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Rosetta

Ero giunto all’esasperazione.
In poco più di una settimana era riuscita a stravolgere la mia casa, la mia vita, le mie care abitudini.
Soltanto per rispetto a sua zia, la mia vecchia e cara governante, non l’avevo già cacciata a pedate nel sedere. Purtroppo Carla, che si occupava di me sin da quando ero bambino, si era dovuta assentare :
– Stia tranquillo, sarà solo per un paio di mesi. Giusto il tempo di vedere il nipotini che nasce e di aiutare quella mia figliola per i primi tempi. Appena sarà tutto a posto tornerò da lei! E poi, mica la lascio solo. Vedrà, Rosetta saprà occuparsi di lei e mandare avanti la casa anche meglio di me. –
A nulla erano serviti i miei tentativi di ricusare quel nuovo aiuto. Per lei ero ancora il suo “signorino” troppo cresciuto: non sarei mai stato in grado di cavarmela da solo. Così, per farla partire tranquilla, dovetti accettare in casa questa sua lontana nipote.
Quando Carla me la presentò, due giorni prima di partire, mi fece una buona impressione: poco oltre i trent’anni, ben vestita, curata, piccolina ma ben fatta: molto ben fatta.
Rimasta vedova giovanissima, poco dopo il matrimonio, aveva vissuto una vita monotona e solitaria. Ora, con gioia, avrebbe avuto modo di riempire le sue giornate occupandosi di me.
Nei primi due giorni trascorsi in casa mia, assieme alla “zietta Carla”, si dimostrò precisa, servizievole, educatissima, eccellente cuoca e soprattutto una competente governante. Così, quando accompagnai Carla al treno, la vidi partire senza un grosso rimpianto. Mi aveva lasciato un’ottima sostituta. Questo almeno è quello che pensai allora!
Il cambiamento avvenne per gradi, senza quasi che me ne rendessi conto. Al posto delle mie sdrucite ciabatte di velluto, in cui stavo comodissimo, trovai un nuovo paio di pantofole in pelle, bellissime, ma che mi fecero subito rimpiangere le altre: ci scivolavo e se le indossavo senza calzini, mi sudavano i piedi. Va bene, pensai, ha voluto essere gentile mostrandomi la sua efficienza. –
Poi cominciai a notare dei cambiamenti nella disposizione dei mobili, delle statuine in ceramica che mi erano costate un occhio della testa e che avevo raggruppato per periodi di creazione. Soprassedei quando mi rispose che in ordine di altezza stavano meglio. Le avrei rimesse a posto appena andata via.
Mi inquietai, un poco, senza darglielo troppo a vedere, quando, al posto della mia vecchia giacca da camera bordò, trovai uno sgargiante Kimono giapponese. – Sembrava un barbone con quella giacca indosso – mi rispose quando le chiesi spiegazioni – il kimono è molto più alla moda! –
Sono abituato a lavorare nel silenzio più assoluto quattro ore di mattina e quattro nel pomeriggio. Con Carla non avevo mai avuto problemi: quando ero rintanato nello studio a scrivere, era in grado di far volare in silenzio anche le mosche. Rosetta passava la giornata intera con la radio accesa a tutto volume e quando dopo ore di infruttuoso lavoro, la pregai di spegnerla, lo fece facendomi rimpiangere la radio: lavava, stirava, cucinava cantando a piena voce.
I nervi mi stavano saltando, ma, a parte queste piccolezze, non potevo dirne che bene, troppo bene, questo era il guaio. Stava diventando troppo di tutto. Troppo presente: anche mentre stavo lavorando, ogni mezz’ora mi interrompeva per offrirmi un caffè, una bibita, un panino. Troppo precisa. Pattine per i piedi dappertutto. Ce n’erano anche per gli ospiti.
In due parole: troppo perfetta.
All’esasperazione ci arrivai quando ricevetti al telefonata della mia agente letteraria, che, infuriata, minacciava di mandarmi a quel paese se le avessi dato buca un’altra volta. Rimasi allibito e senza parole. Mi scusai cercando di ricordare a quale importante riunione non fossi andato.
L’arcano si chiarì quando chiesi a Rosetta se aveva telefonato la signora Parinelli per fissare un appuntamento. L’aveva fatto la mattina precedente, ma siccome ero uscito anche la sera prima facendo tardi, non me lo aveva detto per farmi riposare – tanto lei di belle donne ne può avere quante ne vuole – fu il suo commento finale.
