, mi ero sistemato in albergo e quindi ero andato a far visita all’ufficio stampa del “Nobel” per sapere cosa si doveva fare.
– Si, io italiano, – risposi, e con un sorriso, l’ebbi a mia disposizione.
Mi aiutò a trovare il materiale già tradotto in italiano e sistemato in una cartella con sopra il mio nome. Mi chiese cosa volessi fare.
– Bere qualcosa di buono come te… – risposi guardandola negli occhi azzurri.
Non capì bene l’allusione perchè mi voltò le spalle e seria mi condusse al bar dove ordinò da bere.
Mi ero sbagliato; quello che mi fece trangugiare doveva essere il suo biglietto da visita: una bomba.
Sentii il fuoco avvamparmi in tutto il corpo, dopo che, per fare il furbo, avevo buttato giù tutto d’un colpo il contenuto del bicchiere che mi offriva col più sereno dei volti. Feci fatica a trattenermi mentre lei, sorseggiando tranquilla quella lava liquida, mi fissava ironica.
Poi andammo al grande appuntamento.
– Sire, Ladies and gentleman, madames e monsieurs, signore e signori… –
è tutto quello che ricordo della solenne cerimonia della consegna del Premio Nobel.
Ingrid era seduta accanto a me nel settore stampa, arrivando in ritardo, da buon italiano, avevo occupato l’ultimo posto in alto. Alle nostre spalle nessuno, ma in compenso, davanti c’era una gigantesca giornalista americana con un quintale di pelliccia sulle spalle. Un sipario.
Dietro questo sipario, incosciente, accolsi il suggerimento che mi veniva dalla terribile bevuta di cinque minuti prima.
Allungai le mani.
Sembra facile, dirlo così, ma farsi largo tra le cosce di una interprete, in piena celebrazione del Nobel, non è proprio da tutti. Ma non osereste contraddirmi, per la mia scelta, se conosceste la mia accompagnatrice. Era alta quanto me, sull’uno e ottanta circa. Un corpo giovane, non oltre i ventiquattro o venticinque anni, modellato in un abitino azzurro cupo, a giacca, che metteva in evidenza tutti i suoi sacrosanti attributi.
Una vita stretta, quasi irreale, dalla quale scattava un busto che andava a reggere un davanzale pieno, in cui i seni, pur sotto la camicetta, si intuivano compatti, fermi, ben staccati uno dall’altro, come due grosse mele che per il momento erano un frutto proibito. Per me, almeno.
Pensavo a loro mentre ci pennellavo sopra con la coda dell’occhio e, sotto il mio sguardo, non tanto scoperto poi, credetti di vedere inorgoglire la ciliegina del capezzolo che, avvertendo d’essere oggetto d’attenzione, premette contro la stoffa sottile.
Ma forse era solo uno scherzo della mia fantasia.
Le spalle disegnavano una linea dolce, fanciullesca quasi, da cui si staccava un collo perfetto senza segni, senza increspature. La bimba aveva una pelle che pareva dipinta, tanto perfetta e preziosa mi sembrava la sua filigrana. Un collo pulito e nudo in tutta la sua lunghezza, per reggere, come uno stelo di un fiore, il volto delicato e fragrante simile a un bocciolo di rosa, senza traccia di trucco.
La bocca era sconvolgente, sensuale. Ogni volta che mi rivolgeva la parola sembrava che baciasse l’aria, e quei baci cercai di coglierli tutti, a volo, protendendo le labbra, invece delle orecchie, verso quanto mi diceva lei spiegandomi la cerimonia. La sua voce, in ogni caso, era comunque un vero piacere per i miei timpani ogni volta che l’ascoltavo: melodiosa e cristallina insieme, aveva un che d’indefinibile che la faceva sembrare infantile e sensuale allo stesso tempo. I capelli erano raccolti con meticolosità in una crocchia morbida e biondissima che prometteva di potersi sciogliere in una cascata dorata di cui già sentivo il profumo.
Sotto, scendendo dal vitino di vespa, Ingrid si spalancava al desiderio del maschio con un bacino ampio, anche se piatto, senza alcuna concessione al grasso.
E poi venivano le gambe.
Quando il mio occhio scivolò alle cosce e alle gambe, queste erano molto elegantemente e strettamente accavallate in modo che la gonna, aderente, era salita per almeno una spanna, lasciando all’ammirazione del mio occhietto già un po’ appannato, uno dei più stimolanti esempi di gambe femminili, versione scandinava.
Madre natura sa offrire spettacoli che nessun cineasta, per bravo che sia, potrà mai imitare.
Ero incantato da quella linea purissima, da quel ginocchio appena evidenziato, vagamente magro, assolutamente sexy.
Non riuscii ad andare oltre nella mia silenziosa indagine e trascurai quindi di immaginare la delicatezza del piedino racchiuso in uno stivaletto di camoscio dal collo alto, color rosa, con una fibbia d’argento.
Magari non era proprio un modello di gran gusto, ma, addosso a lei, pareva un tocco di inarrivabile grazia.
Mi fermai, comunque, con la pupilla sempre più annebbiata, ad ammirare le belle gambe accavallate che si spingevano fin quasi a toccare la pelliccia della grande collega americana che ci stava davanti e ci copriva.
Forse fu proprio questo paravento a dare inconsciamente il “via libera” alla carezza che mi ritrovai a fare al ginocchio sinistro di Ingrid che restò ferma come una statua.
Guardavo, adesso, davanti a me, dritto in faccia all’oratore ufficiale, senza vederlo, senza capire una parola di quanto dicesse. Ero come un cieco che cerchi di conoscere un oggetto palpandolo e, trovandolo di suo gradimento, proceda lentissimamente all’esplorazione, per paura di non assaporarlo fino in fondo, di perderne i contorni, di non captarne l’esatta sostanza.
La mia mano premeva il ginocchio della hostess, poi lasciava la stretta per stare ferma, poggiata al velo della calza di nylon che filtrava il calore di quella carne che ancora non mi azzardavo ad accarezzare.
Mi feci coraggio.
Dal ginocchio, impercettibilmente, risalii lungo la coscia, ma solo di pochi millimetri, fingendo una mossa del tutto involontaria. Gettai l’occhio al volto di lei: era immobile, ma tradiva un vago turbamento, e nulla avrebbe colto un osservatore che non fosse, come me, informato su quello che accadeva dietro il monumento di pelliccia.
Non mi rendevo ancora conto se Ingrid stesse o no accettando le mie avances. Non diceva niente per compiacenza o era tanto indignata che non sapeva come reagire?
Mi dovevo aspettare un ceffone da un momento all’altro, o quella sua immobilità era una risposta consenziente per un discorso che avremmo poi potuto approfondire in altra, più adeguata sede?
Nel dubbio preferii controllare di persona.
Tutto sommato, meglio prendere una sberla, anche durante la cerimonia di consegna di un Premio Nobel, piuttosto che passare da timidi o peggio da pavidi, di fronte a una così bella tentazione.
Ma la risposta tardava a venire.
