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Le tre stagioni di un amore

30 anni fa – Autunno

Eri la mia compagna di liceo. All’inizio una come tante. Forse meno, perché l’aria da snob che avevi ti rendeva ai miei occhi insopportabile. E poiché sono un tipo orgoglioso, non ti vedevo nemmeno bella. Tu sentivi la mia ostilità e ripagavi il mio sentimento ignorandomi. Poi, chissà perché, un giorno io ti guardai in un altro modo, tu anche, e fu tutto diverso: mi innamorai di te.
Fu un amore in cinemascope il mio, a caratteri cubitali, travolgente come un caterpillar impazzito, folle e disperato, uno di quelli che il cuore non riesce né a concepire né a dominare. Uno di quelli che turano ogni poro della pelle, che tolgono il sonno e l’appetito, che martellano incessantemente il corpo di giorno e l’anima di notte. Come si vedono nei film, come si leggono nei libri delle favole, come non accadono nella realtà. Non avrei mai creduto che tu, come un essere alieno, saresti entrata in me facendomi star male da cani: eri l’amore dei sedici anni!
Diventasti la mia principessa, io il tuo cavaliere virtuale, orgoglioso di averti conquistata. Avrei combattuto contro i draghi più feroci, contro i mostri più orribili delle favole, per te. Avrei scalato montagne mille volte più alte dell’Everest, sarei disceso nelle immense e inquietanti profondità dell’Oceano, per te. Ti avrei adorata e venerata come una dea.
Sognavo di volare con te sul tappeto volante dei miei sogni, dei miei desideri e portarti in giro per l’universo mostrandoti orgoglioso agli esseri umani di terre lontane e dire loro: “questa è la mia donna, questo è il mio grande amore”.
Non sarebbero bastati il genio e la fantasia di Prevert, di Neruda, di Garcia Lorca, di Baudelaire per rendere onore a quel mio amore. Non avrei trovato nei vocabolari di tutto il mondo le parole più adatte a descriverlo e a raccontare quanto grande fosse..
Ero talmente innamorato di te che nemmeno pensavo al sesso…o forse ci pensavo… ma l’idea era così sconvolgente, così traumatizzante che preferivo tenere lontano dalla mente quel dolcissimo e inebriante sentimento. Solo nella mia intimità, mi accorgevo di quanto tu fossi importante per me a qualsiasi livello.
Sarei stato il tuo schiavo per dieci, cento vite, pur di vederti felice e realizzata.
Ti avrei tenuta in palmo di mano, coccolata e vezzeggiata come il più tenero dei pulcini. Per l’eternità. Ti avrei ricoperta di fiori, ma non sarebbero bastati i prati dell’universo intero per renderti omaggio.
Purtroppo sapevo in partenza che il mio era solo un sogno e nulla più, che il mio era un amore impossibile, anche se i tuoi sguardi, i tuoi occhi dicevano quello che la tua bocca non ha mai osato pronunciare e il tuo cuore, sintonizzato sulla stazione radio del mio amore, parlava a chiare lettere. Io bevevo le emozioni ed il sentimento che esso mi trasmetteva. Con estasi. Con tormento. Con amarezza. Con dolore.
Come Prometeo, offrivo senza ribellione il mio fegato al becco dell’aquila affamata che me lo divorava giorno dopo giorno, senza sosta: pur di continuare ad amarti preferivo soffrire pene da eroe della mitologia greca.
Dei del Cielo perché avete congiurato contro di me, impedendomi di realizzare il sogno più bello di tutti? Dei degli Inferi, perché non avete voluto che Io e Lei viaggiassimo insieme fino allo spegnersi delle nostre vite? Quanto grandi sono state le mie colpe perché mi fosse negato quell’amore?