Quell’ingerenza probabilmente mi sarebbe costata il contratto per il libro che stavo scrivendo, con l’editore che inseguivo da anni.
Ero talmente furioso che la trattai veramente male.
Mentre le urlavo cose irripetibili, la vedevo farsi sempre più piccola e timorosa. Camminavo nervosamente per casa prendendo a calci mobili e porte. Mi guardava sott’occhi, stringendosi le mani finché trovò il coraggio di parlare.
* Io non pensavo di essermi comportata così male. Volevo farle una buona impressione, perché zia Carla mi aveva detto che se mi fossi comportata proprio bene, le avrebbe chiesto di farmi prendere il suo posto. La zia ormai è anziana e ce la fa sempre di meno a mandare avanti questa casa enorme. Per la telefonata, mi dispiace, ma non pensavo di fare un danno così grosso. Senta, – proseguì vedendo che non mi ero affatto calmato- so che non riparerà il danno, ma se serve a farla sfogare, può anche picchiarmi, così si calma e potrà pensare a come riparare il guaio che ho combinato. –
Mi bloccai di scatto, indeciso se accettare che le parole che mi era parso di udire le avesse pronunciate lei o se invece fossero state il frutto della mia fantasia, visto che stavo pensando proprio a quanto mi sarebbe piaciuto sfogarmi dandole una sonora sculacciata.
* Che hai detto? – le ringhiai guardandola in faccia – Ripeti!
Era già quasi terrorizzata per suo conto. Il mio tono completò l’opera. Parlò con un filo di voce.
* Ho detto che sono veramente dispiaciuta per il grosso guaio che ho combinato e che se vuole può picchiarmi. Non riparerà il danno, ma almeno dopo staremo meglio tutti e due. Lei si sarà sfogato, ed io avendo ricevuta la giusta punizione, mi sentirò meno in colpa.
Le detti una lunga occhiata riflettendo sulle sue parole.
Probabilmente fraintese il mio silenzio.
* Non mi giudichi male. Non sono una sfacciata, però so che se un uomo si sfoga, poi si sente meglio; lo stesso succede a chi si sente in colpa, quando ha ricevuto la punizione. Ecco, non volevo dire altro. –
La cosa mi allettava in modo tremendo, ma lei era la nipote di Carla e mi sembrava di stare per tradire la sua fiducia.
La guardai nuovamente, ma, questa volta, con nella mente quello che forse sarebbe avvenuto e non vidi più Rosetta, la nipote di Carla, ma una gran bella donna che sotto gli abiti austeri, nascondeva la promessa di un magnifico corpo da godere.
* L’ho fatta proprio tanto grossa , allora? Non volevo creare problemi, lo giuro. Pensavo proprio di far bene. Su, sia buono, mi perdoni e soprattutto non dica niente alla zia. –
* E perché non dovrei dirle del casino che mi hai combinato? Me lo puoi spiegare? –
* Perché se lo viene a sapere, non mi aiuterà più ad uscire dal paese. Lo direbbe ai miei fratelli e loro non mi farebbero più muovere. Io in paese non ci resisto più, impazzisco. Sono disposta a tutto pur di non tornarci. –
* Potrei anche tornare sulla mia decisione e darti anche un’altra possibilità, ma non credo che sapresti sfruttarla. Sei un’ottima donna di casa, ma è il tuo comportamento che è sbagliato. Ti comporti proprio alla paesana. Hai troppo da imparare … –
Lasciai la frase così, sospesa. Lei mi guardava pensierosa aspettando forse la mia decisione. Conoscevo il modo tipico di pensare della sua famiglia. Questa era la sua prima ed ultima occasione di affrancarsi dal loro dominio.
Era stata anche la “mia” occasione, e me l’ero lasciata sfuggire. Con tutte quelle chiacchiere, addio divertimento. Pazienza!
* Debbo prepararmi ad andar via, vero? –
Il dispiacere e la rassegnazione che trasparirono dal tono della sua domanda mi colpirono: Era quasi una supplica.
* Ho forse detto questo? Non mi sembra di aver mai detto una cosa del genere. Dipenderà da come ti comporterai in futuro. –
* Allora, … vuol dire che mi tiene? Resto qui? … Sempre? … – Come i bambini, era passata dal pianto al riso in un battibaleno.
