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Su e Giù

La mia storia comincia lontano nel tempo eppure è sempre recente come se il mio passato continuasse a venirmi a trovare. Una vita come un vecchio disco in vinile su cui la puntina salta ripercorrendo più volte lo stesso tratto del solco.
Il mio viaggio di ritorno cominciava come era iniziato quello di andata: con un’inversione di marcia su una strada a scorrimento veloce, nei pressi della periferia di una città anonima, come anonima appariva a volte la mia di città.
Pensare a quell’aggettivo possessivo a volte sa di ridicolo, perché un luogo dove non sei cresciuto, dove le radici stesse della tua vita non sono mai penetrate oltre lo spessore superficiale del humus, perché altro che estrarre i succhi necessari al proseguimento della tua esistenza non hai cercato, non è la tua città, è una città come tante altre. Un insieme di palazzi popolati da gente anonima che esprime giudizi sulla tua vita senza nemmeno conoscerti.
Guardai per un attimo nello specchietto retrovisore per vedere un’altra auto, divenuta familiare, commettere la stessa mia stessa infrazione per accedere alla corsia opposta. Io verso est e lui verso ovest in un auto simboleggiata da un’oscura sagoma nera e dallo sfavillio di due distinte luci rosse.
All’andata quell’auto era stata un qualcosa di distinto e distinguibile: un colore preciso, una targa univoca, un modello e una marca rintracciabili. Era stata il faro guida nella mia inconsapevole rotta in un mare sconosciuto, così simile per colore dell’acqua e del cielo a tanti altri mari che avevo solcato, eppure differente in ogni sua piega del fondale, da rendere necessaria la presenza di un nocchiero che mi conducesse all’interno di un porto accogliente e sicuro.
Alla fine di quel traghettamento un incontro desiderato e, allo stesso tempo, sofferto.
Quando ero partita, dopo aver pianificato il viaggio, sembrava che il tempo a disposizione sarebbe stato tantissimo, mentre le ore insieme sono poi trascorse così velocemente che ora osservo l’autostrada stendersi davanti a me, come un lungo tappeto solitario, nel mezzo di una pianura avvolta dalla nebbia.
Auto veloci mi sorpassano, mentre la sera cala pigramente, annullando nel buio più totale il panorama che muta in continuazione.
Ho bisogno di respirare, anche se in realtà è solo il bisogno di riordinare le idee, di ripensare razionalmente a ciò che è stato, alle ore che si trasformavano in minuti, secondi, in semplici attimi di passione folle, così forte ed avvolgente da non poter scampare.
Così mi ritrovo a pensare alla dolcissima furia che mi ha travolto, che ci ha travolto.
Risalire in auto è stata forse la cosa più dura, ritornare dall’artificioso teatrino dell’amore alla quotidiana e razionale realtà. Ripensare ad altri momenti di vita vissuta così simili a quello, divenuti fredda razionalità di un rapporto finito nella banalità del quotidiano, nella dilatazione dei difetti, nell’incapacità di mettersi in discussione.
La dolcezza di chilometri percorsi per rivedere e riassaporare qualcuno, trasfigurati dal tempo nell’amarezza del ricordo di una lenta agonia di un amore.
Mentre lo abbracciava, prima di salire in auto, mi stringeva forte tra le braccia, dicendomi dolce:
– Lasciami andare! –
Lo ripeteva a se stesso, senza nemmeno accennare ad allontanarsi.
– Devo andare via diceva, il mio posto è altrove– –
E mentre lo diceva, continuava a baciarmi, a stringermi, a riempirsi le mani dei miei seni e dei miei fianchi.
Quelle parole avevano avuto un suono così dolce, nell’irrazionalità della passione e suonavano così amare nel ricordo delle stesse parole pronunciate da una voce differente.
Guardai il volante e, a sinistra, la mia mano. Fissai le dita e, tra queste, il mio anulare cinto da un cerchio metallico, un anello d’oro di una catena invisibile che mi univa ancora a un altro anello della catena, lontano perduto, ma ancora presente. Alle stesse parole, agli stessi momenti, alle stesse precise e identiche sensazioni.
