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Arianna… ovvero il mare d’inverno

Era una sera fredda, di un gelido inverno, la bora sferzava i volti della gente e le onde del mare serbavano rabbrividire di fronte a tutti quei gradi sotto zero.
Arianna stava recandosi a casa, completamente avvolta nel suo piumino, intirizzita dal freddo. Erano anni che non si raggiungevano temperature cose basse. Se fosse piovuto qualcosa dal cielo sarebbe stata di certo neve.
Alzò lo sguardo tanto per vedere se rischiava di andare sotto una macchina, perché il vento cose forte e gelido le feriva gli occhi.
Vide da prima un’ombra indistinta, poi, sforzandosi, mise a fuoco un ragazzo dall’età imprecisata, capelli lunghi e castani che gli sarebbero caduti sulle spalle se il vento non li avesse agitati in quel modo.
Capelli forse dritti, forse mossi, difficile capirlo. Una barba folta e ben curata, uno sguardo fiero incastonato dentro dei lineamenti regolari.
Indossava un lungo cappotto nero, legato in vita dalla cintura, il bavero alzato a chiudergli la gola.
Trasmetteva fascino e mistero. Ai piedi dei stivaletti in pelle molto bassi, che sembravano accarezzare il marciapiedi, forse per il modo leggero che aveva di camminare o forse per come era conformata la suola.
Il tutto dava un’aria irreale alla scena.
Arianna avrebbe giurato di essere in una sala cinematografica se non avesse ad un certo punto udito delle parole rivolte proprio a lei.
La sua voce era calda e penetrante, in un solo temine suadente.
Perforava il vento, attraversava il gelo e ti colpiva al petto.
-Scusa cerco la sede della Confesercenti… –
Lei fissò quell’uomo negli occhi, restando colpita dalla profondità di quello sguardo e malgrado fosse tutta imbottita di abiti ebbe l’impressione di essere nuda.
Le folte sopracciglia di lui si corrugarono in una strana espressione.
-Scusi lo sa… altrimenti fa lo stesso… –
-No… lo so è che m’ero un po’ persa in certi miei pensieri… –
La bocca di lui si apre in un largo sorriso. Arianna era fortemente turbata e anche l’ancorarsi all’idea d’essere fidanzata non pareva porla in salvo. Non era un bellone da fotoromanzo, ma l’insieme era particolare, pareva uscito da un film o lei entrata all’interno dello schermo all’improvviso ed inaspettatamente.
Il rumore di una macchina parve distrarre i due, lei si riprese prima e rimase a fissare il profilo di lui… sembrava una statua, l’espressione era nobile, come quella di un’aquila e i gesti lenti e misurati, i guanti, l’eleganza del portamento.
-Signorina è fortunata che siamo in inverno e non le possono entrare le mosche… ha la bocca aperta… cosa sta fissando? –
-Niente.. sempre i miei pensieri, ogni tanto vado in oca. –
-Allora… la sede è molto distante da qua, qua, qua… visto che dice d’essere in oca? –
Risero entrambi.
Lei aveva un appuntamento con il suo ragazzo, ma, nonostante ciò, disse:
-Ti… ops la accompagno io! –
-Con questo freddo. No, non si disturbi, mi basta la direzione, poi m’arrangio da solo. –
-Si figuri… lo faccio con piacere. –
-Non mi dia del lei, mi fa sentire in imbarazzo e poi… mi fa sentire vecchio! –
-Lei… scusa, tu non sei di queste parti, sembri lontano dal modo di parlare… –
-Veramente sono di qui vicino… sono un negro della laguna, come ci chiamate voi… –
-A sentirti parlare non si direbbe… non hai la parlata tipica delle tue parti! –
-Grazie del complimento, visto che non sopporto la parlata tipica delle mie parti. –
-Pern siete gente simpatica, mi piace il tuo paese… meglio di questo mortorio… poi io in realtà sono di Venezia, non di Jesolo. –
-Senti, mi sembri intirizzita dal freddo, posso offrirti qualcosa di caldo al bar… almeno in cambio della tua cortesia. –
Lei lo fissò con uno sguardo talmente intenso e pregno di trasporto che c’era d’aspettarsi un si anche alla domanda: verresti con me in capo al mondo?
-Si volentieri! –
-Non è’è un qualcosa che guardi il mare? Sai sono nato a poche decine dal mare e da neonato la risacca m faceva da ninna nanna. Il mare l’ho nel sangue, è qualcosa di più forte di me! –
-A me, sinceramente, il mare d’inverno mette tristezza e m’ispira desolazione… –
-Gir, tu sei di Venezia, sei nata con la malinconia autunnale nel cuore. Ma ce l’hai il ragazzo? –
-Si… volevo dire no… –
Le guance di Arianna s’erano fatte rosse per l’imbarazzo, ma dire d’essere fidanzata le pareva come mettere un muro, un chi va lr a quell’affascinante straniero.
-Cos’è tu ne sei innamorata e lui non lo sa? Dovresti dirglielo, sei simpatica e carina… non credo che faticherai a conquistare il suo cuore! In particolare se lo fissi cose, mi stai mettendo in imbarazzo… –
-Arianna… mi chiamo Arianna… –
-Bel nome… come quella del mito di Teseo… sai il filo d’Arianna… ah che sbadato, io mi chiamo Andrea. –
Si tolse il guanto, mani grandi e affusolate, piacevoli al tatto e forti nella stretta.
-Tu… sei fidanzato? –
-Che parola grossa… ho la ragazza. –
-Di queste parti? –
-Non proprio… sta molto distante e non ci vediamo molto spesso.
