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Occhi di cielo

L’aria fresca d’aprile gli soffiò in faccia mentre accendeva il motorino. Non pioveva da parecchi giorni e sembrava che non dovesse farlo mai più. Le scale appena fatte gli pulsavano ancora nelle vene; col respiro affannato montò in sella e corse via.
A casa non riusciva a pensare, troppi rumori, troppa gente. Non era il suo ambiente, se lo sentiva dentro. Erano i suoi genitori, d’accordo, ma non poteva farci niente, non li aveva scelti lui. Schivando automobili e pedoni entrò nella stradina sterrata che portava alla vecchia pineta in periferia. Quelle curve e quella strada le conosceva a memoria, avrebbe potuto lasciare il manubrio e il motorino non si sarebbe perso. Ad ogni metro sentiva il suo cuore schiudersi e farsi più leggero, quasi come se la vicinanza della donna lenisse tutte le sue paure e le sue ferite. Anche il fatto di trovarsi lontano dalle persone che lo assillavano lo faceva sentire meglio, libero quasi.
Alzando un polverone frenò di scatto dietro ad un pino, osservò davanti a sé e scorse un uomo uscire dalla roulotte. Si bloccò attendendo che scendesse i tre gradini di legno che dalla porta di lamiera scendevano fino a terra e quando l’uomo fu risalito sulla sua automobile parcheggiata poco lontano, ripartì verso la roulotte sgommando.
Parcheggiò proprio di fronte alla finestrella che dava sul reparto notte, quando il sole non batteva sul vetro si poteva scorgere il letto disfatto e qualche corpo disteso, forse. Chiuse il motorino con il catenaccio e iniziò a chiamare la donna.
– Giulia, ci sei? – anche la sua voce sembrava più bella e più forte in mezzo a quegli alberi.
La donna non rispose, sentì soltanto armeggiare all’interno della roulotte.
– Giulia, ci sei o no? – era sicuro della sua presenza ma attendeva di sentire la sua voce prima di entrare.
– Sì, entra piccolo. – fece la donna dall’interno.
Claudio aprì la porta e si fiondò all’interno.
– Ciao Claudio – la donna lo accolse ancora mezza svestita. La minigonna elasticizzata era alta fino all’inguine, un paio di mutandine bianche dozzinali si intravedevano sotto ed una felpa verdone scuro le copriva il busto. Sicuramente sotto non indossava nient’altro.
– Ciao zia. – la salutò baciandola sulla guancia.
La donna lo abbracciò e ricambiò il bacio, lo staccò da sé e lo rimirò come se fosse un’opera d’arte. Si sistemò i capelli:
– Ti ho detto mille volte di non chiamarmi zia. Lo sai che mi fa sentire vecchia. Chiamami Giulia, come tutti. –
– Sì, come tutti i tuoi clienti… – Claudio si sedette al tavolo di formica che si trovava in centro alla piccola roulotte.
L’odore di preservativo, l’alcool disinfettante e la puzza di stantio non venivano elaborati dal cervello di Claudio, sentiva solamente di essere in uno dei pochi ambienti non ostili. Guardava la donna davanti a sé e non provava se non un senso di tenerezza leggera. Una donna a cui volere sicuramente bene.
– Bravo, come tutti i miei clienti. A proposito, hai visto l’uomo che è appena uscito? Non ti è sembrato molto bello? Erano settimane che non mi passava sotto un uomo così carino. – sorrideva mentre parlava con il suo nipote preferito.
Era sempre stato un ragazzo dotato e sua zia lo aveva preso come un figlio proprio, di nascosto alla madre ovviamente.
Giulia era stata rinnegata da tutta la famiglia; la sua professione non conciliava con l’immagine del resto dei parenti, e così era stata lentamente esclusa e rinnegata. Solo Claudio la considerava una della famiglia, veniva spesso a trovarla, riusciva a farla sentire una donna normale, rompeva la solitudine che normalmente la avvolgeva. In cambio lei gli dispensava consigli, frutto della sua vita e delle sue conoscenze. Era un rapporto alla pari, insomma. Claudio non si trovava a suo agio con i suo genitori naturali e così, appena poteva, correva da lei per ricevere un poco di conforto.
– Non mi è sembrato granché – sentenziò lui prendendo il bicchiere che sua zia gli stava porgendo.
– Dici così perché sei geloso. – fece lei sorridendogli.
– No, non sono geloso. Come potrei esserlo? Dopotutto sei una… una… – non riusciva a terminare la frase.
– Una puttana. Dillo pure, so che mestiere faccio. – rispose con tutta la sua naturalezza di quarantenne senza pudore.
– Lo so che per te non è un problema, ma sai, in famiglia non viene visto così il tuo mestiere. – Il ragazzo si ricordava di tutte le discussioni avute in casa per la sua frequentazione con Giulia.