Allora mi feci più ardito e questa volta scivolai un po’ all’indietro per nascondermi agli occhi di chiunque avesse rivolto lo sguardo verso di me, e perchè sapevo che il mio volto, prima o poi, avrebbe tradito le mie vere attenzioni le quali, in quel momento, non erano certo per le arti, le lettere e le scienze.
La mia mano, strumento di dialogo raffinatissimo, in quel momento risaliva lungo la coscia di Ingrid con la lentezza inesorabile del destino. Sentivo finalmente di cosa era fatta quella fata dagli occhioni azzurri, e palpeggiavo con estrema leggerezza, imitando l’attenzione e la grazia di una farfalla, quella sua realtà di donna che pareva rispondermi.
Era calda, sempre più calda, la risposta che usciva da sotto il velo della calza per trasmettere alla mia mano una carica di femminilità in procinto di esplodere da un momento all’altro.
Quasi mi doleva il braccio, tanto ero irrigidito in quella carezza e, dalle dita che lentamente andavo affondando nelle carni che parevano di burro ghiacciato, di crema solidificata, di panna cementata, tanto sapevano riunire morbidezza e solidità, mi saliva lungo i muscoli tesi, fino alla spalla, un flusso elettrizzante. Sentivo il desiderio folle di andare oltre, di imprimere alla mia carezza la foga del maschio latino che sente sua la preda femmina, che immediatamente vuole soggiogarla, possederla, comprimerla, lasciandole solo dopo, nel secondo round, la possibilità dell’iniziativa e di rivelarsi in tutta la sua personalità.
Qui però eravamo a Stoccolma, non a Santa Marinella e neppure sulle spiagge del Gargano.
Ingrid aveva avvertito il crescendo del mio desiderio, e la sua coscia fu percorsa da un brivido.
Non mosse però un dito e continuò a tenere le mani intrecciate sul grembo, guardando davanti a se, ancora abbastanza tranquilla, almeno in apparenza.
La mia mano era al bordo della gonna.
Esitai, quasi aspettando un invito a continuare, poi, deciso, andai oltre.
E fu la vittoria.
Ingrid mi attendeva, oltre la gonna, con la soda pienezza delle sue cosce magnifiche, disposta a lasciarsi palpeggiare come una ginnasiale che senta la primavera, o come una di quelle educande che vengono in vacanza dal collegio a luglio, e sulle quali ho fatto la maggior parte delle mie prime, facili, soddisfacientissime esperienze sessuali. Niente è più bello che frugare sotto le gonne di una collegiale vergine cui il tenere strette le cosce sia diventato di troppo.
Ingrid mi si offriva con la stessa docilità e, apparentemente, con lo stesso entusiasmo.
Che fosse vergine anche lei?
Esistono tanti tipi di verginità, e ogni volta che una donna ne perde una, riesce ad eccitarsi come al momento della prima deflorazione.
Poteva essere, ad esempio, che la mia hostess fosse vergine in fatto di carezze latine…. forse ero il primo maschio italiano che le metteva le mani addosso. O forse era la prima volta che qualcuno azzardava tanto con lei in un luogo così pubblico, durante una cerimonia tanto ufficiale, addirittura alla presenza del suo re. O potevano essere anche tutte queste cose messe assieme.
Di certo è che l’atteggiamento della mia giovane e splendida accompagnatrice cambiò di colpo.
Era come se la mia mano fosse uscita dal limbo per portarsi alle soglie del paradiso. Ma, come compresi poi, dal vero paradiso era ancora molto lontana.
La bimba bionda schiuse la lunga fessura formata dalle sue cosce da gazzella, strette insieme, per lasciarmi libertà d’azione. L’invito era palese.
Non la feci aspettare oltre e accarezzai più apertamente le gambe meravigliose e l’interno delle sue cosce, lieto di constatare che lei non portava i soliti, idioti collant, ma calze, autentiche calze che terminavano proprio in prossimità delle mutandine.
Lì, su quel lembo di carne viva che pulsava sotto i miei polpastrelli, mi fermai. Sostai quasi a placare l’affanno, e anche a dimostrarle che, pur essendo italiano, sapevo controllare le mie voglie.
Lei, non le controllava più.
Illanguidita, aveva chiuso gli occhi mentre un lieve rossore le si diffondeva sul viso. La bocca, appena socchiusa, pareva attendere un lungo inesauribile bacio.
Anche lei si era lasciata andare sulla sedia, scivolando in avanti, quasi a nascondersi dietro la barriera della pelliccia. Ora le sue gambe non erano più elegantemente accavallate, ma dritte, i piedi puntati a terra, del tutto scomparsi sotto il gran drappeggiare di pelo della collega americana.
E procedetti oltre.
Frugai con dita leggere, come un ladro che tenti una cassaforte, e presi contatto con la velata inconsistenza degli slip che morbidamente cedettero alla mia insinuante avanzata.
Facilmente mi inserii sotto il bordo elasticizzato del cavallo e subito presi contatto con un ciuffo di lunghi soffici peli che immaginai pieni di riflessi dorati, profumati come un mazzetto di mughetti, desiderosi di essere allisciati, baciati.
Li baciai con le dita, evitai di proposito altri contatti con le zone più sensibili, già a portata di mano, e giocherellai, creando una maggiore tensione in Ingrid che pareva a stento trattenersi. Il suo pelo satinato accettò il trastullo delle mie dita e si lasciò esplorare in tutto quel suo abbondante espandersi attorno al già esaltato sesso di lei.
Quando finalmente decisi di saggiare terreni più… umidi, trovai ad attendermi una piccola palpitante spugna di carne che, con labbra voraci, si pose a ventosa contro il dito che stavo infilando e lo risucchiò avidamente dentro, per tutta la sua lunghezza.
Ingrid si agitava piano sulla sedia, scivolando sempre più avanti, in modo da farsi meglio penetrare. La sondavo delicatamente ma con decisione, ma questo suo atteggiamento metteva in difficoltà anche me perchè faticavo a mantenere il contatto e lo avrei perso, se lei avesse continuato ad allontanarsi.
Invece mi permise di godere di quel suo silenzioso, squisito piacere che le aveva arrossato il volto come una mela matura, e che, alla fine del discorso di quel pirla che continuava a pontificare in una lingua incomprensibile, le fece serrare le cosce in una stretta convulsa che imprigionò la mia mano.

A casa sua, la sera, fu tutto molto più facile. E fu lì, dopo non so più quanti bicchieri di vodka ghiacciata che nudo, steso su di un letto ricoperto di morbidissime calde pellicce, ascoltai da Ingrid la storia della sua infanzia.
Sebbene lei stessa non fosse più coperta di me, non mi distrassi nella contemplazione di quelle nudità perfette. Le avevo già abbondantemente conosciute sopra e sotto, e non avevo lasciato un solo centimetro della sua pelle, senza posarvi almeno uno dei miei baci.
Ce ne eravamo scambiati milioni.
Era stata, la nostra unione sul suo gran letto peloso, una tempesta di baci interminabili.
Mentre ci rotolavamo sopra e sotto, da una parte e dall’altra, cercando con le bocche di raggiungerci in posti sempre diversi, mi tornarono in mente i versi stupendi del poeta Catullo… parlando a Lesbia, la donna amata e infedele, le diceva con soffusa dolcezza in un delirio cosciente d’amore: dammi mille baci e quindi cento, e poi ancora mille e altri cento…
E così fu per noi.