Invece l’aspirante tuo ragazzo? –
-Non è aspirante… è il mio ragazzo. Lui è di Venezia. –
-Allora, insieme, farete razza! Comunque, ragazzo fortunato… –
Dicendole questo, fece un altro dei suoi sorrisi e dentro, Arianna, si sente squagliare come un ghiacciolo sotto il solleone di Agosto.
Le sue gotte erano rosse, come la porpora, ma non per reazione al freddo, ma per quella stana sensazione di euforia ed ebbrezza che in quel momento stava provando. Lui pronunciò anche il suo cognome, un cognome molto particolare, che precisò essere tipico del sud… insomma da sudicione…
Arianna rise… e pure lui.
Appena smesso di ridere, lui la salutò allegramente e se ne andò, ringraziandola.
-Cielo! – Pensò lei all’improvviso, quasi un pizzicotto l’avesse svegliata dal torpore. -Lo potevo… no, lo dovevo accompagnare! –
. ed invece era ancora dentro al bar, con il suo cervello che correva all’impazzata ed i pensieri che correvano ancora più veloci di lui.
Quella sua voce bassa e calda, il linguaggio sciolto e l’insieme del viso: sguardo e sorriso; s’erano infissi dentro di lei quasi fossero un chiodo… e i battiti del cuore, ancora in subbuglio, sembravano quelli di un martello che stessero spingendo quel chiodo sempre più dentro.
Riordinate le idee, Arianna uscì dal bar, ma era troppo tardi.
Al primo momento le prese uno scoramento, un terribile nodo allo stomaco.
Non ero una ragazza molto fedele, poi quelli da Roma in giu le avevano sempre fatto un effetto particolare.
Tornò a casa, triste più che altro, e nemmeno la telefonata del suo ragazzo quella sera riuscì a rincuorarla.
Rimase quasi tutta la sera imbambolata, con un senso d’ansia oppressiva e di malessere, poi pensò che sapeva il suo cognome e la città di provenienza, forse sull’elenco telefonico l’avrebbe potuto rintracciare facilmente.
Sfogliò rapidamente le pagine ed infine ecco quel cognome, unico e raro.
Guardai l’orologio, erano circa le 22: 35, che fosse a casa? Di sicuro, piuttosto chiamando a quell’ora, avrebbe disturbato?
Fece quel numero trattenendo il respiro, mentre sentiva che all’altro capo stava squillando.
-Pronto? –
Era la sua voce, calda e sensuale.
-Ciao sono Arianna… la ragazza di Jesolo non so se ti ricordi? –
-Quella con due labbra carnose e due tette da togliere il respiro? –
Rispose ridendo.
-Si! –
Gli disse ridendo anche lei.
-Spero di non averti offesa con questo commento, ma mi sembravi un po’ legata ed imbarazzata, per cui volevo scioglierti. Il motivo di questa tua telefonata? –
-Il mare d’inverno… tu hai detto che si possono far sentire e vedere cose che normalmente non si notano o si percepiscono superficialmente… ecco volevo venirti a trovare, visto che dici che la tua di spiaggia ispira più di quella schiera di alberghi vuoti della mia. –
-Toglimi una curiosità… ma il mio numero di telefono, come lo hai avuto? –
-Ti ho trovato sull’elenco telefonico… ci sei solo tu. –
-Hai ragione, sono più unico che raro… ma il tuo ragazzo cosa penserà? –
-Cosa vuoi, lui c’è abituato. –
-Abituato al fatto che te ne vai a zonzo con altri? –
-Abituato che gli metto le corna a sua insaputa… –
Lo disse ridendo.
Lui si fece di colpo serio.
-Hai detto qualcosa di grosso… vieni da me gir con quella intenzione? –
-No, con quella intenzione no… ma con quella possibilitr si! –
-Capisco… anche se non mi conosci, anche se ci siamo visti solo una volta e preso solamente qualcosa insieme al bar? –
-Per te è un problema? –
-No, io e la mia ragazza siamo una coppia libera… non siamo fidanzati, non è’è l’idea del matrimonio, perché non ci sentiamo, a tanti chilometri di distanza, di vincolare l’altro… insomma il nostro è un amore che lascia liberi… –
-Se è per me… non ti preoccupare non sono il tipo che si fa scrupoli o rimorsi di coscienza… forse sono troppo diretta, ma da quando ti ho conosciuto, qualcosa mi macina dentro. –
-Insomma ti piacciono gli uomini maturi… –
Rimase perplessa a quella frase.
-Perché quanti anni hai? –
-Tira ad indovinare… –
Cominciò dalla propria età, poco più di venti, per salire… infine ne sparn una a caso per esasperazione.
-Esatto! –
-Non ci posso credere! –
-Vita sana, attività fisica ed un unico vizio… le donne. Guarda che sono io che dimostro la mia età, gli altri non si mantengono e ne dimostrano di più… –
Ad Arianna il pensiero corse ad un’altra persona… stessa etr, stesso fascino… si vede che era destino!
-Insomma… io vorrei rivederti. –
-Quando e dove? –
-Preferirei da te… se ti va? –
-Va bene. Facciamo questo fine settimana. Posso offrirti una cena dalle mie parti, se ti va di cenare. –
Arianna si chiedeva cosa stesse facendo, ma non riusciva a darsi una risposta. Cosa stava cercando?
Questi furono i tormenti di quasi una intera settimana, passata con il desiderio di ritelefonare e disdire tutto, ma alla fine quel sabato montò in macchina e parte.
Al suo ragazzo avevo inventato una scusa banale e poi lui aveva fiducia in lei per poter anche solo sospettare qualcosa.
Arrivò sul lungomare di quel paese tanto simile, quanto dissimile dal suo.
Una spiaggia grigia e deserta, un mare agitato da un freddo vento da nord.