– Non è un problema mio, piccolo. Sono i tuoi genitori ad avere la mente ristretta, non certo io. – Claudio sapeva benissimo quanto avesse ragione. Giulia era una delle persone più dolci che avesse mai incontrato. Era bello parlare e discutere con lei. Aveva delle belle idee e non finiva mai di stupirlo. A volte sembrava una bambina, ma questo non faceva che accrescere la sua aria innocente.
– Lo so, lo so. È solo che… Scusa, niente. – fece lui abbassando lo sguardo sul bicchiere d’acqua ancora pieno.
La donna lo guardava senza capire cosa lo rendesse così malinconico. C’era una strana luce nei suoi occhi, non era abituata a vederlo così, e le dispiaceva non vedere il suo timido sorriso rigargli il volto. Erano anni che lo riceveva nella sua roulotte tra un cliente e l’altro, ma in quel momento non sapeva che pesci pigliare.
– Cosa ti è successo? Ti vedo strano. – chiese preoccupata.
– Niente, le solite cose. – rispose continuando a tenere lo sguardo basso.
– Non me la racconti giusta. – si sedette accanto a lui e mise in mostra involontariamente le gambe carnose. – ti conosco bene, forse meglio di tutti e non mi sembri sereno. Vuoi parlarne? –
Claudio si accorse di essere fisso sulle gambe della zia, distolse lo sguardo e si guardò intorno. Per la prima volta si accorse di quanto fosse squallido quell’ambiente. Il suo stato d’animo rifletteva perfettamente quello che stava osservando: mobili vecchi e logori, il letto disfatto, l’odore acre di uomini, tutto lo rattristò ancora di più.
– Senti, non ti voglio obbligare a raccontarmi quello che ti succede, ma mi dispiace vederti così. Di solito vieni qui con il tuo sorriso e porti una ventata di gioia anche a me, che sono persa in questa pineta in attesa di sentire un’auto avvicinarsi. – Giulia aveva aperto il suo cuore, sperando che il nipote volesse fare altrettanto. – Non ce la faccio a vederti così. Hai litigato ancora con i tuoi genitori? Oppure è la scuola? –
Non rispose subito, si alzò per staccarsi dal contatto della donna, come se la vicinanza di quel corpo lo distraesse dai suoi pensieri. Si girò di schiena osservando il bosco di pini dalla piccola fessura. Gli uccelli volavano da un ramo all’altro, senza un ordine, senza un piano. Avrebbe voluto essere uno di loro, muoversi come e quando voleva, senza preoccuparsi di nient’altro. Dopotutto non siamo nati solo per mangiare e dormire? Perso nei suoi pensieri si ricordò della zia che attendeva una risposta.
– No, niente di tutto ciò. Con i miei non litigo più semplicemente perché non parlo con loro. La scuola va come al solito. La sufficienza risicata senza troppa fatica. Non è questo che mi fa stare male. – confidò.
– E allora cosa? Qualcuno o qualcosa ti ha fatto del male. Lo vedo. – ora era seriamente preoccupata. Claudio non si era mai rifiutato di confessarsi con lei. Nella sua mente di donna si fece strada una pensiero ed un pizzico di gelosia le strinse il cuore.
– È una ragazza, zia. – fece lui e Giulia sospirò conscia di aver azzeccato – sto male come non avrei mai creduto. – si era girato verso di lei e la squadrava dall’alto, quasi attendesse dalla sua bocca una soluzione che non poteva venire.
Giulia si sollevò stancamente dalla sedia, le gambe le facevano male. Gli anni si facevano sentire tutti a volte ed il suo mestiere non era certo leggero per una donna come lei. Si sentiva stranamente impaurita davanti a quello che probabilmente era il primo amore del nipote.
– Non so che dirti. Raccontami un po’ – fece lei avvicinandosi e abbracciandolo dolcemente.
– Si chiama Cristina. È arrivata nella nostra classe da poco. Veniva da un’altra scuola e ha dovuto seguire il padre che si è trasferito in questa città per lavoro. – parlava guardando un punto indefinito davanti a sé. Era preso dal racconto quasi come se avesse la ragazza davanti, invece sua zia lo stringeva forte per non farlo scappare da lei.
– Continua, è bella? – chiese
– Bella? È stupenda. Ha un corpo da donna, ha diciotto anni come me, ma ne dimostra almeno venticinque. I capelli neri molto folti e lunghi, un viso angelico e due gambe affusolate. È splendida, ma la cosa che veramente non riesco a descrivere sono gli occhi. Ha gli occhi dello stesso colore del cielo quando ha appena smesso di piovere. Grigi, di un grigio strano, quasi fossero dipinti. Non ho mai visto uno sguardo del genere. Credimi, zia. –
L’aveva chiamata ancora zia. Non ci fece caso, non lo reputava abbastanza lucido da accorgersene; seguiva le sue parole e ne capì immediatamente la profondità. Era innamorato, di quell’amore che si prova solo a diciotto anni. Quell’amore che ti strappa i capelli che ti spinge il sangue nelle vene. L’amore che farà vivere di ricordi per una vita intera. Si strinse ancora di più a lui e volle continuare ad indagare.