Le nostre bocche, dopo essersi saldate fra loro, corsero a cercare la gola, il mento, le orecchie, la nuca, la spalla, e poi più giù, il petto, i fianchi, il ventre.
Finimmo col rotolarci in un “69” perfetto.
Lei, col mio pene in bocca, se lo succhiava con la devozione di una pia donna; io, con la lingua affondata nella sua fessura, la leccavo come un pazzo, insalivandola, facendola quindi bagnare per sentire il sapore dolce dei suoi umori di giovane donna che gode. E la sua bocca, dopo essersi riempita dell’espressione liquefatta della mia virilità, dopo aver trangugiato la lava bollente sgorgata dal mio vulcano portatile, cercò con la lingua la fessura delle mie natiche.
Poche donne mi avevano fatto un simile omaggio.
Non volli essere da meno e la imitai.
Mi baciò anche là, sulla rosellina nascosta e sensibile, puntando la sua lingua aguzza come se volesse violentarmi. Cosa avrebbe fatto un altro al mio posto?
Sarebbe corso al telefono per dettare un articolo sul Premio Nobel in Svezia, a quella zitellaccia della Maria, la capo sala stenografi del mio giornale?
Così rinunciai all’idea che pure mi era venuta (chissà come… ) in mente e mi abbandonai completamente al piacere di quell’avventura.
Col fatto che era interprete di lingua italiana, la mia hostess si sentì in dovere di dimostrare la sua abilità non solo della lingua, ma anche della cucina italiana.
Dopo avermi fatto addormentare, si era dedicata ai fornelli. Aveva preparato una immensa quantità di spaghetti con sugo di vongole, burro e pomodoro, e li aveva versati in una sorta di grande terrina che mi portò a letto, svegliandomi.
Mai risveglio fu più esaltante: sulle prime invertii le cose e pensai di sognare.
Invece era tutto vero, come vero era il gran fiasco di Chianti che mi porgeva per innaffiare quel ben di Dio.
Lei naturalmente mi imitò.
Mangiavo, bevevo e sentivo crescere, dentro di me, la netta sensazione d’essere innamorato.
Dovevo esserlo davvero, tanto che al caffè le chiesi di mollare tutto e di seguirmi in Italia.
Non sapevo bene cosa avrei fatto di lei, tranne che l’avrei scopata dalla mattina alla sera, fino a farmi venire un esaurimento, ma le proposi ugualmente di venire con me.
Le parlai del mio giornale, delle cento persone influenti che conoscevo; le parlai anche del mondo del cinema, per convincerla a seguirmi… e le parlai di me.
Confessai alla bionda hostess che forse ero un poco pazzo, ma indubbiamente la causa era lei, unicamente lei. Una carriera di giornalista brillante stava ai suoi piedi: o lei mi seguiva e dava un tono al resto della mia vita, o non avrei scritto più una riga in vita mia e non solo sul Premio Nobel, ma su qualsiasi altro argomento. Le dissi che mi sarei portato a zonzo per il mondo la sua immagine, il suo ricordo, il suo profumo, come uno sporco hippy di Trinità dei Monti e le dissi un sacco d’altre cose dolci come il miele.
Ma torniamo al mio ruolo di inviato all’estero, alle prese con una cotta da far paura.
Per la verità più che paura per il momento sentivo una gran gioia perchè lei, la biondissima creatura del nord, stava dicendomi “si”.
Aveva anche le lacrime agli occhi.
Al colmo della gioia mi rituffai tra Chianti e fette d’arrosto che non avevo mangiato prima, colto da una improvvisa voracità. Le grandi occasioni, quelle in cui mi commuovo davvero, mi hanno sempre fatto quell’effetto. Così mi spiego come mai, nei paesi del sud, in Italia, quando fanno le veglie funebri o si partecipa alle esequie, poi si finisce a tavola come a un pranzo di nozze.
E forse alle nozze, pensavo, mentre Ingrid si sganasciava dalle risa, di fronte a quel mio ricominciare la cena.
Chiaro che, dopo l’abbuffata, ero buono per un pompino e non altro.
Su quello, mi addormentai.
L’indomani mattina ero imbarcato su un aereo che andava a Roma. Al mio fianco c’era Ingrid, ancora un po’ stordita, ma felice.
Mi pareva una cosa assurda e strana, tornare a casa con la prima donna che avevo incontrato a Stoccolma. Ingrid, accanto a me, era euforica e dava l’impressione di una che stava nascendo a nuova vita.
– Non credevo che un uccello potesse volare tanto in alto… – mi disse sorridendo, mentre, non vista, mi afferrava da sopra i calzoni il membro e me lo stringeva con mossa affettuosa.
Questa avventura l’aveva fatta diventare una ragazzina un po’ matta, felice di sentirsi in mano la propria vita, libera di scegliere, libera di fare ciò che credeva e di avere ciò che voleva.
E ciò che voleva ero io.
E la sua scelta fu quella di venire a letto con me, subito, senza neppure metterci in mezzo un bicchiere di whisky. E me lo disse quasi prepotente, ordinandomi di portarla subito a casa mia (fortuna che abito solo! ) appena scendemmo dall’aereo a Fiumicino.
Avrei voluto fare almeno una telefonata al mio giornale, ma lei non me ne dette modo. Mi trascinò verso il primo taxi libero e mi costrinse a dargli l’indirizzo di casa mia.
Il tassista partì spedito verso la città. Accanto a me Ingrid sorrise. Sapeva perfettamente cosa mi passava per la testa e sorrideva.
Mi riafferrò il membro da sopra i calzoni e appoggiò la testolina bionda sulla mia spalla, romanticamente.
– Che, c’è musica? – chiesi all’autista.
Lui gettò un’occhiata allo specchietto retrovisore, vide l’atteggiamento innamorato di Ingrid, ci prese per quello che eravamo e mise nel mangianastri un Frank Sinatra tutto dolcezza.
A Roma ho un appartamento arredato in modo chic, da scapolaccio, col frigo pieno di bottiglie e scatole di cose strane, filodiffusione, letti, divani e tappeti, nella zona del Palazzaccio, vicino al Tevere.
In cinque minuti posso essere a Piazza Navona o, andando in senso opposto, a Trinità dei Monti.
Qui portai Ingrid.
Non degnò di uno sguardo la mia tana infliggendo un duro colpo al mio orgoglio. La cosa però non scoraggiò il mio uccello che resisteva in posizione di presentat’arm, e non vedeva l’ora che lo liberassi da pantaloni e mutande.
Ebbi appena il tempo di accendere la luce e la filodiffusione, che Ingrid, alzandosi leggermente sulle punte dei piedi (vi ho già detto che è alta quasi quanto me), si alzò fino a congiungere le sue labbra alle mie in un bacio tiepido, appassionato, delicatissimo. Sentivo il suo profumo di giovane donna, sentivo il suo corpo sfiorare il mio e andai in grippaggio come un liceale alla prima esperienza.