Il sole dell’estate imminente, al termine del ginnasio, segnò la dolorosa fine del mio sogno. Come una bolla di sapone salisti in alto leggera, volasti via sotto la spinta lieve della brezza marina e ti dissolvesti nell’aria. Sapevo che difficilmente ti avrei rivista. Solo un caso fortuito della vita lo avrebbe consentito, così quelli che seguirono furono i giorni più tristi della mia giovane esistenza.
Avrei voluto che quell’anno scolastico non finisse mai, che continuasse per sempre.
Così per sempre avrei potuto continuare ad averti accanto a me per contemplarti e amarti. Splendida. Affascinante. Lontana. Irraggiungibile.
Ricordo il tuo corpo dalle linee armoniose, perfette come una statua di Fidia. Ricordo le tue apparizioni sulla spiaggia quando tutti, proprio tutti, si giravano a guardarti.
Al mare riacquistavi la tua sessualità e ti vedevo donna. E che donna! Io godevo della tua bellezza in silenzio. Affascinato. Stregato. Sedotto. Vinto.
Non è facile descrivere quello che avrei desiderato fare di te, con te. Da una parte non avrei voluto sfiorarti nemmeno con un dito per non sciupare la tua bellezza infinita. Dall’altra ti avrei divorato con la foga della mia giovane vita e ti avrei stropicciata come un foglio di carta stagnola per meglio assaporare le tue forme provocanti e ti avrei regalato baci uno più saporito dell’altro.

Non oso nemmeno pensare a quello che avrei provato se solo fossi riuscito a penetrare la tua morbida carne. Mi sarei sciolto dentro di te come burro al sole, prima di trarre dal tuo corpo estasiato dal piacere, come dalle magiche corde di un’arpa, melodie celestiali. Come una farfalla multicolore mi sarei posato su di te e avrei impollinato il mio corpo del tuo nettare. Il mondo intero si sarebbe fermato a guardare noi due avvinghiati l’uno all’altro e a sentire le nostre grida di innamorati mentre, come Apollo e Dafne, celebravamo l’apoteosi del nostro amore immersi nei verdi paesaggi dell’Arcadia.
Avrei tirato fuori dal tuo ventre quel piacere primordiale che la nostra madre-terra provò quando, dopo esser stata fecondata per la prima ed ultima volta, originò la vita.
Avrei regalato agli dei tutto l’immenso piacere che tu avresti potuto darmi unendoti a me, perché lo trasformassero in un dio.
E come per magia i nostri corpi non avrebbero fatto ombra alla luce del sole. Perché chi si ama non ha corpo. Ha solo anima. E l’anima è un’aquila maestosa che vola nel cielo, sopra tutto e sopra tutti, inafferrabile.
Ma il mio sogno irrealizzato, come un martire giovane e innocente, qualche tempo dopo (mesi, anni, mai?) finì in croce, tristemente, in un giorno di giugno lontano: il destino avverso aveva vinto e io non volli che mai più un’altra donna profanasse il tuo ricordo.