Lui apparve all’improvviso, quasi come un’ombra.
Lo sguardo di Arianna si soffermò a lungo sui suoi lineamenti, era la stessa persona della prima volta, eppure era diverso o era solo lei a sentirlo diversamente.
Ormai era le e non poteva tornare indietro.
-Scendi, hai forse paura di prendere freddo? –
Furono queste parole a riportarla verso la realtà, mentre era rapita solo dai propri pensieri.
Ormai era in ballo e doveva ballare.
Lui la condusse verso la sua auto, una elegante berlina blu notte, comodi sedili in pelle che le diedero un certo senso di relax, estinguendo, almeno in parte quel senso d’ansia che aveva addosso, quell’indecisione sul da farsi, quel desiderio di trasgressione, pochi giorni cose forti ed adesso quasi assopiti.
Lo sguardo di lui era dolce e seducente, ma forse l’ambiente, la situazione, comunque qualcosa, era fondamentalmente differente dal giorno in cui, per caso, s’erano incrociati a Jesolo.
-Cos’hai? Sei cose silenziosa. Mi sembravi una tipa tanto aggressiva, quando ci siamo conosciuti. Sei forse turbata, hai cambiato idea?
Pensa solo al fatto che abbiamo deciso di conoscerci meglio… lascia fuori altri pensieri… ti si legge in faccia e quello che leggo non mi piace. –
-No, non farci caso… è che mi sembra tutto cose strano. –
-Senti io non leggo nel futuro e non amo fare viaggi con la mente che vadano troppo oltre la parola domani… il rischio è non riuscire a vivere serenamente il presente… e solo vivendo con tranquillità l’oggi, so di costruire un mio domani migliore. Quindi, via tutti quei brutti pensieri e pensa a goderti la serata! –
In effetti, perché stressarsi su cose che non era detto dovessero accadere e che ad ogni modo sarebbe eventualmente accadute anche per sua volontà e non casualmente.
La serata prosegue lieve. Lui era un tipo dalla parlantina facile, capace di passare da argomenti stupidi a cose serissime con noncuranza e questo la stava facendo sentire a proprio agio.
Fu durante questa fase che un po’ per gioco e un po’ per perfidia, Arianna cominciò a fare nei confronti del suo ospite l’occhio languido.
Non ci volle molto a cogliere anche nello sguardo di lui qualcosa di diverso.
Si stava aprendo una crepa su una frase che aveva detto poco prima, ovvero che lui, malgrado fosse legato in maniera libera alla sua ragazza, non aveva mai sentito il desiderio o la necessità anche puramente fisica di tradirla.
Forse la serata, forse il vino, forse la tranquillità con cui s’era seduta a quel tavolo, le avevano dato una strana scossa interiore e, se a Jesolo era stata sedotta dal mistero che avvolgeva quel bel straniero, adesso si stavano ribaltando le carte in tavola. Lei lo sentiva dentro e lo vedeva nel modo di comportarsi di lui.
Per due volte quando il suo di sguardo s’era fatto particolarmente languido, lui era incespicato nelle parole, dando segni di balbuzia.
Si la cosa le cominciava a piacere e, sinceramente, non aveva idea di fino a che punto sarebbe voluta arrivare.
Dalla vetrata del ristorante, tra le luci diffuse della città riflesse nel cielo, s’intravedeva il mare agitato dal vento. La riga bianca delle increspature delle onde, che una dopo l’altra, s’infrangevano sempre uguali eppur differenti, sulla battigia.
In effetti, forse l’ambiente, forse lo stato interiore che era particolare o il semplice fatto di essere al caldo e vivere quella spiaggia deserta, di notte, cose tormentata ed agitata, come lo erano alcuni pensieri, la stava facendo ricredere sull’idea che aveva del mare d’inverno.
Decise che era ora di appesantire il gioco, scoprendo la scollatura.
Le bastò togliere il maglioncino dolce vita, per lasciar intravedere il seno e il gesto di allargare la stretta della cravatta intorno al collo di lui rivelò come la cosa non fosse passata indifferente.
Persino il colore degli occhi di lui stava mutando, da nocciola si stava gradualmente trasformando in verde, il che non era male, almeno solo per una pura questione di gusto estetico.
Fu una serie di pensieri veloci, sempre differenti, ma comunque simili, ad attraversare la mente di Arianna, a rendere lo sguardo particolarmente languido ed ammaliante e la postura da difensiva ad aggressiva.
Lentamente, ma inesorabilmente, il gioco stava passando di mano, quasi come in una partita a poker dove ad un full che ti stava schiacciando, dopo aver cambiato quattro carte, ti ritrovi con una scala reale ed hai la certezza a quel punto che la posta in palio sarò tua.
L’unico problema è mantenere in gioco gli altri per poter alzare il piatto il più possibile.
La cena volgeva al termine, era scontato che lui avrebbe proposto vari modi e luoghi per proseguire la serata.
Arianna socchiuse gli occhi, per cominciare un trip mentale. Li riapre e trovò lui che le sorrideva.
-Allora come ti piacerebbe proseguire la serata? Cultura?
Divertimento? O altro? –
Arianna sorrise sorniona pensando: sesso sfrenato…
-Intanto andiamoci a fare due passi sulla battigia, non dovevi convincermi che anche il mare d’inverno ha il suo fascino? Abbiamo anche la luna piena… cosa vuoi di più! –
-.. e dopo? –
-Per adesso questo, il dopo lo decideremo. Hai forse intenzione di morire cose presto? –
-No figuriamoci! Sono in compagnia di una ragazza stupenda… credo proprio di non avere nessuna intenzione per ora di morire… –
Arianna si stava gongolando davanti a quei due occhi da triglia… l’idea che lui ormai attendesse da lei anche solo un gesto un pretesto per farsi avanti la faceva sentire importate e potente. Era suo e poteva farne quello che voleva, averlo, rifiutarlo o… tenerlo sulla corda.