Non so come avesse fatto, ma in due giorni aveva capito il mio debole. Mi piacciono i baci.
E sorrideva mentre, con le labbra, passava a baciarmi il viso, mi sfiorava le orecchie, scendeva lungo il collo, risaliva. Sorrideva a fior di labbra e sussurrava strane incomprensibili parole nella sua lingua, sicuramente parole d’amore.
Sorrideva e mi baciava.
Sorrideva e mi diceva mille dolci cose.
– Bello… sei più bello di un dio… hai il cazzo grosso, duro e dritto come una colonna greca… ti voglio… voglio farmi impalare da te… dammelo… dammelo quel tuo scettro divino… io sono la tua schiava… siii… prendi la tua schiava del nord… fa quello che vuoi, tutto quello che vuoi… il mio corpo è per te… chiedimi tutto… per te mi farei anche uccidere, per il tuo cazzo, per le tue labbra, per la tua lingua, per i tuoi occhi… –
E fu la sua lingua che venne a leccarmi proprio sugli occhi.
Poi scese.
Mi scivolò davanti e finì in ginocchio ai miei piedi, la testa appoggiata al mio inguine. Le mani di Ingrid palpeggiarono sapienti, le mie gambe. Irrigidii i muscoli, da vecchio atleta, e mi sentii come un guerriero greco, almeno nella mia fantasia, dopo le fatiche dell’agone. Ingrid toccava i miei muscoli, li faceva percorrere dalle sue dita che sapevano come toccare, come farsi sentire, come parlare alla carne di un uomo.
Salirono improvvisamente, agili e svelte, alla cintura che slacciarono, fecero scorrere la cintura lampo.
I calzoni caddero a terra.
Le mani di Ingrid ripeterono l’operazione-carezza lungo le mie cosce che adesso potevano sentire anche la seta dei suoi biondissimi capelli, mentre mi si strofinava contro.
Poi fu la volta degli slip.
Me li tolse con delicatezza, facendo scattare in libertà il mio uccello che restò, impennato, a vibrare, tanta era la tensione che lo possedeva.
Su di lui si abbattè la serica carezza delle chiome lussureggianti della mia svedese che avevo portato da Stoccolma.
Il mio desiderio sarebbe stato di sentire sul mio sesso le labbra di lei e la sua lingua dardeggiarmi il glande, come sanno fare tutte le cultrici dell’antica arte dell’amore alla bolognese.
Un amore da esportazione che ormai ha seguaci in tutto il mondo.
D’altra parte, fra le fortune di Bologna non si può dimenticare la lingua delle sue donne. Quella lingua che ha vinto mille battaglie, nel tempo, per prima creando fama alla città tra i viaggiatori che là si fermavano volentieri per gustare quelle specialità che le donne del sud e del nord non conoscevano.
Ingrid veniva dal nord, ma quella pratica, come avevo già riscontrato, doveva esserle ugualmente familiare.
Me lo dimostrò infatti poco dopo.
Il mio uccello ebbe la deliziosa sorpresa di sentire le sue labbra schioccargli un bacio proprio sulla punta, per poi schiudersi lasciando alla lingua il compito di venire a saettare rapide toccatine, sollecitando un brivido prolungato di goduria che mi riempiva l’animo di gioia.
Poi aprì la bocca e lo inghiottì tutto.
Lo trattenne fermo, tra lingua e palato, per farmi sentire il suo calore, per gustarlo lei stessa nella dimensione e nel sapore virile che le offriva. Poi prese lentamente a farmi un pompino con grande abilità.
La conoscevo solo da due giorni, ma ogni minuto che passava mi faceva scoprire di lei sfaccettature sempre nuove. Faticavo a riconoscere in lei la sofisticata, distaccata ed efficiente hostess-interprete che avevo conosciuto a Stoccolma appena quarantotto ore prima. Mi accorsi stupefatto che Ingrid sapeva essere una gheisha raffinata quando lo desiderava. Proprio questa sua doppia personalità, fatta di dolcezze gentili, di malinconia e romanticismo e di volgarità appassionate, mi entusiasmava e mi legava sempre più a lei.
La sua bocca mi succhiava con lentezza, e tutto il mio essere cominciava a partecipare a quell’atto d’amore dietro il quale non sapevo cosa si potesse nascondere, cosa mai mi riservasse il destino.
Sentivo che i sensi stavano per avere il sopravvento sulla ragione. Ero cosciente che dentro casa mia m’ero tirato dietro un’avventura iniziata a Stoccolma, un’avventura che mi aveva fatto innamorare e battere il cuore come mai prima di quel momento.
Quell’avventura della quale stavo scrivendo un’altro capitolo.
Ingrid succhiava con amore l’uccello che era sollecitato al punto giusto per godersela in tranquillità, senza dover ricorrere a faticose frenate, magari molto brusche, per trattenere l’orgasmo, che invece pareva ancora molto lontano a venire.
Conscia che le avrei concesso tutto il tempo necessario, Ingrid riprese ad accarezzarmi le gambe con le sue mani abilissime. Risalì dietro, raggiungendo le natiche e mi toccò come se io fossi d’argilla e lei mi stesse plasmando con genio d’artista.
Era delizioso, sentire la carezza delle dita che sfioravano la mia epidermide elettrizzata. Poi le sentii scorrere avanti e indietro lungo la fessura tra le natiche. Pareva volesse sondare il terreno, quasi titubando se spingersi oltre o no.
Speravo, in cuor mio, che decidesse di andare avanti, di toccarmi nel punto nascosto dove le dita femminili mi hanno sempre procurato i più sottili piaceri.
E così, infatti, fece Ingrid.
Dopo avermi lasciato in attesa dolorosa per lunghi attimi, afferrò con entrambe le mani le mie chiappe e le divaricò. Nello stesso istante, premette maggiormente il volto contro il mio inguine e ingoiò ancor meglio il membro che si gonfiava sempre più, sollecitato dalle nuove dolcissime sensazioni di piacere.
Ansimavo.
Il suo medio prese ad accarezzarmi in tondo la rosetta, là dove urgeva il mio desiderio.
Fremevo.
Gocce di sudore mi imperlavano la fronte. Il suo dito esplorava quel mio buchetto stretto e segreto e lo faceva con tanto rispetto, con tanta amorevole cura che pareva quasi me lo stesse baciando.
Poi s’intrufolò dentro.
Provai una sensazione di imbarazzo e di gusto, un gusto vigliacco che mi fece spezzare i freni…
Il mio orgasmo fu copioso e travolgente.
Inondai la bocca di Ingrid che ingoiò golosamente lo sperma caldo e dolciastro e prese a succhiare con impeto mentre il suo dito mi penetrava con arroganza, quasi mi volesse violentare.
Mi faceva un po’ male, ma non sapevo dire fin dove arrivasse la sensazione spiacevole e quella che invece mi procurava un gusto pazzo, pieno, totale.
Mi rovistò il culo come un vecchio satiro avrebbe fatto con un ragazzino e, quando sfilò il dito, lo fece apposta in fretta, quasi sgarbatamente, per farmi male.
Sussultai.