Non un viaggio, ma dieci, cento, mille viaggi; per perdersi in attimi di travolgente passione e rivivere quegli stessi momenti durante il tragitto di ritorno, quasi si trattasse di un bellissimo film riproposto in replica.
Quanto saremo stati insieme? Mi domandai. Due, forse tre ore… e quanto sarò trascorso da quando ci siamo lasciati? Venti minuti al massimo– eppure adesso mi manca da morire.
È come se nel mio stomaco si fosse aperta una voragine e sento il bisogno di respirare, quasi nell’abitacolo mancasse l’aria.
Vorrei tanto essere ancora insieme, vorrei sentire la sua voce, lo desidero terribilmente ed è sempre in questo momento, che quasi d’incanto, come sempre accade, odo uno squillo familiare e il display del mio cellulare s’illumina, mentre il suo nome lampeggia.
Infilo l’auricolare e attivo il vivavoce.
– Ancora non ti sei stancato di me? –
Gli chiedo con perfida malizia.
Lo immagino sorridere, quindi mi rassicura, con la sua solita voce calda e morbida, che nella vita di sogni non ne se ne ha mai abbastanza.
Mi ripete che io sono il suo sogno, sono il cielo, il mare e la terra.
Sono i raggi del sole che lo riscaldano e la luce della luna che lo immalinconisce. Sono l’alfa e l’omega. Il primo e l’ultimo pensiero della giornata. Il sogno che lo accompagna per mano nella notte e il sogno che avvolte lo raggiunge e lo culla il giorno. Aggiunge che di me non si può stancare, come non si può sentirsi sazio dei miei baci e delle curve del mio corpo.
Chiudo gli occhi, anche se sto guidando, perché devo, voglio perdermi per un momento in quelle parole così false, così vere!
Devo, no voglio crederci! Anche se le ho già, dolorosamente, sentite.
Quante volte gli ho detto che non era il momento?
Non volevo nessuno, non potevo permettermi un altro amore.
Ho ancora troppo bisogno di rimettermi in sesto, da sola, senza appoggiarmi su nessuno. Tanto, alla fine si rimane comunque soli!
Gli avevo detto e ripetuto che adesso come adesso non ero in grado di offrire la parte migliore di me stessa.
Sono fragile, inaffidabile, delusa e amareggiata. Sono triste e disillusa. Sono incattivita da un dolore troppo grande e troppo recente.
Non posso e non voglio un altro uomo!
Spesso ciò che ci diciamo e ripetiamo agli altri, quasi a voler accreditare quelle parole di verità, non è ciò che sentiamo e pensiamo davvero.
Spesso usiamo le parole come rifugio, come barriera davanti a chi non sa leggere oltre.
Cerchiamo aiuto senza in realtà volerlo, ci ripetiamo bugie talmente piccole da essere perdonabili, talmente grandi da nascondere ai nostri occhi la verità quando non ci piace.
Se si fosse fermato davanti a ciò che udiva, senza leggere davvero ciò che il mio cuore gridava, allora sarei stata ancora al riparo.
Protetta, sola, ma nel mio rifugio segreto.
Invece aveva avvertito la mia disperazione, aveva avvertito quel mio bisogno disperato di amore.
Volevo essere una fortezza invalicabile, invece ero pronta e disponibile al primo uomo che avesse raccolto quel poco che di me era rimasto intatto. Che mi avesse accolto tra le sue braccia coccolandomi e dandomi l’impressione di curare le mie ferite.
In questo lui, un giorno, ha visto un varco, un invito a diventare qualcosa di più di un conoscente o un amico.
Un giorno in cui ho voluto rischiare parole che m’ero imposta di non ripetere più nella mia vita.
– Dimmelo ancora, guardandomi negli occhi! –
Mi aveva chiesto, quasi implorandomi– e così ho fatto!
Tutto questo era accaduto in un giorno come tanti altri. In uno di quei innumerevoli giorni in cui, osservandomi allo specchio, ho visto una persona che non corrispondeva più a me stessa.
Una donna brutta, sofferente, non curata. I capelli cresciuti.
Così ho deciso! Ho deciso di tornare a essere quella che ero.