* Béh, ora non correre troppo! Se mi dimostrerai che ti sei impegnata veramente a correggere il tuo invadente modo di fare, allora potremo riparlarne. Ricorda che debbo vedere dei sostanziali miglioramenti prima che torni tua zia, altrimenti … –
* Stia tranquillo, cambierò vedrà … Oh se cambierò. Soprattutto se lei avrà la bontà di correggermi quando sbaglio. –
* Staremo a vedere. –
C’era un argomento sospeso nell’aria e da come piombammo tutti e due in un imbarazzato silenzio, era evidente che catalizzava i nostri pensieri: la sua richiesta di essere punita o per meglio dire, la sua offerta di farsi punire: forse per il passato, certamente per il futuro.
Come accade quasi sempre, fu la donna a prendere l’iniziativa.
* Ora vedo che si è un po’ calmato, però, … ecco, … quando ho detto che se lei mi correggerà, cambierò sicuramente, non intendevo solo a parole. Se lei reputa opportuno punirmi, lo faccia senza il minimo scrupolo, anche duramente se necessario; non c’è assolutamente bisogno che mi chieda se sono d’accordo, lo faccia e basta. –
Esultai dentro di me. Forse anche la “mia occasione” era tutt’altro che svanita. L’argomento era delicatissimo, un campo minato. Era indispensabile procedere con i piedi di piombo.
* Va bene, non avrò scrupoli, ma così, tanto per chiarirci, cosa intendi per punizione normale e punizione dura? –
Restò un attimo in silenzio. – Ecco, faccio un esempio: ricorda quando la facevo arrabbiare continuamente per la radio sempre accesa? Lì sarebbe stata sufficiente una punizione normale… che so, … una sculacciata? Si, ecco, una buona sculacciata sarebbe andata bene, mentre … – il suo imbarazzo era evidentissimo – si ricordi che è stato lei a chiedermelo, però, quindi faccia come le pare. Allora, … secondo me, per il casino combinato ieri, mi sono meritata una punizione coi fiocchi … mi sono spiegata? –
* Si, sei stata piuttosto chiara. Noto con piacere che le nostre idee sono molto simili. Quindi, per te una buona sculacciata è soltanto una punizione per piccole mancanze. Giusto? –
Annuì mentre sul volto le si spandeva un leggero rossore.
* E sono soltanto io che giudico se e come devi essere punita. Giusto? – Altro cenno di assenso con la testa sempre più rivolta in basso.
* Allora sono sempre soltanto io che stabilisco la quantità e quali punizioni debbo darti, senza tener conto delle tue lamentele prima e durante. Giusto? –
Questa volta ci pensò sopra un poco, poi si decise, sempre più rossa in volto:
* Si, mi sembra giusto. Se debbo essere punita, non posso essere io a decidere quanto e come. –
Mi sembrava di aver detto tutto. Una situazione fantastica. Non vedevo l’ora di verificare la sua reale disponibilità. Per darmi un tono, mi avvicinai al carrello bar e mi versai una leggera dose di buon cognac. Le chiesi se ne volesse anche lei, ma rifiutò.
* Secondo me, faresti bene a prenderne una buona dose. Tra poco potresti pentirti di non aver accettato. –
* Allora … vuol dire che riceverò subito la prima punizione? –
Notai che aveva il respiro corto. Da come si erano svolti i fatti, decisi che era più eccitazione che timore.
* Si. Adesso azzereremo il conto per tutte le piccole arrabbiature che mi hai fatto prendere fin’ora e credo che una doppia dose di sculacciate sia anche poco, poi, dopo cena, regoleremo il conto grosso. Quello per il casino di ieri. Sono rimasto nei termini che hai indicato tu, o sbaglio? –
* No, … no. Va bene. Doppia sculacciata per tutto il passato…. Potrei avere ora quello che mi aveva offerto prima? –
* Certo. Serviti pure, quanto ne vuoi. Appena finito, chinati sul bracciolo del divano con il busto ben poggiato sul sedile e le braccia allungate in avanti. Appena torno, voglio trovarti pronta a ricevere quello che meriti. –
Uscì dalla stanza. Non avevo niente di particolare da fare, ma ancora non mi fidavo completamente. Volevo lasciarla sola per verificare se era veramente intenzionata a mettere in pratica la sua offerta.