Fremetti in tutto il corpo e nello stesso tempo mi inarcai, prima indietro e poi in avanti, sbattendo la radice del sesso sui suoi denti.
Ingrid non aveva rinunciato al suo pompino e benchè avesse risucchiato fino all’ultima goccia, la mia esplosione di piacere, insisteva ancora a trattenerlo, sentendo che non si era del tutto arreso. Mi afferrò quindi per le natiche, piantando le unghie all’interno della fenditura, graffiandomi la carne tutt’intorno al buchetto. Nello stesso tempo, con violenza, si sfilò di bocca l’uccello e prese a baciarmi i testicoli.
Sembrava scatenata, mi baciò l’interno delle cosce, risalì con la lingua bollente a spatolarmi, tutto intorno, la radice del pene che intanto stava recuperando dimensioni imponenti. Mi leccò l’uccello per tutta la lunghezza, avanti e indietro, indietro e avanti, come se fosse stata presa da una improvvisa ingordigia nei confronti del mio sesso.
Un nuovo orgasmo stava intanto impadronendosi di me.
Sentivo ondate violente sommarsi tra loro e non avrei resistito molto a lungo, a questa aggressione amorosa. L’erotismo scatenato di Ingrid vinceva ogni mia immaginazione.
Mi svuotai nuovamente, e ancora con grande abbondanza, sulle labbra offerte a coppa per ricevere il liquore che vi versavo, mentre la lingua stuzzicava, abile e sadica, la punta del glande, perchè continuasse a prodigare la linfa calda e dolce di cui aveva deciso di nutrirsi.
– Amore, ti è piaciuta la tua ninfa svedese? Sei pentito di averla portata in Italia con te? … Adesso puoi fare di me quello che vuoi… ti appartengo con i sensi e col cuore, chiedimi tutto… Hai mai avuto una schiava? …. Sì, una schiava, come quelle che avevano i tuoi antenati, gli antichi romani? …. Puoi chiedermi ciò che vuoi, anche le cose più strane: non ti dirò mai di no! –
Così, sempre stando in ginocchio davanti a me, la guancia destra appoggiata al mio inguine, premendo l’uccello tra il suo viso e il mio ventre, Ingrid mi parlava con voce quasi infantile.
Sentivo che in quel momento era sincera.
Purtroppo io non venivo dal nulla.
Avevo una professione, una famiglia alle spalle, un posto (magari usurpato e del quale mi pareva essermi sempre disinteressato) in società. Cosa dovevo fare?
Tenerla come amante, sposarla, rimandarla in Svezia dopo qualche tempo, come un’avventura qualunque?
Sentivo di amarla in quel momento, e se l’avessi trattenuta, quale avvenire le potevo assicurare, senza metterla maggiormente nei guai?
Per me, senza pensarci due volte, aveva abbandonato la sua città, la sua patria, un posto di lavoro ben remunerato e qualificato, la sua famiglia…
A parte il fatto che non ero neppure ben certo che di lei non avrei finito con lo stancarmi. Una donna come Ingrid fa venire voglia di scoparsela ogni attimo della giornata e questo può essere anche comodo e piacevole… ogni tanto. Ma Dio santo come si fa a stare sempre dietro a certe cose, quando hai magari anche un lavoro da tirare avanti. E poi, non era detto che avrebbe rinunciato, per me e per sempre, a tutto il suo mondo e al suo modo di essere.
è vero che s’era dichiarata innamorata e schiava mia, ma delle donne non bisogna fidarsi mai.
Questi gli schifosi pensieri, da borghesuccio incallito, che mi frullavano nella testa.
Avrei avuto modo, col tempo, di ritornarci sopra e di vergognarmene.
Vergognarmene perchè, alla mia età, si dovrebbe ancora avere il coraggio di cogliere al volo certe occasioni, uniche, che la vita ti offre. Cosa c’è di meglio dell’amore, della perfetta comunione dei sensi?
Cosa se ne fa uno di una moglie normale, anche se onesta e col conto in banca?
Anche se viene dalla buona società?
Una moglie che te lo prende in bocca solo quando ha bevuto un po’ troppo, o due volte su tre dice che non se la sente, che sarebbe meglio rimandare, che ha mal di testa, mal di pancia, sonno, emicrania e tutti i cancheri che hanno tutte le fottutissime mogli del mondo, quelle che io, proprio in rispetto di Ingrid non volli mai.
Ad ogni modo, torniamo alla cronaca di quei fatti che erano e sono rimasti i più eccezionali della mia vita.
Ingrid mi portò in bagno.
Riempì la vasca, la preparò con sali profumati. Poi mi insaponò dappertutto, mi fece drizzare ancora, mi sfiorò leggera e io, nell’acqua calda, trovai una nuova poderosa carica di desiderio erotico.
Ingrid intanto mi ripeteva che era la mia schiava, la mia gheisha, che non voleva essere che un oggetto, per me.
Quando mi tirò fuori dalla vasca credevo veramente di sognare.
Ingrid (cosa che mai nessuna mi aveva fatto e mai più nessun’altra donna al mondo mi ha fatto) mi asciugò con i suoi lunghi, biondi, satinati capelli.
Mi sentivo un re, un papa, un imperatore… mi sentivo un dio! Sapevo di aver bisogno di tempo per mettere chiarezza nel mio cervello. Le chiesi qualche istante di tregua e manifestai il desiderio di bere un caffè.
Mentre Ingrid era in cucina a cercare il necessario per accontentarmi, telefonai a un medico amico e gli chiesi di farmi un certificato urgente, per il mio giornale, in cui si attestasse che ero esaurito e che avevo bisogno di quindici o venti giorni di riposo.
Lo avrebbe spedito lui stesso, mentre io buttai giù due righe per giustificare la mia assenza dalla redazione e chiamai Lorenza, la figlia della portinaia, perchè recapitasse la busta al mio giornale.
Lorenza era innamorata di me.
Aveva diciotto anni e ne dimostrava molti meno. Bellina, nella sua fragile delicatezza bionda, mi guardava in un modo che non lasciava dubbi.
Sua madre da ragazza faceva la puttana, ma per la figlia avrebbe voluto un matrimonio serio. Per questo l’ha allevata in collegio dalle suore.
Ma buon sangue non mente.
La ragazzina aveva sempre il sesso in prurito e avrebbe voluto tanto che le spegnessi quel fuoco.
Era ancora vergine: me lo aveva confessato lei stessa una sera, qui in casa mia, quando era salita con la scusa che il suo mangianastri si era rotto, e voleva ascoltare delle musicassette con me.
Si lasciò frugare sotto le mutandine dalle mie dita vigliacche e si fece succhiare i capezzoli del suo verginale seno appena sbocciato.
Da quel giorno ebbi una voglia matta di portarla a letto, ma mi trattenne sempre un residuo di moralità che, anche se sembra strano, ancora mi ritrovavo appiccicato addosso.
Ci eravamo visti molte volte, in casa mia, e in fatto di “pasticciare”, non avevamo perso occasione.
Quando la chiamai col citofono, Lorenza venne di corsa.