Avevo cercato di camuffarmi, di modificare il mio aspetto, di non riconoscermi più. Un vano quanto inutile tentativo di scacciare il dolore.
Tutto inutile! Non serve nascondersi. Non bisogna cambiare. Occorre, invece, superare il male, crescere e vedere oltre, magari cercare chi ci voglia bene davvero, senza rimanere ancorati a chi decanta l’amore solo per sentito dire.
Quel giorno sono semplicemente tornata me stessa.
La solita, con i capelli cortissimi, con il proprio modo di essere spontanea, trasparente, eccentrica e accattivante.
Sono tornata soprattutto a sorridere, nonostante le mie ferite siano ancora aperte e ogni tanto tornino a dolere.
Sono tornata a credere alle parole, alle promesse; ho ricominciato a credere a chi diceva di volermi bene, di desiderarmi, di voler costruire con me un percorso comune.
Sarà difficile, come d’altronde non potrebbe essere altrimenti; forse sarà folle e impossibile, come spesso la realtà quotidiana ci dimostra, ci scioglieremo come neve al sole alle prime difficoltà e cominceremo a fuggire da noi stessi accusando l’altro di essersene andato, ma è un progetto comune.
Un per sempre, finché dura, detto in due.
Ho ricominciato a pensare di non essere più sola.
Ho preso la macchina, ho imboccato l’autostrada e sono arrivata all’appuntamento con me stessa. Perché in realtà di questo si trattava.
Ora nevica!
Anche il cielo ha smesso di piangere le sue lacrime. Ha deciso che era ora di fermare il dolore, di congelarlo nell’istante stesso in cui era nato.
Osservo la neve scendere leggera e silenziosa, fino a ricoprire dolcemente ogni forma, ogni colore.
Adoro la neve. Lascio che mi bagni il viso, che scenda sulle labbra.
Ne assaggio il sapore inesistente, sorridendo alla vita.
Io cedo nei segni del destino e, per me, anche questo è un segno.
Non nevica mai nella mia città, ma oggi, qui dove adesso io sono, sì.
Mi sento bambina, innocente e felice. Mi sento pura e ingenua e osservo un semplice evento naturale come se fosse un miracolo.
Nel mio passato il ricordo della neve è presente, ma adesso vivo solo di presente e al presente quella neve caduta già in altri tempi e tanti altri luoghi sembra un miracolo irripetibile.
Osservo il paesaggio e penso lui, a dove sarà in questo momento, al suo sorriso, ai suoi occhi dentro ai miei.
Penso al suo sguardo adorante mentre gli sorride felice. Penso alle sue mani e alle sue dita affusolate adagiate su quel tavolino. Penso alle volte in cui mi ha detto quanto sono bella, anche se io non mi sono mai sentita bella. Penso e ripenso a quando mi ha detto, nel buio, sottovoce, di non dimenticarmi mai di essere una persona speciale: unica e irripetibile.
Ricordo le sue mani che non smettevano di accarezzarmi il viso, mentre il desiderio tra noi cresceva senza porsi alcun freno.
Ricordi di un giorno lontano, ricordo di giorni lontani!
L’autostrada è ormai alla fine, l’avviso di un casello familiare e il nome della mia città.
L’immagine di luoghi mille volte vissuti, di volti e voci familiari, di curve rese ormai dei rettilinei dalla quotidianità.
Torno a casa, alla mia vita confusionaria, caotica, piena di nulla.
Non c’è mai un attimo per me, ma ora ho bisogno di stare sola.
Vorrei tanto poter chiudere gli occhi, basterebbero solo pochi secondi per ricordare!
Vorrei isolarmi da tutti e lasciarmi scivolare nel ricordo di quelle ore felici, nella dolcezza che mi ha regalato senza chiedermi, apparentemente, nulla in cambio.
Vorrei risentire ancora la sua voce, il suo respiro addosso, il suo odore, i suoi gemiti.
Vorrei assaggiare ancora il suo piacere esplodere sulle mie labbra.
Vorrei poterlo baciare ancora, cercare la sua lingua, succhiare la sua dolcezza!