Lui pagn il conto, quindi uscirono. Il fatto d’essere diventata un po’ imperscrutabile aveva messo a disagio lui, la tracotanza che aveva dimostrato inizialmente, se l’era dovuta riporre in saccoccia, sentiva d’aver perso le redini del gioco e probabilmente stava cercando il modo per riconquistarle… oppure, tornando al paragone con il poker, si stava chiedendo se i suoi tre assi e i suoi due re fossero una buona mano e quanto su questo full potesse rischiare.
Si ritrovarono in breve sulla battigia, le dove la sabbia prendeva una consistenza più solida grazie all’acqua di cui era pregna. Il suono della risacca era forte e la luna piena conferiva uno strano gioco di luci sullo schiumare delle onde.
Dietro di loro le luci gialle al sodio del lungomare e i variopinti colori delle insegne al neon.
I capelli agitati dal vento e i cuori agitati dai loro pensieri. Lui la guardava senza mai staccarsi da quel volto. Arianna gli restituiva gli sguardi e ai suoi occhi accompagnava dei sorrisi.
-Sei rimasto senza parole? –
-No, è che ho il cervello un po’ annebbiato dall’alcool e non vorrei dire cose che poi… –
-… che poi cosa? –
-Di cui poi potrei pentirmi o che potrebbero essere inopportune… –
-O che io vorrei sentirmi dire… –
Arianna infilò la sua mano dentro la tasca dei pantaloni di lui saggiando cose in maniera la consistenza dei suoi glutei. Era proprio un bel sederino, sodo e ben fatto.
Fu come liberalo dall’imbarazzo e un attimo dopo il braccio di lui la cingeva alla vita.
-Sai ci sto bene con te… insomma sei una ragazza con cui si può parlare, mi fai sentire a mio agio e… –
-… e continua, quello che mi stai dicendo mi piace. –
-… e Cristo non so se è il vino, la Luna o tu, ti desidero come non mi capitava da tanto tempo con nessun’altra donna… –
Le sue labbra smisero di pronunciare parole per trovare un altro modo, ben più diretto per esprimere concetti e pensieri.
Stretta in un abbraccio forte ed intenso Arianna fu travolta dall’intensità di quel bacio.
-Cielo! Il gioco si sta facendo pesante! –
Penso, ma in fondo non era quello che lei voleva.
La sua lingua era morbida e delicata, anche se denotava un inconfondibile gusto di vino… –
-Benedetta sia l’uva e il vino… allora! –
Fu un altro dei suoi pensieri, poi un bacio non aveva mai ucciso nessuno e il suo ragazzo per una sera poteva stare in compagnia della ragazza di… caspita, non s’erano neanche presentati e forse il nome sull’elenco poteva essere di suo padre e non il suo.
Arianna riprese un attimo respiro ed in effetti, quella spiaggia deserta, battuta da un gelido vento, stava avendo qualcosa di particolare, qualcosa che lei, fino a prima, non avrebbe mai supposto esserci o sentire.
Gli occhi di lui riflettevano la luce della Luna o, sarebbe stato più corretto dire, la Luna rifletteva la luce degli occhi di lui accesi dalla passione e dal desiderio per lei.
Per l’ennesima volta, agli occhi di Arianna, lui stava cambiando, prima era stato lo straniero che l’aveva sconvolta, poi l’uomo da sedurre e giocare e adesso… adesso qualcuno con cui condividere degli istanti stupendamente intensi di amore e di passione…
-Com’è mutevole l’animo umano! –
Pensava tra sé e sé.
Si voltò a guardare quel mare, quelle onde, quel gioco di riflessi, sentendo sul suo volto sferzare le minuscole goccioline di mare che il vento le gettava in faccia.
Dietro, lui, cominciava a baciarla con crescente passione sul collo, dietro i lobi delle orecchie e titillare gli orecchini, nel contempo le mani salivano, scendevano e percorrevano il suo corpo soffermandosi ora in un angolo ora in un altro, palpando magari un seno o solleticando leggermente la zona del pube.
La posta nel piatto continuava a salire, era una partita di poker che le stava prendendo la mano… sempre più sicura che dall’altra parte ad ogni suo rialzo, avrebbe corrisposto un ulteriore rialzo, senza mai arrivare a scoprire le carte. Fu forse per questo che decise, all’improvviso, di vedere.
-Abiti lontano da qui? –
-No, perché? –
-Perché… non credo che qui possiamo andare avanti ancora per molto… –
Si voltò velocemente, afferrando tra le mani il volto di lui e scambiandogli un bacio di un’intensità e di un’aggressività indescrivibile.
Come lo lasciò nuovamente libero, lui disse senza esitazione.
-Andiamo a casa mia! –
Dopo qualche minuto i due si ritrovarono in un appartamento del centro. Niente di enorme, un appartamentino dalle dimensioni contenute tipico da single. Arredato in uno stile moderno ed essenziale, che badava più al pratico che all’estetica.
Lui fece strada, ma come la porta fu chiusa alle spalle, Ariana gli lanciò uno sguardo talmente carico di passione e di desiderio da, non solo trapassarlo da parte a parte, ma da inchiodarlo letteralmente su quella porta.
Non gli lasciò il tempo o anche solo il pensiero di prendere l’iniziativa, era gir nuovamente incollata alla sua bocca premendolo contro la liscia superficie del serramento. Pareva strano che i cardini reggessero a tanto impeto.
I pesanti capi d’abbigliamento invernali scivolavano ad uno ad uno tutto intorno a i due, intenti a spogliarsi l’un l’altra.