Non visto, la osservai dallo spiraglio della porta.
Terminato di bere, si misurò con l’ampio bracciolo del divano in pelle. Per chinarcisi sopra doveva sollevarsi sulle punte dei piedi. Si voltò verso l’ampia specchiera sul camino, lisciò il grembiulino bianco di servizio controllando che fosse tutto in ordine.
Finalmente si riportò a lato del divano sdraiandosi come le avevo ordinato. Stavo per entrare quando lentamente si rialzò.
Per un attimo ebbi la certezza che ci avesse ripensato, dandomi dell’imbecille per aver aspettato tutto quel tempo.
Non si era staccata dal divano, però. Stava immobile come se riflettesse su un pensiero improvviso. Si chinò, afferrò l’orlo della gonna sollevandolo sino al busto. Una spettacolare visione di cosce e natiche tornite alla perfezione.
Era ora di rientrare. Feci un po’ di rumore, e lei si affrettò a mettersi nella posizione che le avevo ordinato, precipitandosi, però, a riabbassare la gonna. Pudicizia o piacere nel farsela alzare?
* Va bene così? – chiese appena le fui accanto.
* Perfetto. – Cominciai la sculacciata. Colpivo lentamente, una natica per volta, poco sopra all’attaccatura delle cosce. La gonna, di tessuto leggerissimo, non mi dava affatto fastidio, anzi, rendeva più eccitante l’attesa del momento in cui l’avrei sollevata.
Dovetti riconoscere che aveva una notevole resistenza: soltanto verso il cinquantesimo colpo iniziò a gemere e smaniare. Dopo pochi altri colpi, cedette. Piangendo e scalciando tentò di sottrarsi al castigo. Premendole la schiena con una mano, la rimproverai.
* Non ci siamo. Puoi urlare quanto vuoi, ma non scalciare od alzarti. – Decisi di farle riprendere fiato – Questo, – dandole un colpo ancora più forte degli altri – è l’ultimo della prima dose. Ora ti riposerai qualche minuto, poi ricominceremo. E cerca di stare un po’ più ferma, altrimenti ce ne sarà una terza. –
* Oh no. Già fa un male cane. –
* Allora stai più buona. –
La lasciai passeggiare nervosamente per la stanza massaggiandosi la parte dolorante. Negli occhi aveva qualche lacrima, ma anche un qualcosa di indefinibile che mi dava la netta impressione che tutta la faccenda le piaceva da matti.
* Allora? Sei pronta per la seconda parte? –
* Se fosse possibile aspetterei ancora qualche minuto. è ancora tutto dolorante. –
* Per me possiamo aspettare quanto vuoi. Ricorda però, che questo è soltanto l’antipasto. Il piatto forte arriverà più tardi ed è quasi ora di cena. –
Con un sospiro si sdraiò nuovamente sul bracciolo. Lentamente le sollevai la leggera gonna. Immediatamente mi sentì ribollire dal desiderio.
Due magnifiche natiche rosse appena separate da una mutandina nera di pizzo quasi tutta affossata nel profondo solco. La toccai: scottava, ma non molto.
Ebbe un leggero fremito quando capì che le avrei tolto anche le mutandine. Niente di più, anzi, sollevò leggermente il bacino, per farmele togliere più agevolmente.
La carezzai a lungo, insistentemente, finché non capì che stava per godere. Allora cominciai, con tutta la forza, senza un attimo di tregua. Era meraviglioso vedere quelle splendide natiche deformarsi e spandersi ad ogni impatto. I mugolii di piacere si trasformarono subito in singhiozzi di dolore, ma non si mosse. Né durante né dopo la lunga e dura punizione.
* Ora puoi rialzarti. – Volevo aggiungere qualche altra cosa, per consolarla, per ridarle coraggio. Non me ne dette il tempo.
Mi si aggrappò al collo baciandomi sulle guance, sulla bocca, dappertutto.
* Grazie. è stata un’esperienza indimenticabile. Fa un male cane, ma è… eccitante. – continuò con ancora qualche traccia di pianto nella voce. – Spero di non meritarne altre, ma se sarà necessario, non avrò più paura come prima. –
Si staccò dal mio collo e recuperò le mutandine cominciando a rimetterle.