– E allora? Se è così bella, perché non la inviti ad uscire? Fai qualcosa. Non lasciarti fottere dalla tua timidezza, altrimenti rimpiangerai per sempre questa ragazza. – era giunto il momento di dare consigli, anche se Giulia sapeva benissimo che in quello stato d’animo non si accetta nessun consiglio, ma dopotutto il suo compito era quello di parlare e allora cercò di pesare le parole.
– Non è così facile, Giulia. Non ha fatto in tempo a finire il primo giorno di scuola che già aveva ricevuto parecchi inviti, e poi non mi degna neanche di uno sguardo. Non è la timidezza a fregarmi, sono gli altri. – spiegò lui staccandosi dall’abbraccio.
– Senti, io non so cosa dirti in questo momento. Ma so per certo che se non ci provi non riuscirai mai a togliertela dalla mente. Ti assicuro che chiederle di uscire è la cosa migliore, se ti dirà di sì sarai soddisfatto, se risponderà di no, avrai una buona ragione per togliertela dalla testa. Credimi, stare fermo a guardarla non ti servirà a nulla. – così dicendo la donna si diresse verso la porta, l’aprì per scrutare la stradina che arrivava fino alla fine del bosco. Non si vedeva nessuno, nessun cliente, ed il sole continuava a riscaldare le lamiere della sua roulotte.
Qualche passero zampettava per il prato davanti a lei e fu presa da un senso di infinito panico capendo che il suo Claudio stava crescendo. Si era innamorato di una ragazza, e sembrava proprio cotto. Non lo aveva mai visto in quelle condizioni, ma considerò che era già stata abbastanza fortunata ad averlo tutto per sé fino a quel momento.
Si ricordò il giorno in cui lo iniziò al sesso. Qualche anno prima corse da lei pieno di lacrime e confuso. Era scappato di casa dopo l’ennesima lite con i genitori. Si era rifugiato nella sua roulotte perché era l’unico posto dove potesse andare. Lo coccolò finché la rabbia e la tristezza non si placarono un poco, cenarono insieme ed iniziarono ad accarezzarsi. Lo fecero per un disperato bisogno di tenerezza, non c’era malizia nelle loro mani, ma ad un certo punto le carezze si fecero più audaci e dalle cosce, Claudio passò al seno sodo della zia, per poi finire tra le gambe sentendo il pelo umido della donna. Fu in quel momento che Giulia lo prese per mano e lo accompagnò verso il suo primo orgasmo. Il rapporto fu dolcissimo e disperato, la donna lo guidava nei movimenti mentre lui ci metteva tutta la delicatezza possibile, quasi temesse di rompere quella prostituta quarantenne che si era donata a lui solo per non vederlo piangere.
Da quel giorno, il loro rapporto si fece ancora più indispensabile per entrambi e si scoprirono quasi innamorati uno dell’altra. Fino a quel maledetto momento.
Giulia non riusciva a staccare gli occhi dai passerotti che passeggiavano davanti a lei. Fissa nei suoi pensieri non si accorgeva che Claudio si era sdraiato sul letto con gli occhi lucidi.
– Cosa posso fare, Giulia? Dimmelo tu. – chiese disperato.
La donna si voltò verso di lui e lo vide spossato e triste sul letto, gli parve l’immagine di un quadro, non si ricordava di chi fosse, ma poteva giurare che un pittore aveva immortalato una scena del genere.
Si schiarì la voce, quasi dovesse parlare ad una folla, ma c’era solo il suo nipote innamorato davanti a lei. Si rese conto di aver schiarito la voce solamente per perdere tempo. Non sapeva cosa dire, non aveva niente che potesse farlo stare meglio.
– Vuoi fare l’amore? – chiese quasi implorandolo.
– No, adesso no. Ho bisogno di altro, Giulia. Non è il sesso a guarire queste cose. – fece lui scuro in volto. Si era offeso per quella stupida domanda. Non voleva fare sesso con nessuno e non lo avrebbe mai più fatto se non fosse riuscito ad avere Cristina.
– Scusa – Giulia si era resa conto di come poteva essere sembrata stupida la sua domanda. – Non te lo chiedo perché penso che possa farti dimenticare, ma solo perché, adesso, mi rendo conto che è l’unica cosa che posso fare per te. – gli parlava con il cuore in mano.
Claudio distolse lo sguardo da sua zia, ora gli sembrava solamente una prostituta. L’amore che provava per Cristina consumava anche i sentimenti che sentiva per gli altri. Vedeva il suo volto davanti agli occhi, non riusciva a toglierselo. Anche le altre persone sembravano solo brutte copie di lei.