Il respiro di lui s’era fatto notevolmente pesante e rauco, mentre negli occhi di lei stava brillando una strana ed irreale luce di maliziosa depravazione.
Arianna cominciò ad abbandonare la bocca, per scendere lungo il collo, il torace, il ventre ed infine raggiungere il suo obiettivo. Fece scivolare lentamente i boxer alle caviglie impossessandosi con le mani del pene. Un sorriso di soddisfazione e perversione le si stampò nel volto prima di prenderlo in bocca.
Le mani di lui andarono sulla sua nuca, infilandosi tra i capelli ad accarezzarla e guidarla in quel frangente.
Sentiva quel pezzo di carne calda premere con sempre maggior forza contro il suo palato e la lingua ne percepiva il graduale ed inesorabile crescere delle dimensioni.
Lo sguardo di lui era assente, perso nel soffitto, mentre lei, invece, pareva deliziarsi di quel momento di sovrumano potere nei sui confronti, sapeva che le sarebbe bastato interrompere la cosa anche solo per un istante per sentirlo supplicare di continuare.
Ormai era turgido a sufficienza per potersi dilettare a colpirlo con la lingua lasciandolo scivolare sulla stessa o dedicandosi con le mani ed i denti alle gonadi. Il glande, completamente dilatato, era ormai rosso paonazzo.
Fu in quel preciso momento che decise d’interrompersi per sentirlo supplicare…
-Arianna… Arianna ti prego… andiamo, non restare le imbambolata! –
Arianna apre gli occhi, intorno a sé l’appartamento era sparito, c’era ancora il ristorante e lui che la fissava in modo strano.
-Arianna che ti succede? Ti senti male? Sembri lontana da qui mille miglia, se non ti stai divertendo, dimmelo pure, non mi offendo. –
-No, niente, dei pensieri… –
-Spero non siano brutti! –
-No, a dire il vero erano dei bei pensieri… in parte ti riguardavano, ma meglio lasciar perdere… andiamo a farci questi quattro passi in riva al mare… e vediamo se hai ragione tu… o torto io! –
Lei, relativamente al mare d’inverno, aveva comunque già cambiato opinione.
Si ritrovarono in breve fuori del locale, a camminare sulla sabbia asciutta, affondando ad ogni passo e barcollando nell’incedere incerto tra tanto buio. Le scarpe si stavano riempiendo di granelli di sabbia, ma erano eccessivamente euforici, a causa del troppo bere, per distrarsi con questi aspetti superficiali.
Infine giunsero nei pressi della battigia, le dove la sabbia prendeva una consistenza più solida grazie all’acqua di cui era pregna. Il suono della risacca era forte e la luna piena conferiva uno strano gioco di luci sullo schiumare delle onde.
Dietro di loro le luci gialle al sodio del lungomare e i variopinti colori delle insegne al neon.
I capelli agitati dal vento e i cuori agitati dai loro pensieri. Lui la guardava senza mai staccarsi da quel volto. Arianna gli restituiva gli sguardi e ai suoi occhi accompagnava dei sorrisi.
Lui la avvolse nel suo abbraccio, forte e caldo e lei lasciò andare un po’ i suoi pensieri rimirando il gioco di luci che la luna riusciva a fare con le increspature delle onde. Non sentiva freddo e gli spruzzi gelidi che il vento le mandava sulla faccia erano come scintille di vita reale in quella strana atmosfera da sogno.
Sentiva la pressione del naso di lui sul colo, la pelle che strusciava sulla sua pelle. Si voltò a fissarlo e lui le diede una leggera carezza sulla guancia.
Si leggeva nei suoi occhi che era combattuto, che due pensieri distinti gli dicevano da una parte di non proseguire oltre e, dall’altra, che forse non ci sarebbe stata una seconda volta tra loro due.
Insomma erano i medesimi pensieri che stava facendo Arianna, forse complice l’alcool che aveva in corpo, l’atmosfera o chissà, quelle fasi in cui l’amore e l’affetto del tuo ragazzo ti sembra tanto scontato e hai bisogno di altro che ben non sai, forse trasgressione o forse il semplice desiderio di sentirti importante e di sentirtelo dire, fu lei a prendere l’iniziativa e baciarlo.
Si sentiva il gusto del vino che lui aveva bevuto a cena, ma era piacevole sentirlo in quella maniera. I suoi occhi si aprirono e si chiusero diverse volte, giocando con gli effetti cromatici che insegne e luci della strada facevano cose da distante. Le sue mani andarono istintivamente sul sedere di lui. Era sodo e piacevole al tatto e, altrettanto piacevole, era la sensazione di quella sua mano sul suo seno. Le venne d’istinto di stringere quei glutei troppo vasti per essere contenuti dentro le sue mani. Cose avvinghiata a lui, malgrado l’abbigliamento pesante, stava sentendo materialmente il desiderio di lui crescere e premere contro il suo ventre.
Ormai poteva dare la colpa al fatto di aver bevuto troppo, per cui senza esitazione disse:
-Andiamo a casa tua, io non resisto altro! –
Lui la guardò tentando di rifiatare, e il rossore in volto era percepibile nonostante il buio. Rifiatava con ansimi pesanti che disegnavano nell’aria piccoli sbuffi di vapore in condensa.
-Va bene… andiamo alla macchina. –
Il percorso non fu dei più diretti, complice lo stato di ebbrezza e i numerosi baci scambiati lungo il cammino.
Salirono in macchina, riempiendo i tappetini di sabbia, si fissarono, si baciarono ancora, quindi lui mise in moto, intrecciando quando possibile le sue dita con quelle di lei, mentre lei si ritrovava a mordicchiargli l’orecchio e carezzargli i capelli.
