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L’Israeliana

Prefazione 
Forse questo mio racconto urterà la suscettibilità di qualcuno… susciterà orrore e qualcuno mi giudicherà una persona insensibile…. Forse chi lo farà avrà ragione… Ma la vita di tutti i giorni, nelle regioni descritte nel racconto, purtroppo è fatta anche di miserie, di agguati, di stupri e di morte. 
I fatti narrati si riferiscono al periodo della guerra dei sei giorni, nel Sinai nel maggio del 1966…
Io non so se, il lettore parteggi per l’una o l’altra delle fazioni… ma senza per questo mancare di rispetto alla memoria di tante vittime della follia espansionistica o terrorista, in ogni caso può sempre scambiare l’ordine dei ruoli, se la lettura dovesse risultargli meno brutta.

La guerra dei sei giorni infuriava.
Sasha montava di guardia sulla collina sovrastante l’insediamento israeliano nella valle. I palestinesi, in qualsiasi momento, avrebbero potuto attaccare il Kibbutz e così gli israeliani avevano piazzato delle sentinelle tutto intorno, facendo dei turni di guardia 24 ore su 24.  Ora era il turno di Sasha.
La ragazza sollevò il pesante fucile Uzi, controllandolo e assicurandosi che tutto fosse in ordine: Sasha era stata addestrata con cura. Viveva nei Kibbutz fin dalla nascita, diciannove anni prima, e amava quella vita. Anche se erano ormai quasi sempre in guerra, era una vita normale per lei. Era anche fidanzata con un giovane di buona famiglia, in procinto di trasferirsi a Tel Aviv per completare gli studi, poi, anche lui, sarebbe tornato per piantare le radici nel suolo del Kibbutz che lo aveva nutrito e fatto crescere.
Quella notte lui era di servizio sul fianco nord del campo, mentre Sasha e altre due sentinelle sorvegliavano il fianco sud.
Sotto di lei si allungava il Wadi, una lunga linea nera, bagnata dal chiaro di luna. In altre occasioni Sasha sarebbe stata felice di trascorrere la notte sotto l’argentea luce lunare, ma il suo spirito mal sopportava la necessità di portare armi: lei voleva solo avere dei figli e vivere quieta col suo David. Non era divertente starsene lì, sdraiata sulla pancia ad aspettare il nemico, quando tutto quello che desiderava era avere una casa da qualche parte tutta per se e aspettare sulla soglia il marito che sarebbe tornato dai campi, dopo una dura giornata di lavoro.
Era deprimente pensare che David sorvegliasse il campo all’estremità opposta. Così vicino eppure così lontano!
La luna aveva spogliato la terra di tutti i colori e le cose, private dal fascino del colore, spiccavano imbiancate, nude come linee geometriche. I campi di nuovo frumento ondeggiavano immacolati e il grande muro di pietra, meta degli studenti di archeologia, rivelava spudoratamente la sua venerabile età e il suo preoccupante stato di salute.
Il vento del deserto agitò i riccioli scuri di Sasha e la ragazza avvertì un alito fetido e caldo vicino all’orecchio, prima di capire cosa stesse accadendo, un laccio le strinse il collo, mozzandole il respiro.
Lasciò andare il fucile, cercando di liberarsi della stretta mortale, ma le sue mani si trovarono a contatto col corpo ruvido del suo assalitore. Le mancava il fiato, non riusciva a respirare ne’ a gridare, cercava di inspirare con forza un po’ d’aria nei suoi polmoni, le tempie le ronzavano e temette di svenire da un momento all’altro. Sasha si sentì afferrare e trascinare di peso verso il nastro nero dello Wadi che si nascondeva agli occhi della luna come un serpente tra l’erba. Fitto di boschetti e vegetazione, lo Wadi era il nascondiglio preferito dalle giovani coppiette. Ma Sasha sapeva che non avrebbe trovato piacere e amore in quel burrone riparato e oscuro. Si divincolò forsennata.
* E’ inutile che ti agiti, capra ebrea! – ringhiò il suo assalitore mentre la trascinava nel sottobosco.
La gettò, poi, per terra con malagrazia e le si buttò addosso. Sasha emetteva urla soffocate mentre il laccio le si stringeva inesorabilmente intorno al collo, mozzandole il fiato. Tremando per lo sforzo si voltò a guardare il suo assalitore… E vide con terrore due occhi penetranti e scuri, gli occhi di un arabo spietato.