10 anni fa – Primavera

Il tempo consumò inesorabilmente venti lunghi calendari da quel giorno. Ormai, della grande passione bruciata furiosamente in quell’anno lontano, era rimasta in me una piccola, tenue fiammella, che però come un virus tenace, resisteva e si opponeva con ostinazione profonda per non far scivolare il tuo ricordo nel mare dell’oblio. Mi accorgevo che, se solo indugiavo più di un attimo nel ripensarti, essa divampava in fiamma turbinosa: non avrei mai pensato che sarebbe potuta accadere una cosa simile perché, dopo tutto il tempo trascorso, la mia passione per te avrebbe dovuto spegnersi per sempre.
Il destino, che sa essere non solo cattivo, ma anche imprevedibile, creò l’occasione per metterci di nuovo uno di fronte all’altro.
Era primavera inoltrata. Mentre facevo il footing sulla spiaggia ti rincontrai. Fosti tu a riconoscermi, a chiamarmi, a venirmi incontro e a stringermi fra le tue braccia.
Ti riconobbi subito e subito il cuore prese a galoppare furiosamente. Ero di nuovo piccolo e balbettante di fronte a te. Respirai forte per riprendere fiato. Confuso dissi qualche banale parola di saluto, che non ricordo, mentre ricambiavo timidamente il tuo abbraccio e ti baciavo sulle guance. Provai una sensazione sconosciuta che mi tolse il fiato.
Il tuo fascino era rimasto inalterato, anche se le unghie del tempo avevano graffiato la tua bellezza. Ciò mi ferì a morte perché avrei voluto, amore mio dolcissimo, che essa avesse avuto la forza di resistere all’usura del tempo e che tu, come una lastra d’acciaio inossidabile, ti fossi presentata a me quel giorno, giovane e radiosa come ti desideravo e ti ricordavo. Avrei preferito accollarmi anche il peso dei tuoi anni, se solo fosse bastato a metterti al riparo dai guasti del tempo.
Non so cosa tu provasti nel vedere il mio viso segnato e maturo, i miei capelli argentati. Forse non te ne dispiacesti. Certo il mio compito era stato assai più agevole del tuo: io non avevo una bellezza superba da salvare. Il rammarico che provai, pensando che il libro della tua vita fosse stato sfogliato da altri senza che io avessi potuto leggerne le pagine più belle, più importanti, più intime, fu grande.
Il tuo odore era rimasto nelle mie narici e nella mia anima intatto nel corso degli anni, senza che nessun altro fosse riuscito a sopraffarlo. Mi riportò alla mente le festicciole che organizzavamo a casa quando ballavamo con le canzoni di Rita Pavone e di Gianni Morandi e le struggenti emozioni che provavo nello stringerti fra le mie braccia per un ballo, se riuscivo a vincere la terribile concorrenza degli amici e degli estranei.
Mi sudarono le mani…come allora. Come sempre, quando ti stavo vicino.
Indugiammo a lungo in quell’abbraccio che avrei voluto durasse per sempre. Io, vinta l’incredulità iniziale, ti strinsi sempre più forte a me. Non volevo più lasciare qualcosa che credevo di aver perduto per sempre. Rimanemmo muti ad ascoltare soltanto i nostri respiri alterati da un’emozione profonda.
Ci staccammo dopo molto tempo. Ti guardai negli occhi, per poter cogliere anche in te un segno di imbarazzo, un’emozione, ma come sempre il tuo sguardo era indecifrabile.
Dio, pensai, se rinasco voglio essere donna per poter condurre il gioco dell’amore e capirci finalmente qualcosa!
Sorridevi ancora quando mi tirasti a te e mi baciasti. Incredibilmente.
Meravigliosamente. Inaspettatamente. Assaporai le tue labbra con trasporto mentre un vento vorticoso si alzava intorno a noi sollevando sabbia, polvere e le nostre anime.
Fummo catapultati a velocità vertiginosa negli spazi infiniti dell’universo fra le
nuvole dense come panna montata, mentre sotto ai nostri occhi scorrevano i meravigliosi paesaggi di quell’Arcadia, che sempre avevo immaginato fossero il teatro più adatto per la rappresentazione del nostro amore.
Poi il vento impetuoso cessò e le anime si ricongiunsero ai loro corpi, quando ci staccammo dal nostro bacio. I pensieri riaccesero il mio cervello frastornato. Ma uno su tutti dominava: il grande giorno, quello che avevo atteso da sempre, era arrivato!
Ora che finalmente mi sentivo padrone e signore di te che avevi segnato così
profondamente il corso della mia vita, avrei finalmente recuperato qualche pagina dal libro della tua vita.
Tu mi lanciasti la solita occhiata enigmatica, mi prendesti per mano e, sempre senza dire una parola, mi trascinasti dietro ad una duna.
Togliesti il reggiseno offrendo ai miei occhi increduli la vista dei tuoi seni da Venere di Milo. Abbassasti lo slip mostrandomi quel paradiso che per anni aveva tormentato i miei pensieri, solleticato i miei desideri e tutto il mio essere. I miei sensi impazienti si scatenarono.
Dei del Cielo, Dei degli Inferi, allora sono affrancato dalla pena che mi avevate inflitto! Allora la mia colpa non è stata così grande se ora consentite a me di cogliere il fiore più bello da un giardino così prezioso!
Ero del tutto incapace di comprendere se vivevo un sogno o una realtà, ma le mie dita bagnate erano lì a dimostrarmi che era tutto vero. Forse per farti mia prima che il sogno svanisse, ti penetrai con la foga di adolescente inesperto, qual ero e sono rimasto. Liberai il mio sperma nel tuo grembo, consacrando l’eternità della nostra unione e vivemmo momenti di trasporto incredibile, il cui ricordo ancora adesso mi fa venire la pelle d’oca e gli occhi lucidi.
Giocammo con i nostri corpi per un tempo che non riuscii a quantificare. Ci rivestimmo in silenzio mentre il sole affogava nelle acque placide di un mare ruffiano, colorando di un rosso malinconico e struggente il cielo. Assaporammo intimamente la gioia profonda che scorreva nelle nostre vene e dava un nuova e incredibile vitalità a tutte le nostre cellule. Capii allora che anche tu, schiacciata dal mio stesso destino infame, mi amavi, che mi avevi sempre amato. Teneramente. Profondamente. E che tutti i lunghi attimi consumati dal tempo fino al nostro incontro di quel giorno, non erano andati perduti.