C’era traffico quella sera e si trovarono in coda sul lungomare, forse al rosso di un semaforo molto più avanti, forse semplicemente perché la strada era molto frequentata a quell’ora.
Arianna si lasciò andare sul sedile, abbassandolo un po’ per rilassarsi meglio. Dov’era tutta l’ansia che aveva avuto all’inizio?
Socchiuse gli occhi, quindi li chiuse lasciando che ad entrare in lei fossero solo i rumori provenienti dall’esterno e correlati dalla colonna sonora dell’autoradio diffusa dagli altoparlanti interni alla vettura.
Fu in questa atmosfera surreale di sogno e realtà che sente la mano di lui risalire dal ginocchi e carezzarle l’interno della coscia, quindi più su, dove finivano le calze e cominciava la pelle, quindi dove finiva la pelle per iniziare il fine tessuto delle sue mutandine.
Dei rapidi e tremendi brividi la percorrevano lungo tutto il corpo, mentre muscoli e tendini, invece che rilassarsi, per la comoda posizione, stavano diventando sempre più tesi, sottoposti a quello stato d’ansia.
La vetture si fermò davanti ad un palazzo, lei rimase ancora un attimo ad occhi socchiusi, tentando di riprendere il controllo del proprio corpo.
Sentiva i passi di lui sulla ghiaia, un rumore che era partito dal suo orecchio sinistro, aveva girato intorno alla sua testa ed era infine giunto ne pressi dell’orecchio destro. Il rumore della portiera che s’apriva e la voce calda e profonda di lui che le diceva:
-Dai andiamo… o ti devo prendere in braccio come i bambini piccoli? –
Lei rispose d’istinto
-Si… prendimi in braccio. –
Lui la fissò dolce e tenero, con quella dolcezza che forse non aveva più per la sua ragazza, ormai data troppo per scontata, e forse che neanche Arianna riceveva più, anch’essa data per assodata troppo spesso dal suo fidanzato.
Lui era robusto e forte e la sollevò senza apparente sforzo. Lai d’istinto, cominciò a carezzargli il braccio contratto e teso dallo sforzo. Nonostante i vestiti era possibile percepire il notevole volume del bicipite e del tricipite.
-Devi fare molto sport… –
-Faccio palestra come propedeutica e le mie braccia sono importanti…
sai quando fai arrampicata libera, spesso affidi a loro la tua vita. –
-In questo momento io sto affidando la mia di vita… se dovessimo cadere dalle scale! –
-Morte un po’ assurda per un istruttore di free climbing! –
Arianna non aveva tutti i torti, lui era forte, ma le gambe, complice l’alcool, erano piuttosto malferme.
Giunsero alla soglia della porta dell’appartamento di lui, tra risolini sciocchi e baci appassionati.
Non senza qualche problema, lui riuscì ad estrarre le chiavi e, dopo vari tentativi, infilare nella toppa serratura.
Lei ne approfittò subito per canzonarlo.
-Se tanto… mi da tanto, tra poco mi annoierò a morte! –
-Non ti preoccupare, che anche con te in braccio, quel che devo estrarre lo so estrarre e dove devo infilarlo eventualmente lo so… –
-No ti sarai offeso… lo sai che sei carino quando mi metti il broncio? –
Furono dentro l’appartamento, con un colpo di spalla chiuse la parta e con un colpo del gomito accese la luce.
Un bell’appartamento, molto spazioso, anzi eccessivamente spazioso per un uomo solo.
L’entrata si allargava in un salotto con uno stile d’arredamento classico, né antico, né eccessivamente moderno. Molto buon gusto. La televisione, il PC, l’impianto stereo, insomma tutto il multimediale nel raggio di pochi metri quadri.
-Vuoi della musica di sottofondo? –
-Di sottofondo a cosa? –
Un bacio pieno di passione e desiderio diede una risposta talmente esauriente che non c’era bisogno di pronunciare altre parole.
La adagiò lievemente sul divano, manovrando un attimo con il telecomando dell’impianto stereo, quindi parte una musica molto dolce di sottofondo da un ottimo impianto di diffusione dolby sound round.
Pareva quasi che ci fossero le presenti gli orchestrali e i cantanti.
Una mano sul potenziometro dei fari alogeni che puntavano al soffitto e la luce da diffusa divenne soffusa.
Le mutandine di Arianna erano fradice degli umore che stava già secernendo, ma la cosa non sembrò turbare molto lui che vi era affondato con ardore, facendo affondare tra le labbra della vagina la propria lingua ricoperta dal tenue tessuto di quell’intimo. Le gambe, con gesto istintivo si allargarono e lei si ritrovò a gemere di piacere a tanta sollecitazione.
Le sue mani ormai affondavano nei capelli di lui, scombinando la sua perfetta riga in mezzo, mentre le mutande stavano lentamente, ma inesorabilmente, scendendo sulle cosce, alle ginocchia, lungo i polpacci, alle caviglie, per non dare più alcuna sensazione della loro presenza.
Quindi le dita e la lingua di lui dentro di lei a solleticarla sul clitoride e lungo i tessuti più esterni della vagina. Non poteva resistere oltre.
-Ti prego… ti voglio dentro, non resisto altro… ti voglio dentro! –
-Cosa hai detto? Che vuoi restare qui dentro? Veramente sarebbe da uscire, siamo arrivati, ma se vuoi, restiamo ancora un po’ in macchina. –
Qualcosa non tornava, Arianna spalancò gli occhi e si ritrovò ancora dentro la macchina, davanti ad un villino a piano rialzato, circondata da alberi. Gli occhi dolci di lui a fissarla, quindi la sua bocca morbida contro la sua, la lingua e i denti di lui a giocherellare con la lingua e le labbra sue. Baciava bene, non c’era che dire, una cosa che ti sembrava strappare l’anima.