– Lascia stare, Giulia. Non fa niente. Devo tornare a casa, ora. E poi tu avrai clienti, penso. – si rialzò dal letto e si diresse verso la porta, ma fu bloccato da Giulia che lo acchiappò per un braccio.
– No, rimani. Non ci sono clienti, non vedi? Sarò sola. – si sarebbe messa in ginocchio se fosse servito. Ma sapeva in cuor suo che niente poteva fermarlo. Lei era passata in secondo piano. Per sempre, forse.
– No, devo andare. Gli esami di maturità si avvicinano e devo ancora iniziare a studiare. –
– Sono tutte scuse! – sbottò lei con le lacrime agli occhi – Non vuoi restare qui con me. Dillo, forza. Ora non sono più buona neanche come amica. Non è così? –
Claudio si spaventò della reazione di Giulia, non gli sembrava di avere detto niente di grave, anzi. Ma il suo comportamento era strano, doveva ammetterlo. Cristina stava rovinando la sua vita e anche quella delle persone che gli stavano vicino. Non poteva farci niente. Tutto il resto aveva perso importanza, era solo contorno. Solo lei era importante, solo lei avrebbe potuto dargli la felicità.
Si bloccarono sulla soglia per qualche secondo, Claudio con la voglia di scappare e Giulia con il pianto in gola. Una situazione miserabile che prese entrambi e li scrollò energicamente. Non voleva vedere sua zia piangere per lui, non lo avrebbe retto. Tolse con delicatezza la mano dal suo braccio e uscì dalla roulotte.
– Claudio, a volte bisogna accontentarsi o rischiare. Se non vuoi parlare con lei, ti devi convincere che non l’avrai mai. – Giulia volle ribadire il suo concetto proprio mentre Claudio avviava il motorino.
Seduto sul motorino con la manopola del gas aperta, guardò un’ultima volta Giulia che tratteneva a stento le lacrime. La osservò in tutta la sua solitaria disperazione.
– Non mi accontenterò mai di sopravvivere. Non sono nato per questo. Vivere, voglio vivere. -le parole suonarono nelle orecchie della donna mentre il rumore assordante del motorino la frastornò.
Vide suo nipote allontanarsi velocemente verso un futuro in cui lei non rientrava per niente. Progetti e sogni senza di lei. Una sorta di malessere la prese e la costrinse a sedersi. Mentre guardava i suoi quarant’anni ed il suo fisico decadente adagiarsi su una sedia, augurò a suo nipote di riuscire ad essere felice.
La mattina seguente Claudio si svegliò pieno di energia. Avrebbe lottato contro i leoni, ma sentiva di dover canalizzare tutta quella forza per costringere Cristina ad accorgersi di lui. Durante la notte le parole di Giulia gli invasero la mente, costringendolo a rendersi conto che sua zia aveva ragione.
Doveva parlare a quella ragazza, convincerla ad uscire, farla innamorare. Qualsiasi cosa sarebbe stata meglio di guardarla andare con qualcun’altro.
Senza far rumore si alzò e si lavò come ogni mattina. Si preparò la colazione e programmò la sua giornata seduto al tavolo da solo. Era abituato, non poteva soffrire nessuno appena sveglio. Tutto e tutti gli davano ai nervi, specialmente suo padre e sua madre. Qualche volta si era fermato a dormire da Giulia, dopo l’ultimo cliente della serata, ma con lei era diverso. Lei lo metteva a suo agio e per svegliarlo usava tutta la delicatezza e la dolcezza possibili.
Uscendo di casa si rese conto che quel giorno avrebbe giocato la carta più importante per la conquista di Cristina. Il motorino si accese al primo colpo e, seduto in sella, sfrecciò verso il Liceo.
In classe l’aria era sempre la solita. Tutti si davano da fare per gli occhi di Cristina che osservava i suoi spasimanti con aria da finta diva. Vedeva i ragazzi fare a gara per portarle i libri, per passarle i compiti e lei ricambiava questi favori con languide occhiate che agli stolti innamorati sembravano promesse. Solo Claudio sembrava deciso a trattarla come una ragazza e non come una dea da adorare, anzi, forse era l’unico modo per farla scendere dal suo piedistallo e poterle parlare seriamente. La vide subito, bella come sempre, seduta al suo banco con uno stuolo di ammiratori intorno. La gonna molto corta e le calze trasparenti spuntavano da sotto al banco e la bava dei ragazzi colava ad ogni sguardo. La maglietta, fin troppo leggera per quella primavera, lasciava poco all’immaginazione ed il seno, degno di un’attrice, puntava teso per strapparla. Lei movendosi rapidamente non faceva altro che agitare le sue tette in faccia a coloro che le stavano accanto.