Sasha intuì subito le implicazioni di questo suo dramma personale. Gli arabi si erano infiltrati nel territorio del Kibbutz. Pensò subito a David che montava la guardia dalla parte opposta del campo, ignaro del pericolo e altrettanto vulnerabile all’imboscata.
Per la prima volta in vita sua, Sasha conobbe il terrore. Come aveva fatto quell’arabo ad arrivare fin là senza essere stato scorto da nessuno? Ce n’erano altri?
Cercò di reagire e udì la risata gutturale dell’arabo mentre le becere mani dell’uomo le strapparono di dosso la blusa e si accanirono sui suoi calzoncini militari, strappandoli a brandelli e scorticandole la pelle delle cosce, Sasha graffiò, scalciò, ma fu tutto inutile e poi fu la volta delle mutandine e del reggiseno.
Il suo cuore si fermò per un attimo: era nuda!
Sasha conosceva bene gli arabi, sapeva cosa facevano alle donne catturate e capì subito quali fossero le intenzioni immediate del suo assalitore. Il cuore le urlò nel petto appena sentì le ruvide mani palparle, forsennate, le tette e le cosce. Stava per violentarla e Sasha non era abbastanza forte per poterglielo impedire. 
Sasha aveva pianto tutte le volte che si era rifiutata a David, voleva conservare la verginità fino alla prima notte di matrimonio e pensava che il suo corpo sarebbe stato il più bel regalo di nozze per l’uomo che amava. David l’aveva canzonata e chiamata “verginella antiquata”, ma in cuor suo doveva sentirsi orgoglioso di avere una ragazza così determinata. Ora era tutto perduto e la rabbia si mescolò alla paura e alla disperazione quando Sasha sentì le mani avide dell’arabo strusciare con violenza la carne delicata della sua vagina ancora inviolata.
Le lacrime della ragazza brillarono al chiaro di luna, vide l’uomo aprirsi la tunica rivelando un fisico muscoloso e brunito. Un cazzo enorme vibrò ad angolo retto, svettando dal suo inguine, poderoso.
Sasha cercò con la forza della disperazione di liberarsi da quella morsa d’acciaio, ma il laccio rimase crudelmente avvinghiato al suo collo. Sapeva che sarebbe stato inutile implorare pietà, il suo carceriere non aveva il minimo rispetto per una come lei. Sasha era solo una cosa, un oggetto di carne, una preda su cui sfogare l’odio e la lussuria.
Sasha abbassò lo sguardo e vide lo scuro pugnale di carne puntato in direzione del suo inguine.
Oddio, quella cosa disgustosa avrebbe macellato la sua purezza!
Rabbrividì, in preda a sudori freddi mentre l’uomo divaricava brutalmente le sue gambe ben tornite e appoggiava la cappella sulla soglia della sua vagina. Sasha moriva di vergogna: si sentiva sporca e abusata.
Poi, l’uomo cominciò a spingere violentemente e Sasha si sentì dilatare dolorosamente, era come se la carne stesse strappandosi. L’urlo di lei, soffocato dal laccio, fu coperto dalla risata lasciva e stridula dell’arabo.
L’uomo spinse ancora brutalmente e, nonostante il laccio attorno al collo, Sasha cacciò un urlo straziante quando sentì il maglio di carne lacerare l’imene deflorandola dolorosamente.
L’uomo grugnì di soddisfazione e affondò ancora e, questa volta, Sasha si sentì lacerare fino in fondo, sentiva il proprio sangue che scorreva sul cazzo del suo aguzzino.
L’israeliana cercò di resistere a quell’oscena violenza con tutte le sue forze, ma l’arabo era molto più robusto di lei. Grugnì ancora, cacciandoglielo dentro con più furia e Sasha avvertì di nuovo un dolore bruciante e penetrante, come se la lama di un coltello incandescente le stesse rovistando le viscere. Le lacrime le sgorgavano copiose, mentre il cazzo dell’arabo, unto del suo sangue, la impalava dolorosamente. Ogni colpo provocava sofferenze sempre maggiori. Ora l’uomo la montava furiosamente, ottusamente, devastandola, demolendo come un bulldozer la sua purezza, la sua infanzia, i suoi sogni.
Sasha sentì l’innocenza abbandonarle lo spirito, mentre gocce del suo sangue cadevano a terra a nutrire le radici di quel boschetto che l’aveva vista nascere.
Il volto di Sasha era ormai una maschera di dolore e disperazione e sul suo collo si era formata una striscia bluastra. Intorno a lei si diffondeva il tanfo della lussuria dell’arabo che la sovrastava con il suo puzzo di sudore acido. Sasha si sentiva piccola, abbandonata da tutti; il dolore degradante che le derivava da quell’accoppiamento brutale le dava alla testa e vorticava nella sua anima come un uragano demoniaco.