Cerco la sua immagine, il suo viso, i suoi occhi fissi nei miei.
Lo sento sussurrarmi, timido e riservato, la sua voglia incontenibile di avermi e avermi ancora.
Avverto i brividi scendere lungo la schiena, mentre ricordo i suoi: ti amo!
Mi stendo sul letto e accarezzo i miei seni ancora gonfi di piacere e fremo al pensiero delle sue mani tra le mie cosce.
Cercava il mio desiderio, il mio corpo come un dono insperato e io glielo ho concesso!
Mi ha fatto sentire donna, una creatura fragile e sensibile da coccolare, da proteggere, da adorare. Mi ha fatto sentire importante!
Baciava il mio collo, annusando il mio profumo, mentre ripercorrevano i lineamenti del mio volto per racchiuderli nello scrigno della memoria, mentre in me nasceva il desiderio di essere santa e puttana.
Così avevo accolto le sue mani nelle mie e le avevo guidate finché le sue dita non avevano frugato nel lago di piacere che era diventata la mia femminilità.
Il tocco delle sue mani sul centro stesso del mio desiderio mi faceva sussultare senza controllo.
Io stessa lo avevo condotto nel mio intimo ansioso di lui e, con una leggera carezza tra i capelli, gli avevo chiesto di più e lui era, dopo avermi accontentata, era tornato a restituirmi il mio stesso sapore, quasi a ribadirmi nella lingua quanto il mio corpo aveva appena provato, quasi a ripetere sotto forma di sapore il suono dei gemiti emessi.
Eravamo in un auto, ricoperta di neve, uno spazio angusto e triste, eravamo in un letto, in una stanza calda e accogliente, in una casa che scrive famiglia.
Ero lontana da tutto e non ero mai stata così vicina a me stessa.
Avevo chiamato il suo nome e divaricavo le gambe, nonostante lo spazio angusto e scomodo, implorandolo di essere in me.
Sdraiata tra i sedili lo avevo osservato muoversi aritmicamente sopra di me, chinato sul mio viso.
Mi baciava, mi stringeva, succhiava le mie labbra, mentre la lingua ripeteva insieme alla mia un’antica danza.
– Vieni amore mio, godi per me, vieni con me! –
Lo guardavo e mi riempivo di lui, lasciandomi guidare in un mondo di piacere già conosciuto, eppure ogni volta inaspettato.
Era successo tutto così, d’improvviso, senza aver programmato nulla.
Pochi istanti prima era solo una voce in un telefono, un insieme di meravigliose promesse.
Ora è un uomo, una realtà, una conferma.
La vita purtroppo mi ha insegnato che anche le cose più belle hanno una fine e che, forse, il loro vero fascino sta anche in questo.
Forse ho solo aperto la porta a un nuovo dolore o forse ho imboccato una strada nuova.
So soltanto che desidero percorrerla, qualunque essa sia e qualsiasi cosa mi riservi la prossima curva.
Ripenso alla sorgente stessa del mio recente dolore. A lui che mi dice che deve andare e io che sono convinta che non tornerà mai più.
Ripenso a quelle sue parole:
– Se non ti perdi, non mi perdi– –
Al male che ho fatto, al dolore che ho subito, al piedistallo su cui ero salita, alle banalità cresciute fino a diventare un bagaglio insopportabile da sopportare.
Ripenso alla mia trasformazione, a quanto mi ero imbruttita e incattivita come persona.
Tutto questo era finito un giorno, quando ho deciso di tornare me stessa e all’improvviso il rancore a lasciato il posto all’amore.
Potevo tornare bambina, risalire sull’altalena dell’amore, ricominciare altrove o prendere di petto la vita, lottando contro la fragilità che è l’essenza stessa della sostanza umana.
Avevo rivisto lo stesso volto, richiamato lo stesso nome, illudendomi che fosse la prima volta, gettandomi ogni cosa del passato, bello o brutta, dietro le spalle.
Avevo fatto bene o avevo nuovamente sbagliato?
Intanto chiudo gli occhi, la vita è un mare di sofferenza, per cui a sognare non si sbaglia mai! FINE

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