Claudio entrò senza guardare nessuno, buttò lo zaino ai piedi del suo banco e si sedette. Ancora qualche minuto e le lezioni sarebbero iniziate. Qualche minuto per escogitare un piano per parlare con lei.
I ragazzi che le stavano intorno non smisero i panni dei servi neanche quando la campanella suonò per la seconda volta. Cristina, però, parve dispiacersi quando il professore entrò costringendo i suoi spasimanti a sedersi ai loro posti.
Anche i professori non erano immuni al suo fascino e parecchie volte la ragazza veniva interpellata alla lavagna più per ammirare le sue gambe che per un reale bisogno d’istruzione.
Sembrava che avesse il potere di far girare la testa a chiunque e Claudio non si sarebbe stupito se avesse visto anche qualche ragazza, magari, farle la corte.
La lezione di matematica iniziò spargendo la solita noia per tutta l’aula. Le altre ragazze si scambiavano pettegolezzi oppure pasticciavano sul diario, mentre l’attenzione dei ragazzi era tutta focalizzata sul corpo di Cristina.
Claudio la vide mentre si alzava, chiamata dal solito professore vizioso. Le gambe lunghe si distesero e si alzò movendosi flessuosamente come una diva su di un palco. Gli sguardi della classe l’accompagnarono fino alla lavagna, dove il professore le fece copiare un’espressione dal libro. Cristina si chinò per vedere meglio e l’uomo sulla cinquantina sbirciò senza vergogna il seno proteso verso di lui. Si ricompose subito, ordinando alla ragazza di cominciare.
L’esercizio non era di nessun interesse, certamente non come il corpo di Cristina che ondeggiava da una parte all’altra della superficie nera. Claudio la immaginò nuda, doveva essere ancora più bella; sono poche le donne che senza vestiti sono in grado di eccitare più di quando hanno qualcosa addosso, e lei pareva una di quelle. Se avesse accettato di uscire con lui, giurò a se stesso, l’avrebbe fatta sentire la ragazza più felice del mondo, come si sarebbe sentito lui, del resto.
I compagni di classe la osservavano sbirciando sotto alla minigonna per vedere che tipo di mutandine indossava. Quasi ogni giorno, infatti, con una mossa audace oppure inavvertitamente, lasciava scorgere il lembo del suo abbigliamento intimo, tanto che i ragazzi si erano abituati oramai a parlare dei suoi reggiseni o delle sui slip come se fossero quelli della loro fidanzata.
Più di una volta Claudio aveva sentito in bagno frasi del tipo: “Hai visto? Oggi ha il perizoma nero”, “Sì, ma io preferisco il tanga rosso, la fa sembrare più porca” oppure “Non capite niente, non l’avete mai vista con gli slip trasparenti”. Frasi dette da menti comandate dagli ormoni, frasi che ferivano Claudio, innamorato di una ragazza quasi perfetta.
Seduto in fondo alla classe, soffriva per non poterne vedere gli occhi, i suoi occhi di cielo, di quel grigio tanto strano da farla apparire come un’aliena. Solo il sedere ora era in vista, e questo andava bene per quei segaioli dei suoi compagni, ma non per lui. Lui l’avrebbe voluta guardare in faccia, scorgerne i lineamenti, non il corpo, a lui quello non bastava.
Cristina finì l’esercizio e tornò a sedersi, i soliti sguardi ed i soliti sorrisi la fissarono mentre si sedeva. Qualcuno le fece i complimenti, ma non ci fu risposta. Si limitò a riprendere posto senza guardare nessuno.
Claudio chiese il permesso di andare in bagno. Il professore acconsentì e lui si alzò passando vicino al suo amore. Neanche a dirlo, Cristina non si degnò di guardarlo, di salutarlo, mentre lui andò quasi a sbattere contro la porta per notare un suo segnale che mai arrivò.
Solo, nel bagno, si accese una sigaretta, nessuno si sarebbe accorto della sua assenza, anche se fosse rimasto lì per ore. Era abituato a non preoccuparsi di chi non si preoccupava di lui. Sognava ad occhi aperti Cristina che gli rivolgeva la parola, che lo andava a cercare non vedendolo tornare, ma i sogni si sparsero come il fumo che sputava verso il soffitto.
Due ragazzi di un’altra classe entrarono nel bagno e salutarono Claudio più per cortesia che per amicizia. Erano due studenti della sua stessa età ma di sezioni diverse e Claudio li conosceva solo di vista.
– Dammi una sigaretta, sono nervoso – fece uno che forse si chiamava Andrea.
L’altro, Claudio parve di ricordare che si chiamasse Marco, estrasse due sigarette dal pacchetto di Chesterfield e ne porse una all’amico.
– Perché sei nervoso? Per il compito di storia? – chiese passandogli l’accendino.