Il cazzo dell’uomo impazzava nella sua vagina, scavando nella carne gonfia e arrossata. Il dolore si fece insopportabile e la ragazza si arrese, stremata dalla malvagità del suo violentatore.
La stavano violentando ed era inutile negare la gravità di quello che le stava succedendo. Sasha pianse in silenzio. Il suo fidanzato, David, era stato derubato del tesoro che lei aveva conservato gelosamente per tanti anni.
L’uomo intanto muggiva sommessamente di piacere come un toro arrapato ed a ogni colpo ridestava nuove ondate di dolore nella sua vagina straziata…. Dopo tutto non era che un cazzo. Un cazzo che la stava scopando. Tutto qui. Ma allo stesso tempo sapeva anche che non era così: la verità era che quello schifoso arabo la stava stuprando, sondava la sua fica con brutalità animalesca, grugniva come un porco e la trattava come una cosa senz’anima e senza emozioni. Si sentiva un oggetto nelle mani sporche di quel becero assetato di sangue e affamato di fica.
Con un gemito di liberazione, alla fine l’uomo arrivò al suo piacere, scaricandole dentro una lunga sequenza di fiotti densi e brucianti e Sasha li accettò supinamente. L’arabo sbraitò parole incomprensibili e le riversò dentro un’altra colata di sborra calda. Poi, mentre il suo sudore sgocciolava a insozzare la pelle candida della donna, si abbattè su di lei e allentò la stretta sul laccio che le strangolava il collo. Sasha inspirò rumorosamente aria fresca nei suoi polmoni, sentiva ancora quel cazzo odioso trafficare impudente dentro la sua vagina in fiamme.
Una vergine! … Una cagna ebrea vergine, … Che fica stretta! … E me la sono fatta!! – mormorò nella sua lingua.
Poi lo tirò fuori di colpo e diede uno strattone al laccio, costringendola ad alzarsi. Sasha balbettò come una bambina disobbediente e si sentì sommergere dalla vergogna e dal senso di colpa per quello che era stata costretta a fare. L’uomo si riassettò la tunica e si mise in spalla il fucile di Sasha, spingendola a camminare davanti a se, nuda, con i soli calzettoni kaki e gli scarponcini ai piedi.
Sasha camminava con difficoltà, le membrane lacerate della sua vagina urlavano di dolore e le cosce erano imbrattate di sangue. Si lamentò.
Zitta, cagna, o ti taglio la gola! – ansimò l’arabo in lingua ebraica e spintonandola rudemente mentre oltrepassavano lo Wadi. Sasha barcollava. Distrutta dalla stanchezza sarebbe certo crollata al suolo se non fosse stato per quell’odioso laccio. Aveva il volto paonazzo, respirava a fatica e il suo corpo nudo e sudato brillava al chiaro di luna mentre si lasciava trascinare dall’arabo verso una destinazione sconosciuta.
Dopo alcuni minuti di marcia i due raggiunsero un camion mimetizzato, parcheggiato vicino alla strada che portava nel deserto. Sasha riuscì a distinguere alcune forme che si muovevano all’interno, le sentì ridere oscenamente, mentre l’arabo la trascinava dentro come un sacco di patate.
Guardate che bel bottino! – strepitò l’arabo nella sua lingua, scaricando la ragazza sul pavimento lurido del cassone del camion.
Fatela divertire un po’, tanto non saremo al campo prima di un’ora! – aggiunse e andò a raggiungere la cabina.
Disperata, Sasha si trovò tra le grinfie di quei malevoli arabi infiammati, come sempre, di fica. Sentì il camion che si metteva bruscamente in moto, avanzando a fatica sulla strada non asfaltata. Poi, sentì mani sconosciute palparla nell’oscurità e voci volgari strepitare eccitate.
Un paio di mani nodose l’artigliarono in mezzo alle cosce, l’uomo le fece alzare e aprire le gambe in modo che queste si stringessero intorno alla sua vita. Intravide, nella penombra, la massa scura del cazzo che puntava minacciosamente in direzione dei suoi inguini. Cercò di urlare, ma le sue grida furono soffocate dal rombo del camion e dalle rauche risate dei suoi aguzzini. Le mani del suo violentatore si aggrapparono alle natiche sode dell’ebrea lasciando lividi e graffi. L’arabo le afferrò quindi i fianchi cercando di tenerla ferma, poi affondò il pene nella fica lacerata e spinse avanti e indietro con foga inaudita. Il membro, caldo e pulsante, riaccese nuovi torrenti di dolore nel corpo già stremato della poveretta.