Mentre di slancio, entrando in casa, mi saltava al collo abbracciandomi e dicendomi che temeva non fossi tornato più, arrivò, tutta nuda, vestita solo dei suoi capelli, Ingrid.
Lorenza restò di sasso.
Ingrid invece venne verso di lei tutta sorridente.
– Ma che bella ragazzina, ma che bella bambina… ma perchè non me lo hai detto che hai un’amica così carina? … Ti deve portare una lettera al giornale? Bene! Vuol dire che per ringraziarla, come minimo, questa sera devi invitarla a cena… –
E così Lorenza, superato lo choc di quell’incontro inatteso, due ore dopo era a cena con noi, nel mio appartamento.
Ingrid non aveva commentato il fatto.
Aveva soltanto preteso che si pranzasse… tutti e tre nudi.
Lorenza, in un primo tempo, era arrossita fin sopra i capelli, poi s’era lasciata convincere da quella valchiria bionda, dall’aspetto così dolce e aristocratico e che sembrava offrirle così sinceramente la sua amicizia.
Tutto si svolse nella massima normalità. Gran piatti di spaghetti, che Ingrid ormai sapevo saper cucinare molto bene, con le vongole, roast-beef con carciofini che ci eravamo fatti portar su dalla rosticceria che sta sotto casa. Il tutto annaffiato da Frascati di tutto rispetto.
Ingrid si preoccupava che i bicchieri di tutti e tre non fossero mai vuoti ed era evidente che ci voleva su di giri in modo particolare. Ma anche lei beveva parecchio.
Doveva essere abituata a ingoiare una gran quantità di alcool denza sentirne troppo gli effetti.
Finimmo la cena con tanto di caffè e con un giro di whisky. Poi musica.
Ingrid mi chiese di farla ballare. Era il nostro primo ballo e ci allacciammo stretti.
Non avevo mai ballato, nudo, con una ragazza e la cosa mi parve meravigliosa. Inutile dire che il mio membro decollò subito e Ingrid se lo cullò contro il ventre piatto, strofinandolo mollemente, mentre con le mani mi accarezzava la nuca.
Lorenza stava a guardare.
Era ancora più graziosa così nuda. Fragile ma ben fatta, con un caschetto di capelli biondi tagliati corti, occhi grandi e azzurri e con un sorriso ingenuo che non lasciava certo prevedere la carica erotica che teneva dentro, Lorenza mi pareva una bambina.
Una bambina votata al sacrificio.
Vederci ballare a quel modo finì con l’eccitarla. A un tratto non ce la fece più a trattenersi e scivolò con una mano tra le cosce, accoccolata sul divano, gli occhi chiusi, a menarsi la fichetta come quando era in collegio dalle suore.
Ingrid la vide e me la indicò strizzandomi l’occhio.
Ballammo ancora un po’, tanto per permettere a Lorenza di sditalinarsi per bene, poi Ingrid si staccò da me e andò dalla biondina.
Lorenza dapprima si finse sorpresa e tentò di scansarsi, ma l’eccitazione che già la premeva ebbe il sopravvento.
Ingrid non perse molto tempo a mettere a suo agio la figlia della portinaia che ad occhi chiusi, mani nei capelli a scompigliarsi il caschetto biondo, si illanguidiva dibattuta tra le carezze di Ingrid ed i suoi torbidi ricordi collegiali.
Nella sua mente tornavano infatti vecchie scene di collegio, quando di notte, nella camerata, ospitava nel suo letto la sua compagna preferita. Pensava a lei, alla sua lingua che per prima l’aveva frugata a fondo, con sapienza, nell’atmosfera un po’ misteriosa, un po’ proibita, del dormitorio del collegio.
Lorenza si abbandonò senza alcuna remora. In Ingrid c’era invece una sorta di cattiveria.
Per lei, profanare quel corpo giovanissimo era un dimostrare a me, che senza dubbio immaginava avessi avuto rapporti con Lorenza, come la ‘bambinà godesse anche con lei e che quindi non dovevo poi tanto gloriarmi della conquista, inoltre sentiva di condurre per mano quella giovinetta lungo l’argine del burrone… il burrone del vizio.
Lorenza e Ingrid erano adesso una cosa sola.
Si erano spostate per terra, su di un tappeto più soffice, una delle mie ‘pedanè di chiavaggio preferite, e qui stavano facendo all’amore come se fossero assolutamente sole.
Il ’69’ che avevano messo in atto era molto movimentato. Il casco biondo di Lorenza scompariva tra le stupende cosce di Ingrid che, a sua volta, tuffata sull’inguine della figlia della portinaia, creava su quel ventre una massa dorata con i suoi selvaggi capelli biondi.
Guardarle mi eccitava.
Scoprivo continuamente nuovi lati e nuove frontiere della sfera sessuale della schiava innamorata che mi ero trascinato dalla Svezia. Ero continuamente meravigliato e affascinato dalla poliedrica personalità sessuale di Ingrid. Un momento era tenera e romantica, un altro distaccata e impersonale, un altro ancora passionale e spregiudicata come una puttana e adesso scoprivo che non disdegnava nemmeno i rapporti omosessuali.
Volevo intervenire, ma mi trattenni perchè desideravo che giungessero all’orgasmo da sole. Volevo assistere al momento in cui, inarcando entrambe la schiena, si sarebbero abbandonate allo sfogo totale dei sensi, alla reciproca soddisfazione della carne.
Per il momento, era tale il lavorio delle loro labbra e delle loro lingue, a contatto con il reciproco sesso incandescente, che non avevano neppure modo di mugolare, di far uscire un suono.
Di… ‘rumorì, ne fece invece Lorenza, ma col culetto, quando Ingrid le allargò di prepotenza le natiche, con entrambe le mani, passandole sotto le cosce, per allargarle il forellino.
La biondina si lasciò sfuggire una serie di peti che esplosero come piccole secche fucilate, nel silenzio della stanza.
Non riuscii a vedere se Lorenza arrossisse per questa intemperanza.
Non accadde nulla di particolare, tranne che Ingrid, quasi incoraggiata da quei rumori, infilò il proprio dito nella rosellina del culetto della biondina (doveva averci un debole per i culi, la svedesina) e incominciò a frugarla anche in quel sentiero ancora vergine. Ingrid se ne accorse e certo già in quel momento architettò il progetto che poi ci avrebbe proposto.
Intanto però si divertiva a muovere il suo indice lungo lo stretto canale della biondina, che serrava spasmodicamente le chiappe e gemeva, accelerando però la sua scivolata verso l’orgasmo.
Eccitata a sua volta dalla risposta pronta di Lorenza, anche Ingrid incominciò a bagnarsi.
Vidi i corpi di entrambe irrigidirsi e scuotersi. Poi tutte e due ripresero a leccarsi con furore, aumentando il ritmo dei colpi di lingua. In quella sorta di fuga erotica raggiunsero la vetta del piacere e si dannarono a vicenda, mentre umori abbondanti colavano lungo le cosce di entrambe.
Restarono immobili. Lo sforzo le aveva vinte e parevano annientate.