Ritornammo là dove ci eravamo incontrati e salutati. Tu mi guardasti sorridente, con i tuoi occhi scuri ed enigmatici. “Addio” mi dicesti a bassa voce, quasi per non farti sentire, stringendoti ancora una volta a me con trasporto. Prima ancora che io potessi chiederti una spiegazione, mi chiudesti la bocca con un bacio appassionato. Quel bacio lungo e stordente, non so perché, ebbe però uno strano sapore d’addio.
Rimasi impietrito ed incapace di proferire parola mentre raccoglievi la tua roba.
“Addio” mi ripetesti baciandomi velocemente sulle labbra, mantenendo lo sguardo basso.
Ti guardai intimidito mentre ti allontanavi e sparivi dietro ad una duna più grande delle altre. Ora il freddo vento dell’Artico sembrava essere arrivato fino a me, perché un brivido mi scosse dal profondo. Senza più energie e senza nessuna volontà di reazione, mi lasciai cadere a terra. Mille pensieri come mille dardi, trafissero il mio cervello. Tristi. Malinconici. Rabbiosi.
Rivolsi uno sguardo al cielo ormai buio un grido: Dei del Cielo, perché avete voluto che la mia esistenza fosse così misera e triste?

Non ti rividi mai più. Più e più volte ho ripensato a quei brevi attimi di comune
felicità. Quel ricordo, come una persecuzione, mi ha condannato ad un rimpianto senza fine: il mio fegato continua ad essere straziato dall’aquila insaziabile del mio dolore, tanto che ancora adesso indulgo nel pensare che sarebbe stato meglio non averti mai rivista ed avuta tutta per me.

Pochi giorni fa – Autunno

Ho avvertito una fitta lancinante al petto, quando hai deciso di troncare la tua
giovane vita, lanciandoti contro una metropolitana assassina, lasciando per sempre questo mondo infame. Non c’è spazio per i cuori nobili su questa terra.
Un senso di nausea e di vomito mi ha colto e il mio fragile cuore ha cessato di battere per qualche istante. Ho perduto i sensi e quando mi sono risvegliato dal mio sonno di morte, nella mente scorrevano, come tante diapositive, le immagini più belle dei pochi attimi felici di vita vissuta insieme: come la lama affilata di un bisturi hanno lacerato il mio cervello. Ho pianto lacrime amare e disperate.

Il tuo tragico gesto ha dimostrato al mondo intero l’amore travolgente che nutrivi per me. Ma non occorreva arrivare a tanto per dimostrarlo: io lo sapevo!
Lo stesso tragico destino ci ha accomunato ed entrambi ne siamo rimasti schiacciati.
Forse qualche dea gelosa della tua bellezza di donna, forse qualche dio invidioso delle attenzioni che tu mi riservavi non ci ha permesso di vivere la vita come avremmo voluto. Così non ho potuto cogliere quel fiore di rara bellezza che tanto desideravo e che non avrei mai sciupato: lo avrei messo fra le pagine del libro di poesie da me
preferito per impedire che il tempo me lo rovinasse.
Amore mio, avrei voluto che tu come un faro illuminassi la mia vita e invece la tua esistenza si è spenta nel buio di una stazione della metropolitana. Desolatamente.
Tristemente. Tragicamente.
Forse se avessi lottato con tutte le mie forze, avrei potuto strapparti al mostro che ti teneva abbracciata. Forse se avessi avuto una grande determinazione, tutto ora sarebbe diverso. Ma avrei dovuto avere la consapevolezza che tu davvero mi amavi, che tu davvero volevi unirti a me. Allora sì che come San Giorgio avrei lottato contro il drago dalla lingua di fuoco!