La sua mano risale l’interno coscia sino ad arrivare sull’intimo e fu percepibile la sorpresa che doveva aver avuto a sentire quell’indumento completamente zuppo, più che eccitata, sembrava che se la fosse fatta sotto, tanto era bagnato.
-Cielo! Non sarò mica io a farti questo effetto? –
-Si e no, forse ho bevuto un po’ troppo… ecco e che non so più… dammi un pizzicotto! –
-Perché? –
-Tu dammelo e basta! –
-Va bene… –
-Ahhh! –
-Guarda che me lo ai chiesto tu… –
-Si e son contenta d’aver sentito dolore… adesso continua pure a baciarmi… la cosa mi piace… –
-A dire il vero anche a me, se veramente desiderabile… a tal punto che sono geloso del tuo fidanzato che ti può avere sempre… mentre io… –
-Taci… preferisco escano baci dalla tua bocca che queste parole, poi domani vedremo, adesso è oggi, adesso ci sei tu, adesso io voglio te, il resto non mi importa, il resto comincerà da domani mattina. –
Fu lei a piegarsi verso il sedile di lui, a dargli un bacio appassionato, mentre con la mano gli accarezzava l’addome, scendendo gradualmente verso il punto in cui tangibile avrebbe percepito il desiderio di lui nei suoi confronti.
Stretto e costretto in quei pantaloni, trovò un sesso maschile teso e duro, anelante solo di uscire da quella prigionia per ottenerne un’altra, ma ben più anelata. Le gonadi erano compatte tese dentro lo scroto e trovò particolarmente piacevole soppesarne la consistenza con le dita.
-Ti prego, se continui mi farai venire cose… è da quando abbiamo cenato che sono in questo stato! –
Non era una frase delle più romantiche, ma sapere d’essere l’unica ragione di tanta eccitazione e di tutto quel desiderio, la faceva sentire importante.
Non rimase molto a pensare, la cosa le venne istintiva, abbassò la cerniera ed estrasse quel cazzo rosso, turgido, quasi paonazzo, per accarezzarlo e coccolarlo tra le sue dita. La pelle era morbida, anche se il rialzo delle vene ne dava una sensazione d’irregolarità. Pareva un legno finemente intarsiato e lavorato, liscio e tormentato nella superficie al tempo stesso.
Lo trovava bello di per se stesso, quasi fosse un oggetto, troppo desiderabile per essere solo soggetto dei suoi occhi e non oggetto della propria bocca.
Forse il clima particolare della serata, forse l’alcool, divenuto ormai la scusa banale a cui attaccarsi per tutto quello che stava facendo e, ebbene se, aveva voglia di fare, alla faccia della falsa moralità che avrebbe dovuto farla sentire in colpa.
Nel chiuso dell’insonorizzazione della vettura si dilatava e si diffondeva il respiro, ormai più simile ad un rantolio di lui, mentre lei con la lingua accarezzava, titillava e tormentava il glande, il frenulo, l’asta di quello splendido oggetto di piacere, non tanto per quello che lei stava fornendo, ma per quello che stranamente ne riceveva. Una strana sensazione che le derivava dal pulsare delle vene, dal tremare di quell’asta sotto i suoi colpi era tutto cose nuovo e cose strano da farle sembrare il gusto di quel pene particolarmente gradevole… la miglior pietanza di quella sera e tutto con grande naturalezza, senza provare né vergogna, né imbarazzo nel pensarlo… poi era tutto un sogno, una sua fantasia, un ennesimo viaggio nell’irreale della sua mente, per cui… perché porsi dei problemi?
Il respiro di lui ora era a singulti, mentre contro il suo palato il cazzo pareva pulsare ed agitarsi, mosso da vita propria. Un attimo dopo nella sua bocca sentiva il contatto caldo ed il sapore dello sperma, mentre nelle sue orecchie risuonava l’ansimo finale dell’orgasmo che da una parete all’altra della macchina sembrava rimbalzare e riflettersi, separandosi in più suoni e riunendosi al tempo stesso in un suono solo.
Strano suono, quasi gutturale ed inarticolato, eppure cose simile a quello dolce di un ti amo, alle parole di una poesia, al dolce rimare di una canzone melodiosa. Era l’alcool, provò a ripetersi Arianna… e poi era tutto un sogno, solo un bel sogno di quelli che ti lasciano tutta bagnata e un po’ delusa al risveglio.
La testa le girava e la sensazione era di essere un po’ rintronata, quei momenti ripetuti di black out le avevano lasciato un sottile strato di nebbia mentale.
Si sente sollevare di peso, lui l’aveva presa in braccio.
-Direi che non reggi molto bene il vino… –
-Basta che tu regga bene me… non vorrei farmi male. –
-Non ti preoccupare, mi servirà pure a qualcosa fare pesistica. –
La sua mano corse verso il braccio che la stava reggendo.
-É sodo e duro, tutto gonfio… mmm si vede che è una caratteristica comune alle parti del tuo corpo… –
Con qualche difficoltà estrasse le chiavi dalla tasca ed apre la porta di casa, che subito richiuse alle sue spalle.
Accese un abat-jour, per mantenere la luce soffusa, quindi si diresse verso la camera da letto.
-Andiamo subito al sodo… eh! –
Cielo, era completamente sbronza, in quei pochi minuti il vino, dall’intestino, le era salito alla testa.
Lui la posò delicatamente sul letto, cominciandola a spogliare.
Arianna socchiuse gli occhi, perché il soffitto ruotava troppo e la cosa le dava il voltastomaco.