– Ma che cazzo me ne frega di storia. Sai Cristina, quella di quinta effe? – chiese con uno strano sorriso sulle labbra.
Claudio si ghiacciò con il fumo nei polmoni, un colpo di tosse lo fece tremare e i due ragazzi si girarono un istante per controllare che cosa gli fosse preso. Lui fece indicò col capo la sigaretta continuando a tossire e i due ricominciarono a parlare.
– Sì, quella strafiga. Beh, non avrai intenzione di provarci anche con lei? Hai già Silvia, non ti basta? – fece Marco non troppo incuriosito.
– Non me ne frega niente di Silvia. Ho incontrato Cristina al Vox Club sabato sera. – annunciò attendendo una risposta dall’amico.
– E allora? Stringi che quella strega di storia ci aspetta. –
– E allora me la sono fatta. – ammise con tono pacato soffiando il fumo in faccia a Marco.
Claudio si sentì mancare. Ma come? Faceva tanto la preziosa con tutti e poi andava a scopare il primo venuto al Vox? Non ci poteva credere. Non ci voleva credere. Cristina era sua, solamente sua.
– E perché sei nervoso? – domandò Marco buttando la sigaretta nel cesso.
– Perché oggi, all’uscita, devo parlarle. Voglio chiederle che intenzioni ha. Non voglio accontentarmi di una scopata sola. – confidò Andrea.
Uscirono senza neanche salutare il povero Claudio che si reggeva al termosifone con la sigaretta che gli penzolava dal labbro. Cosa poteva fare ora? Era partito con l’intenzione di parlarle alla fine dalle lezioni, ma ora doveva aspettare che quel bavoso ignorante se la facesse prima di lui? Neanche per sogno, l’avrebbe bloccata prima. Lui la amava veramente, non la voleva solo scopare, si attribuì, così, una priorità ancora tutta da attuare.
Tornò in classe ancora pallido e debole. La notizia lo aveva veramente destabilizzato. Aveva i nervi a pezzi e non poteva fare a meno che guardare Cristina seduta angelicamente ed immaginarla mentre faceva un pompino a quel maledetto Andrea.
Un suo compagno si accorse del suo stato e gli bisbigliò dal suo posto:
– Claudio, cos’hai? Ti senti bene? –
– Sì – biascicò lui. – non ti preoccupare – tagliò corto.
Le lezioni continuarono ininterrottamente fino all’una e mezza, il momento di parlare con Cristina era arrivato e lui aveva passato tutte quelle ore a guardarle la nuca cercando le parole giuste per non apparire stupido e goffo.
La campanella squillò per un secondo infinito, dopodiché tutti si alzarono di scatto dai loro posti e corsero fuori dalla classe senza neanche curarsi della professoressa che stava ultimando la lezione.
Claudio non fece in tempo a ritirare i libri e a mettersi lo zaino in spalla che aveva già perso di vista Cristina.
Maledizione, se fosse uscita prima di lui avrebbe incontrato Andrea e lui sarebbe stato fottuto. Doveva correre.
Spinse i compagni che ancora ostruivano la via d’uscita e li spintonò prendendosi qualche manata e qualche insulto, ma alla fine fu nel corridoio. Scrutò verso l’uscita ma di Cristina non c’era neanche l’ombra. Una massa informe di ragazzini occupava la sua visuale, ma non vedeva la sua donna.
Era quasi disperato, quando si ricordò di sapere dove la ragazza parcheggiava di solito lo scooter. Corse a perdifiato fino al grande cancello di metallo e svoltò a sinistra verso il marciapiede. Di solito il suo motorino era sempre lì, bello e lucido come lei.
Niente neanche lì. Cazzo, imprecò in preda al panico. Non sopportava l’idea di vederla con Andrea. Doveva stare con lui, e si sentì un idiota ad averla persa così.
Girò i tacchi e si diresse verso il suo motorino. Forse con un po’ di fortuna l’avrebbe scovata nel parcheggio interno a parlare con qualche sua amica.
Non fu così, ma un lampo bloccò Claudio proprio mentre si stava infilando il casco.
Era lei. Era lei in fondo al parcheggio che parlava con un ragazzo.
Riconobbe quasi subito Andrea, l’aveva trovata per primo ed ora lei si stava godendo il suo discorso. Cristina sembrava apatica: nessun sorriso, nessun movimento. Poteva notare Andrea mentre gesticolava e parlava, ma lei era assente, rapita da qualcos’altro.
D’un tratto la vide allontanarsi da Andrea e camminare a passi spediti verso di lui. Non credeva ai suoi occhi. Cristina aveva mollato quell’idiota e stava andando da lui. Era al settimo cielo. Ora riusciva a vedere gli occhi grigi che guardavano i suoi. Le mani iniziarono a sudare, la lingua si seccò e nella breve attesa, preso dall’emozione, si accese una sigaretta, quasi fosse un alibi per non parlarle per primo. Stupido, si diceva, hai pianto per giorni per quest’occasione ed ora cosa fai? Aspetti che sia lei a fare la prima mossa? Muoviti, coglione.