La sua testa sbatteva di qua e di là, penosamente, al ritmo della scopata e dell’andatura traballante del camion. Ancora una volta Sasha sentì il sangue sgorgare dalle ferite riaperte della sua femminilità, ancora una volta Sasha si arrese all’oscenità che non riusciva a combattere.
Il cazzo nerboruto dell’arabo le stava sfondando le ultime delicate membrane e dilagava osceno nella vagina infiammata. Sasha udì gli altri palestinesi ansimare pesantemente, eccitati dallo spettacolo di quella umiliazione. Il viso della ragazza si fece paonazzo, ma l’oscurità celava quel triste rossore.
Il pene, intanto si apriva faticosamente un varco tra quelle labbra appetitose, ma inesperte. L’arabo accelerò il ritmo mentre l’orgasmo incombeva minaccioso.
Bella fica, come ce l’hai stretta! – mormorò in yiddish digrignando i denti, mentre si sentiva stritolare dalle spire dell’orgasmo che montava.
Ogni volta che il membro avanzava fino in fondo al canale vaginale, Sasha si sentiva impalata a sangue e prossima a svenire. La ragazza respirava a fatica, mentre il dolore alla bocca dell’utero non accennava a diminuire.
Sasha sentì i coglioni del suo violentatore sbattere pesanti sulle sue chiappe, mentre la sfondava con brutalità, e, per la seconda volta in vita sua, sentì il denso flusso del seme maschile invaderle la vagina dolorante. La colata di sborra lubrificò il cazzo che continuò a chiavarla come impazzito, fino a che l’arabo si staccò da lei sbattendola lontano. Sasha rovinò a terra e rimase sdraiata tremando di paura e di dolore.
Eppure le sue sventure non erano ancora finite. Fu violentata altre quattro volte.
Sasha sentiva una massa di metallo fuso al posto del cervello, gli arabi si accalcavano e la montavano uno dopo l’altro, incuranti dei suoi pianti e delle sue lacrime. Presto la sua figa traboccò di sborra ed il suo corpo emanava un puzzo orribile di sudore. La ragazza riusciva a sentire l’odore della propria paura, della degradazione e del disgusto mentre quei miserabili la scopavano come fosse l’ultima puttana della casbah. Quando l’ultimo arabo glielo sbattè dentro, Sasha era ormai in condizioni pietose e non avvertì neppure il dolore di quell’ultimo affronto… Si sorprese, anzi, nel constatare che la sua fica stava reagendo all’impeto dei suoi assalitori e si sentì ancora più umiliata nello scoprire che si stava bagnando.
Com’era possibile? Godeva mentre era violentata?
Eppure stava succedendo. La fica incominciò a pruderle e ogni botta del pene che la penetrava sembrava aumentare il prurito, fino a che la sua fica diventò una massa infiammata di spasmi convulsi che si proiettarono, deliziosi, in tutto il corpo dolorante, soffocando sofferenza e vergogna e facendole assaporare il primo orgasmo della sua vita. Sasha digrignò i denti cercando di negare a se stessa il fatto che stava godendo.
Il suo stupratore non se ne accorse neanche e, comunque, non gliene sarebbe importato nulla. Il liquido dell’orgasmo di Sasha si mescolò alla sborra dei suoi aguzzini e scivolò lenta sulle cosce formando una pozza sul pavimento del camion. Una piacevole sensazione di caldo pervase il suo corpo e Sasha sentì l’ano contrarsi con forza sotto la spinta del godimento. Poi il piacere le infiammò il cervello e bianchi fuochi di artificio si accesero dietro le palpebre serrate. Vide tutti i colori dell’arcobaleno turbinare impazziti nella sua testa. Sentì la sborra dell’arabo allagarle la fica e la sentì tiepida, densa e profumata di foia maschile.
Sasha ansimò e si sentì sul punto di svenire. L’unica cosa che la teneva sveglia era quella nerchia incuneata ferocemente nella sua vagina. L’arabo le artigliò le spalle e prese a darle furiosamente gli ultimi colpi. Alla fine si abbattè stremato su quel corpo oscenamente violato. Sasha non riusciva ancora a credere alle proprie sensazioni. Tutti i muscoli del suo corpo gridavano di dolore, eppure si sentiva sazia, appagata.
Ma la soddisfazione durò ben poco. L’uomo abbandonò la sua fica e l’imene squartato le tornò a vibrare di dolore scaraventandola in un mare di sofferenza.