I miei rimpianti finiscono qui. Dopo la tua scomparsa da questo mondo, non ho più accettato di esistere e di continuare a bere l’amaro fiele dal calice della mia vita.
Prima non ho avuto il coraggio di farlo: ho sempre coltivato la segreta e mai sopita speranza di rincontrarti e poter camminare con te un giorno, mano nella mano. Forse ho meritato tutta la sofferenza patita, perché sono stato e sono un incapace.
Nemmeno nel mio ultimo atto ho avuto successo. Il colpo di pistola che mi sono sparato alla tempia non ha spento il mio spirito vitale. Ora giaccio in coma profondo nella sala di rianimazione di un ospedale, intubato, con le flebo ai polsi, mentre una macchina cuore-polmoni respira per me. Solo il cervello funziona ancora, ma ormai è bucato come una fetta di gruviera e sento che i miei ricordi e i miei pensieri stanno scivolando via, uno ad uno, come gocce di un liquido che fuoriescono da un recipiente bucato. So che non mi è rimasto molto più tempo da vivere e spero di riuscire a completare la testimonianza di questo amore impossibile…
La mia anima gravita sopra di me e attende impaziente che questo povero corpo si spenga per poter fuggire via e venire da te. Sono sull’orlo di un precipizio avvolto da una caligine diffusa, appena rischiarata da una luce tenue che però non lascia trasparire nulla. L’ultima lacrima che è scesa dai miei occhi, qualche ora fa, ha corroso la carne della mia guancia come una goccia di acido solforico.
Ti ho amato tanto. Di un amore bello e folle. Ho patito l’inferno prima di poter
raggiungere la serenità dello spirito che ora ho.

Amore mio, adesso non mi accontenterò di guardarti e di nutrirmi passivamente del tuo e del mio amore: non sono più un bambino innamorato, ma un uomo forte e determinato, un vero guerriero, che lotterà contro tutto e contro tutti, anche contro di te se sarà necessario, per far valere e difendere questo amore. Non mi basterà cullarti, non mi basterà vezzeggiarti. Ora ho davanti a me tutta un’eternità per amarti nel modo giusto.
Il tempo della rivincita è arrivato e voglio riappropriarmi di tutto quello che mi è stato avaramente e lungamente negato. Sempre che tu lo voglia. Ma già so che tu lo vorrai e che stai aspettando con ansia il momento del nostri incontro.
Arriverò in sella ad un cavallo nero e sarò finalmente il tuo cavaliere. Insieme galopperemo per le celesti praterie del cielo e vivremo giorni felici. Terremo d’occhio gli innamorati che sulla terra, la nostra amata terra, soffrono le pene che noi abbiamo vissuto e veglieremo affinché il loro amore non finisca come il nostro: tragicamente.
Solo così la nostra vita terrena non sarà stata inutile.
Il nostro amore indistruttibile, ancorché inviso agli Dei, non potrà mai più essere contrastato. Sogno di tenerti la testa poggiata sul mio petto, teneramente abbracciata a me. Amore mio, la mente sta cedendo inesorabilmente….
Adesso che il mio spirito è pronto per volare via, ho paura di compiere l’ultimo passo. Ma il tuo volto bellissimo e sorridente, che vedo nella nebbia che mi circonda, e le tua braccia aperte pronte ad accogliermi renderanno l’ultimo cammino più agevole.
A presto, amore.

FINE

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Scrivo racconti erotici per hobby, perché mi piace. Perché quando scrivo mi sento in un'altra domensione. Arriva all'improvviso una carica incredibile da scaricare sulla tastiera. E' così che nasce un racconto erotico.

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