* No! . Fino a che starai qui, quello è un indumento proibito. –
Mi guardò piuttosto maliziosamente – Solo questo? –
* Per ora questo, poi se vedrò che vale la pena proibirne qualcun altro, non mancherò di farlo. –
* Ed io non mancherò di ubbidire. –
Si massaggiò le natiche ancora doloranti. Per farlo tirò indietro le spalle mettendo ancora di più in risalto il magnifico seno che già in posizione normale premeva contro la stoffa dell’abito. Uscì lasciandomi solo con i miei pensieri.
Felice e soddisfatto mi complimentavo per come avevo saputo destreggiarmi; mi auto incensavo per la perfetta strategia messa in atto ricordando lo svolgersi dei fatti, finché non cominciai a cogliere nei miei pensieri qualche nota stonata. Più la mettevo a fuoco, più mi sentivo un imbecille.
Ero stato una marionetta nelle sue mani. Non avevo orchestrato un bel niente: aveva fatto tutto lei.
Chi aveva parlato di punizioni? Lei.
Chi aveva parlato di sculacciate? Lei.
Chi aveva vinto le mie remore garantendo il silenzio? Lei. Sempre e solo lei.
Ero sicuro che lei non sapesse che la stavo osservando quando ero uscito dal salone? No. Quando si era alzata la gonna, non aveva, per un attimo, voltato le testa dalla mia parte? Pensandoci bene, si. Avevo fatto anche uno scatto indietro per non farmi vedere.
E le mutandine? Non mi aveva chiesto se era quello l’unico indumento che non doveva indossare?
Coincidenze? Forse, ma più ci pensavo e più mi sentivo una marionetta attaccata ai fili.
Avevo un bel dirmi di fregarmene; che se anche l’avesse voluto lei, il risultato era lo stesso, anzi migliore. Avrei tranquillamente potuto fregarmene dei lamenti e delle preghiere.
Tutto vero, tutte belle parole, ma il mio amor proprio era sceso a livello zero.
Dovevo riprendere quota. Volevo sentirmi nuovamente padrone della situazione.
Ripercorsi con occhio più critico tutta la faccenda, finché non trovai quella falla che forse mi avrebbe permesso di riprendere il controllo del gioco: aveva sempre parlato soltanto di punizioni corporali. Mai un accenno a situazioni più psicologiche, paura, umiliazioni.
Cosa avevo da perdere nel tentare quella strada? Niente. Anzi, tutto da guadagnare.
Preparai due martini; il suo molto leggero: doveva essere ben sveglia per assaporare quello che stava per accaderle; recuperai da un cassetto del bar una scatola di cioccolatini lassativi residuo di uno scherzo e la chiamai.
Si presentò in un istante.
* Te l’ho fatto molto leggero, – dissi porgendole l’aperitivo – comunque, per avitare che ti dia alla testa, mangia qualche cioccolatino. –
* No grazie, sa … la linea. –
* Su, non dirmi che ce l’hai con me per la sculacciata … –
* Ma no, cosa va a pensare. –
* E allora dai, mangiali tutti e non pensare alla linea. –
Lo fece, pur precisando che a cena avrebbe mangiato solo insalata. Questione di calorie.
Gli effetti si sarebbero fatti sentire non prima di un ora.
Ci mettemmo a tavola. Per quanto cercassi di mantenere l’atmosfera di sempre, notavo comunque in lei un certo imbarazzo. Non doveva esserle facile comportarsi come se nulla fosse accaduto. Tenevo d’occhio l’orologio; al momento opportuno, fingendomi seccato del suo continuo andirivieni con la cucina, le ordinai di non alzarsi più; neanche se fosse andata a fuoco la casa.
Stavo sorseggiando il caffè quando notai alcuni strani movimenti che indicavano chiaramente che i cioccolatini cominciavano a fare effetto.
Si muoveva a disagio sulla sedia. Le sue mani, normalmente calme e ferme, si serravano a scatti.
Era giunta l’ora della punizione.
Mi avviai verso il piano superiore ingiungendole di seguirmi.
Immaginavo come doveva sentirsi e quello che le passava per la mente. La pancia in subbuglio lanciava fitte di dolore sempre più ravvicinate, ma non aveva il coraggio di chiedere tempo. Non poteva, proprio in quel momento fare la figuraccia di chiedere il permesso di andare in bagno.
Il suo respiro cominciò a farsi leggermente affannoso
Giunti al centro del corridoio, di fronte alla porta del bagno tra le due camere degli ospiti, le ordinai di spogliarsi completamente.