Ma l’arabo non aveva finito con lei. Le sue mani poderose afferrarono la vita della ragazza e la rivoltarono sulla pancia. Sasha si avvinghiò al pavimento del camion e cercò di strisciare via, ma due degli altri si affrettarono a farle mollare la presa. La ragazza tremava violentemente, il volto era pressato contro la lamiera del fondo e i bulloni le ferivano i seni e le ginocchia. L’arabo le sollevò i fianchi, smanacciando avidamente, per metterla nella posizione voluta. Il viso della ragazza impallidì. Sasha aveva finalmente capito quale esecrabile oscenità stava per essere commessa su di lei. Il tremore non accennava a diminuire e tutto il suo corpo era adesso scosso dal terrore e dalla tensione. L’arabo le divaricò le natiche, scrutando avidamente nel solco umido e scuro.
Sasha lanciò grida acute e isteriche di vergogna e di ripugna per quel gesto che la violava nella sua intimità più riposta. Si sentiva aperta e oscenamente esposta agli sguardi lubrici che la frugavano avidamente.
Ascoltò il respiro affannato dell’arabo che stava spingendo la cappella contro il suo piccolo ano vergine.  Il suo lamento pietoso si trasformò in un urlo disumano quando l’uomo spinse la cappella oltre lo sfintere serrato e contratto dalla paura. Sasha sentì l’ano allargarsi e pulsare come impazzito, era come se una forza immane la stesse squartando…
… serrava e disserrava spasmodicamente le mani mentre l’arabo, in preda a un’estasi oscena, affondava sempre più il cazzo che si faceva strada nel suo intestino. Lo stomaco le saliva sino in gola, contraendosi ad ogni colpo, le lacrime le scorrevano copiose sulle guance. E presto, capì, avrebbe vomitato.
I bulloni del pianale le scorticavano i seni, schiacciati contro il pavimento e le guance. Sasha non poteva muoversi, braccia muscolose la inchiodavano e tutt’attorno, gli occhi dei palestinesi seguivano con avidità animalesca lo spettacolo di quell’inculata, per loro certamente eccitante.
Sasha singhiozzava istericamente, travolta dal dolore e dalla vergogna, mentre l’arabo, insensibile ai suoi lamenti e alle sue implorazioni, la sodomizzava con furia. L’uomo aveva incontrato notevoli difficoltà e, poco soddisfatto di quell’inculata faticosa, estrasse il pene pulsante per spingerlo nuovamente dentro con violenza. Il sangue zampillò dal muscolo lacerato e prese a scorrere per le cosce dell’ebrea.
Quel buco era così stretto che ci vollero tre colpi ben robusti per slabbrare definitivamente i muscoli sfinterici. Mentre la povera ragazza strillava come un’ossessa, l’arabo continuò a spingere nel suo culo con furia crescente. Il retto di Sasha era in fiamme, dietro le palpebre serrate le si accendevano fiammelle di dolore che la trascinavano sull’orlo della pazzia.
L’atto sodomitico durò a lungo e la poveretta gridò e pianse per tutto il tempo che l’arabo la stantuffo instancabile nelle natiche contratte, finchè ad un tratto l’uomo con un ultimo terrificante affondo si immobilizzò in fondo al suo culo.
Sasha mugolò forte e sentì ancora una volta il seme maschile zampillare dentro di lei, questa volta nel suo intestino. Il seme fiottava selvaggio nelle sue viscere e, ogni colpo di quel cazzo riversava getti di sborra che andavano a infiammarle le pareti del retto escoriate per la frizione. Il culo era ormai intasato dal bianco liquido maschile, le venne un conato e vomitò sul pavimento. L’arabo, grugnendo di soddisfazione, di colpo estrasse il cazzo, facendo urlare la ragazza ancora scossa dai conati di vomito.
Ma non era ancora finita per la poveretta.
I due che la tenevano la sollevarono e la trascinarono, ancora bocconi, sull’orlo del pianale del camion. Un terzo uomo le sollevò all’indietro la testa, Sasha vide per un attimo brillare una lama nel chiarore lunare, poi l’uomo le tagliò la gola da un orecchio all’altro, recidendole la carotide, infine la gettarono giù dal camion.
Sasha rotolò sulla strada polverosa, ma non sentiva nemmeno più il dolore dei sassi che la ferivano e le maciullavano le carni. Ristette infine immobile, mentre la vita defluiva da lei, ascoltando il rumore del camion che si allontanava nella notte.
Mentre moriva l’ultimo suo pensiero fu per David.

FINE

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