– Nel culo… dai… mettiglielo nel culetto… voglio che glielo sfondi, con quel tuo cazzo magnifico… daiii! … Vieni uccellone mio, che ti faccio godere… vieni, che la tua schiava ti ha trovato una caverna vergine… sarai tu il signore assoluto là dentro… daiii… vieniii… –
Ingrid aveva cominciato a parlare ancora stesa al suolo accanto al corpo di Lorenza che dapprima, forse, non aveva capito.
Poi Ingrid, eccitandosi con le sue stesse parole, si era alzata in ginocchio e aveva con decisione fatto rotolare su se stessa la compagna di quel suo ultimo furibondo amplesso.
Quando Lorenza capì che stava per perdere la verginità del suo posteriore, cercò di ribellarsi, ma Ingrid era già pronta a trattenerla e anch’io ero su di lei, a bloccarla, a fermarla, a immobilizzarla, benchè non fossi ancora convinto di doverla seviziare a quel modo.
Ingrid insisteva.
Pareva mettere in forse la mia potenza virile.
Non riuscii a trovare le parole giuste per ribattere a questo suo invito sempre più pressante, quasi prepotente.
La mia schiava, aveva deciso di farmi godere in quel modo, e io… il padrone, il signore assoluto… dovevo obbedire.
Forse era proprio così anche al tempo dei ‘romanì, e pensai che doveva essere davvero delizioso. Le schiave potevano comandare i loro padroni, ma solo quando facevano l’amore.
Accettai gli ordini. Lorenza implorava che la risparmiassi. Poverina, mi faceva pena. Piangeva a dirotto prima ancora che le facessi sentire le pene dell’intrusione posteriore. Forse ne aveva sentito parlare, o ne aveva letto da qualche parte.
Forse qualche amica di sua madre le aveva consigliato di prendere tutto dall’amore, tranne che uccelli nel culo: sono supposte che non a tutti fanno lo stesso benefico effetto.
Il mio collega, che invece dirige la pagina spettacoli, ed è un fanatico del balletto, se l’è fatto mettere anche l’anno scorso da un ballerino bulgaro che si esibiva al teatro dell’Opera.
E dire che le donne non gli mancano e non se le lascia neppure scappare. Però ha un debole per i ballerini e si fa impalare come una porchetta da quei ragazzoni biondi che vengono dall’est, e hanno una gran voglia di fare il culo ai rappresentanti del capitalismo occidentale.
Ingrid fremeva.
Le leggevo negli occhi una sorta di voglia matta mista a tanto amore nei miei confronti, un velo di piacere sadico le annebbiava la vista e le sue mani tenevano le braccia di Lorenza con forza.
Mi posi dietro alla ragazzina e passandole le mani sotto la pancia la sollevai in alto costringendola a puntare le ginocchia per terra. In quel modo l’ebbi nella posizione ideale.
Ingrid mi diede le istruzioni del caso.
Feci così scivolare dal dietro, tra le cosce di Lorenza, il mio uccellone e glielo strofinai contro le grandi labbra della sua fichetta tutta bagnata, in modo che la mia cappella, debitamente scoperta, si lubrificasse meglio.
Poi ripetei l’operazione con una mano.
Con quel suo stesso umore le invischiai il buchetto dell’ano e, mentre il mio dito accarezzava la tenera rosetta, sentivo gli spasmi della paura che le facevano strizzare lo sfintere che tra pochi attimi avrebbe per sempre perso la sua verginità.
Lorenza piangeva gemendo come una bambina.
Non aveva più la forza di implorare, ma piangeva. Il corpo scosso dai singhiozzi mi eccitava ancor di più e doveva eccitare anche Ingrid.
Il mio amore infatti, postasi di fronte alla biondina in modo da poterle trattenere il capo tra le tette, la invitava a calmarsi e a ciucciarle i capezzoli.
Lorenza pareva non sentire. Completamente soggiogata dalla prepotenza erotica mia e di Ingrid si limitava a piangere e basta.
Puntai il glande contro l’obiettivo.
Lorenza fremette.
Ingrid la prevenne trattenendola, senza parlare, ma fissando i suoi occhi nei miei, imperiosamente, quasi volesse comandarmi di procedere, di non aver pietà, di andare oltre senza tanti riguardi, di sfondare quel culetto che non aveva più alcun diritto di conservare la verginità troppo a lungo trattenuta.
Spinsi.
Lorenza ebbe un sussulto.
La mia cappella trovava una forte resistenza.
Mi afferrai solidamente ai fianchi della biondina e continuai a spingere caparbiamente. Volevo entrare in lei a tutti i costi.
Sentii la carne resistere ancora, la ragazza stringeva il muscolo con la forza disperata dell’animale in trappola, spinsi ancora e sentii la carne cedere debolmente mentre Lorenza, che era stata afferrata, oltre che dalla paura, anche dal dolore, mugolava disperata con la bocca sempre compressa contro i capezzoli di Ingrid.
Presi fiato.
Respirai forte e, come un ariete, mi slanciai contro quel buchetto testardo e lo penetrai.
Fu un’introduzione brutale, violentissima, che permise al glande di procedere per almeno un paio di centimetri e strappò un urlo che poco aveva di umano alla gola bianca della biondina.
– Bravo… così… dai che ce la fai! … – prese a gridare Ingrid, che intanto aveva il suo bel da fare a cercare di trattenere Lorenza.
Questa, infatti, aveva preso a saltare e a divincolarsi come morsa dalla tarantola, trafitta dolorosamente come una farfalla dallo spillone.
Convinto da questo primo successo, ripresi la manovra di penetrazione con maggior decisione.
Pareva che dopo quella prima porta chiusa, le difficoltà si andassero affievolendo.
Un po’, dunque, come quando si svergina il sesso di una ragazza. Spezzato l’imene, poi tutto è più facile.
Certo che lo sfintere anale di Lorenza non era largo come la sua… fichetta.
Le pareti del retto, scostate dall’avanzare del mio membro, dilatate, violate, spasimavano terribilmente e si stringevano attorno alla mia asta che, presa in quella morsa di carne, si eccitava e ingigantiva.
Il culo di Lorenza… la tradiva.
Spasimando in quel modo non faceva che accrescere le dimensioni dell’intruso che la invadeva e quindi procurarsi un ingombro maggiore, là dove invece avrebbe già mal sopportato la visita di un dito.
E infatti la piccola muggiva a perdifiato e scalciava rabbiosamente, attanagliata da un dolore sconvolgente che le si irradiava dall’ano trafitto in tutto il corpo. Ingrid faticava a trattenerla e sotto le mie mani sentivo i suoi fianchi vibrare e scuotersi istericamente nel tentativo spasmodico di sfuggirmi.
Gridava e piangeva. Piangeva e si agitava e implorava pietà. E sgroppava come una cavallina selvaggia mentre il mio membro continuava a introdursi inesorabilmente dentro il suo giovane e vergine intestino.
Ero felice e orgoglioso.
Il culo di Lorenza mi apparteneva.
Lo avevo penetrato per quasi tutta la lunghezza del mio pene e la piccola era vinta, stravolta, piangente e semisvenuta dal dolore, ma vinta.
Ingrid si era seduta a terra, in modo da ritrovarsi con la testa della ragazza tra le cosce.