Sentiva le mani di lui correre lungo il suo corpo, sollevarla, voltarla, piegarla e togliere ad uno ad uno tutti i capi.
Quindi un leggero brivido, dovuto al fatto d’essere nuda.
Apre gli occhi un momento. Il volto di lui che le sorrideva.
-Dammi un bacio… dammi un bacio… –
La richiesta fu prontamente soddisfatta, mentre lei d’istinto lo attirava con le braccia a sé. Il contatto della sua nuda pelle con la pelle di lui. La cosa era piacevole.
Chiuse nuovamente gli occhi, perché il soffitto aveva ancora voglia di girare, per chissà quale strana ragione.
Il tatto e l’olfatto, ecco a cosa si sarebbe affidata.
-Che bel sederino che hai… te lo prenderei a morsi… –
La bocca di lui era sul suo seno a leccarlo, succhiarlo, mordicchiarlo, insomma era dedita a farle provare tutta una serie di strani brividi, ma mai quanto quel contatto duro, caldo e umido che nel muoversi sopra di lei ogni tanto sentiva sulle sue cosce…
Scese ad afferrare con le mani quell’asta.
-Dove vai… piccolino, vieni a casetta… –
Lo condusse per mano e lui docilmente obbedì, sino ad entrare in lei, fino ad essere parte di lei, felice prigioniero del suo più intimo ricettacolo.
Le sue mani tornarono sui glutei di lui, a guidarne le spinte. Affondi lenti, dosati, volti a strusciare i tessuti il più possibile.
Sentiva le guance bruciare, forse il riscaldamento troppo alto, forse l’alcool nelle vene, forse quello che stavano facendo… comunque stava avvampando.
Dalla bocca le usciva un sommesso gemito, misto ad un respiro spesso rotto da dai rantolii simili ad un lamento.
Lo sente vibrare e pulsare dentro di sé, mentre dava sfogo all’orgasmo. Si sente voltare, le mani sui fianchi a farle sollevare il sedere e una nuova penetrazione.
Lo schaf della pelle che sbatteva, questa volta ad un ritmo maggiore, con affondi più intensi e, a volte il torace di lui sudaticcio, sulla sua schiena, altrettanto sudata, mentre il suo seno veniva tormentato e deliziato dal tocco di quelle mani tanto grandi quanto forti e delicate.
Le sue mani si allungarono a cercare le cosce di lui ed imporgli ancora maggior vigore nel penetrarla.
-Siiii, siii, siii… –
Non era un dialogo da intellettuali, ma lo stato di prostrazione mentale in cui era, non le consentiva non solo di pronunciare altro, ma nemmeno di pensare qualcosa di differente.
Cosa stavano facendo le mani di lui? Stavano scivolando lungo i fianchi, afferrandole i glutei, per spalancarli, quindi i pollici si aprivano la strada dello sfintere.
Ahhh il birichino… voleva aprirsi nuove vie… lo sente entrare senza evidente fatica o sforzo, morbido e graduale, quindi la percezione di quel rigido pezzo di carne che scivolava dentro e fuori dalle proprie interiora, voleva fare la monella… con quel poco di controllo che riusciva ancora ad avere dal suo corpo, più che altro passivo e dedito solo a percepire ed assaporare, più che a proporsi e replicare, cominciò a stringere a colpi i muscoli rettali, catturando
e rilasciando a fasi alterne quel cazzo che la stava sodomizzando.
Fu con una di queste contrazione che riuscì a percepire le pulsazioni del pene dentro di sé e quindi il caldo liquido che la invadeva.
Infine sente il corpo di lui che si sdraiava al suo fianco.
Provò ad aprire gli occhi, ma il soffitto non s’era ancora deciso a fermarsi, per cui li richiuse. Ora era sopra il corpo di lui, alla ricerca dell’inguine andando a tentoni. Bastò seguire il tronco e l’odore che, inconfondibile, da quella zona proveniva.
Afferrò il pene tra le sue mani portandoselo sulle guance e strofinandovi la faccia sopra, mentre sentiva le mani di lui allargale le gambe e aprirsi un passaggio per la lingua nella sua fica.
Che serata ragazzi, pensò tra sé e sé Arianna… altro non le veniva da concepire, forse per pigrizia mentale, dovuta al momento, o come forma di evasione da pensieri che le avrebbero rovinato quegli istanti.
Gli orgasmi si susseguivano ed era difficile distingue i momenti morti da quelli in cui c’era scambi di effusioni o altro.
Le palpebre a forza di stare chiuse erano diventate pesantissime e, ormai, non si aprivano più, poi ci fu un momento in cui la vinse il sonno, più forte dell’orgasmo quasi incipiente, delle sensazioni che lui le stava trasmettendo, più forte di tutto… il sonno.
Quando riapre gli occhi si sentiva tutta indolenzita e nella testa il cervello sbatteva ad ogni movimento.
Era sola nel letto. Uno sguardo all’orologio. Erano quasi le 10: 30. Un bigliettino sul comodino: “sono andato a correre, fai pure come fossi a casa tua… bevi caffè che ieri sera ti sei addormentata di sasso sulle scale! ”
La stanza le risultava nuova, anche perché la sera prima le girava troppo la testa. Che avesse sognato tutto? Che comunque fosse accaduto realmente tutto e lui ne avesse approfittato mentre lei era in quello stato di semincoscienza?
Avrebbe solo dovuto attendere il ritorno di lui… ed eventualmente, a quel punto, trasformare il sogno in realtà… FINE

About Hard stories

Scrivo racconti erotici per hobby, perché mi piace. Perché quando scrivo mi sento in un'altra domensione. Arriva all'improvviso una carica incredibile da scaricare sulla tastiera. E' così che nasce un racconto erotico.

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