Quando fu a dieci passi da lui, si mosse e le andò incontro. Appena furono vicini, prese il coraggio a due mani, buttò la sigaretta a terra ancora intera e si schiarì la voce:
– Ciao Cristina – riuscì a dire. Ma si accorse subito che qualcosa non andava.
– Ciao, scusa ma devo andare – rispose lei mentre Claudio si accorse che non stava guardando lui ma un punto alle sue spalle.
Rimase inebetito, aveva vinto e perso tutto in un secondo. Le gambe non rispondevano ai suoi comandi, ma quando riuscì a girarsi, lo spettacolo lo bloccò di nuovo.
Cristina stava salendo su una macchina sportiva con un ragazzo che poteva avere sui trent’anni. Niente da dire, sembrava un modello e la sua auto, poi, non poteva certo venire paragonata al suo motorino scalcagnato. Quella visione lo riempì di rabbia.
Capì in un istante che i suoi avversari con Cristina non erano gli Andrea o i ragazzi come lui. Doveva combattere con gente con più risorse e più degni di interesse. Dopotutto sapeva che una ragazza del genere non si sarebbe accontentata di uscire con uno studentello squattrinato come lui.
La tristezza lo prese. Stava male. L’impotenza è la sensazione peggiore, pensò. Se lo avesse saputo da subito, forse, non si sarebbe lasciato prendere così tanto da quella strega.
Ma un attimo, sentì una voce dentro di lui che gli diceva che non tutto era perduto. Con uno scatto si infilò il casco ed accese il motorino, lanciandosi subito all’inseguimento dei due.
Li raggiunse dopo poco ad un semaforo che portava fuori città. Gli si mise dietro e li seguì per circa due chilometri. Quando imboccarono una statale la macchina lo staccò di qualche centinaio di metri, ma a quell’andatura Claudio era sicuro di non perderli.
Li vide mentre entravano in una stradina secondaria, una di quelle che porta alle cascine. Rallentò per non venire scoperto e li seguì ancora sullo sterrato.
Ad un tratto vide l’auto ferma sotto ad un abete. Spense il motorino perché non lo udissero e proseguì a piedi. Si nascose tra le piante che costeggiavano la piccola strada e arrivò a dieci metri dall’auto. Cristina ed il ragazzo scesero, si spostarono sotto alla pianta e si fermarono a parlare.
Claudio si avvicinò ancora, stando attento a rimanere a debita distanza. Da quella postazione poteva osservarli e carpire qualche parola.
Era lei a parlare, sembrava triste ed il ragazzo l’ascoltava con attenzione. Claudio si concentrò per sentire i loro discorsi, ma riusciva a percepire solamente pezzi di frasi e parole.
– Non credo che… lei non può… adesso che tu… non crederai mica… – era la voce del suo amore che parlava direttamente al suo cuore.
Dopo qualche tempo il ragazzo rispose a quello che sembrava un litigio.
– Cristina, non penserai che… sono stato… l’altra… voglia di te… scusa. –
L’ultima parola uscita dalla bocca gli rivelò che il ragazzo aveva qualcosa da farsi perdonare. Cristina lo guardava con gli occhi spalancati, gli stessi occhi che Claudio voleva puntati su di lui.
Ad un tratto vide la ragazza scoppiare in pianto e abbracciare l’uomo che le stava davanti. Claudio non resistette alla scena ed abbassò gli occhi. Sapeva cosa sarebbe venuto dopo. Ne era certo.
Dopo qualche secondo alzò lo sguardo verso di loro e li vide baciarsi. Era un bacio appassionato e Claudio si dovette trattenere dall’urlare. Non reggeva quella situazione, ma non poteva fare a meno di guardare.
Il ragazzo le accarezzò i capelli e prolungò il bacio, dopodiché allungò l’altra mano fino a toccarle i fianchi. La gonna, intanto, era risalita e Cristina non accennava a sistemarla. Era forse troppo impegnata a farsi toccare, pensò Claudio mentre malediceva l’idea di seguirli.
Ma, inaspettatamente, fu lei a prendere l’iniziativa e si chinò sui pantaloni del suo amante. Li slacciò lentamente e si tuffò sul pacco gonfio. Claudio la vide bene mentre estraeva il pene di quello sconosciuto e lo impugnava saldamente. Sembrava una maestra in quei gesti. Lo soppesò per un secondo e se lo portò alle labbra. Un bacio sfiorò il glande che poi venne subito inghiottito dalla ragazza. Non poteva essere. Quella puttana stava facendo un pompino ad uno sconosciuto in un campo. Il sole batteva sulle tempie di Claudio e l’eccitazione gli saliva velocemente. Si ritrovò con il cazzo teso a guardare il suo amore mentre spompinava con una sorta di fame sessuale quel grosso arnese duro.