Mi guardò estremamente imbarazzata. Forse sperava che la stessi portando a letto, così avrebbe avuto l’opportunità di andare in bagno, invece l’ordine di spogliarsi là, in mezzo al corridoio, aveva infranto le sue speranze.
Ormai non riusciva più a nascondere la battaglia ingaggiata con i suoi intestini.
Come se non mi fossi accorto di niente, mi appoggiai proprio alla porta del bagno.
* Allora? Non vorrai mica cominciare disubbidendo? –
Non rispose ma cominciò il lento spogliarello. Non c’era più traccia di malizia nel suo sguardo, nelle sue mosse.
Lasciò cadere a terra il grembiulino, sbottonò l’abito nero che era la sua divisa di casa, lo tolse lasciandomi ammirare uno stupendo corpo liscio e sodo. Piccolina ma perfettamente proporzionata. Nuda era una vera statua greca. I capezzoli, gonfi e duri, svettavano su due seni pieni e torniti.
Le girai intorno carezzando, a tratti, la sua pelle vellutata. I segni della sculacciata erano quasi del tutto scomparsi.
Il dolore fisico che provava era ormai evidentissimo. Si mordeva le labbra per non gemere, stringeva le natiche nell’impari lotta col bisogno di liberarsi.
Aveva capito, ormai, che non la tenevo lì, in piedi, nuda, soltanto per il gusto di ammirarla. Cedette. – Per favore, mi lasci andare in bagno. Non ce la faccio più. La prego … –
Ora non mi stuzzicava più, ora implorava. Bene, era il momento di passare alla seconda fase.
* Entra e resta in piedi, immobile al centro della stanza – le aprì la porta.
Camminava a fatica, con le gambe rigide e le natiche serrate ed indurite che sembravano di marmo.
Chiusi lo scarico della vasca.
* Entra dentro e sdraiati. La testa dalla parte dello scarico. –
Soltanto allora comprese cosa l’aspettava. Umiliata al punto da doversi liberare non solo con me presente, ma in quella maniera avvilente, costretta a giacere in mezzo ai suoi escrementi.
Entrò a fatica nella vasca. Solo lei sa come fece a non mollare quando sollevò la gamba per scavalcare il bordo della vasca.
* Pancia sotto. Voglio vedere come riesci ad impiastrarti tutta. – Fu il colpo di grazia.
Cominciò a piangere prima ancora di distendersi. Singhiozzava.
* La prego … esca … mi vergogno troppo … –
Presi lo sgabello servitore e mi accomodai vicinissimo alla vasca. L’attesa fu brevissima: un lamento più forte degli altri segnò l’inizio della sarabanda. Prima un sottile rivolo marrone fece capolino tra le sue chiappe, poi, uno spruzzo che le arrivò all’attaccatura delle ginocchia segnò la definitiva capitolazione. Singhiozzava affannosamente, mentre il torrente che le usciva dal sedere si spandeva nella vasca tutt’intorno a lei.
* Alza la testa. Voglio vederti in faccia mentre ti cachi addosso. –
* La prego, no. Tutto ma non questo. Mi vergogno troppo. Non potrò mai più guardarla in faccia. –
* Oh, lo farai, altro che se lo farai. –
Aspettai che avesse finito di svuotarsi poi le ordinai di girarsi.
Lo fece subito tenendo però gli occhi ben serrati e la faccia girata verso il muro. Aprì gli occhi soltanto quando sentì la mia urina calda caderle addosso, sulla faccia, sui seni, sulla pancia.
Mi guardò e ricominciò a singhiozzare. Era domata.
Avevo finalmente ristabilito i ruoli.
Sollevai il tappo della vasca ed aprì i rubinetti dell’acqua.
* Lavati. Lavati a lungo e bene. Dovrai essere perfettamente pulita e profumata dappertutto se vuoi che ti permetta di infilarti nel mio letto. –
* Grazie, vedrà che sarà molto contento di me. – fu la sua unica risposta.
Mentre la lasciavo sola notai che i suoi occhi erano ancora colmi di lacrime. Dolore? Vergogna? Gioia? Dimenticai di chiederglielo.
Quello che però non dimenticherò mai, fu quella prima notte passata nello stesso letto. Si, veramente non la dimenticherò mai. FINE

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