– Pascola, piccola renna, pascola! – insisteva Ingrid con forte accento svedese, offrendo alla bocca bagnata di lacrime della ragazza il suo ciuffo di peli ancora umidi per la lunga goduta di poco prima.
Completamente priva di volontà, la mente annebbiata dal dolore, Lorenza fece meccanicamente quello che le veniva ordinato.
Conquistai gli ultimi centimetri che ancora mancavano all’introduzione completa del mio pene nel culetto ormai domo e schiacciai il mio inguine contro le natiche accaldate della figlia della portinaia.
Cominciai a manovrare avanti e indietro, ma nuove grida strazianti mi fecero capire che le stavo infliggendo altro dolore.
Mi fermai.
Io provai allora a portarla in un’altra condizione. Una condizione di goduria, di reciproca soddisfazione. Sapevo che si doveva avere molta pazienza, ma sapevo che la cosa era fattibile. A Stoccolma, nella sua casa io e Ingrid avevamo fatto l’amore in quel modo con reciproco ed enorme piacere.
Infatti manovrando adagio, iniziando piano piano a muovermi avanti e indietro, cercando lentamente di accarezzare col mio uccello le pareti interne, sentii che stava accadendo anche a Lorenza qualcosa di nuovo.
Il piacere, poco alla volta, risaliva dall’abisso in cui era precipitato e veniva a scontrarsi con il dolore.
Nel momento in cui dolore e piacere si fossero fusi io potevo considerarmi appagato.
Man mano che questo fenomeno di trasformazione procedeva, la bocca di Lorenza si faceva più attiva sul sesso di Ingrid, la quale stava anch’essa abbandonandosi, occhi chiusi, a un momento erotico che pareva darle grande soddisfazione.
La svedese non parlava più. Dalla sua bocca uscivano gemiti leggeri.
Lorenza la leccava con sempre maggior convinzione.
Adesso potevo muovermi con disinvoltura in quel culo giovane che palpitava, non più per il terrore, ma per il gusto che finalmente ero riuscito a fargli sentire.
Una vittoria!
E a cantar vittoria davvero non attesi molto.
Il mio pene era sufficientemente eccitato per permettermi di raggiungere l’orgasmo quando lo avessi desiderato.
Lo desideravo.
Presi a… correre.
Su e giù, giù e su dentro il culo palpitante di Lorenza.
La biondina adesso rispondeva a queste mie sollecitazioni muovendo le anche. Pareva che desiderasse lei, ora, di sentirsi penetrare per quella via. L’eccitazione la stava prendendo tutta e il piacere vinceva ormai il tormento che sicuramente ancora provava. Ancora pochi attimi… ancora qualche colpo.
Esplodemmo insieme.
Esplodemmo tutti e tre. Il mio orgasmo fu violentissimo e sparai lunghi fiotti di liquido godimento nel culo di Lorenza, con tanta forza che mi restò indolenzito tutto l’apparato… amatorio.
Lorenza, da parte sua, prese a grondare come una fontanella, aiutata dalle mani sapienti di Ingrid che le stava facendo un gran ditalino a due dita. E anche lei venne senza alcun ritegno, gridando il proprio piacere al cielo e spingendo l’inguine ancor più verso le labbra della biondina che doveva abbeverarsi a quella fonte inesauribile.
Il sacrificio era compiuto.
Non volli essere ancora delicato con la mia vittima.
Mi ritirai dal suo sederino con un colpo secco, straziandola di nuovo.
Lorenza cacciò un urlo.
Anch’io provai un certo dolore, ma volli essere uomo… cioè fesso, e me ne stetti zitto.
Zitto e sdraiato a terra, sfinito, vinto, ma allo stesso tempo vittorioso. Mi sentivo molto guerriero, in quel momento, e pensavo ai miei antenati romani, alle loro glorie militari e alle vittoriose fatiche cui obbligavano le schiave, quando se le portavano sotto la tenda come bottino di guerra.
In un certo qual modo, Ingrid era un mio bottino di guerra… beh se non proprio di guerra, per lo meno di giornalistica impresa con appendice finale.
Un’appendice che, al solo pensiero, mi faceva battere il cuore un po’ più veloce.
Aprii gli occhi per controllare la situazione e me la trovai davanti. La mia biondissima Ingrid era venuta gattoni accanto a me e mi spiava il viso con i suoi occhioni splendenti d’amore.
Atteggiai la bocca a cuoricino e le nostre labbra si unirono come attirate da una forza magnetica misteriosa.
Ci baciammo appassionatamente e a lungo, come in un famoso film con Ingrid Bergman e Cary Grant.
A proposito di cinema, forse era proprio il caso che ci portassi quelle due scatenate prima che mi rimettessero in ballo per qualche altra escursione erotica.
Mi alzai di scatto e le fissai.
– Rivestitevi… anzi, no, lavatevi e rivestitevi, che andiamo fuori… Ho bisogno di respirare un po’ di aria pura, non ne posso più di quest’atmosfera merdosa che ristagna qui dentro… –
Credetti di aver esagerato e allungai la mano per dare un pizzicotto amichevole a Lorenza che si era fatta rossa come la bandiera dell’URSS.
Aveva pensato che l’aggettivo merdoso si riferisse a lei.
Ubbidirono.
Mi pareva di essere quasi una persona importante.
Dite di no?
Farsi ubbidire da due donne contemporaneamente, con i tempi che corrono, a me pare uno di quei record che possono anche trovare ospitalità sul Guerin Sportivo, altro che Michael Schumaker e Rubens Barrichello!
Io in mezzo e loro ai lati. Davano un film con George Clooney e le ragazze se lo gustarono con attenzione, anche se Ingrid ogni tanto, con la scusa che non riusciva ad afferrare qualche parola, mi avvicinava la bocca all’orecchio e ne approfittava per baciucchiarmi.
Lorenza invece aveva voluto che le passassi una mano dietro le spalle e se ne stava tranquilla accanto a me.
Mi sembrava che il divertimento fosse completo….

Adesso che tutto è passato pare un sogno.
L’unica cosa che mi fa credere che quel sogno è stato… realtà è che sono felicemente sposato con Ingrid e abbiamo due bellissimi bambini e ho per femmina la più splendida creatura del mondo.
Ah! dimenticavo.
Ho dovuto cambiare appartamento.
Non era più sufficiente per una famigliola che andava facendosi numerosa. Però Lorenza viene a trovarci ugualmente, ogni tanto.
E sono diventato anche un po’ più ricco. Il padre di Ingrid, morendo, le ha lasciato in eredità la sua tenuta di Narke: ci trascorriamo le vacanze, d’estate. Speriamo che si ricordino di lei anche le zie quando moriranno. Ingrid dice che sono anche loro enormemente ricche.
Ma poi, come dicevo, a me cosa me ne frega?
Io un lavoro ce l’ho: faccio il giornalista. FINE

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Scrivo racconti erotici per hobby, perché mi piace. Perché quando scrivo mi sento in un'altra domensione. Arriva all'improvviso una carica incredibile da scaricare sulla tastiera. E' così che nasce un racconto erotico.

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