Il ragazzo parve non accontentarsi e la fece rialzare. La baciò ancora una volta, togliendole la maglietta che cadde a terra impolverandosi. Il seno venne alla luce dal reggiseno nero. Claudio notò l’imponenza di quel petto che non si poteva attribuire ad una diciottenne, ma il ragazzo lo stava gustando appieno leccando e mordicchiando lentamente i capezzoli e la carne. Cristina lo lasciava fare accarezzandogli la nuca e sussurrando qualcosa di incomprensibile alle orecchie distanti di Claudio.
Lo spettacolo sarebbe continuato per molto, ma a Claudio non sarebbe mai bastato. Era combattuto dall’idea di scappare e quella di continuare a guardarli fino a venire.
Lo sconosciuto si staccò dal seno di Cristina e lei, di sua spontanea volontà, si avvicinò al cofano dell’auto. Si chinò in avanti, offrendo le sue mutandine scoperte all’amante. Il ragazzo non attese oltre. Le andò dietro e con enorme delicatezza le abbassò i collant e le mutandine. Claudio li vedeva di profilo e non poteva scorgere la fica di Cristina, ma se la immaginava nera e pulsante.
Affondò subito l’arnese nella fessura e Cristina inarcò la schiena emettendo un gemito di piacere che raggiunse il cervello di Claudio più che le sue orecchie.
Il ragazzo iniziò a stantuffarla lentamente, poi aumentò il ritmo. Claudio riusciva a sentire la sua amata incitarlo ad alta voce.
– Sì, così Carlo. Più forte. Sì, mi piace. – la voce era ancora più bassa e calda del solito.
Claudio li guardava ad occhi spalancati, ancora non ci credeva. Era uno spettacolo a metà tra l’orrore del tradimento e l’eccitazione dello spiare. Si sentiva eccitato e sconvolto come se la passione lo stesse consumando a vista d’occhio.
Si tastò i pantaloni e sentì il membro gonfio tendere il tessuto. Era innegabilmente fuori di sé dallo spettacolo offerto da quei due.
Intanto, il ragazzo, continuava a penetrare Cristina e non accennava a smettere, anzi, il ritmo era cresciuto fino al limite della violenza, ma lei sembrava gradire ancora di più quella foga.
Continuarono per due minuti circa, durante i quali Claudio si dovette trattenere dal masturbarsi, dopodiché vide il ragazzo estrarre il suo cazzo dalla fica bagnata e schizzare il suo sperma sul prato, spargendolo a casaccio vicino alla portiera della sua auto.
Cristina si rialzò con un’aria che sembrava soddisfatta e si ricompose sistemandosi mutandine e collant. Si scambiarono un altro lungo bacio e risalirono a bordo dell’auto.
Quando Claudio sentì il rumore del motore avvicinarsi corse verso il suo motorino e, non facendo in tempo a scappare, si nascose tra gli alberi con il motore acceso. Appena vide l’auto uscire dalla sua visuale, tornò allo scoperto e seguì la stradina fino alla statale.
Guidava nervosamente ancora eccitato da quello che aveva appena visto. Schivò le auto che ingombravano la strada e dieci minuti dopo fu di nuovo davanti alla roulotte di Giulia.
– Giulia, ci sei? – chiese con la voce rotta dalla voglia.
– Sì caro. Vieni. – rispose sua zia da dentro la lamiera.
Claudio aprì la porta e questa volta non fece caso allo squallore che avvolgeva il corpo di Giulia, la salutò con il solito bacio sulla guancia e la vide mentre si sistemava le vesti logore.
– Come mai sei già qui? Non hai pranzato a casa tua? –
– No – si limitò a rispondere.
– Allora vuoi che ti cucini qualcosa io? Devo avere ancora un po’ di pasta da qualche parte. – fece lei aprendo lo scaffale della piccola dispensa.
– No, non ho fame. – disse con tono assente. Sentiva il cazzo pulsare ancora nelle mutande e non riusciva più a frenare la sua voglia.
Giulia si girò con un pacco di pasta in mano, ma notando il tono assente del nipote, si fermò a guardarlo meglio. Scorse il bozzo gonfiare i pantaloni ed un sorrisino le si dipinse sul volto consumato.
– Forse sei venuto per un altro tipo di appetito, vedo. – disse scherzando e gli andò incontro.
– Sì – fece lui abbracciandola.
– Vuoi fare l’amore? – chiese dolcemente accarezzandogli i capelli.
Claudio non vedeva niente se non gli occhi grigi come il cielo di Cristina, tutto si confondeva in quegli occhi. Nient’altro aveva importanza.
– Sì. Questa volta sì. – FINE

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